Ho appena finito di leggere L’arpa d’erba, di Truman Capote, e mi sono commossa.

Soprattutto perché non mi è piaciuto, e mi ha fatto piangere lo stesso.

Questo volevo dire, quando parlavo delle cose che vanno storte e che sono perfette uguale. In questo caso, non ho amato fino in fondo la “gag” principale: tutti gli sgangherati protagonisti finiscono in una casa su un albero, sfuggendo alle loro vite che sembrano segnate, e rimanendone segnati a vita.

Sì, è una questione personale: le storie che si basano su un esilio volontario mi hanno sempre suscitato un grande esticazzi. Così è stato per Il barone rampante, un altro amante degli alberi. Alla leggenda del pianista sull’oceano ho preferito mille volte il mieloso, onesto Titanic.

Fatto sta che, a parte le occasionali risate che mi regalavano, questi personaggi sull’albero di Capote mi sembravano troppo caricaturali, i loro nemici suonavano troppo metaforici, e il racconto era troppo lungo. E il ritorno alla triste realtà, com’era prevedibile, si faceva oltremodo malinconico.

Però, quel minimo di professionalità che danno 4 anni di romanzi sbagliati mi ha fatto intuire che il finale avrebbe ripreso il fantastico motivo conduttore, l’arpa d’erba che canta alle foglie le storie di tutti.

Così, man mano che sbirciavo le pagine che mancassero alla fine, accadeva il miracolo. Gli dicevo, al bastardo di Capote, ma quanto sei bravo anche quando non mi convinci. Cosa bisogna fare, eh, per prendere qualcuno e gettarlo in una storia che neanche gli interessa, ma che non abbandonerà fino all’ultima riga. Sarà stata la battuta occasionale, una descrizione fulminante in due parole, l’evocazione di uno stato d’animo che abbiamo provato tutti almeno una volta. Ma il mio risentimento verso l’autore di altri libri che avevo adorato si è trasformato in invidia, poi ammirazione, poi lacrime e mocciconi.

Mi sono accorta di ammirare l’arte dell’autore più adesso che mi riconduceva da sola verso il suono dell’arpa, che quando ero troppo presa dalla storia per misurarne la grandezza.

E allora ho ricordato quanto i miei migliori maestri siano stati i peggiori professori, quanto le brutte giornate mi fossero servite a ricordare ciò che abbia di bello. E quanto sia banale, tutto questo. Così banale che rischio di scordarmi quanto sia vero.

Sta di fatto che io quest’arpa un po’ scordata non smetterò mai di ascoltarla. E le sarò grata per quelle due note che mi vorrà sussurrare, se vorrà insegnare anche a me che le cose, le vite, riescono bene anche quando sono sbagliate.

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