wrongwayRiassumendo: abbiamo davanti la possibilità d’iniziare una nuova vita. Un nuovo lavoro, una nuova relazione, una nuova terra in cui mettere radici.

Non lo facciamo perché siamo ancorati alla vita di prima (di prima di separarci, prima di essere licenziati, ecc.).

Io la butto lì: e se questa vita di prima non fosse la migliore, per noi? Pensiamoci: non ha retto, non ha funzionato. Se è così, nel nostro ancorarci a un passato ormai scomparso, ci stiamo facendo condizionare da un’imposizione sbagliata, che ci siamo creati noi stessi, in un altro momento della nostra vita, e che ora ci impedisce di attraversare il presente.

Lo sto sperimentando con diversi amici catalani che dubitano di riuscire a finire la tesi di dottorato (che specialmente qua è un’impresa babelica e astrusamente alienante). Ce ne sono di vari tipi:

– quelli che intanto che si addottorano hanno un altro lavoro e non sanno come conciliare le due attività;

– quelli che hanno iniziato in un momento in cui la tesi ti garantiva almeno un posticino precario di ricercatore, e ora si chiedono se valga la pena finire;

– quelli che hanno deciso che a non finire la tesi sarebbero dei falliti, dei poveracci, dei perdenti, ma intanto sono diventati una persona molto diversa dal ventenne che l’aveva iniziata.

Come vedete, gli appartenenti alle ultime due categorie, specie l’ultimissima, partono da una norma che si sono costruiti da soli: io sono la mia tesi, se non la finisco non sono più io. Quindi, se la vita li porta a fare tutt’altro, visto che il posto all’università è praticamente sfumato, non si sentono in grado di accettarlo.

Con le relazioni viene ancora più facile, capire quando stiamo corteggiando un vecchio sogno: l’idea era stare insieme per sempre, vero? Specie con quei fidanzamenti “dal basso” dalle mie parti, che mi si dice stiano scomparendo. Abbiamo costruito un progetto intorno alle persone che eravamo in un momento diverso della nostra vita e questo sogno non ha retto al tempo, a tutte le sorprese imprevedibili che riserva: partenze, lavori improvvisi, momenti di dura prova, nuovi incontri…

Ma questa telenovela di tira e molla non vogliamo lasciarla andare, neanche quando incontriamo qualcuno che ci dà la serenità e la devozione che era in fondo il vero obiettivo, il vero punto di tutta la storia, il motivo per cui avevamo cominciato a conoscere quella persona prima ancora d’innamorarcene.

Allora, pensate a quanto sia ingiusto che qualcosa che abbiamo deciso per noi in un altro momento condizioni ciò che stiamo facendo qui e ora.

E quando, oltre a pensarlo, lo sentirete bello forte nelle viscere (e da qualche parte, credetemi, non aspettate altro), allora verrà da sé. Ci sarà del lavoro da fare, l’accettazione, la separazione graduale da quello che eravamo, e volevamo essere. Ma è tutta in discesa, se lasciamo spazio a quella parte di noi che sa che l’unica cosa che conta è la nostra vita in questo benedetto momento.

Il problema è quando esigiamo da noi stessi una vita che non esiste più, perdendoci quella che potremmo avere adesso, e che un giorno non lontano potrebbe stancarsi di aspettare.

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