soybean Questo post ce l’avevo in mente da un po’. Da quando i germogli di soia, venduti dai miei fruttivendoli cinesi in pacchi che sfamerebbero l’intera Pechino, si sono tramutati da soli in salsa teriyaki. Fermentando malamente, con un lezzo da antologia, prima che riuscissi a consumarne la metà.

Ci ho messo giorni a disinfestare il frigo, esorcizzare la vaschetta delle verdure in cui li avevo incautamente messi, e se non l’ho spaccata al tramonto con un palo di frassino c’è mancato molto poco.

Com’è potuto succedere?, mi sono chiesta.

Be’, ho considerato, questi fruttivendoli sono pionieri, nel mio quartiere. Rispetto a quelli di Arc de Triomf, che è un po’ la Chinatown di Barcellona, presentano infatti la caratteristica di vendere latte di fattoria biologica, che non sanno conservare. Infatti metà delle volte è fantastico e l’altra metà lo devo trasformare in formaggio casereccio per non tornare in negozio e schiattargli la bottiglia in faccia.

Se loro non sanno conservare un alimento che non consumano, noi clienti non cinesi abbiamo difficoltà con quello che consumano loro: i pacchi in cui vendono i germogli saranno così grandi, immagino, per giustificarne un prezzo superiore ai due euro. Ma è anche vero che nella Chinatown sarebbero andati a ruba, consumati in pochi giorni da un’intera famiglia numerosa, o da più famiglie.

Noi clienti non cinesi che vogliamo comprare i germogli, ce li troviamo “pensati” per una famiglia cinese.

Per me è la metafora più efficace, almeno nella mia mente bacata, per quello che volevo spiegare tra i commenti di questo articolo.

L’autrice sostiene che gli uomini e le donne non siano affatto uguali, ma somiglino a due frutti differenti. Assolutamente d’accordo finché non ho letto il testo: iniziava con la premessa che al giorno d’oggi le donne fossero cresciute come “uomini”, da intendere curiosamente come “individui liberi e padroni delle loro scelte”.

Innanzitutto, niente di più falso. Il vantaggio che ricavano gli uomini dalla loro prevalenza nel mondo del lavoro si sconta spesso e volentieri in termini di prestigio sociale, con scelte obbligate dalla famiglia o pagate al prezzo di una sorta di “svalutazione”: il breadwinner, chi è designato dalla società a portare a casa il grosso dei soldi, è incatenato al suo ruolo e, quando per la crisi economica non lo può più ricoprire, scatta pure la crisi identitaria.

Da qui a dire povera stella agli uomini ce ne corre. Ma è per sottolineare che i ruoli di genere li pagano tutti i generi: invece di guardare alla situazione di un genere solo, bisognerebbe guardare al sistema che produce certe regole.

Ma capisco che l’autrice dell’articolo non avesse il tempo di fare tutto questo, perché intanto aveva figliato. Auguri! E diceva di essere pronta alla guerra contro chi dicesse che un uomo e una donna sentissero cose simili riguardo alla condizione genitoriale. Preparo l’armatura? Magari mi aiuta col freddo in casa. Ma che lei riconducesse tutto a questi ormoni che la facevano impazzire se lontana dal figlio mi ha fatto sbadigliare quasi quanto l’inevitabile, trita precisazione che “siamo programmate per” diventare madri che diano priorità ai figli su ogni altra cosa: ah, la metafora biologico-informatica! È il caso di dirlo: che palle la scienza quando diventa dogma, soprattutto a questi livelli di divulgazione.

La conclusione non rendeva proprio onore alla scrittrice, che si chiedeva se per essere un uomo non dovesse restarsene in casa dei suoi a bere birra e lamentarsi della sua condizione. A questo punto ci si chiede se, invece di offendere una categoria che riprendiamo spesso per le offese gratuite che reca a noi, la signora non dovesse semplicemente cambiare frequentazioni.

Ma su un particolare siamo d’accordo: a educare le donne come uomini non si fa un grande affare, specie quando, approdate sul mercato del lavoro, si ricordano che uomini non sono. Per l’autrice saperlo prima avrebbe significato fare scelte diverse in passato. Rabbrividisco al pensiero di quali fossero: chiudersi in casa a cucinare? Scegliere un part-time che la rendesse dipendente dal marito con più soldi? Tutte decisioni molto nobili, ma che dal tono dell’articolo erano lì lì per diventare le uniche possibili.

Allora, torniamo alla questione dei germogli di soia, che abbiamo lasciato a fermentare.

Che quello del lavoro sia un “mercato” la dice lunga su quanto sia equo e come vada avanti: la bufala della meritocrazia, l’illusione che “se sei capace vai avanti sempre e comunque” (ma capace di che?)…

Il fatto che questo mercato sia pensato per uomini, che anzi sia diretto da uomini spesso bianchi, di ceto medio e ufficialmente etero, non aiuta quasi nessuno. Neanche gli uomini. Tanti dei nostri padri sono drogati di lavoro e una volta in pensione perdono la bussola. Intanto, potete dirmi, loro “scelgono” di dedicare la loro vita a un’attività che li nobiliterebbe e invece li trasforma in zombie della domenica e padri assenti.

Già. Ma è come per i germogli di soia.

Pensati per cinesi, in un mercato cinese, quegli enormi pacchi hanno un loro perché.

Trasferiti a un mercato non cinese, qualcosa va storto.

Le donne, nella società postindustriale, si sono ritrovate in un mondo pensato da uomini per uomini, che non aveva intenzione di cambiare per loro.

E provate a convincere il mio fruttivendolo a imbustare i germogli di soia in modo diverso.

Così in un mondo in cui le donne credono di dover fare le supereroine e considerano poco virili i compagni che si occupano dei figli (eh, loro sono programmate così!) è molto difficile che ci si metta tutti d’accordo per un congedo di paternità che non sia risibile. O malvisto in azienda. Ma per fortuna si tira fuori l’idea degli ormoni che costringerebbero proprio le donne a sognare di pannolini e sonaglini e amen.

Certo. Mangiate pure i germogli di soia fino a scoppiare, specie se il massimo della ricetta “forestiera” che abbiate provato sia stato l’insalata russa.

E se io posso boicottare il fruttivendolo finché non mi vende i germogli come dico io, la stessa cosa non avviene nel mercato del lavoro. Le donne non tengono in pugno proprio nessuno, tranne la loro stessa vita, quando fanno propria l’idea di meritare meno perché donne.

Quello che possono fare è smettere di pensare che essere tirate su come individui liberi equivalga a essere educate “come uomini”. Non è eliminando le differenze che si risolvono i problemi, tanto più che, spoiler, eliminare le differenze è mooolto difficile (per fortuna).

Dovrebbero smettere di dare per scontato che quella tra lavoro e figli sia una scelta, che debbano mettere da parte qualsiasi idea abbiano della loro femminilità (che sia un pastocchio di ormoni come per quella dell’articolo, o una cosa complessa e gratificante come la vediamo un po’ di noi).

Soprattutto, dovrebbero tenere in mente che se subiscono mobbing o ricatti che portino a decisioni repentine non è normale, se sacrificano la loro vita al lavoro non è normale. Quello lo lasciassero fare a quegli uomini convinti che il mondo del lavoro sia tagliato a misura loro.

Spero che i germogli di soia che trovano a casa ad aspettarli, preparati da una moglie o una domestica straniera, non gli siano indigesti.

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