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Io lo sapevo, che ho la macchina fotografica dei Puffi.

Oddio, non ce l’ho più in realtà, ma neanche il cellulare nuovo può scattare foto papabili per la copertina di un libro: il mio.

Alla casa editrice hanno provato, con infinita pazienza, a fare qualcosa, ma le sessanta foto che ho scattato durante il pellegrinaggio sulle tracce di Sam non erano adatte allo scopo.

Va detto che il mio “muso ispiratore”, sulle cui vicende è basato in parte il romanzo, mi aveva dato per forza di cose un preavviso minimo per farmi da guida nei boschi: non ho avuto tempo di procurarmi una buona macchina fotografica, che in ogni caso non mi avrebbe trasformato in fotografa.

Però, quando ho visto la proposta di copertina che mi hanno inviato dalla casa editrice, ho avuto una bella lezione su qualcosa che non si impara mai abbastanza: la discrepanza tra le nostre aspettative, e ciò che è meglio per noi.

Mentre scrivevo Sam è tornato nei boschi, visualizzavo il protagonista tra due alberi, che creavano una zona d’ombra. In contrasto, il sole che penetrava al di là del fogliame era abbagliante.

La foto proposta dalla casa editrice, la visualizzereste anche voi. Il gioco di luci e ombre non è esasperato come immaginavo, ma l’effetto finale veicola meglio la sensazione che volevo dare: il mistero di una soglia, il passaggio da una condizione di vita a un’altra.

Se mi attaccassi alla mia immagine, il risultato sarebbe quello che vedete sopra, ma con i chiaroscuri esasperati.

Se lascio andare le mie aspettative e penso solo al messaggio, so che la foto che apparirà in copertina è quella giusta.

Mi resterà nella pelle il pellegrinaggio sul luogo preciso in cui Sam dormiva, da solo, al freddo, perché ancora non capiamo che la salute mentale dev’essere patrimonio comune. E c’è una foto senza Sam, senza me, che mi ricorderà tutto questo.

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Questa barriera di sterpi che nasconde la città, l’umanità così vicina e così preclusa a chi non si piega alle sue regole, è l’immagine che porto con me di questo viaggio.