Queen Taylor Hayes - B&B Stephanie chokes Brooke | Facebook

Adesso, per mettere le mani avanti, elenco in fretta gli altri aspetti che mi sono piaciuti del poliamore, dell’anarchia relazionale e del resto delle alternative etiche alla monogamia: insomma, se prima ho citato Fantaghirò, stavolta userò Twilight.

Sempre meglio! Ma il polpettone vampiresco è un perfetto esempio delle gerarchie che denuncia Brigitte Vasallo. Nel film le amiche di Bella se la squagliano appena compare Edward, per lasciare da sola la coppietta. Perché si è sempre fatto così, no? Beh, a maggior ragione si potrebbe anche smettere.

Altre questioni sparse che mi piacciono: la flessibilità, la ragionevolezza. Poliamore non è coppia aperta, non è avere scopamici: quelle sono proiezioni monogame. A un amico italiano spiegavo scherzando che è come avere tre fidanzate, a cui dedicare un fine settimana a testa e regalare tre braccialetti Pandora a Natale! Adesso il co-autore del mio articolo sul poliamore mi taglierebbe le mani solo per aver scritto la parola “fidanzate”, ma l’esempio scemo era per ribadire che: il lavoro di cura aumenta e non diminuisce. I sentimenti non vengono affatto messi in secondo piano, come potremmo pensare seguendo il principio romantico dell’altra metà della mela: i sentimenti sono in realtà il primo pensiero. Per questo la comunicazione è davvero essenziale, in questo tipo di relazioni, e la sincerità è forse la qualità più importante.

E adesso (rullo di tamburi) veniamo a quello che mi lascia perplessa di poliamore e affini.

Sono fiera di annunciare che sono in buona compagnia: certi “effetti collaterali” li denuncia pure Brigitte Vasallo! Che peraltro è stata accusata di trasformare l’intera faccenda in un lesbodramma, così che persone di altri orientamenti sessuali (e le stesse lesbiche stanche di drammoni) non ci si riconoscono. Ma su una cosa sembra esserci accordo generale: Vasallo spiega molto bene che il poliamore, se frainteso, rischia di diventare l’ennesimo supermercato di relazioni a un tanto al chilo. Una situazione in cui magari io che rifiuto la monogamia frequento più gente in nome della libertà, ma poi faccio esattamente cosa si aspetterebbero i monogami che mi sfottono: me ne impipo di tutti e continuo a trascinare il carrello delle emozioni in offerta speciale, finché non mi scoccio e me ne torno alle mie comode relazioni eteronormative. E a questo punto, che volete? Io da etero cis con questo vizio della monogamia sono preoccupata da un soggetto in particolare: l’ommo “con i peli in petto”, che su Facebook legge “comunità poliamorosa” e spesso traduce “patata gratis!”. E quelli così ci si mette un po’ a smascherarli e cacciarli a pedate dalla comunità. È il capitale erotico, baby: diversi piacioni finto-liberati possono far fruttare il loro presunto carisma per intrecciare più relazioni senza assumersene la responsabilità (specie quando ci sono vincoli con figli a carico). La comunità poliamorosa attuale è pur sempre cresciuta in una società monogama di default: il rischio dunque è quello di ripetere ceti rapporti di potere, ma moltiplicandoli.

Così disseminiamo il nostro percorso di vittime immolate al nostro ego, dette anche cadaveri emozionali: è facile che questo succeda quando, invece di occuparci di una persona sola, dobbiamo rispettare il benessere emotivo di altre, e in una società dove il tempo è denaro.

Eccoci infatti al vero tallone d’Achille: chi può permettersi relazioni plurime che siano anche etiche? Specie tra le persone che hanno un affitto da pagare e un lavoro precario di otto ore… Qui viene in soccorso la flessibilità: questa ragazza spiega che lei è costretta a fare una sorta di gerarchia (eccallà!) tra le relazioni, per cui ha un vincolo principale e altri non meno importanti, ma a cui dedicherà meno tempo. E qui casca l’asino: i poliamorosi non gerarchici tendono a guardare dall’alto in basso quelli così! Cioè, quelli che, per riportare un problema diffuso nella comunità poliamorosa, “hanno qualcuno da presentare alla nonna a Natale“. Insomma, non rendono così palese la propria non conformità alle norme sociali e ne affrontano meno le conseguenze. Chi invece si sente “in prima linea” non gradisce.

Ok, mentre queste due fazioni si scannano tra loro, passo all’ultimo problema che vedo in questi sistemi relazionali: la cura della prole. Che, per una volta, si risolve proprio nella domanda: “Chi pensa ai bambini?”. Se ci pensa il proverbiale “villaggio” che ci vorrebbe ad allevarli, benissimo! (Oddio, io che sono asociale starei tutto il tempo a dire “Scinneme ‘a cuollo!”) Vasallo parla di reti fondate sul lavoro di cura, e non è rara, almeno come aspirazione poliamorosa, l’idea della vita in comunità, con tanto di soluzioni abitative ad hoc che smontino pure il mio adorato mito borghese della casa di proprietà come baluardo e rifugio. Se il lavoro di cura è condiviso a questi livelli così raffinati, il villaggio è servito!

Ma questo dipende dalla volontà dei vincoli, e i piacioni di cui sopra vorranno semplicemente, con licenza, trombarsi la neomamma senza correre il rischio di mettersi a cambiare pannolini! E di scaricarla quando perde capitale erotico, senza che lei usufruisca neanche delle poche tutele previste dal sacro vincolo del matrimonio. Insomma, col poliamore il bomber della situazione non ha neanche quei due obblighi in croce previsti dalla monogamia istituzionale.

Dunque, il poliamore e l’anarchia relazionale sono alternative umane e perfettibili al modo di amare che abbiamo appreso fin dall’infanzia come unica possibilità. Non sono adatti a chiunque, ma sempre più gente li sceglie. Quasi tutti i tentativi di sminuire queste pratiche in ambiti monogami sembrano condizionati da due fattori non proprio simpatici:

1) un’ignoranza di fondo sui meccanismi di tali relazioni: “Questo è sempre esistito: si chiama coppia aperta/scopamicizia/mettere le corna”. No. Basta leggere un trafiletto di giornale dedicato all’argomento per scoprire che non è così. Non volersi informare è un diritto: ma con che basi, poi, si formulano giudizi così netti?

2) L’insicurezza di chi, invece di prendere atto di certe pratiche e andare avanti con la propria vita, sente il bisogno di ribadirsi che le sue scelte sono le migliori, specie se l’argomento è spinoso e si percepisce il rischio di passare per meno etici di qualcun altro (ai vegani in ascolto fischieranno le orecchie).

Per “apparare”, cioè trovare un punto comune, dirò che secondo me poliamore e affini sono un’ottima palestra di confronto per la monogamia. Dalla comparazione dei due sistemi emerge un tracciato nuovo: quello di tutte le caratteristiche che potremmo migliorare per avere relazioni migliori, a prescindere dal tipo di vincolo che ci scegliamo per noi.

Ci ho pure un esempio pratico che… Dio, ma quest’articolo è già lunghissimo!

Niente da fare, allora: chiudiamo la saga su questa nota “volemose bene”, ma venerdì vi propino un’appendice sull’esempio di cui sopra.

Indizio: è un fenomeno umano associato molto all’adolescenza, prevede farfalle nello stomaco e regalini sdolcinati in una certa data di febbraio… Sì, lo so: meno male che non scrivo io le domande a Chi vuol essere milionario!

A venerdì, allora!

(Aaah, la ragazza di Freeda viveva all’estero: doppia medaglia per aver provato a spiegarlo a un pubblico italiano!)