Io capisco loro, invece, o almeno credo. Insomma, per farci arrivare indenni a un’età di autosufficienza (ammesso che l’abbiamo raggiunta), i nostri genitori hanno dovuto spesso condurre una vita impegnativa, con un lavoro routinario e remunerato almeno il giusto per mantenerci. Hanno “fatto sacrifici”, come si suol dire, messo da parte i loro risparmi per noi.

Non dev’essere facile, per loro, vedere che noi tutto questo ce lo sogniamo. E che, peggio ancora, non sempre ne facciamo una tragedia.

Cioè, in tanti capiamo che ci stanno privando di diritti fondamentali. Al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione. E lo stanno facendo anche coi nostri figli. Per questi diritti dobbiamo lottare, e un po’ di noi cominciano a farlo.

Ma quello alla ricchezza, è un diritto? Non sarà che considerarla un obiettivo prioritario, altrimenti siamo dei falliti, abbia contribuito a portarci dove siamo? 

Ok, i nostri genitori non vorrebbero ricchezza, per noi, ma almeno benessere. Ebbene, anche questo concetto sfuggente potremmo interpretarlo diversamente da loro.

Sarà che almeno io già ho avuto il frigo pieno, e un bel televisore, e un mese intero di vacanza quando le vacanze duravano un mese.

Adesso che ho l’età dei miei all’epoca, le mie entrate mensili non sempre superano i 1000 euro. E dormirci serena la notte sarebbe, secondo mio padre che comprensibilmente si preoccupa per me, “vocazione al pauperismo”.

Sbagliato. È constatare che quello che mi piace di più, della vita, curiosamente non costa niente.

E non è neanche un ingenuo ritorno ai figli dei fiori, eh, se mi muore lo zio d’America io non mi metto mica a piangere. Mi compro una casa di dieci stanze direttamente sulla costa, in barba ai mostri ecologici (si scherza). Apro una casa editrice che pubblichi solo libri che mi piacciono (non i miei, quindi), senza pensare a quanto vendano.

Mi compro Dolce & Gabbana per svaligiargli l’atelier e mandarli poi a cogliermi le percoche.

Ma sono sfizi, come potete ben vedere. Ho imparato, e non per necessità, che possiamo farci da noi la metà di ciò che compriamo in un supermercato, con risultati migliori. E chi sostiene che la dieta vegetariana sia cara penserà forse alla carta vetrata di Valsoia, visto che da un euro di farina di forza ricavo cibo per giorni.

Cioè, a fine mese mi accorgo di aver risparmiato semplicemente facendo quello che voglio, e non quello che si suppone debba volere.

Ma tanto, ciò che mi piace sul serio costa davvero poco, e non lo elenco perché si accenderebbe l’allarme banalità. Dico solo che la Barcellona che ammiro ogni sera da un finestrone in affitto sarebbe esattamente uguale, mi sono accorta ieri con sconcerto, se contemplata dalla villona modernista di fronte.

Se alla fine dovessi vincere alla lotteria sarebbe come quei fast food che vanno tanto ora, almeno a Barcellona. Quelli di wok orientale, che tra l’altro snobbo per i cinesi autentici di Arc de Triomf, buoni il doppio a metà prezzo. Ma per uno spuntino veloce in zone centrali sono meglio di paella surgelata e sangría in tetrapak.

Avete presente? C’è la “base”, tagliolini alle verdure, che costa sui cinque euro, e per meno di un euro a ingrediente ci puoi aggiungere gli extra che vuoi: tofu, funghi, broccoli. Ecco, il fatto è che la base, di per sé, già è buona. E quando hai fatto la splendida e ci hai messo tre extra ti accorgi che è troppa roba, che non ti serviva, che quasi quasi rovina l’insieme.

Insomma, una vita affrontata con tutto quello che ci serve, e se c’è qualche extra ben venga, mi fa tanto Wok da asporto. Se ci piace, ci piace in versione minimal come con tremila condimenti. Se ci fa schifo di suo, invece, se non siamo mai contenti, non ci sarà zio d’America che tenga, o uno schermo abbastanza piatto da proiettarci una vita migliore.

Tanto vale cambiare canale.

 

 

 

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