Levi's 501 - "Three Guys from the Backside"
Rara immagine di guaglioni in jeans che fanno lo “struscio” sul corso del mio paese: purtroppo dovevano aver finito il gel per la tradizionale leccata di vacca

Io vi schifo, vabbuo’?

No, scherzo dai, alla fine chi vi conosce! Ok, adesso sono seria: se quest’anno ha fatto qualcosa di buono per me è stato legittimare la mia asocialità cronica.

Per esempio, mi avete insegnato cos’è il Grinch, un nome che ho registrato tanto tempo fa e che ho subito rimosso. Sì, forse il Grinch sono io, and I think it’s beautiful.

Già che siamo poliglotti, stamane, il problema per me resta la leggenda metropolitana per cui io sarei una socialite (*inforca occhiali da sole che non possiedeva fino a un istante fa*): è un equivoco che nasce perché resisto a Barcellona da ben dodici anni! In realtà la mia parte compagnona e casinista, insomma la fan di Gigione che mi porto dentro, è frutto di un adattamento alle vite degli altri che ho avuto nel corso della prima adolescenza. A quei tempi m’ero stufata perfino io di essere l’impedita sociale che parlava a monosillabi, e ai compleanni si metteva a leggere i libri della festeggiata. In un mondo ideale sarei andata a parlare con la psicologa della scuola, le avrei detto cosa non mi piaceva della mia vita, e avrei ricevuto qualche indicazione su come cambiare senza smettere di rimanere me stessa. Invece, nella provincia denuclearizzata dei primi anni ’90, la soluzione migliore che ho trovato è stata: imitare il prossimo. Nella fattispecie, mi sono messa a copiare atteggiamenti ed espressioni di ragazzine che leggevano Cioè come se fosse la Bibbia, e si dedicavano ad attività misteriose tipo:

  1. Dichiarare a tutta la classe durante la pausa: “Ho comprato un jeans!”. Doveva essere una formula magica, perché generava prima il silenzio assoluto, poi una serie di domande a raffica sul modello, a cui la diretta interessata rispondeva letteralmente dando i numeri: 501, 511… È vero che come sequenza del lotto era un po’ strana, però mai che provassimo a giocarcela, oh!
  2. Entrare in classe correndo come per annunciare l’avvicinarsi di un meteorite, e invece gridare: “In cortile è caduto uno!”. Seguiva una scarica di risate che io boh: avessi visto la persona in questione fare un capitombolo, forse l’avrei anche trovato buffo. Ma a quel punto, a dirla tutta, si sarebbe trattato quasi sicuramente di me.

Immaginerete che la mia imitazione strepitosa mi conferì una vita sociale che avrebbe fatto impallidire il Grande Gatsby (a proposito: era vietato conoscere opere di narrativa che non fossero scritte da Jim Morrison, o al massimo da Claudio Baglioni). Quasi tutte le manovre delle compagne che copiavo sembravano peraltro finalizzate a piacere a dei tizi che giravano in motorino senza casco, perché si facevano la leccata di vacca col gel. Buone notizie! Io mi sarei dissociata almeno da quello, per dedicarmi subito alla mia grande specialità: i disagiati. Eh, sì, la mia abilità nel risolvere i miei problemi è stata eccelsa fin dagli albori.

Insomma, tutto questo per dire che io sono Legione, e mi sono dovuta implementare una seconda personalità per non andare in giro a dare i numeri (sbagliati, del lotto), mentre di base tendo a schifare qualsiasi entità che non abbia l’aspetto di una spaghettata con le pellecchie. Ma perfino io capisco che una cosa buona di questa pandemia, forse l’unica, è la consapevolezza crescente che qua o se ne esce insieme o non se ne esce proprio.

E non vi ho fatto leggere fin qui solo per ribadire lo stesso concetto di altri post: anche quest’articolo del Guardian afferma che la pandemia ha creato quantomeno una sinergia tra scienziati (con scivoloni inediti da parte di quelli in erba) che non sempre è stata mossa dagli interessi economici. Menzione speciale a Julia Gog, che confessa che è stato il coordinatore del suo nuovo gruppo di ricerca a creare la perfetta sintonia per ottenere risultati: “È molto collaborativo. Non si mette al centro, si concentra piuttosto su cosa possiamo fare come gruppo.”

Ecco, io a questo credo tantissimo. Se affidiamo la fiducia in noi stessi al giudizio altrui, possiamo pure prendere a schiaffoni il Covid in modalità Bud Spencer finché non lo spariamo su un’altra galassia: ci sentiremo comunque un fallimento ambulante. Invece, le migliori prodezze umane vengono fatte quando mettiamo da parte il nostro ego montante e ci concentriamo sul risultato. Semplice e… banale, più che geniale, ma spesso non ci arriviamo.

Insomma, forse non mi comprerò mai più un paio di Levi’s 501, o 511, o 512 (ed è subito terno sulla ruota di Napoli!), ma dal mio castellaccio da cui vi contemplo stile Innominato… vabbè, anche meno: dal balcone di casa mia, diciamo, mi compiaccio perché, in barba al pessimismo e fastidio imperante, un po’ di collaborazione la vedo.

E allora, avanti così!

Le migliori rivoluzioni sono state fatte senza mutande: figurarsi se ci fermerà un paio di jeans a vita bassa.