aspettando godotL’altro giorno ero vicino alle due torri, a Vila Olímpica, quelle sul mare che si vedono dalla Barceloneta. Ero andata apposta all’università nei dintorni a informarmi su un master. Prima ancora avevo mezzo discusso col mio ragazzo per l’ennesimo programma saltato per un imprevisto (abbiamo vite complicate). La segreteria del master era chiusa, una soluzione col tipo non l’avevo trovata, e piovigginava. Se fosse venuto un cagnolino a pisciarmi sulle scarpe, avrei vinto il Premio Sfiga.

Prendendo la metro ho rivolto un’ultima occhiata alle due torri. La loro pacchiana imponenza era quasi poetica, nella nebbiolina da giorno nuvoloso.

Mi sono resa conto che in altri tempi le avrei raggiunte sotto la pioggia, la gonna troppo leggera svolazzante nel vento (stavolta avevo i jeans), i lunghi capelli a occultarmi la vista (ora li tengo a carré) e avrei sfidato le intemperie per sedermi sulla riva del mare e… e sognare, immagino.

Pensare al tipo di turno che non mi filasse proprio, e chiedere alle onde se non potesse considerarmi, prima o poi (ricevendone in risposta il solito sciabordio pigro tra i pochi ciottoli importati). Oppure chiedermi drammaticamente dove mi avrebbe portato ancora la vita, mentre apolide senza un piano e senza prospettive [scatta la colonna sonora di Via col Vento] decidevo di non scendere mai a compromessi con la vita.

Insomma, mi sarei seduta in riva al mare ad aspettare Godot. Ho ripensato alla prima volta che ho letto un brano della commedia di Beckett, dall’antologia delle medie, con una compagna di banco annoiata da una supplenza. Recitando una battuta ciascuna, non capivamo dove iniziasse la storia, ma ci divertiva quel dialogo che non portava da nessuna parte. Soprattutto cominciavano a chiederci seriamente quando arrivasse sto Godot. Aveva avuto un incidente? Aveva trovato traffico sull’Asse Mediano, come la prof. che aspettavamo? Il titolo era riportato solo alla fine. Scoprendolo, ci eravamo messe a ridere come pazze.

Insomma, sto Godot non arrivava mai e intanto succedeva tutto il resto.

Mai a pensare che, una ventina d’anni dopo, aspettare Godot sarebbe diventata la scusa numero 1. Non più un’affascinante riflessione sul (mancato) senso della vita, ma la vita stessa.

Finché si aspetta Godot, non si corre il rischio che la storia inizi.

E allora non c’è pericolo di trovare chiuso l’ufficio del master, che già presagisci che non ti aiuterà granché a inserirti nell’ennesima università esclusiva ed escludente. E non ti affanni nemmeno a cercare di portare avanti una storia con una persona in carne e ossa, che è lì con le sue differenze e i suoi cambi di programma che cerca di conciliare coi tuoi.

Ma cosa succederebbe, mi sono chiesta allora, se Godot arrivasse?

Ho ripensato agli amici in paese che dopo aver predicato “Me ne voglio andare da qua!” sono rimasti qualche mese in terra straniera, senza trovare lavoro né cercarlo con alacrità, per poi tornare a casa con una scusa qualunque.

Oppure a me stessa, quando alla vigilia della mia partenza per Barcellona ho intravisto la possibilità di finire col mio amore impossibile, al ritorno da questo stupido Erasmus di dottorato… E che ho fatto? Be’, dico solo che sto a Barcellona da sette anni.

Perché Godot si aspetta a una sola condizione: che non arrivi mai.

Se arriva, finisce tutta l’opera, perché a quel punto deve iniziare. Dobbiamo, iniziare. A recarci in segreteria un giorno che sia aperta, a litigare con un essere umano in carne e ossa, non uno che non ci lascerà mai perché, non importa quante volte ci finiamo a letto, di sicuro non ci finiremo mai insieme.

Insomma, se c’è davvero un Godot da aspettare, ben vengano la pioggia e le onde del mare e le speranze affidate al vento e tutte le altre corbellerie da film romantico.

Ma se l’attesa è diventata una scusa per non cominciare mai a fare le cose, per paura di fallire, allora rassegnamoci al fatto che Godot potrebbe arrivare e non avremmo più scuse per restarcene a riva a fantasticare.

A questo punto, mandiamogli un WhatsApp e avviamoci da soli.

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