Ma chi, io? No, non nel senso che ero bona (che pure, voglio dire… ok, la pianto), solo che da giovinetta assumevo le caratteristiche che oggi, nei paesi anglosassoni, si attribuiscono alla Cool Girl. Quella che “non è come le altre”, perché con lei un uomo si può rilassare, può dire quello che vuole, può anche “mancarle di rispetto”, tanto lei gli renderà pan per focaccia. In fondo siamo tutti uguali, no? Siamo tutti persone! Cioè, avete presente Jennifer Lawrence? Ecco, ero io! In spirito, dico. Ero J.Law senza il fisico di J.Law. Tutto chiaro, mi sembra!

Non voglio ingannarvi: prima di entrare nel merito su come fossi diventata una ragazza fica, in questo post spiegherò soprattutto quali fossero le alternative possibili, e perché le ho scartate.

Potevo, tipo, essere una ragazza “come le altre”. Ma il modello di donna che mi veniva presentato era a-tro-ce. Non per ciò che facesse: lavare, stirare, accudire i figli, e fare queste tre cose anche se lavorava fuori casa come il marito (ma le cameriere in paese costavano anche cinquemila lire l’ora, voglio dire…). Il problema era l’atteggiamento che accompagnava tutto questo. Capricciosa, debole, isterica, umorale, gentile ma con riserva, bisbetica, smorfiosa… Ma che davero? E soprattutto, care ex bambine, ci rendiamo conto che quando ci insegnano cosa pensare delle donne non siamo ancora donne? A me sembra un dettaglio da non sottovalutare, perché almeno io non riuscivo a identificarmi del tutto con la categoria che mi insegnavano a schifare almeno un pochetto… Per dire, il termine “pettegola” lo imparai a una festicciola di compleanno, perché una bambina lo gridava a un’altra: la stessa bambina, in un primo momento, era venuta da me a protestare perché “non le pareva educato che in mezzo a tanta gente me ne stessi in disparte a leggere un libro fregato alla festeggiata”. Tutta la mia vita, presentata davanti a me in due minuti.

Ma niente da fare: anche a ribellarmi, il modello mi rimbalzava contro, tipo boomerang. La gente dava per scontato che anche io fossi fatta “in un certo modo”: dunque, se sfogliavo una rivista per bambini in sagrestia con un’amichetta del catechismo, per il diacono stavamo facendo sciocchezze, e avremmo dovuto piuttosto andare a sentire la messa. A scuola i maschi erano assurdi, si lanciavano oggetti durante la lezione, spostavano banchi, bestemmiavano nella lingua proibita a noialtre, “ma non tanto a loro” (cioè, il napoletano), ma appena le ragazze si mettevano a bisbigliare tra loro… “Sembrate le oche del Campidoglio!” tuonava una prof. che fumava in classe. Quelli che prendevano voti più alti erano i ragazzi bravi in scienze: era il modello che piaceva a quasi tutte le prof., anche a quelle di materie umanistiche. Alcune, posso dirlo? Sembravano perfino un po’ intimidite dalla figura del secchione.

Per le ragazze c’era una via d’uscita: essere bone. Ma era comunque difficile, che lo si fosse o no secondo gli standard dell’epoca. Se si era bone, a volte bastava essere circondate da ragazzi, a una festa, per essere nominate ufficialmente ‘na zoccola. Se non lo si era, si diventava un premio di consolazione, un ripiego per le attenzioni altrui: perché mentre i ragazzi avevano i videogiochi o la musica nerd, calamitare la loro attenzione era presentato da pubblicità, riviste, perfino letteratura per ragazzi, come la missione di vita delle ragazze. Quanto ai requisiti per la bonazzaggine… oh, adesso magari si porterà Gigi Hadid pure alla Sanità, ma allora la famme ‘e guerra doveva ancora aleggiare, perché il modello di bellezza femminile restava questo:

Abbracci e pop corn: Signori si nasce

In caso ve lo chiedeste: sì, il modello di bellezza maschile era sempre quello a destra. Cioè, una somiglianza con Dylan di Beverly Hills era sempre auspicabile, e mai necessaria: se eri rappresentante di istituto, per esempio, te la scappottavi, e così se eri quello simpatico che era popolare tra tutti. Quanto alla brunona mediterranea: il mio bisnonno era chiamato “l’austriaco”, quindi fate voi. Ma niente paura! Cresciuta con le migliori intenzioni nella retorica del merito, pensavo di poter ottenere tutto, se mi fossi impegnata abbastanza. Dunque, se non ottenevo qualcosa, non mi ero impegnata abbastanza. Il modello di bellezza a cui mi ispiravo per l’occasione era questo:

Claudia Schiffer, 50 anni in 50 look cult della top delle top più bella del  reame

Per chi non mi conoscesse dal vivo: ci sono riuscita! Sì, a volte ancora mi confondono con Claudia, per strada. Per tutti gli altri, giuro che ho quasi finito con le sciocchezze: no perché, per la gioia del diacono di cui sopra, poi non sono più andata a messa, ma in compenso ho continuato a cazzeggiare, e pure a leggere.

Nel prossimo post vi giuro che sarò (quasi) seria: voglio solo spiegare perché il modello della compagnona simpatica è stato per tante ragazze una pezza a colori rispetto alle imposizioni di cui sopra, ma poi ci si è ritorto contro come un boomerang.

Ma a questo punto vi ho già fatto una testa tanta, quindi usiamo questa come premessa, e ci vediamo lunedì!