Avrei due pensieri per il medico del 112 che l’altro ieri, dopo una lunga telefonata corale in quattro lingue diverse, ha raccomandato a un mio inquilino in stato confusionale di prendersi un taxi per arrivare al pronto soccorso più vicino.

  1. Mi dispiace. Voglio pensare che il dottore fosse sincero sulla mancanza di ambulanze, e magari costretto a stabilire delle priorità. Con una pandemia ancora in corso, un ragazzo non ancora trentenne che sia prosciugato da un virus intestinale deve essere tristemente messo da parte per altre emergenze, anche se non riesce quasi a muoversi, o a reggere un cellulare, o a dare risposte coerenti su cosa gli stia accadendo. La domanda, però, è la stessa che ci facciamo dall’inizio della pandemia: come abbiamo raggiunto questo stato di cose?
  2. Se la telefonata fosse stata fatta in un altro angolo di casa mia, cioè la dépendance appena occupata dai “successori” di Cri, i soldi per il taxi non ci sarebbero proprio stati. I nuovi ospiti, due ragazzi fantastici, sono arrivati direttamente dalla strada, con una tortilla precotta offerta come cena dai servizi sociali. Anche se mi dicono che non gli serve niente, quando vado a fare la spesa, sospetto che per loro anche i sette euro di taxi per raggiungere il pronto soccorso sarebbero stati un tabù.

Per fortuna è andata bene: il taxi è arrivato presto nonostante la folla dell’Immacolata. L’infermo è tornato a casa due ore dopo, più tranquillo e in forze. Io ripenso a ogni volta che noi dell'”Europa unita” sfoggiamo incredulità e sarcasmo sotto i post americani che parlano di quanto costi un’ambulanza. Già, perché noi ce le abbiamo gratis, le ambulanze. Noi ce le abbiamo.