Per la serie “Ti ricordi dov’eri quando è successo?”, la notizia di cui parlate da giorni mi è arrivata che passeggiavo al porto di Barcellona, per la mia dose quotidiana di vitamina D. È importante spiegare come mi sia arrivata la notizia: il messaggio di un amico, che faceva un accostamento che non vi piacerebbe tra il lutto improvviso e tutti quelli che si ricordavano in quello stesso giorno.

“Grazie per avermelo detto tu” ho replicato “vorrà dire che non aprirò Facebook fino a domani”.

Poi l’ho aperto, Facebook, per altri motivi: ho fatto in tempo a leggere il lutto degli amici e di persone che stimo, per motivi che capisco. Riporto la testimonianza che mi sembra spiegare meglio perché non si tratta di un lutto qualsiasi, e perché un approccio intersezionale (cioè, che tenga conto di fattori come genere, classe e origine geografica) aiuterebbe a capire meglio.

Voglio scrivere qualcosa pure io. Lo stanno facendo tutti. Ma che scrivo? Forse per questo i lutti collettivi mi spaventano di più di quelli individuali. E ora sono cazzi amari. Nessuno può consolare nessuno. Ognuno se la deve piangere da sé e dirsi che dovrà abituarsi a vivere in un mondo senza Maradona. Non mi piace che stiamo tutti schiattati in corpo. Tanto già lo so. Accenderò la televisione e ascolterò il solito cinico che avrà gioco facile a dire che noi napoletani siamo esagerati, che Diego era un drogato, che le nostre ‘orazioni funebri’ sono solo figlie del nostro professionismo del lamento. Ma come glielo spieghi?! Ma come si spiega quel momento di sconforto, quel senso di perdita, quell’amputazione dell’assenza? Come glielo spieghi che siamo tutti figli di Diego? Che abbiamo acceso le luci dello stadio? Che di vincere a noi non ce ne fotte proprio? Che a noi interessava soltanto essere napoletani? Che per una volta vogliamo piangere senza retorica, piangere e basta come ci ha insegnato Maradona.

Ho condiviso anche le polemiche sul fatto che una morte improvvisa sembrasse cancellare la ricorrenza del giorno, soprattutto dal palinsesto della televisione: d’altronde la stessa televisione, poche ore prima, pretendeva di insegnare a fare la “spesa sexy” a me che al massimo faccio i raid al CoAliment, e mi sento chiedere dalla cassiera, che ha adocchiato da un po’ la mia t-shirt coi tasconi, quando nasce il bambino.

Ma al momento della notizia, lo confesso, ero distratta.

Quel pomeriggio m’ero resa conto di qualcosa di importante: il passato è portatile. Il passato cambia, e questo lo sapevo: cambiano le interpretazioni e l’uso che ne facciamo, sia nella “grande storia” che nella più piccola, la nostra (che poi, in parte, sono la stessa cosa). Il passato, però, può anche essere leggero. Sarà un privilegio, un lusso, ma sì, può starsene in una borsetta: la mia, che quel pomeriggio lo portava in giro per il Port Vell senza che fosse un peso insostenibile, anzi. Il mio passato è pronto ad adattarsi a nuovi mondi.

Perché non smetterò mai di provenire da un certo pezzo di terra, e non smetterò mai di essere tutte le mie vite precedenti, ma adesso basta. Adesso ho un’esistenza diversa, ho dei sogni diversi, e più che di lutto ho voglia di vita.

I ricordi ci sono: i lontani caroselli in maglia azzurra e i cori in spagnolo maccheronico; la piazzetta di Capri che era diventata tamarra e caciarona quanto tutte le altre, mentre si festeggiava la coppa Uefa.

Ma adesso sono un’altra, vivo altrove e, a ben vedere, non amo quell’altrove più del posto da cui provengo, perché in generale non sto più tanto a vedere su quale tavolo poggio i miei appunti e da quale panchina guardo il mare.

E come le maree portano via tutto, un presente consapevole può portarsi via un passato limitante, in cui le imposizioni di altri possano aver condizionato la mia spontaneità. Sono cose che nella vita si scoprono a volte troppo tardi, e mai troppo presto.

Soprattutto, le maree portano progetti nuovi, o anche solo idee, momenti di lucidità. La nostalgia appartiene spesso a chi non ha speranze, e oggi le speranze, purtroppo, hanno un prezzo, come tutto. In un tempo in cui le polemiche collegate a Netflix diventano critica sociale, non sarò io a scoprire dove finiscono gli innegabili ostacoli che ci ritroviamo a seconda di dove e come nasciamo, e dove iniziano le responsabilità personali: sempre più in là, temo, di quanto voglia farci credere la filosofia del “volere è potere”. Intanto però decido cosa fare della mia, di vita, della casa e degli amici, e dei figli che forse non partorirò mai, ma che potrei adottare: soprattutto dei figli che scrivo, che sono fatti di parole e, a volte, perfino di carta, portatile quanto il mio passato.

Forse, se avessi appreso la notizia in un altro modo, in un altro momento, mi sarei accodata subito ai lamenti di chi amo.

Invece mi è toccato continuare ad abbracciare i miei progetti, mentre pure abbracciavo col pensiero chi vegliava e accendeva ceri, lontano da me: in una città che mi appartiene e che porto sempre con me, verso gli altri posti che verranno.

(La vida es una tombola.)