Risultati immagini per ritratto picasso All’università c’era questo ragazzo che dipingeva. Lo chiamavamo Picassó. Non per lo stile pittorico, ma per una nota gag di Totò. Oh, che volete, eravamo a Napoli.

Lui si metteva nel Chiostro di Lettere a fare schizzi sull’interessante fauna tutt’intorno (altro che Animali fantastici e dove trovarli!), e nella pausa tra le lezioni del mattino e quelle pomeridiane ci piaceva giocare a riconoscere i suoi soggetti.

Mi attraeva, Picassó, in quel residuo di tempesta ormonale ereditato da un’adolescenza recente. Ma aveva una vera e propria passione per tizie che, dopo qualche tempo, si rivelassero degli autentici guai. E aveva sempre sottovalutato il mio potenziale in tal senso.

Così, cominciò a guardarmi con occhi diversi solo in concomitanza con una mia partenza, una delle tante. Se proprio non sembravo disposta a cambiare all’improvviso gusti sessuali, o a finire in galera per spaccio, almeno che fosse un tormentato rapporto a distanza, meglio se abboffato di corna.

Non si arrivò a tanto, ma di Picassó conservo un bel ritratto che mi fece alla vigilia della partenza. Mi colpì perché la mia prima reazione, vedendolo, fu dichiarare: “Questa non sono io”.

E non mi aveva per niente fatto sfigurare, anzi. Ero simpatica, nella gonnellona abbinata a un maglione di filo un po’ cascante, e a degli occhiali pre-hipster, più grandi che al naturale. Però era riuscito a trasformarmi in una delle ragazzette nervose, un po’ nerd, che piacevano a lui. Non che non fossi nervosa o nerd, ma il resto del mondo, me compresa, tendeva a notare altre mie caratteristiche. Era come se Picassó si stesse allenando a vedermi in un modo che potesse apprezzare anche lui. Mi divertì abitare il suo mondo per quel breve momento concessoci, e gli perdonai subito la “customizzazione”, diremmo oggi con una brutta parola ibrida, ai suoi gusti.

Molti anni dopo, come ho già scritto qui, doveva succedermi d’incontrare un pittore sulla Rambla del Mar, vicino al Porto di Barcellona. Ero andata a fare una lunga passeggiata, prima di uno dei numerosi tentativi di tira e molla con un tizio che non mi tirava, né mi mollava.

Mentre ero seduta su una panchina di legno a guardare dritto davanti a me, dando l’impressione di star contemplando il mare, questo sconosciuto aveva tracciato in pochi schizzi un ritratto tondeggiante del mio viso (riconosco che allora avevo qualche chilo in più). È quello che potete ammirare nell’articolo che vi ho linkato, pigroni!

Non mi ero soffermata tanto sulla somiglianza con la biondina che questo qui credeva di vedere (o voleva farmi credere di crederlo). Piuttosto c’era qualcosa nella mia espressione del momento, tra angosciata e malinconica, che l’artista aveva colto perfettamente. E, come un imitatore poco somigliante rievoca il suo personaggio in una smorfia sola, anche quel volto di carta riusciva a somigliarmi in un paio di linee.

Una volta a casa, il tizio che aspettavo aveva studiato lo schizzo, che gli avevo mostrato in foto con una punta d’orgoglio (della serie “Vedi? Io ispiro gli artisti e tu non mi vuoi”). Ma aveva sentenziato: “Questa non sei tu”.

Rispetto a Picassó, che si allenava troppo tardi a vedermi secondo i suoi gusti, questo mio sfortunato amore espatriato era più che disposto a non vedermi mai. O meglio, a vedere sempre ciò che non ero. Doveva avere in mente un ritratto della sua donna ideale, e lo comparava a me solo per rassicurarsi che no, non fossi io. Che potesse sperare ancora d’incontrare quella che gli spezzasse così bene il cuore da innamorarsene perdutamente.

Però mi rimase, di quello strano pomeriggio di ritratti regalati, rinnegati, ricordati, la sensazione che quella di come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri è una storia affascinante, che spiega tanto.

Nonostante il relativismo in cui sono cresciuta, mi piace pensare che esista da qualche parte un ritratto fedele che ci immortali esattamente come siamo, nella nostra inesorabile umanità.

Non sono sicura, però, di volermici specchiare.

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