Ok, quella di Sam non è proprio una storia vera.

Nel senso: di base lo è, ma non volevo che fosse la storia mia, o di colui che chiamo “il muso ispiratore” del romanzo.

È vero che la prima bozza mi ha fatto da salvagente quando “Sam” non sapevo neanche dove fosse, altro che boschi! Sapevo solo che lui sarebbe stato via per mesi interi, e che trovava normale non riuscire a prevedere quando sarebbe tornato: nel suo mondo fatto di assenze, era strano anche solo che ci fosse qualcuno ad aspettarlo.

Però ho questa teoria: quando si tratta di raccontare una storia nostra, il punto non siamo noi. Lo siamo quando si tratta di noi, della nostra felicità, delle priorità che dobbiamo tenere in mente.

Quando invece si tratta di condividere una storia con qualcun altro, a me piace parlare non solo di me, ma di tutto.

Sapete che i militari afflitti da stress post-traumatico rischiano di strangolare la moglie nel sonno, se quella li sfiora per sbaglio? Io l’ho scoperto con Homeland, insieme alle difficoltà sessuali che possono perdurare molto dopo il ritorno dalla guerra.

Sapete che la maggior parte delle allucinazioni è uditiva? Questo mica ce l’avevo chiaro: quando è capitato a me, di accudire qualcuno che “sentisse una voce”, ho dato subito per scontato che l’allucinato potesse anche… vedere la persona che gli stava urlando in testa.

Infine, come dicevo altrove, c’è una parola per designare i senzatetto, ma non esiste il contrario: come si definisce chi un tetto ce l’ha? Forse ho cercato male io, ma il dizionario dei sinonimi e contrari non mi aiuta.

La storia vera che ha ispirato Sam è tornato nei boschi mi ha insegnato quante cose, dopo anni di lavoro su di me e sul mondo, davo ancora per scontate.

Spero che vogliate scoprirle anche voi.

(La colonna sonora della prima bozza di Sam, imposta dal cantante di strada fuori al portone!)