funny-protest-signs-43 Parlavamo qui dell’equilibrio tra coinvolgimento emotivo e lavoro cosciente, che è un po’ quello che per gli esaminatori mancava alla mia tesina di master sulla Prima Guerra Mondiale. Sì, mi rode. Ma torniamo a noi.

Quando crediamo in una causa, fino a che punto stiamo lottando per quella e fino a che punto lo facciamo per noi stessi?

Perché quasi tutte le cause in cui crediamo davvero, nella mia esperienza, hanno a che vedere con qualcosa di personale, che ci colpisce nel profondo. Qualcosa che riguardi la nostra vita, la nostra storia, le paure che andiamo accumulando senza liberarcene mai.

E per una volta non sono autoreferenziale. Ok, non solo: pensate a tutte le imprecisioni che sono venute fuori dall’incidente ferroviario in Puglia, perché in tanti erano così impegnati a denunciare l’evidente discriminazione geografica nelle infrastrutture italiane da non informarsi prima sui fatti. Così da prestare il fianco a critiche evitabili, per una causa così giusta. E non voglio neanche pensare a tutti gli sproloqui che i razzisti stanno facendo su Nizza in queste ore.

Io, invece, ho scelto Studi di Genere (il GIENDER!!!) quando ero molto più giovane di adesso, giovane e con vari problemi di identificazione personale come capita a tanti giovani. Adesso magari non sarò appassionata come ai primi tempi (anche se la commissione del master l’ha pensata diversamente…), ma credo di essere più obiettiva, più attenta a tutte le sfaccettature della questione e, spero, più utile alla causa. Per arrivarci ho dovuto superare i problemi “giovanili” di cui sopra, capire quale parte del mio rapporto col genere fosse un tentativo di risolvere problemi affrontabili solo a livello personale.

È difficile, lo so. Ci vuole tempo e dedizione. E pazienza, e umiltà.

Ma a farsi prendere dai propri problemi personali, e non dalla causa, rischiamo di passare dalla parte del torto anche quando è praticamente impossibile.

Quando un linciaggio pubblico interessa una donna, il fattore genere è quasi inevitabile, l’odio libera tutti i pregiudizi sociali che in condizioni di calma eviteremmo volentieri (si spera!). Ma le questioni sono più complesse e in tanti casi farne solo una questione di genere è fuorviante, o la mia unica perplessità verso Hillary come presidente USA sarebbe che fosse una donna (spoiler: manco per il cazzo, appunto).

Però quelle donne che ne fanno una questione personale, che in Ms. Clinton vedono le loro personali lotte per l’emancipazione, saranno lì a difenderla a prescindere da quanto di maschilista mi sembra sia travisabile nella sua carriera politica.

Mica solo le donne, eh. Anni fa organizzavo una conferenza sul femminicidio a Barcellona, con esperte psicologhe e assistenti sociali. Che mi spiegavano con quali terapie cercassero di recuperare gli uomini violenti, oltre a informarmi del fatto che la violenza di genere, tra giovanissimi, fosse reciproca, tanto che delle loro assistite annotavano nel diario settimanale propositi condivisibili come “questa settimana non picchierò il mio ragazzo”. Infine, mi rivelavano finalmente la questione per me sconosciuta, come italiana, della violenza dei figli verso i genitori, su cui in Spagna hanno già avviato qualche campagna sociale.

Alla conferenza sarebbe intervenuto il presidente di un’associazione maschile contro la violenza di genere. A questo proposito, una delle co-organizzatrici mi disse con un sorriso rassegnato: “Ecco, ora noi spiegheremo tutte queste cose che ti abbiamo raccontato, poi verrà il presidente di questi ragazzi e dirà che gli uomini violenti sono dei mostri irrecuperabili da sbattere in galera per poi buttare la chiave”. In effetti, così successe. E non crediate che sia utile, pensarla così: pensate a quante donne non denunciano per paura di vedersi trattate come pazze, o di sentirsi dire che l’uomo che in qualche forma perversa amano è una bestia irrecuperabile. Tante, assicuravano le mie esperte.

Dunque, credo sia importante capire per chi o cosa scendo in piazza. Per me, ovvio. Ma per quale parte di me? La bambina che (esempio a caso) si è vista trascurata per un fratello privilegiato o l’adulta stufa dei problemi sul lavoro, sulla maternità, della discriminazione?

Se la prima prende il sopravvento sulla seconda, ribadisco, la “battaglia” perde di efficacia. Difendiamo male cause giuste. Soprattutto, lo facciamo inutilmente: la pace, per i problemi personali, non ce la danno le petizioni, le manifestazioni.

Quello è il solo problema che possiamo risolvere noi, e noi soli.

Ne riparleremo.

Annunci