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Ecco un elenco di scemenze che sono riuscita a fare in sette mesi con la mascherina:

  1. Provare a soffiarmi sulle mani infreddolite mentre indosso la ffp2.
  2. Provare a salutare un conoscente che non vedo da sette mesi e che non ha più idea di chi io sia, considerando che ormai ho pure la criniera del Re Leone.
  3. Provare a portarmi una bottiglia/una tazza di caffè alla bocca, anche in un bar.
  4. Provare a ordinare il Mate Cola a più di un negoziante pakistano del carrer Sant Pau (“¿Perdona?”), per poi rassegnarmi ad abbassare la mascherina un secondo: non avevano comunque idea di cosa stessi dicendo.
  5. Vomitarci in treno.

Ebbene sì, sono diventata una leggenda metropolitana! Il fatto è che, ve lo giuro, io schifo i treni della FGC: almeno la tratta che porta a Sabadell! La prima volta che mi ci sono sentita male, andavo a fare ricerche all’Archivio Nazionale di Sant Cugat, e stavo leggendo L’arte di amare di Fromm: un brano sui figli che mentono a sé stessi sui torti dei genitori. Pur di prendere aria stavo per uscirmene alla stazione sbagliata, così ho pensato che fosse chissà per quale trauma infantile rimosso. Macché: come mi sono accorta in viaggi successivi, tipo le lezioni d’italiano che impartivo a Sabadell, mi dà proprio la nausea il treno!

Sarà per il dondolio instabile (ma che rotaie sono?), o per l’aria viziata, oppure per quell’odore indefinibile che sempre mi assale su questi treni, come di aeratore non spolverato dai tempi della Guerra Civil… Fatto sta che, ogni volta che sono costretta a viaggiarci, nella migliore delle ipotesi mi gira la testa.

L’ultima volta avevo preso il treno per fare una passeggiata qui. Ma era estate, ero seduta nella stessa direzione del treno (accorgimento che devo prendere solo su questa tratta), ed ero circondata da sedili vuoti, davanti a un finestrino aperto.

Invece adesso ero reduce da questa conferenza, avevo un mal di testa atroce, e il cappotto canadese “di mezzi tempi” (che per il Canada equivarrebbero tipo a – 6) mi teneva un caldo boia. Tuttavia, temevo che iniziare le elaborate manovre per sfilarmelo mi sarebbe stato fatale, e m’ero rassegnata solo dopo due fermate all’urgenza di cimentarmi nell’impresa. Oddio, mi sentivo la mascherina appiccicata alla bocca. Oddio, mi mancava l’aria. La tipa seduta di fronte a me si è alzata una fermata prima di quella che aspettavo io, che poi era il capolinea. Per un momento ho pensato: che faccio, scendo anch’io? Mi ritroverei solo a un chilometro da casa: una bella passeggiata a piedi… E se poi mi gira la testa e butto i passanti per aria, come mio solito? Finisce che mi diventa la walk of shame di Cersei Lannister, anche se senza campanella e con un cappotto canadese a scongiurare il nudismo.

Alla fine mi sono solo seduta nello stesso senso di marcia, e ho atteso l’ultima fermata. Chi mi ammazza a me, ho pensato: alla fine stavo esagerando, ormai mancava solo qualche minuto e… E niente, è arrivato il rigurgito antifascista. Sarà che stavo pensando all’organizzatore della conferenza, che tempo fa mi aveva proposto di tenere un incontro semi-apologetico su Mussolini

Attenzione: altri dettagli pulp in arrivo (a parte Mussolini, dico). La mascherina non si è macchiata, perché mantenevo le guance gonfie in modalità otre finché non è arrivato il momento di scendere, e infilare le prime scale che mi portassero all’aria aperta. Ma quegli strani minuti passati col mio vomito in bocca come fosse una Big Babol, sono stati molto interessanti. Anche se avessi lanciato l’allarme, chi mi avrebbe aiutata? Di questi tempi, qual è il protocollo se una persona sta male in un luogo pubblico?

Vabbuo’. L’operazione di pulizia, complici un cestino dell’immondizia e un fazzoletto non usato del Buenas Migas, è stata meno “de classe” del previsto, ma credo vi abbiano assistito solo un paio di passanti, che staranno ancora vomitando a loro volta.

Mai avrei creduto di poter scrivere questa frase, ma… fortuna che non avevo mangiato! Nel primo pomeriggio si stava facendo tardino per il pranzo, e per essere sicura di arrivare alla conferenza dovevo prendere il treno alle quattro: così, dopo almeno due anni passati a far merenda coi patacones fritti del negozio latino, ho ripreso delle gallette di riso per tamponare, con l’idea di regalarmi, al ritorno a Barcellona, una sontuosa cena da asporto.

Ma dopo, ehm, l’incidente, chi la voleva più, la cena? Specie ora che i ristoranti chiudevano alle nove (e ormai erano le otto passate) e che le uniche opzioni vegane in giro erano il solito burger che un po’ sticazzi, o magari del riso saltato, se riuscivo a convincere il cuoco cinese che l’uovo non fosse esattamente un vegetale.

A questo punto sono andata a casa con lo stomaco sottosopra, e il pensiero che questo Natale strano mi regalerà almeno infiniti numeri, tutti da giocare.

Devo dire che stavolta, prima che prendessi il treno, l’organizzatore non mi aveva proposto una conferenza su Mussolini, ma si era congedato con una riflessione che fa un po’ “Buongiornissimo, caffettino?“, sul rapporto tra la conferenza che avevo appena dato (sull’industrializzazione, il progresso, la tecnologia Belle Époque) e l’affondamento del Titanic.

“Anche oggi, cosa credi?” aveva concluso questo settantanovenne, sistemandosi la mascherina. “Facciamo tanto gli splendidi, noi umani, e ancora nel 2020 ci manda in crisi un microbo.”

Ecco, mai sottovalutare troppo le riflessioni buongiornissime.