baciamano  Mia nonna una volta mi raccontò di un suo corteggiatore, come si diceva all’epoca. Era un ferroviere semianalfabeta, la trovava una specie di portento perché lei, invece, era maestra, parlava italiano ed era una signorina beneducata. Quando lei lo respinse per incompatibilità, lui ci rimase proprio male male, nonostante si fossero parlati giusto un paio di volte. Al che sbottai:

– E grazie al cavolo, che avevate quelle belle storie d’ammore, ai tempi tuoi. Vi conoscevate appena!

Ok, cinismo a go-go. Ma dovete sapete che, quando vivevo in calle Joaquín Costa, nel Raval(istan), solo 5 anni fa, ero una specie di sensazione tra gli amici del mio ragazzo di allora, un giocatore di pallavolo pakistano riciclatosi fruttivendolo.

Di me si dicevano soprattutto tre lettere: “PhD”. Cioè, dalle loro parti un dottorato è una cosa seria, roba che ti guardano come se fossi Cristo in terra… Forse ho sbagliato esempio, ma insomma, colleghi frustrati, tutti in Pakistan! Fatto sta che la natura della nostra storia, con l’atleta-fruttaiuolo, si prestava un po’ a una situazione di scarsa comunicazione, visto che non potevamo dialogare fluentemente in nessuna lingua comune e l’urdu, diciamocelo, non è proprio una passeggiata (però so dire ancora “Ti amo” e “lenticchie”). Quindi, quando lui, gran bel giovane, mi guardava come un calderone di basmati con quelle due tonnellate di curry che ci metteva dentro, mi chiedevo ogni tanto: “Starà guardando me o il PhD?”.

Lo sanno anche i bambini (anzi, soprattutto loro) che la questione è: essere amati perché siamo noi. Abbiamo accennato più volte alle persone che ci disprezzano e trattano male senza un motivo apparente, o come reazione sproporzionata a nostre reali mancanze.

Ma anche se l’altro non vede che i nostri pregi, una domanda facciamocela: magari sono davvero uno schianto, con le occhiaie premestruali, e certamente sono bellissima quando mi arrabbio e mi si gonfia la vena sulla tempia… Ma gli piaccio proprio io, o gli rappresento una specie di ideale che prima o poi vedrà incarnato in qualcun altro?

Sono domande da farsi, perché ok, come “equivoco” è meglio questo di quando qualsiasi cosa facessimo non andasse bene, ma i pregiudizi fanno male anche quando sembrano andare a nostro vantaggio.

E allora, una volta accettato che sono questioni sue e solo sue, come ci veda questa o quella persona, pensiamo a noi. Pensiamo a scoprire in noi stessi ciò che ammiriamo o disprezziamo negli altri, ricordando che non gradire qualcosa è umano e comprensibile, odiarla deve avere qualcosa a che vedere con problemi nostri.

Una volta che avremo risolto questo, in noi, saremo anche più propensi ad avvicinarci a persone che non abbiano bisogno di cercare in noi quello che vogliono o respingono di sé. Persone che sono pronte a iniziare la nostra interazione con una domanda:

– E tu, chi sei?

E, senza sognare minimamente di avere in tasca la risposta, si dispongono ad ascoltare.

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