correttoreSarà capitato anche a voi, vero? Di essere l’errore di qualcuno.

Di ascoltare la versione dei fatti del vostro ex (o leggerla, giacché anche le rotture sono social) e scoprire che il suo pensiero è: con te ho fatto un errore.

Quindi, tutto il tempo in cui non ci prendeva né ci lasciava, ci voleva bene ma non in quel senso, gli piacevamo ma non troppo, e sicuramente non in pubblico, tutto quel tempo, col senno di poi, è diventato il suo sbaglio. Per “senno di poi” intendiamo gli eventi successivi a qualsiasi schifo di rottura-non-rottura ci sia stata riservata (leggi “persona che lo ha ripagato con la stessa moneta”). Dunque, la storia era uno sbaglio. E a conti fatti lo siamo diventate anche noi. O diventati.

Non so voi, ma lo trovo davvero frustrante. Le letture ex-post sono quasi sempre banalizzanti e autoconsolatorie, ma vi dà proprio quest’idea, scoprire che il periodo in cui siete annegati nello schifo per cercare di tenere in piedi una storia mai iniziata venga riassunto come “un errore”. Sì, ci viene spontaneo replicare, è stato un errore, ma mio: ho buttato via un pezzo della mia vita per sbaglio.

La cosa peggiore da fare, però, è sentirci anche noi un errore. Pensarci come il fallito che voleva trasformare la relazione da provvisoria a stabile. O come l’illusa che non è riuscita a farlo innamorare, al contrario della tizia che è venuta dopo, l’ha rivoltato come un calzino e se n’è andata con la stessa leggerezza con cui spariva lui per giorni senza darsene troppa pena. Poco importa se abbiamo scoperto che è un mistero indipendente da noi, questo dell’amore e dell’attrazione, che per uno che in noi non ci trova niente di speciale ce n’è un altro che ci adora.

Resta l’idea, l’ingiustizia che non digeriamo. Come quelle cicatrici di 20 anni prima che si fanno sentire in una notte di freddo improvviso, riportate da una folata di vento.

Da ragazzina mi imbattei in un trattato di Freud che argomentava che l’uomo crea Dio a sua immagine e somiglianza, perché non riesce ad accettare l’ingiustizia. Perché proprio non concepiamo che chi ci abbia fatto un torto non sia chiamato a renderne conto, fosse anche nell’aldilà. Io su quest’argomento concordo spesso con una frase letta per caso: “Non preoccupatevi per le persone che vi fanno del male: si distruggono da sole”. Almeno nella mia esperienza è vero, e credetemi, non lo dico con gioia.

Ma tant’è, l’ingiustizia ci attanaglia. Poco importa che quell’esperienza ci abbia fatto ritrovare noi stessi, nel lungo decorso del “dopo”. Ci è indifferente che ci abbia fatto lavorare sul serio sulla nostra vita, chiedere cosa volessimo davvero e finalmente creare le basi per ottenerlo.

Resta la sensazione che qualcosa debba succedere, qualsiasi cosa, perché quell’orrido capitolo della nostra storia personale abbia una parvenza postuma di lieto fine, perché non sia stato tutto invano.

Probabilmente non succederà mai. O sì.

E come tante cose non dipenderà da noi.

A noi tocca accettare che quel capitolo schifoso sia finito in modo schifoso.

E che tutta la bellezza che abbiamo prodotto durante la convalescenza non cancelli la ferita.

A questo punto non resta che godersi questa bellezza, adesso che sappiamo che non è una consolazione, che neanche quella basta a farci sentire meno stupide per esserci ridotte a essere lo sbaglio di qualcuno.

A fronte dell’orgoglio ferito e del tempo buttato, sentirci pienamente noi, adesso che l’incubo è finito, non sarà mai una consolazione, ma è tutto il resto.

E tutto il resto è tutto ciò che conta.

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