Un’espressione spagnola che adoro è “tiene la cabeza bien amueblada”, detto di persone particolarmente intelligenti. In questa metafora, la testa diventa una casa intera, i cui mobili sono messi lì con gusto dalla buona volontà dell’inquilino, e da un destino generoso. Oh, l’intelligenza in questo non è dissimile dalla bellezza: è vero che si può coltivare, ma forse un po’ di culo ci vuole.

Associo questo modo di dire al latino di mio nonno, che detto tra noi raccontava sempre gli stessi aneddoti, ma erano storielle divertenti. Mi è arrivato da lui il famoso episodio del saggio che, interrogato in nave sul suo bagaglio, si indicò la testa e rispose: “Omnia mea mecum porto”. Tutto ciò che è mio, lo porto con me.

In questi giorni di concitazione ho unito giocoforza le due espressioni, perché anch’io penso che casa mia sia ovunque. Non so se sia bien amueblada, ma sicuramente è facile da portare: si erge, per modo di dire, sul mio metro e sessantadue più o meno duttile, abituato a traslochi veloci in condizioni impossibili. “Non è la tua lotta” mi dice un’amica indipendentista, e non sono di quelle che abbracciano una causa perché l’ha fatto il loro compagno. Questo privilegio lo lascio a Lady Oscar.

Ma la vita è imprevedibile e lo sappiamo, anche se cerchiamo di tappare questa verità con i “te l’avevo detto”. E per quanto fosse probabile che prima o poi si arrivasse a questo punto, nella città che abito da nove anni, nessuno al mondo poteva dirmi con sicurezza che improvvisamente tutto lo sforzo fatto per lavorare qui, per avere una casa dignitosa eccetera, corresse il rischio, seppur remoto, di finire alle ortiche.

Mi resta l’unica cosa che veramente conti: una testa da portare dove posso.

In questi giorni in cui tutti parlano di rivoluzione, mi chiedo spesso se la loro piccola rivoluzione domestica, quella in testa, l’abbiano già fatta.

Continuo a pensare che sia la più difficile di tutte.

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