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Oggi una ragazza che conosco poco mi ha mandato una richiesta curiosa: elenca tre cose positive su di me, e tre negative. Serve al mio coach. Non era la prima a chiedermelo.

Avevo appena messo il “mi piace” di rito alla pagina di una donna in carriera conosciuta anni fa che aveva cambiato vita, dandosi al coaching.

L’ottimismo è il profumo della vita, insegnava in termini piuttosto mediterranei il buon Tonino Guerra, ma a me fa sempre un po’ paura il modello “credici abbastanza e vincerai”, scopiazzato da un sogno americano ormai scaduto. Mi fa anche strano, però, che tante persone che ho visto criticare a priori il coaching rientrino nella mia personale definizione di “amargados“. Capisco le loro perplessità: sono legate a ciò che denunciano articoli come questo, cioè l’appiattimento di antiche filosofie orientali al servizio della logica di mercato. C’è questa storia dell’ “accettare ciò che è”, che ho assimilato ma che trovo ancora pericolosa: nelle mani sbagliate, può significare appunto indurre ad accettare orari di lavoro massacranti, stipendi da fame, oltre a ridurre problemi di natura sindacale, da risolvere collettivamente, a difficoltà personali, individuali, da risolvere, appunto, “accettando”.

Allora, ben venga una persona che mi “motivi” a ingaggiare una battaglia collettiva contro la banca che vuole sfrattare cinquecento persone con un burofax. Se invece prova a convincermi che “starò benissimo anche in un’altra casa, se sto bene con me stessa”, le do ragione e poi vado in tribunale con i compagni di sventura.

Ci sto pensando da diversi giorni, alla linea sottile tra guardare il lato positivo delle cose e ignorare, per questo, il lato negativo.

Ci ritorneremo.

 

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