Risultati immagini per pluto regali Ho visto un barbone contemplare un poster di Cara Delevigne, che sponsorizzava uno scialbo completo sportivo nella vetrina di un negozio a Portaferrissa.

Il barbone aveva una tenuta altrettanto sportiva, una tuta verde e ghiaccio molto anni ’90, e osservava la modella quasi incuriosito.

La scena era da foto, e avanzando tra i turisti in piumino che sciamavano da profumerie post-Black Friday e finti negozi di artigianato, ho pensato in inglese: “This isn’t making us any happier”.

Ora, voi sapete che di solito, al massimo, parlo da sola in napoletano. Ma quell’assaggio globalizzato di corsa ai regali di Natale mi ha fatto pensare al consumismo, e a quel bastardo di Pluto.

Non l’amico di Topolino, misteriosamente canino mentre Pippo è antropomorfo. Parlo del dio romano della ricchezza, evocato da uno junghiano venezuelano in una conferenza a Barcellona:

Gli esseri umani non si accorgono che si rivolgono al dio sbagliato, per la giustizia. Pluto distribuisce ricchezza. La giustizia l’amministrano Zeus, Atena. Le ricchezze non toccano per forza alla persona “giusta”.

Il problema è che rispondere all’infelicità accumulando cose è come rispondere alla fame ubriacandosi. Ok, stiamo bevendo, che è già qualcosa (anche se a stomaco vuoto non è il massimo), e stiamo pure esagerando. Ma se abbiamo fame, perché non mangiamo?

Cosa ci ha fatto pensare che se siamo insoddisfatti dobbiamo comprare qualcosa, e non lo saremo più? Ovviamente, anni e anni di pubblicità che, per vendere prodotti, creano nuove necessità. Dicono: “Hai bisogno di questo, fidati di me”. Non è un luogo comune che, se le donne fossero contente del proprio corpo, fallirebbe un terzo delle aziende di cosmetici e prodotti d’igiene.

Però c’è quest’incongruenza logica che non applicheremmo mai alla fame, alla sete, a bisogni primari con risposte più ovvie che la felicità, meno facile da saziare.

È come se avessimo imparato a vivere ogni aspetto della vita come una voglia da soddisfare: in quanti viviamo amori “da accumulo”, da possedere finché non ci vengono a noia e poi sostituire? Liquidiamo come una questione di soldi anche un tema delicato come i figli: spesso, invece di chiuderla lì con un sacrosanto “non ne voglio”, esponiamo questioni economiche non sempre sufficienti a fermare chi davvero desideri dei bambini.

Insomma, una marca di televisori sa che, per prosperare, non deve venderci solo un prodotto, ma uno stile di vita.

Tocca a noi capire che, se compriamo un televisore, compriamo un televisore.

E non ci spiacerebbe affatto, vero?, avere i soldi per comprarci televisori, case, gioielli, per viaggiare continuamente. Speriamo di vincere tutti alla lotteria, quest’anno. A patto che ricordiamo che nessuna di queste cose ci garantirebbe la felicità, così come una corsa al parco non ci calma la sete. Semmai ce ne fa venire altra.

Allora, se vogliamo un televisore, compriamocelo (ad averci i soldi). Se invece vogliamo la felicità, scopriamo come procurarci la nostra.

Rispondiamo bene alle nostre esigenze. Altrimenti avremo accumulato tante di quelle cose da scordarci a che ci servano.

E intanto la risposta a “cos’è che mi fa felice?”, non ce l’abbiamo.

A ordinarla al Corte Inglés, fingeranno di avere esaurito le scorte.

Dicono sempre così.

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