gafapasta Le ho conosciute entrambe all’arrivo, ovviamente. Persa nel vano tentativo di farmi amici sfigati quanto quelli che mi lasciassi dietro. E artistici, soprattutto artistici, prima ancora che artisti. Frangette squadrate male, perché qua si tagliano a mano o te le fa l’amica “brava con le forbici”, e allora escono un po’ meno squadrate.

Quella di Concha più regolare, a rivelare un’epoca in cui doveva essere stata un ciuffo ben laccato, di quelli stile anni ’90 che contraddistinguono i pijos (fighetti) di qua. Quella di Gemma, sbarazzina, che lo dico a fare, sugli occhiali doppi con montatura spessa, stile anni ’60. Qua gli hipster si chiamano gafapastas. Ma Gemma non è un’hipster. Troppo facile. È intensa sul serio. Infatti non ci ho rimuginato troppo, quando il mio primo flop sentimentale di qua mi ha guardata meglio e ha ripiegato su di lei, sulla somma di adolescenzialità e di grazia che, si capisce da subito, l’accompagnerà per sempre. Negli scritti autopubblicati, nelle letture collettive delle jam session poetiche, nel libro finalmente in cartaceo con sopra il nome di una casa editrice pesa, almeno per chi nasce a queste latitudini.

Per allora, Gemma aveva già lasciato andare, con poca convinzione, il suo amato-sempre-assente. Se l’era pappato Concha, all’improvviso. Concha, frangetta squadrata a nascondere le proprietà sul Tibidabo, le vacanze in India con una madre-sposa bambina di qualche critico musicale che aveva fatto dell’antifranchismo, come andava di moda negli anni ’60: niente garrota, una fuga a Parigi a fare la vita bohémienne. Promosso per sempre e Visca Catalunya lliure, coi fondi della Regione.

Da qui veniva Concha e a maggior ragione, quando l’ho incontrata, sembrava sputare su tutto questo, caricandoselo addosso ancora di più. L’avevo schifata, come d’altronde Gemma e il suo ragazzo che avrei voluto io, per i dibattiti accesi che scatenava all’improvviso e senza un reale motivo, nelle rivendicazioni femministe, animaliste, “iste” in generale che adoro e che in bocca a lei sembravano capricci della niña de la casa, in cerca di un po’ di attenzione.

Capirete che insomma, quando scopro in un raid alla vecchia università che il mio ex rimpianto è passato dalla soave Gemma all’insopportabile Concha, un po’ di traverso mi va, il caffè catalano con mezzo litro di latte a lunga conservazione, come se non bastasse quello per cominciare male la giornata. Eccheccazzo. La mia teoria è che quando ti preferiscono una che avresti scelto anche tu fa meno male. So che il dibattito è aperto.

Poi ho rivisto questa Concha, invecchiata di 7 anni, o ringiovanita, per la verità, e ho capito tutto. Ho ammirato i suoi ismi distrutti di fronte a una finalmente onesta dichiarazione d’impotenza e ho capito cos’avesse, lei, che durasse, che i bei libri di Gemma, sempre intenta a inseguire un destino indefinito, non hanno: Concha è terrigna, è fatta di carne e sangue e lo sa.

E a un certo punto si è fatta una bella risata sulla vita di dubbi che conduceva e si è data quella che per me è l’unica risposta possibile: “Machemenefo'” (scusate il catalano).

Mentre Gemma si sforza, si barcamena in un mondo che non capisce e che la rassicura solo se è fatto di carta stampata, odorosa d’inchiostro fresco, Concha si è arresa alla sua irriducibile concretezza. Alla capacità di amare uno anche se non ti disprezza o se russa una notte intera senza citare Nietzsche al risveglio. Alla voglia di avere bambini anche se “la vita di una donna non si può ridurre a quelli” (ma va’). A una certa arietta antipatica che l’accompagnerà sempre ed è solo, o soprattutto, timidezza, ma che a lui, ho potuto notare quando finalmente li ho visti (e non erano freschi, convivevano da un po’), a lui fa proprio bene.

Ma la mia è una visione egocentrica di Gemma e Concha, degli opposti che si odiano forse perché la seconda non avrà mai la profondità della prima, e la prima non sarà mai così leggera. A parte la rosicata per quello lì che mi ha disdegnata per loro, forse le guardo così perché io sono esattamente sospesa tra i loro due mondi, tra l’Iperuranio di una e le profondità sulfuree dell’altra.

Se invece di schifarsi a morte capissero quanto dell’altra già contengono, forse anch’io mi sentirei più a mio agio, col passato e con quello che non so essere, ma ho la grazia di non provarci nemmeno.

Forse chiedo troppo da due persone che sono state nello stesso posto.

Ma hai visto mai che un giorno le possa sorprendere in un bar di Gràcia a sfottersi le rispettive frangette, ad annegare insieme al latte in un luuungo caffè.

 

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