Piccolo_buddha Ok, ormai è finito il tempo in cui, se non vivo nel quartiere più vituperato della città, non sono io.

Ma qui stiamo esagerando, in effetti. Sono andata a fare una passeggiata in una bella strada pedonale del quartiere fighetto e ho chiesto al mio ragazzo: “Ti piacerebbe di più vivere qui o a Vallcarca [zona residenziale e insieme un po’ hippie vicino al Parc Güell]?”. E lui con mia grande sorpresa mi ha risposto: “Qui”.

Allora ho guardato le signore con fazzoletto a righe abbinato alla borsa, poi il bar di cupcakes di cui occupavamo un tavolino all’aperto, e ho sbarrato gli occhi per il terrore.

Vivere lì, davvero? E perché no, mi sono detta. In fondo è una bella strada, costosissima ma quanto altri quartieri che non mi spiacerebbero, e disprezzare un posto perché è troppo perfettino significa essere più snob degli snob.

Finché accanto a me, sullo sfondo di un’aiuola perfetta, non è spuntata una mendicante, la testa avvolta in un fazzoletto ben chiuso intorno al collo, come fanno tante musulmane. Il mio ragazzo le ha messo una moneta in mano, mentre io pensavo.

Ricordavo, più che altro. Cosa? L’ho visualizzato dopo, a chai latte finito, allontanandomi verso la metro.

La visita di Buddha alla sua città, quando è ancora il principe Siddharta. Sarà per Keanu Reeves, ma io la immagino esattamente come nel film di Bertolucci.

Uscendo dal palazzo in pompa magna, il giovane si vede venire incontro le persone più giovani e belle tra i suoi sudditi. Ignorando che sotto ci sia lo zampino di suo padre, pensa allora che la vita sia quella e che sia meravigliosa.

E invece, nel quadro manca qualcosa. Glielo dicono senza saperlo due poveri vecchi sdentati, sfuggiti al controllo delle guardie, che con la sola presenza gli danno un’informazione importantissima: non c’è questo senza di noi. La vita è davvero bella quando hai un quadro completo di cosa sia, anche della morte che ne permette il corso, l’esistenza.

Solo quando avrai accettato anche quella, potrai dire che conosci la vita e ti piace lo stesso.

Mo’ il principe Siddharta, il primo hipster della storia, tutto sto discorso articolato non l’ha fatto, limitandosi a mandare tutti affanculo e salvare il mondo con la meditazione.

Però è questa, la questione: il problema di un quadro troppo bello [pensate all’art pompier] è che sembra fatto apposta per esorcizzare quello che rende fantastica la bellezza. Parlo dell’imperfezione che l’alimenta e, a volte, la corregge.

E una cosa è un posto dalla bellezza struggente, che ne rifletta anche le contraddizioni, come certi angoli del centro storico di Napoli. Un’altra cosa sono quei non-luoghi, e se ne trovano dappertutto, fatti apposta per avvolgerti come bolle e proteggerti dal mondo, che così esorcizzato appare ancora più pericoloso e triste di quanto non sia.

E non abbiamo bisogno di un luogo, per fare questo. Quante volte ci chiudiamo in noi stessi, barattiamo la nostra vita con la sicurezza di non soffrire mai? Senza accorgerci che facciamo un pessimo affare.

Quindi non so se vorrò mai vivere in questa stradina assolata di passeggiate piacevoli. Con quello che costano le case, se me ne regalate una non mi metto a piangere.

Ma non per questo avrò paura del mondo, il mondo che dovrebbe chiedere scusa alla donna velata per essersi dimenticato d’includerla, invece che aspettare le scuse di lei, per esser lì a ricordare che la vita non è solo cupcake.

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