Dio, torno in Italia qualche giorno. Devo. E non so cosa mettermi!

No, scherzo, butterò due gonne e tre calze nello zaino. Ma riassumevo il mio shock post-lockdown, che mi porta a girare con i capelli lunghissimi perché mi scoccio di trascorrere anche mezz’ora dalla parrucchiera. E vado addirittura con i pantaloni della tuta (chi mi conosce sa che è inaudito!).

Specie fino a poco fa, le donne che “si curavano poco” (espressione che odio, “curarsi” per me è fare il ca’ che ti pare) erano spesso tacciate di pigrizia.

Invece, una scrittrice come Zadie Smith ha dichiarato che a sua figlia concede solo un quarto d’ora da passare davanti allo specchio: il fratellino non è sottoposto alla stessa pressione estetica per uscire di casa tutto caruccio, così ha il tempo di fare altro.

Tipo? Beh, io, la sera che ho smesso di documentarmi sulla gloriosa lotta ai punti neri, ho visto un documentario su Mayakovski.

Dite che sono meglio i punti neri? De gustibus! Io ho la sensazione che il lockdown ci abbia confermato qualcosa che sospettavano in tante, senza mai articolarla: se andiamo in giro nature, non si ferma il mondo. Nonostante i vari meme scimpatici su come sarebbero state pelose le donne a fine quarantena. Nonostante gli inviti della giornalista boomer madrilena, che si faceva un punto d’onore di mettersi il reggiseno anche per lavorare in casa (e varie ventenni le hanno fatto ciaone con il no bra movement, di cui sono seguitrice inconsapevole da anni).

Sì, già vi vedo: “Ci voleva il lockdown”. Non lo dite a me! Intanto, è la prima volta in vita mia che, quando osservo le vetrine sul Portal de l’Àngel, devo controllare il nome del negozio per accertarmi che sia Benetton e non Oysho! Il “look pigiama” introduce nuovi orizzonti.

Però (apro parentesi sociale), non posso prevedere grandi cambiamenti di costume se l’economia non si muove di un millimetro, se il lockdown ha fatto perdere il lavoro a un’incredibile quantità di donne: allora, la dipendenza economica può spingere una a rendersi il più indispensabile possibile (anche rinforzando gli stereotipi di genere), per non finire in mezzo a una via. Io dico scherzando che la maggior emancipazione che in Catalogna è dovuta alla crisi economica, che ha costretto tante coppie giovani ad avanzare verso la parità: la mattina lavora il papà, il pomeriggio la mamma, e i soldi per l’asilo non ci sono, quiiindiii… Sul serio, al mio arrivo ero stupita da quanti papà vedessi in giro coi figli nel marsupietto, o come si chiama.

Ora (chiudo parentesi sociale), conveniamo che la parità ottenuta con le pezze a culo non è l’ideale. Però è importante trarre qualsiasi lezione legittima dal periodo demmerda che stiamo trascorrendo. Una è che il “Lo faccio per me stessa” non sempre sta in piedi, se riferito ai soldi e al tempo che crediamo di dover investire per renderci accettabili (visto che, così come siamo, non andiamo mai bene…).

Quando mi tornerà lo sfizio, riprenderò a truccarmi gli occhi, perché mi diverte giocare coi colori, e in strada avvisto molti più ragazzi che si cimentano.

Speriamo che, un giorno, la mia nipotina nata nel 2020 possa uscire in pigiama o addobbata come un lampadario, o senza niente addosso: come più le gira di fare.