El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.