Risultati immagini per girella motta Ok, precisiamo meglio. La nostalgia la lascio a chi la sa nutrire meglio di me. Al posto delle girelle all’ora della merenda, questo post condivide riflessioni su un conflitto epocale. Lo so, meglio le girelle.

Il fatto è che perfino noi classe anni ’80, segnati da pubblicità come queste, facciamo i fighi con fratelli e nipoti nati negli anni ’90 e 2000, “colpevoli” di aver avuto internet da subito, di non aver mai riavvolto con la penna il nastro di una cassetta, di affrontare restrizioni meno rigide (e sessiste) nei loro spostamenti.

Scorrendo i lunghi testi evocativi di questa o quell’epoca, compresi i Noi che… recitati da Carlo Conti con voce nostalgica, devo constatare che oh, ogni generazione è convinta di essere la migliore.

Chi non ha avuto “la guerra” conta il numero di volte che ha alzato gli occhi, dopo l’11 settembre, ascoltando il rombo di un aereo. Chi ce l’ha avuta accusa “i giovani d’oggi” di non accontentarsi mai di niente, non avendo conosciuto i portenti della polvere di piselli.

Ho scovato un meme fantastico in cui i nati nei ’90 dichiaravano di aver ringraziato i genitori, a Natale, quando sotto l’albero trovavano “solo” la Playstation (!), mentre i classe 2000 riceverebbero decine di regali (tra cui capi di moda per uomo, orrore!1!11!), lamentandosi pure della loro scarsità.

Ovviamente la mia generazione potrebbe rispondere con gli ultimi meccano/Dolce Forno, rigorosamente divisi per sesso (temo siamo fieri anche di questo), e trovare la Playstation un lusso da fratelli minori. E mi sa che andando indietro nel tempo finiremmo alle foglie secche incartate, nel Natale neorealista dei Jackal.

Quindi la nostalgia ci sta tutta, rievocare la propria epoca vuol dire quasi sempre ricordare quando si era giovani, o giovanissimi. Lo capisco bene. È quello, che rimpiangiamo, piuttosto che i lettori CD che s’impallavano.

Però qualche figlio del dopoguerra arriva a scrivere che “la sua generazione ha fallito”, e che da quella dipendeva la vittoria della nostra. Tu chiamala se vuoi, megalomania.

Magari questi supernostalgici fanno parte della stessa élite culturale che resta ambigua sul problema dell’immigrazione, che tanti figli e nipoti, tra Erasmus, fuga di cervelli e compagni cinesi tra i banchi, sanno essere molto relativo, o lo sanno un po’ meglio. D’altronde, tanti di noi “cervelli in fuga” leggiamo perplessi di avversione alla fecondazione assistita, scorrendo i titoli dei giornali italiani in mense universitarie “decorate” da inviti a donare ovuli!

Insomma, se vogliamo farci due risate nostalgiche, fantastico.

Fermiamoci invece quando il nostro diventa il tentativo di liquidare con un “bah” (possibilmente con l’h alla fine) il mondo che cambia.

Perché non è che lamentandoci smetteremo di girare con lui, eh. Ne subiremo solo le conseguenze, senza neanche usare il minimo potere decisionale rimastoci per accomodarlo almeno un po’.

E la malinconia è un rifugio accogliente, ma è difficile trovare la strada del ritorno.

Si è sempre i vecchi tromboni di qualcuno.

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