A-LIVELLA  Ho appena scoperto che, durante il nazismo, un grande segno d’insubordinazione al regime era partecipare ai funerali dei dissidenti. Allora mi sono detta che era ora di scrivere sto post che meditavo da tempo, sullo spinoso argomento: a che servono, i morti?

A chi servono, più che altro.

Il primo morto che vidi mi evocò un’immagine strana: lo stereo di camera mia. Apprendendo della morte di mio nonno ero corsa ad accenderlo e, nonostante i 19 anni suonati, avevo messo su una canzone dei Take That, per rifugiarmi in tempi più spensierati in cui al massimo temevo l’interrogazione di matematica.

Ecco, questa è l’idea che mi diede il mio primo morto. Non più persona, solo cassa di risonanza di un dolore. Di un lutto.

Quello di chi resta.

I morti, dovetti concludere banalmente, servono a chi resta.

Ho seguito una volta i miei, nel giro devoto che fanno quasi ogni domenica al cimitero. C’è un orsetto carrillon sulla tomba di un bimbo. Loro danno sempre la corda e “ninnano” l’antico proprietario.

A me interessava la sorte delle piante, vive, messe lì a seccare sotto il sole di luglio. A che pro lasciarle a soffrire per una zia che non se ne sarebbe vista bene?

Ma niente, le piante restano.

E la zia si “visita” ogni domenica.

Quelli che davvero escono rinfrancati dalla visita sono i miei. Che hanno trovato il modo di comunicare ancora coi “loro”.

Allora ricordo quella junghiana che sostiene che il soprannaturale, perfino la divinità, non è che un’espressione di nostre facoltà interne. Non riusciremmo a coglierle se non le proiettassimo fuori, a volte in una divinità monoteista, a volte nei pagani Penati. Quelli che ci aspettano, appunto, ogni domenica al cimitero.

Già avvezza, quindi, al meccanismo, ho incontrato settimane fa una signora croata, che in un italiano buffo mi ha spiegato che ogni domenica si fa un’ora e mezzo di corriera per andare a trovare i suoi. Che, per inciso, l’ “aspettano” al cimitero del paesello nativo.

Niente di nuovo sotto il sole, ho pensato. Poi la mia interlocutrice ha aggiunto:

– Con me viene pure mia figlia. Sai, lei ha il fidanzato proprio nel paese in cui sono nata e allora parte con me volentieri.

Questa scena, scusate, è bellissima. Mi ha ricordato Chichi dei Quattro cavalieri dell’Apocalisse, una mia lettura adolescenziale, che sulla tomba del fratello morto in guerra piglia il fidanzato e gli dà uno spettacolare bacio nel vento, col panneggio sconvolto che le disegna i fianchi ad anfora (e perfino io che sognavo gli spigoli di Claudia Schiffer capivo il concetto, fertilità accanto alla morte, il ciclo eterno della vita, cos’).

Insomma, sono contenta almeno di questo: del fatto che quelli che mi hanno insegnato a scrivere, a camminare, a leggere l’ora su un orologio coi numeri romani (la mia cazzimma da qualche parte sarà venuta), riescono ad avere ancora una funzione sociale. Quella di rendere più dolce e tollerabile la vita di chi li ricorda. Vuol dire che hanno seminato bene.

Infatti a me piace ricordarli senza nicchie e piante a seccare al sole.

Portarmeli dietro nella speranza di farli conoscere a chi mi seguirà.

Ma sono gusti.

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