Ebbene sì, sono andata a scuola dalle suore.

Adesso difendo strenuamente la scuola pubblica, in termini un po’ accesi che mio padre non esita a definire esaltati, perché diciamo che, anche a distanza di trent’anni, sto un po’ incazzata. Roba che fino a poco tempo fa le suore erano l’unica categoria di donne che da femminista chiamassi zoccole.

Per questo mio padre, che ricordiamo cura bambini leucemici e al di sotto di un linfoma non vede problemi, mi ritiene poco affidabile sull’argomento.

A me sembra di mettere sul piatto ragionamenti piuttosto sensati, testimonianze, soprattutto. Non fanno statistica e sono state vissute meglio dai miei compagnelli di sventura, che riescono pure a conservare un buon ricordo dell’esperienza.

Ma intanto:

  • ho visto una bambina picchiata da suora e superiora per aver confuso il quaderno a righi con quello a quadretti (ed essendo il napoletano proibito a noi bimbe perbene, non capivo la spiegazione “ha fatto a nummere”, con cui si avventavano sui codini della malcapitata);
  • ho visto bambini poco versati nella lettura, o “colpevoli” di aver sbagliato qualche compito, portati di classe in classe perché li chiamassero in coro “asino”;
  • io stessa, che ero arrivata in quella scuola già in grado di leggere, ero stata portata di classe in classe per mostrare alle altre maestre come fosse brava la mia (sono stata pure usata per sputtanare un bimbo di quarta, che ancora leggeva male);
  • ho visto un’intera scolaresca costretta dalla signorina del doposcuola a stare “mani in testa e bocca chiusa”. Quando mia madre è andata a protestare, è diventato “mani in testa e bocca chiusa, tutti tranne LEI” (io);
  • ho visto un compagno decisamente irrequieto sentirsi minacciare con “prima o poi ti lego alla sedia”. Minaccia realizzata, e ridevamo pure;
  •  ho visto una suora seguire in bagno un bimbo che usciva spesso dall’aula, per vedere “se davvero doveva fare pipì”;
  • sono stata portata in chiesa con tutti i miei compagni per l’intera recita del rosario, che la mia suora evidentemente si era impegnata a dirigere nelle ore di lezione (e i misteri gaudiosi mi erano più ostici della sigla di Capitan Harlock);
  • tiferò per sempre per il bimbo che diede un calcio alla suora davanti a sua madre, per cui lei, dopo aver chiesto il permesso alla genitrice, gli mollò un ceffone leggendario.

Insomma, mi sembra che qualche motivazione per essere scettica nei confronti delle scuole delle suore ce l’abbia, a prescindere dall’emotività con cui le accompagni.

Perché, vedete, l’emotività può essere una grande alleata, secondo me, a saperla dosare. È come l’acqua di fiori d’arancio nella pastiera: qualche goccia la rende squisita, a metterne troppa annulli tutti gli altri sapori.

È un errore che possono fare anche i miei sostenitori in questa piccola battaglia per la scuola pubblica: spesso mi appoggiano perché odiano le suore, dello stesso odio che svalorizza le accuse pur sensate mosse a Madre Teresa di Calcutta di non pensare a curare corpi, ma a “preparare per il paradiso” malati che si potevano salvare anche in terra.

Ora, se questo diventa una battaglia tra insicurezze, paure, brutti ricordi, vinceranno sempre loro. Quelli che in nome delle personali convinzioni (e ce ne sono di religiosi e di laici) fanno più danni delle cavallette.

Le suore sono cittadine come le altre, per me insegnassero nelle scuole pubbliche, dove ci sono più controlli per tutti. Solo questo, dico.

Non lascio che la bambina che a sette anni ha convinto i suoi a farle cambiare istituto (approdando in una scuola pubblica in cui le maestre pure picchiavano) mi detti a distanza di tempo i suoi capricci.

L’ascolto attentamente per far sì che mia figlia, se mai esisterà, non viva lo stesso.

Ne riparleremo.

 

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