atlanteOggi mi sono svegliata scocciata, per tutte le cose che dovevo fare.

Ma non me lo dicevo. Continuavo a rompere uova, scordarmi cose nel carrello della spesa, cadere, abbinare il blu col marrone.

Finché non mi sono detta che stavo scocciata, e mi sono rivelata anche perché.

Anche i perché più ovvi sono delle rivelazioni, quando non vogliamo vederli. Specie se, come nel mio caso, hanno a che vedere con mancanze nostre.

Ma piuttosto che vedere i perché, con errori nostri annessi, preferiamo intossicarci un’intera giornata.

Invece no, a fermarci un attimo e chiederci che succede, e rispondere onestamente, ci pigliamo un dispiacere non indifferente (ammettere di essere stati incauti o precipitosi o superficiali non è una cosa da poco), ma almeno sistemiamo la questione, come un lenzuolo enorme ripiegato nell’armadio, e possiamo fare altro.

Cosa? Ah, già. Ne abbiamo parlato altrove.

Spesso viviamo solo di questo, dei perché non detti. Ci piace. Fare un po’ le vittime di “una giornata storta”, come se il sole fosse sorto a rovescio quel giorno e noi freschi come una rosa fin dal mattino, e non vedere cos’è che renda difficile ammazzare il tempo e quanta responsabilità ci sia da parte nostra.

Ma no, lo spazio per le cose è un bel sollievo. Una volta ammesse paure, ansie, mancanze, e anche l’impotenza quando la questione non ha niente a che vedere con noi (penso al vicino che mi chiama quando gli si allaga casa) ci sentiamo più piccoli, più indifesi, ma anche più sollevati.

Il mondo non si regge sulle nostre spalle, che ci piaccia o no. Possiamo anche dargli un calcione, spedirlo in qualche galassia parallela e occuparci di tutto il resto.

Di noi, per esempio.

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