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Sta succedendo una cosa bellissima, nelle mie letture.

Trent’anni fa, o giù di lì, ero a casa dei nonni, era mattina e doveva essere un giorno di festa, perché non era domenica ma io non ero a scuola, e mia madre non era al lavoro. Il nonno guardava un film in TV, uno di quelli che allora non mi attiravano perché non erano cartoni: però la storia mi appassionava, perché parlava di un bambino e una bambina che si incontravano in campagna. Lui se ne stava su un prato con una zuccheriera, e quello della zuccheriera tra l’erba era un particolare che mi aveva affascinato quanto i vestiti del bambino, che sembravano più da adulto. Forse ai suoi tempi i ragazzini si vestivano come adulti. Lei si chiamava Lillà, o così mi parve di sentire, ma non capivo se si scrivesse proprio come i fiori della casetta in Canadà. Comunque Lillà, o come si scriveva, aveva un abito troppo carino, corredato da un fiocco nei capelli, e pure sembrava venire da un’epoca in cui ti vestivi così ogni giorno, e non solo a Pasqua: sapete, io già allora ero una nemica giurata dei jeans.

Il ragazzino, dopo quell’incontro, rimaneva come colpito da un fulmine, e si recitava da solo poesie su quanto amava questa Lillà, quindi per lui non era poi così importante come si scrivesse il suo nome. I due s’erano dati appuntamento nello stesso posto, ma non so quanti anni dopo. Però quando si rincontravano non erano più tanto divertenti, perché erano già adulti: secondo me avevano almeno sedici o diciassette anni, erano vecchissimi! Così a quel punto avevo interrotto la visione del film ed ero andata in cucina da mamma e nonna. Al ritorno in salotto, però, qualcosa era cambiato e la ragazza era triste, perché stava succedendo una cosa terribile, forse una guerra. Lei era polacca, lo sapevo perché a un certo punto si era arrabbiata col ragazzino dicendogli: “Vuoi dire che noi polacchi…?”. Io di polacco conoscevo le signore con i capelli biondi e i denti d’oro che facevano le cameriere in paese, e certe pantofole bianche, che non mi sarei infilata neanche sotto tortura. Perciò non capivo bene il nesso tra essere polacchi ed essere tristi per la guerra.

Però la ragazza era davvero a pezzi e beveva molto, e a un certo punto dichiarava qualcosa come: “Ho deciso: farò la puttana! Sarò la più grande puttana…”. Ma il ragazzo si arrabbiava assai di questa dichiarazione di intenti. Allora io correvo di nuovo in cucina: “Mammaaaa, cos’è una puttana?”. E mamma mi mandava a prendere il vocabolario, e ci leggevo qualcosa come: “Persona che vende il proprio corpo in cambio di denaro”. Mamma mi chiedeva se avessi capito e io rispondevo di sì, ma in realtà boh. L’ultima scena che avevo visto era di questi due che si salutavano in un giardino, perché poi lei doveva partire con tutta la famiglia in una macchina che sembrava ancora più vecchia di quella di mio nonno, che già era giurassica di suo e non funzionava neanche più. Ma dove andasse tutta la famiglia anche se c’era la guerra, non lo sapevo.

Il ricordo del film mi aveva perseguitato per anni: anni in cui avevo imparato diversi modi di scrivere “Lillà”, avevo scoperto l’increscioso nesso tra i polacchi e la guerra, e avevo pure formulato due o tre idee tutte mie sui colpi di fulmine e la loro reale valenza. Però non ero mai stata in grado di determinare che razza di pellicola avessi visto quel giorno lontano, fino a… Fino alla sera in cui ho trovato questo sito, specializzato nell’individuare film di cui ricordiamo la trama e nient’altro. Allora ho raccontato qui la storia che mi ero portata dietro per anni, e che mi aveva fatto scoprire i poteri delle zuccheriere e cos’era una puttana. L’ho fatto senza troppe speranze, ma un’anima pia è rimasta affascinata da questa trama quanto me, e tanto ha scavato che ne ha trovato la fonte principale. Sono grata a quell’anima pia, e pure a tutte le cose che ci facciamo un punto d’onore di schifare: la tecnologia che “distanzia” le persone e che “disinforma”, mentre a me ha risolto un mistero trentennale, grazie a una persona che non avrei mai conosciuto altrimenti.

Adesso so che il “film” in realtà era una serie, ed era pure basata su un romanzo famoso, scritto in una lingua che, intanto che mi facevo grande e ricordavo i ragazzini e lo zucchero, ho imparato pure a leggere.

Il libro è Gli aquiloni, di Romain Gary. La serie è del 1984. E comunque si scriveva Lila.