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La quantità media di zucchero che mi serve per affrontare certi venerdì sera. E non amo i dolci!  Da: https://www.tripadvisor.com/Restaurant_Review-g187823-d7742755-Reviews-Basta_Un_Poco_Di_Zucchero-Genoa_Italian_Riviera_Liguria.html

Io vi capisco un solo giorno al mese, quando dite che mangiare vegano è costoso: cioè, quando mi viene il primo attacco di fame pre-ciclo.

In quel caso la Veganoteca, che di solito snobbo per comprare legumi vicino casa, dovrebbe esporre la mia faccia su un bel cartello stile Ghostbusters, perché, se sto nei paraggi, mi fionderò a comprarci tutte le schifezze possibili: un po’ come avrei fatto anni fa coi barattoli di Nutella a 5 euro il quarto, e qualche prosciutto di quelli che, alla cassa, scopri che costano 8 euro l’etto, porque esto es España, coño.

Per fortuna, in questo caso, me la cavo “solo” con dieci euro. Peccato, però, che tra sausage rolls con più carne di quelle che sbafavo a Manchester (e sono vegane, si diceva), e un labello che farò durare anni a costo di applicarlo su un labbro a settimana, mi sono scordata proprio di comprare lo zucchero.

Ho due alternative:

  • uscire il giorno dopo in pantofole, a caccia di supermercati mattinieri (da queste parti, quasi un ossimoro);
  •  l’Inferno.

Quest’ultima opzione la conoscerete anche voi, col nome di supermercato del Corte Inglés.

Che affronto stoica nel quarto d’ora prima della chiusura, tra i clienti del venerdì sera che indugiano tra le bolg… ehm, tra i reparti. Ma non li temo: sono soddisfatta della mia falcata, e di quanto abbia chiaro il mio obiett…

Uh, i chocopillows!

E in offerta, cioè sotto i quattro euro. Fa’ che contengano miele, fa’ che contengano… No. Mi tocca comprarli. Maaaledeeetti!

Addio spiccioli, dovrò pagare col bancomat. A questo punto visito un attimo la Natural Burella (leggi il “reparto surgelati”), in cui un bimbo di origine filippina sta aprendo un’enorme vetrina piena di gelato per estrarne una confezione con su scritto: “Calippo“.

Certe cose non cambiano mai.

Come la voglia di sgranare edamame, se ne trovo un pacchetto (maaaledeeetti, parte seconda).

I miei raffinati calcoli su dove mettermi in fila per pagare mi suggeriscono d’incrociare le dita, e sperare in una cassiera un po’ arcigna – e molto stanca – che dovrebbe essere già in pensione. Apprezzo il comune odio per le coppie di mezza età che sollevano la pedanina per il carrello, e pagano la spesa necessaria per una squadra di rugby in comode monete da un centesimo…

“Invece io me lo ricordo, il codice del bancomat?” mi chiedo.

“Com’è andata la festa dei sessanta?” chiede la tizia dietro di me.

Cummare’, io a stento mi abituo ai quaranta che mi aspettano tra un po’… Ma a illuminarsi è la cassiera: il compleanno è andato benissimo, risponde. Solo che, dopo, a stento si reggeva in piedi!

Rido. Ridiamo. Ci piaciamo.

Tant’è vero che, quando arriva il mio turno, lei mi passa l’asticella di separazione degli acquisti, che sostituivo artigianalmente col braccio, e mi chiede se abbia spazio in borsa, per non farmi pagare la busta.

Putroppo, mi accorgo all’improvviso, quello che non ho più è… il pin del bancomat! Non dopo i millemila codici nuovi che mi ha sbolognato la banca “per la mia sicurezza”, e non dopo che l’inquilina che preferisce i contanti mi paga con quelli da mesi.

Come, “perché non me lo segno”? Bellezze mie, se mai ci siamo visti in vita nostra, sono in grado di dirvi cosa indossavate quella volta, e anche di darvi un’idea della nostra prima conversazione.

Intanto, ok, il secondo tentativo d’inserire il codice va a vuoto.

“Al terzo si mangia la carta” avverte la tizia, tra il contrito e il sospettoso.

La folla dietro di me osserva col fiato sospeso (e diverse bestemmie in corpo).

Io sospiro, fisso il prezzo sulla macchinetta del bancomat – 11.75?! – e desisto:

“Scusi, non so che succede… Parlerò alla mia banca”.

La tizia intasca dispiaciuta zucchero e surgelato, e per fortuna, prima che suoni tutto e vengano pure le guardie, mi ricordo che avevo già insaccato i chocopillows! Addio, fratelli obesi dei Rice crispies. Insegnate agli angeli a ricordarsi il numero del pin.

Me la squaglio sull’orlo delle lacrime, e penso nell’ordine:

  • ho buttato dieci minuti della mia vita nel Corte Inglés;
  • ho fatto letteralmente una figura di merda internazionale;
  • 2329.

No, adesso non tramortitemi nel sonno per impossessarvi della mia carta milionaria: 2329 non è il vero pin, ma quello che meriterei (i napoletani capiranno). Però sì, me lo sono ricordato appena sono uscita a riveder le stelle.

Già che sto dando i numeri, ripenso anche a quell’inquietante 11.75 per dei cereali da colazione, un pacco di zucchero equo, e dei baccelli congelati.

Sta’ a vedere che il mio cervello mi ha fatto un gran favore, a rifiutarmi l’informazione numerica!

Fileremmo d’amore e d’accordo se, oltre a queste omissioni, passasse altri messaggi tipo: “Spegni il pc!”, “Non porti più la 40”, e soprattutto “Non vedi che è un pazzo?”.

E no, lungi da me dire “meno male che mi è successo questo!”, però scusate, sono anni che mi divido tra le dovute pernacchie al pensiero positivo (quello a tutti i costi, almeno), e la sensazione che quasi ogni azione umana, fosse pure l’acquisto dello zucchero, ha dei lati positivi e dei lati negativi. Per esempio: avevo rimosso del tutto di avere un barattolino di zucchero vanigliato, comprato quando mi ostinavo ancora a farmi i dolci da me. Così almeno lo uso!

Quindi è cosa buona e giusta concentrarsi su tutto il quadro, piuttosto che considerare un solo aspetto della questione.

Comunque il mio inconscio è un gran paraculo. Con la vecchiaia si ricorda solo le cose che dice lui.

A volte penso proprio che è più saggio di me.