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Omaggio ai ’90 di skuola.net

In spagnolo i bagagli emotivi indesiderati si chiamano anche “mochilas”, zaini. Non bisogna, dicono, “portare il peso degli zaini altrui”. O caricare troppo i propri.

L’altro giorno mi è piombato addosso un Invicta da versione di greco in prima liceo, vocabolario Rocci incluso. Ero a una specie di colloquio di formazione, in una società in cui bazzicavo da tempo. La mia prima esaminatrice, oltre alle ragionevoli considerazioni su mie reali mancanze, mi ha sciorinato con veemenza sospetta una serie di remore che sembravano avere molto più a che fare con la sua vita e i suoi dubbi, che con la mia reale situazione.

Fatto sta che il suo giudizio è stato determinante nella mia esclusione dal progetto. Ho scoperto dopo che pagavo la sua diffidenza verso la mia prima formatrice. Troppo tardi.

Nello stesso giorno, su una pagina che amministro, sono stata bersagliata dal sarcasmo gratuito di un misterioso filantropo che dà sempre consigli su come trovare alloggio a Barcellona (tramite lui, ovviamente), e insulta chi gli faccia concorrenza in generosità, magari davvero gratis. Bannato al primo accenno di minaccia (tipo un meme che verteva sul darmi fuoco, “e non è una battuta”). Il mondo è troppo piccolo per i traffichini.

Per me l’esaminatrice e questo poveretto sono due facce della stessa medaglia. Succede in famiglia, nelle relazioni e, manco a dirlo, sul lavoro: l’altra persona vede in noi chissà quale aspetto di sé, o appioppa a noi i suoi problemi. Oppure, più semplicemente, ci troviamo nel posto sbagliato mentre un iracondo sta scaricando sull’intero universo le sue frustrazioni.

In queste occasioni ci sentiamo delusi e un po’ traditi, anche quando abbiamo fatto i conti coi nostri reali demeriti personali.

Però mi sono salvata la giornata, in un modo che vi consiglio: ho ammesso da subito il mio dispiacere, con me stessa. Fateci caso: quando ci capita qualcosa di spiacevole il primo impulso è spesso di distrarci, non pensarci, magari sperando davvero di smussare un po’ il ricordo della brutta esperienza, se non di cancellarlo.

Mi succedeva da piccola quando sfogliavo un libro di medicina di mio padre e, tra le foto colorate di cellule tumorali (che per me erano solo cerchietti), appariva l’occasionale primo piano anatomico. Per fortuna non lo riuscivo a decifrare, ma lo correvo a “cancellare” immergendo la testa in un fumetto.

Adesso so che non è il metodo più efficace, anzi. Quello che ti spaventa, ti domina.

E allora ho passeggiato con questa sensazione d’ingiustizia e impotenza insieme, che pian piano andava prendendo corpo. Ho lasciato che la lenisse una sincera analisi delle mie personali mancanze, senza per questo negarmi la rabbia per aver pagato le conseguenze dei problemi altrui.

Man mano che ho fatto questo, ho sentito il peso alleggerirsi, a tratti svanire.

Pensate a quanto tempo mi abbia risparmiato l’operazione! La tristezza è lì comunque, che fingiamo di vederla o no, tanto vale non sprecare ore a nasconderla, affrontarla subito.

E saremo liberi di goderci tutto il resto.

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