Cupido

Nel post precedente si parlava di vivere il presente, nell’accezione che più preferiamo: quella mia di amante della meditazione o quella razionale stile “se ti distrai lasci le chiavi dentro casa e so’ cavoli” (basato su una storia vera).

Avete presente le persone che si frappongono tra noi e la metro in partenza, perché perse nelle faccine del WhatsApp? Ecco, in fondo un po’ parlo anche di loro, almeno di quelle che siano sopravvissute alle mie maledizioni. E sì, penso anche a chi va in giro con le cuffiette nelle orecchie 24 ore su 24, scegliendo i suoni che vuole ed eliminando quelli esterni (le mie bestemmie per passare, per esempio). Liberissimi, ma vi immaginate che succederebbe, se delle parole che ci arrivano dall’esterno selezionassimo sempre e solo quelle che vogliamo?

Buona fortuna col vigile che vi informi che “Non si può parcheggiare qui”, ma avete automaticamente eliminato il “non”!

Adesso, è molto esoterico anche insinuare che i suoni del mondo siano rivolti a noi e li stiamo respingendo. Ma chiamo in mia difesa, signori della giuria, una teoria che vi sta così simpatica che l’estrapolate anche dall’ambito scientifico, per trasformarla in una specie di filosofia di vita: l’evoluzionismo.

Mi è un po’ difficile perché mi devo calare nella parte di darwinista militante senza mai aver letto Focus: allora, siamo animali che si adattano all’ambiente esterno (fin qui vado bene?), percependone i suoni e vagliando quelli che possano segnalarci un pericolo. Una cuffia nelle orecchie, peraltro innaturale perché mica ci siamo nati (no, scusate, qua facevo l’anticirinnà pro-life), potrebbe distrarre questo capolavoro di selezione naturale che ci ha portato a essere qui proprio per la nostra capacità di trasformare l’ambiente che ci circonda…

No, scusate, questo era Heidegger. Comunque ci siamo capiti, no? Che ci bruciate uno stecco d’incenso o che sproloquiate d’evoluzionismo, siamo d’accordo che sul “non distrarti!” la suora nazi che mi faceva da maestra non aveva tutti i torti. E che ultimamente, ahimè, non sono l’unica a distrarmi assai.

Io credo che ci sia gente che si sposi, per distrazione. Fate un po’ voi.

E non fraintendetemi, rivendico il mio diritto a non essere sempre sempre presente a me stessa, specie nella fila chilometrica del cinema il mercoledì, col biglietto a 3,50. Pure mi pare un’esagerazione seguire chi dice di prestare attenzione perfino a ogni gradino che saliamo per tornare a casa (si vede che abitavo in un sesto senza ascensore?).

Ma né milioni di fans della meditazione hanno sgarrato nel sentirsi più presenti a se stessi, né generazioni di scienziati e suore nazi (uniti per l’occasione) hanno sbagliato nel raccomandare una maggior aderenza al mondo in cui viviamo.

Tutt’è non sfottersi a vicenda, non sminuirsi nelle rispettive convinzioni, e mi va bene perfino concludere con Watzlawick che è la nostra mente a dare un senso a quello che ci succede, non i fatti in sé. Perfetto, come dice quel film, Basta che funzioni. Magari la nostra mente funziona davvero meglio quando, invece di ubriacarla costantemente di chiacchiere, ritmi sempre uguali, sostanze che la distraggano da situazioni sgradevoli, se invece di fare tutto questo vediamo cos’è che voglia fare lei.

Scopriremo che non è affatto esosa. La mia, l’altro giorno, voleva solo smettere di pensare a tutti gli impegni che avrei avuto e ricordarsi del più urgente in quel momento: portarsi le chiavi.

Fate lo stesso errore e riconsidererete quella storia che le peggiori da perdere siano “le chiavi del cuore”. Se la pensate così, non avete mai dovuto chiamare un fabbro d’emergenza!

La chiave di tutto è esserci, sentite a me. In tutto quello che facciamo. Anzi, in tutto e basta.

 

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