Risultati immagini per uscimmo a riveder le stelle“Perché l’Inferno di Dante è così famoso, Maria?”.

Questa domanda è giunta a tradimento mentre gli alunni dell’A1 mi sceglievano un hotel a Firenze “con parcheggio e wifi”, tra tre opzioni possibili (il libro di testo proponeva anche un convento di monache).

Ormai, come vi dicevo, lavoro solo perché l’Italia si compra la Spagna. O meglio, qualche alunno innamorato vuole ancora imparare la lingua della sua dolce metà, e i futuri Erasmus sono consapevoli che a Venezia, col loro inglese, potrebbero avere problemi.

Ma lavoro soprattutto in aziende che sono state comprate da imprese italiane, e visto che noialtri non impariamo le lingue, specie se siamo i padroni, non resta che pagare me (poco, infatti siamo quasi tutte donne a insegnare) per scodellare verbi e pronomi, e simulare riunioni di lavoro in italiano.

“Sono stufa della grammatica” sospirava una collega tempo fa, “se potessi organizzare un seminario sull’arte…”.

Magari! È che l’arte non risponde al telefono, non concorda i progetti del giorno col capo e, soprattutto, non sviluppa software in italiano. Dunque sì che si può parlarne, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale di questi alunni tra i venti e i cinquant’anni, che vengono a lezione con in mano il rapporto da consegnare nell’ora successiva: lavorare in italiano. Mutatis mutandis, il mio ex di Manchester si vantava di “vendere l’inglese ai cinesi come un prodotto qualsiasi, senza tutta quella fuffa culturale delle università”. Ma era mezzo pakistano e mezzo irlandese, e a lezione aveva cambiato il suo nome musulmano in Ted: insomma, con la sua lingua ha un rapporto complicato.

Immaginerete, dunque, la gioia e insieme l’imbarazzo nel ricevere la domanda su Dante mentre eravamo persi nel cortile di “Villa Carlotta, a pochi passi dal centro, cucina toscana e internazionale”. Va detto che l’alunno curioso conosceva l’Inferno solo per il videogioco, e forse per Dan Brown.

Al che ho guardato l’orologio (mancavano venti minuti) e ho raccontato la vita di questo tizio che ha raccolto tutta la filosofia e la società del suo tempo in tre cantiche: poi ovvio che sia famosa la più splatter. Ho raccontato le guerre folli che si facevano allora (oggi, invece…), e la fuga del Nostro verso nuovi lidi, tipo Ravenna: qui è scattato l’aneddoto del nonno, una risposta esemplare dei ravennati ai fiorentini che reclamavano le spoglie del guelfo bianco, “che non avevano voluto in vita”. Ho citato una Francesca travolta dalla bufera, ma ancora innamorata (anche se l’accento di Rimini non lo so fare), e ho concluso con quell’antica telefonata di mia madre al suo dentista, mentre in TV Benigni recitava la Divina Commedia: oh, avevo pensato allora, è la stessa lingua. Settecento anni e quella è rimasta. Contaminata, imposta con la forza, pure un po’ degradata a dire il vero, ma quella è.

“Tutto chiaro, ragazzi? E ora torniamo a Villa Carlot…”.

“Perché le regioni d’Italia sono così diverse tra loro?”.

Ok. Ho chiuso il libro, l’ho riaperto all’ultima pagina, sulla mappa d’Italia, e ho disegnato con l’unghia dell’indice il viaggio dei Mille da Quarto a Marsala. Ho spiegato che brigante se more, ma non c’è da emozionarsi troppo su epoche passate, e ho concluso spiegando che quando un bimbo di ceto medio butta lì una parola in napoletano, nove su dieci gli verrà ordinato: “Parla bene!”. I catalani hanno sgranato gli occhi e commentato: “Ostres!”.

Quindi solo la cultura non la posso insegnare, non così. Bisognerebbe formulare un progetto e rischiarci tempo e soldi, mentre questo lavoro per alcune di noi è stato un gradevole ripiego quando ci siamo viste sbarrare le porte dell’università, dei musei, delle case editrici.

Però ci sono interstizi. Questa parola a me evocava solo cose schifose (tipo quelli tra le mattonelle della doccia, con la muffetta che togli solo con uno spazzolino vecchio…), e adesso invece si è trasformata nella crepa di Cohen, da cui secondo voci di corridoio passerebbe la luce.

Perché so che un’alunna iscritta a un seminario di cultura italiana verrebbe apposta per Dante: ma voglio che Francesca, benché con accento napoletano, parli anche al programmatore informatico che al massimo ha provato a salvare Beatrice nell’ultimo livello di un videogioco.

Noi prof. invece non salviamo nessuno: siamo un esercito pacifico, ossimoro caro ai nostri tempi, che ogni tanto prova a rovesciare l’invito di Calvino a “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

Noi invece l’Inferno ce l’andiamo cercando, sulla faccia di alunni curiosi che per soli cinque minuti abbandonino la coniugazione dei verbi irregolari per fare domande.

Allora sì, che cominciamo a raccontare.

 

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