Circola questa voce che mi state un po’ sul culo.

Sì, insomma, che sono ipercritica e dopo un po’ mi stanco di tutto e tutti: pagine di attivismo, filosofi femministi (?)… So che dormirete sonni tranquilli adesso che smentisco, ma non ringraziatemi troppo, eh! È che ho sviluppato una profondissima filosofia di vita in seguito a questa crisi qua, originata da un uomo che mi preferiva la sua lavatrice. La mia filosofia è in realtà una domanda: “Quanto tempo devo perdere in questioni che non mi piacciono, né mi aiutano in nulla?”.

Perché, scusate, è venuto il momento di dare di nuovo un prezzo al tempo. Vedo che qua svicoliamo: il lavoro della mamma non ha prezzo, il tempo impiegato ad amare non è mai sprecato… Ma un par de ciufoli! Saranno i quaranta ormai arrivati (ricordate la scena di Nanni Moretti sugli anni che rimangono da vivere?), però sul serio: in una società che dà un prezzo a tutto, è un po’ sospetto non darlo proprio al bene più prezioso e più facile da sprecare, o da esigere da una categoria a caso. Dunque, io al tempo non solo metto il cartellino del prezzo, ma ci calcolo anche l’IVA, e già che ci sono stabilisco pure i (pochi e circoscritti) saldi.

Per questo a volte mi spiace che il femminismo italiano si ponga solo ora questioni che, qui dove vivo e anche altrove, hanno pure suscitato la formazione di progetti e comitati. Allora evito di leggere millemila commenti paternalistici di donne bianche con titoli di studio, che spiegano che “i problemi sono ben altri” (i loro). Piuttosto, mi metto a cercare un articolo che possa poi tradurre dallo spagnolo, o dal catalano, o dall’inglese, scritto da chi riflette sulla cosa da un po’ più di tempo, magari a partire da considerazioni intersezionali. Oppure, che so, avete altre idee per me? Cosa posso fare nel mio piccolo, per aiutare? Perché a questo punto scatta la selezione del tempo.

È una realtà drammatica nell’attivismo. Ho voglia a scrivere ventimila articoli accademici, spunterà sempre il pezzo di una stagista che su un giornale online si chiederà: “Dove sono le donne italiane che scrivono di Genere?”. E allora capisco che non ci legge nessuno, non arriviamo a un pubblico non specializzato. Perfetto. Allora faccio un podcast? Un post su Instagram? Metto la pulce nell’orecchio a Unaelle su qualche altra lotta che bolla in pentola in terre iberiche? Magari lei ci fa il lavoro fantastico che già sta svolgendo sulla pressione estetica… A volte ho sprecato anni interi, un’ora qui e un’ora là, a curare progetti interdipartimentali che si sono risolti in un seminario con trenta persone, e poi tutti al ristorante. Ammesso che offrisse il dipartimento (campa cavallo), vedete anche voi che le ore perse a sbattere la testa sul dibbbattito in questione non sono compensate da una paella, e dai complimenti di chi certe cose le sapeva già.

E allora che si fa? Ormai io ho trovato la mia risposta: si va per sottrazione. Quante ore ha la giornata? Ventiquattro. Che cosa potrei fare nella mezz’ora che sto per perdere in un “progetto culturale” che arricchisce solo chi mi ha convocata perché ci so fare? Quante esperienze utili mi sta precludendo la discussione con qualcuno che non crede alla dipendenza economica delle donne? In caso vogliate prendere spunto anche voi, ecco qui sotto alcuni suggerimenti per sottrarre questa mezz’ora a ciò che ve la sta rubando.

  • Ci ho messo una mezz’oretta a tradurre questa intervista sull’amore romantico, che almeno nella sua versione spagnola è circolata a lungo in ambienti anche non femministi.
  • Mi è piaciuto La città dei vivi di Nicola Lagioia: l’ostinazione dell’autore nella ricerca di un senso è speculare alla mia risoluzione di non perderci più *indovinate cosa*. Ebbene, i capitoli sono brevi: in mezz’ora ne leggo due o tre.
  • Davvero mi sono persa due stagioni di Homeland? Forse avevo deciso, dopo la quattro, che non c’era più da perderci troppo *indovinate cosa*: a volte si sbaglia pure a valutare, eh!
  • Va bene che adesso ho altre priorità, però due fettuccine a mano, ogni tanto…
  • Se acchiappo il compagno di quarantena tra una spedizione in biblioteca e un’altra, mezz’ora non basterebbe! (*Inforca occhiali da sole, mentre parte una versione di You can leave your hat on suonata con le pernacchie*)

Però, oh, sono gusti. Se volete regalare il tempo, elargitelo a piene mani! Ma i regali si fanno nelle occasioni speciali, e dice che contengono uno spirito che per gli antropologi si chiama Hau, ma in realtà si può tradurre come Pietro: quello sì che deve da ritorna’.

Che succede con chi il tempo lo regala a noi, con sospettosa solerzia e senza nessun apparente tornaconto? Ma che bello, meno male che esiste gente così! Però, attenzione a riconoscere questa gente da chi pensa che un certo tipo di tornaconto per il “tempo investito su di noi” sia un passaggio obbligato: ripassate in questo pratico dizionario il concetto di nice guy. A questo proposito, vorrei concludere con il pensiero poetico di un giornalista napoletano, incontrato per caso a un evento culturale:

“Sostengono che non si debba ispezionare la cavità orale di un equino che ci venga presentato in omaggio. Purtuttavia, io ritengo opportuna addirittura una controllatina all’orifizio anale”.

Ok, chi voglio imbrogliare? In realtà il signore l’ha detta così:

“Dice che a caval donato nun se guarda ‘a vocca. Io invece ce guardo pure ‘o fetillo.”

(Lo so, sono scontata.)