A history of the Diet Coke break hunks | HELLO!

Sentite, io odio avere i panni addosso. Va bene?

La mia è proprio insofferenza ai tre o quattro strati di tessuto che rischio di sentirmi sulla pelle negli inverni barcellonesi. (L’idea che siano tiepidi è un’interpretazione polentona, change my mind!)

Capirete, quindi, che l’esperimento dell’altro giorno è stato per me una rivelazione, specie perché io sto alla montagna quanto Trump alla Ragion di stato: dunque non avevo mai sperimentato le meraviglie che fanno due strati soli, ben assestati, di tessuto termoisolante. Sorpresona! Mettevo piede in Plaça Catalunya vestita di una giacchetta che pareva una fioriera (i miei gusti discutibili non cambiano per così poco) e ci stavo bene anche a gennaio. Oddio, forse ci sarebbe voluto giusto un cappotto leggero per coprire meglio le braccia, o addirittura uno scialletto: una cosa stile “Lucia Mondella in escursione sul Resegone”. Ma al massimo si trattava di essere l’insopportabile Lucia, piuttosto che la triste parodia di Anna Karenina che rappresento nel mio cappotto canadese! Peraltro ho investito nei saldi di una marca costosetta ma di qualità, quindi ho trovato paradossale farmi strada, tornando verso casa, tra la solita fila che si stagliava fuori al Decathlon: sospetto che, attirate da certi prezzi stracciati, le persone lì rischiano di ritrovarsi nella stessa posizione l’anno dopo, per acquistare lo stesso prodotto.

Ma quello sui “soldi ben spesi” e gli acquisti di seconda mano è un argomento che toccherò in seguito. Adesso, lasciatemi dire, capisco benissimo se non vi ho impressionato con la mia storiella, ma questi esperimenti scemi sono la conseguenza visibile di tutta una serie di riflessioni, figlie della pandemia e della curiosa circostanza di non avere niente di concreto da fare fuori casa, tranne la spesa. A dirla tutta, c’entrerebbe qualcosa anche il fatto che compio quarant’anni tra qualche settimana, ma vabbè, la conclusione principale a cui giungo è: sono contenta del mondo in cui vivo, nonostante tutto. Bum! Intuite quanto privilegio ci voglia, a fare un’affermazione del genere?

Sì, perché bisogna ottenere il giusto mix di capitale economico e capitale culturale, oltre che una fortuita impermeabilità alla pandemia, per godersi un tempo in cui, per qualcuno, il fatto di stare meno da schifo che in altre epoche già significa che si stia bene. Ma quello che noto soprattutto nella mia esperienza, il privilegio per me più importante, è che ho avuto tutto il tempo e l’agio di vivere due vite.

La prima è durata vent’anni. È stata paesana e un po’ ribelle, ma le sue regole restavano tali anche quando si trattava di trasgredirle. La gente, alle elezioni, votava i conoscenti, non i programmi: tutt’era votare, invece, i programmi, e rassegnarsi a perdere le elezioni. La TV doveva fare irrimediabilmente schifo: tutt’era guardare Rai 3, e fingere che fosse tanto meglio. Gli uomini femministi (oggi avrei detto “alleati”) erano pochi e introvabili: tanto valeva educare quelli che passava il convento. Infine, va da sé, per il bagno a mare bisognava aspettare: un’ora sola magari (il vantaggio di avere un padre medico), ma bisognava comunque aspettare. E depilarsi col rasoio rendeva i peli più duri.

Poi boh, poi c’è stato Internet, con le tanto vituperate legioni d’imbecilli, e quelle più interessanti di gente valida, ma senza gli agganci giusti per arrivare chissà dove. Questa gente, per fortuna, ora può farsi sentire. Ovviamente sono successi altri fatti, intanto, e i prezzi dei biglietti aerei sono scesi, a volte per i motivi sbagliati. Ne ho usufruito spesso, e ho fatto scoperte curiose: in uno dei pochi viaggi fatti in compagnia, come la seconda visita a Barcellona, il mio accompagnatore dava per scontato che gli autoctoni mangiassero pasta quasi ogni giorno. Succedeva da noi, dunque succedeva dappertutto.

Adesso, il mio hobby preferito negli ultimi tempi è stato quello di vedere quante cose credevo andassero in un modo, e invece… Barcellona vive solo di turismo! (L’85% della popolazione no, secondo un documentario che sto cercando di ripescare.) Le disuguaglianze di genere si combattono con la parità dei salari! (Cerrrto, ma il lavoro di cura non è lavoro?) Chi lavora più tempo produce di più! (Ehm…) Non mi dilungo sulle conseguenze di vivere in un posto in cui i tuoi genitori possono comunque accusarti di non votare per il loro stesso partito, ma non perché lì ci sia un cugino candidato, bensì perché “non ami la tua terra” (è successo davvero a un’ex collega indipendentista, che aveva osato votare più a sinistra di Convergència).

Vi risparmio scoperte ed esperimenti su questioni considerate più frivole: vi basti dire che mi sono affidata sempre più alla tecnologia, man mano che ne avevo la possibilità. Ma non ci vuole chissà che tecnologia per scoprire i piumoni separati degli svedesi o, già che ci sono, le camere separate, se la casa lo consente. L’idea di coppia simbiotica che potevano avere i miei genitori, e i nonni prima di loro, faceva spazio al concetto di tempo di qualità: non mi sorprende trovare diverse pagine in italiano che sfottano il concetto in nome della solita rete di affetti che risulti asfissiante e, magari, disfunzionale. Tanti auguri. Tanto per me la famiglia, o l’idea che potevo averne, si è allargata in ogni senso possibile.

Per concludere: no, non ci vogliono tre ore per fare il bagno, o tre strati addosso per sconfiggere il freddo. E sì, sulle soglie dei quaranta sto vivendo un’ulteriore vita che non smentisce le precedenti, ma le adatta a me: alla “ciucciona vecchia” (cit. mia madre) che sono diventata. Consiglio l’esperienza a chiunque abbia il culo di poter fare altrettanto! È per questo che ieri pomeriggio ho adorato una passeggiata in cui non solo andavo “troppo freschettina” (come pure mi rimproverava mamma, quando scoprivo gambe e ombelico a quindici anni), ma in fin dei conti “freschettina” non ci stavo affatto.

Che ci accompagni sempre la curiosità di nuove scoperte. Sono una benedizione. Soprattutto in tempi come questi, perché sapremo farne buon uso.

(La Garota de Furcela… ehm, de Ipanema, cantata da una femminista che la odiava.)