jaimelannisterAvevo questo professore, più che altro un maestro di vita, che era completamente devoto al suo lavoro, tanto da non andare in pensione quando ormai gli toccava e quando le condizioni di salute gli suggerivano un’uscita di scena rapida e dignitosa.

Ma no, più forte dell’istinto di sopravvivenza era la paura di non riconoscersi più, una volta che non fosse entrato in classe e non avesse formato futuri professori da Attimo fuggente, come lui. Non perché si sentisse indispensabile per i suoi alunni, sapeva bene che nessuno lo è, ma perché loro erano indispensabili per lui, per la persona che credeva di essere e in cui s’identificava totalmente.

Quando eccelliamo in qualcosa, ci risulta difficile abituarci all’idea di essere molto più di quello. A volte dobbiamo perdere la nostra “eccellenza”, per accorgercene. Se abbiamo dedicato tutte le nostre energie a un rapporto ormai finito, sentiamo che la vita non abbia più senso. Una donna che si sia identificata tutto il tempo con la sua bellezza va in crisi pesante quando questa cambia con l’età. Un grande atleta soffre tantissimo quando deve ritirarsi dalle gare agonistiche. E poi c’è l’incubo della pensione, specie per gli uomini, abituati fin da piccoli a identificarsi nel loro ruolo di breadwinner.

Il mio prof., nonostante fosse buono come il pane, sapete a chi mi ha fatto pensare? A Jaime Lannister, quello di Trono di Spade. A una frase che dice dopo che gli uomini di Roose Bolton l’hanno catturato insieme a Brienne e gli hanno tagliato la mano. In quello che in TV è il quarto episodio della terza serie, dichiara: “I was that hand!”.

E, come spesso accade, la fiction è più reale della realtà, perché a partire da allora (a parte un rapporto forzoso con Cersei che è proprio gratuito, e nel libro non c’è manco) comincia per lui una nuova vita, migliore. Quando perde la mano che lo definiva come un gran cavaliere, ma lo “limitava” al ruolo di Sterminatore di Re, allora ha la possibilità di sviluppare completamente una personalità rimasta allo stato infantile, al tutto muscoli e incesto.

So che il mio professore non è un appassionato di best-seller, ma sarebbe bello che potesse arrivarci per conto suo. Al fatto che ciò che lui è va molto al di là di ciò che fa, che è molto più delle nobili lezioni che imparte ogni giorno, che esistono tante lezioni che la vita gli deve ancora insegnare e che evita perché gli scalfiscono questa bella maschera che lo limita nei movimenti da troppi anni.

Anche noi crediamo di “essere quella mano”, ogni volta che ci identifichiamo con una cosa sola: col nostro lavoro, col tentativo disperato di far funzionare una relazione, con la necessità in generale di soddisfare la nostra idea di ciò che siamo, trascurando tutte le altre cose che possiamo essere.

Jaime aveva ragione, lui era quella mano. Il suo personaggio, il fantoccio odioso che era diventato, lo era. Ha avuto bisogno di perderla per scoprire tutto il resto.

Che ne dite di arrivarci senza dover passare per esperienze così drastiche?

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