11-Spirale-di-ExnerIl problema di quando ci intestardiamo con le cose è che perdiamo di vista il punto principale.

Quando facciamo yoga (e io in genere desisto alla seconda lezione) l’istruttrice ci avverte: “Non devi per forza soffiarti il naso con l’alluce sinistro, o ballare su un dito come i compagni esperti. Il punto è concentrarti sulla respirazione, le posizioni sono finalizzate a quella”.

Così come in teoria facciamo l’università per trovare un impiego nel campo che ci piace, anche se noi umanisti più che altro la facciamo per amore (perché per soldi…), e ultimamente il nesso non è affatto chiaro (ricordo il mio sbalordimento, quando la tizia inglese che mi fissò il tocco alla cerimonia di master mi chiese se avessi un lavoro).

Decidiamo all’ultimo momento di prenderci una birra con degli amici per rallegrarci la serata, e goderci la compagnia. Se il bar designato è chiuso o troppo pieno, non stiamo lì a fustigarci, andiamo altrove.

Magari potessimo fare questo per tutto il resto. Perché a volte perdiamo di vista il vero obiettivo, che in genere va su un doppio binario: egocentricamente, si tratterebbe di star bene con noi stessi, di essere contenti; posto in maniera più globale, si tratterebbe di fare ciò a cui siamo destinati, ciò che ci viene meglio. E no, non è egocentrismo, a ben vedere, perché solo in queste condizioni sappiamo davvero interagire con gli altri senza chieder loro niente in cambio e senza usarli per sentirci appagati. Quando ci sappiamo “riempire” la vita da noi, non c’è mezzo che tenga.

Allora, quando ci ossessioniamo in una sola storia, che non funziona, perdiamo di vista il punto principale, condividere il miracolo dell’amore che ci era capitato. Se quella storia diventa fine a se stessa anche ad amore esaurito, si tratta di un ricatto del nostro ego: se non la porti avanti non sei nessuno, hai sprecato tempo, hai perso altre occasioni. E lui, l’ego, ha perso un’altra occasione per stare zitto. E ricordarsi delle priorità della vita.

Forse l’unica cosa che non dobbiamo davvero perdere di vista è quella che ci riempie sul serio, quella che ci piace fare più di ogni altra e che è onestamente un fine in sé: coltivarci. Una volta fatto questo, possiamo declinarlo in mille modi. Prenderci cura di un bambino, di un lavoro appagante, di un’associazione di volontariato… Ok, perfino del fantacalcio.

Insomma, non perdiamo il bandolo della matassa, il punto centrale della questione: ciò che facciamo, lo facciamo per noi, e per star bene con gli altri. Se non assolve più a questa funzione, e non è facile ammettere che succeda, non ci serve più. È meglio cambiare che trascinarcelo dietro perché troppo orgogliosi per ammettere che non funziona.

Lo so che non è così meccanico, che ci sono degli strascichi, e poi le persone non smetti di amarle perché non ti “servono”. Ma se non perdiamo di vista il punto principale, allora sapremo amarle meglio, senza usarle: perché, paradossalmente, è più facile servirci degli altri quando perdiamo di vista ciò che serve a noi.

In quel caso giriamo in tondo come quando cerchiamo parcheggio e finiamo per sconfinare nel quartiere vicino, o quello dopo ancora. Intanto, magari, si è liberato un posto proprio sotto casa.

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