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Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

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Bella, eh, la Pasqua di Ricomincio da capo? L’anno scorso aveva quasi una sua nobiltà, il restare chiusi in casa ma “vicini col cuore”, cantando dai balconi che ci saremmo abbracciati presto (quando non si cantava l’inno italiano anche a Napoli!). Adesso, come suggerisce il buon Zerocalcare, è la ripetizione che fa strano.

Cioè, le storie sono strane per conto loro, spesso e volentieri, specie quando sono tristi o angoscianti come quelle dell’ultimo anno. Però, mentre guardo il plotoncino di conterrOnei che hanno sfidato la zona rossa per farsi Pasqua proprio sotto casa mia, ripenso a un ragionamento che faccio da tempo.

Dove finisce una storia? E mi riferisco a una storia di qualsiasi tipo. C’è l’evento principale, che so: io che prendo una multa. Quello di solito è fatto e finito, e lo subiamo, nel bene e nel male, anche quando siamo noi a provocarlo: non controlliamo che una piccola parte della situazione. La storia della multa può finire con me che la straccio, e dieci anni dopo ne sto ancora a pagare le conseguenze. Oppure con me che vado dall’amico avvocato, che per evitarmela si fa invitare a cena per il resto dei suoi giorni, e a quel punto era meglio pagarla. Oppure con me che vado alla posta a pagare la multa, e incontro un’amica d’infanzia che adesso insegna presso un carcere minorile, così tra noi inizia una collaborazione fantastica… Quand’è che do la storia per finita, e su quale dei finali mi voglio concentrare?

È per questo che non arrivo mai a terminare un manoscritto, e l’anno scorso proponevo correzioni anche quando il libro era in stampa!

Non so mai quando finisce una storia, quando è il caso di dare per concluso l’evento in sé (e di solito è facile) insieme a tutte le sue conseguenze (e quest’ultima è un’operazione difficilissima, se consideriamo quanto tutto sia collegato e quanto durino certe conseguenze nel tempo). Allora, con le storie che finiscono male o promettono di farlo ho questo mio metodo, che a volte diventa un po’ una mania, ma di solito funziona: non la faccio finire lì. Ciò non significa ripudiare il “lasciala andare come va” di una Irene Grandi d’annata, ma comporta piuttosto la determinazione a tirarci su qualcosa di buono.

Questa crisi per me devastante, che mi fece entrare per qualche mese in un paio di jeans taglia 38 (miracolo!), poteva finire col tizio che mi mollava senza dirmelo per una che, sapevo già, sarebbe durata tre mesi (e no, la cosa non mi consolava affatto). Ma è stata per me l’occasione per dare una svolta alla mia vita, che mi cambiasse sul serio in meglio. Ancora oggi, più di sette anni dopo, sto pensando di usare in qualche modo le conoscenze che ho acquisito in quel periodo di crescita, magari sistemando un’antica bozza di manuale di self-help per impedite come me, o diventando la figura professionale che manca al mondo: la counsellor cinica. Eh, lo so, già vi vedo a dire: “Non ci serve niente, grazie!”, oppure “Stavamo scarsi!”. Però io sarei quella che non ti vende la stronzata che volere è potere, ma ti cita Camus e ti ricorda che la vita probabilmente non ha senso, tanto vale che gliene trovi uno tu. Lo so, avrò clienti a frotte! E le amiche psicologhe, spesso private dal counselling di pazienti che avrebbero bisogno solo di “uno bravo”, dormiranno sonni tranquilli. Scherzi a parte, visto che sono finita a parlare come sempre di storie d’ammmore, dove potrei far finire le mie? Al preciso momento in cui voglio ridurre il mio ex a polvere di stelle, e spedirlo su Marte a cercare acqua? Oppure a quando risolvo i nostri conflitti interni e torno a sentirlo ogni tanto? O a quando, finalmente più tranquilli, riusciamo a diventare anche amici sul serio? Con alcuni mi sono fermata al primo stadio, con altri al secondo. Il terzo è complicato e richiede molte energie, spesso non ne vale la pena: quando succede, però, è fantastico. Oh, il nostro tempo è solo nostro, possiamo lavorare a un numero limitato di cose alla volta. Che siano quelle buone!

Quindi, vi chiedo: dove finiscono le vostre storie? Familiari, lavorative… di ogni tipo. Se terminano con l’evento in sé, amen, gente, a volte bisogna solo mettere il punto, e magari a voi riesce meglio che a me. Ma provate il mio gioco: far finire una storia quando ne avrete ricavato qualcosa di veramente buono.

Ricordo ancora la madre che, al mio paese, perse il figlio in un modo assurdo e terribile, e anche se aveva tutto il diritto di starsene in casa a maledire il mondo fino alla fine dei suoi giorni, intitolò al ragazzo un premio culturale. Una volta, una ragazza ormai prossima alla trentina si beneficiò di questo premio, e tornò ad avere un po’ di speranza nell’umanità.

E la storia continua.

Cacciaguida - Gustave Dore - WikiArt.org
Caro Cacciaguida, magari sapesse di sale “lo pane altrui”!

Sì, sono una persona noiosa, perché Dante l’ho portato perfino all’esame di Italiano 1 (“Ma sei pazza?”), quando tutti, per intenderci, optavano per la premiata ditta Machiavelli & Verga. Eppure, del Sommo mi restano i due colpi di fulmine iniziali:

  1. Francesca da Rimini che legge del “disiato riso” mentre viene baciato da “cotanto amante”, e Lancillotto e Ginevra devono essere bellissimi sulla carta preziosa del manoscritto; ma Francesca e suo cognato Paolo sono fatti di carne e ossa, e allora lui invece del riso le bacia “la bocca”, e lo fa pure “tutto tremante”! Galeotto il libro e chi lo scrisse, e tutti i libri che ci hanno messi in guardia dal pericolo di rifugiarci in un mondo alternativo, sperando così di “scappottarci” quello reale. Ma hanno voglia ad avvertirci, le castellane riminesi, o i cavalieri erranti che lottano contro i mulini a vento, e perfino le casalinghe ottocentesche della campagna francese… Il fatto è che noi ci caschiamo sempre. E noi abbiamo le storie, “quelli di là” hanno le armi. Dunque, scusate se me la immagino sempre con una punta di napoletanissima cazzimma, la romagnola Francesca, mentre conclude: “Caina attende chi a vita ci spense”. E salutame a Satana.
  2. A proposito… Il momento più esilarante di tutti, nel mio rapporto con la Commedia, risale addirittura alla manovra circense che Dante fa in groppa a Virgilio, una volta che saltano su Lucifero. Il poeta latino scende lungo i fianchi del demone, poi si gira, si aggrappa al pelo delle gambe e… “Vede che anche Lucifero indossa scarpe Nike!”. Questa era del mio compagno di banco, e sparata così in classe, alla terza ora, mi costò un principio di soffocamento per non scoppiare a ridere, e finire in quella Natural Burella che era l’ufficio del preside.

Ma chi voglio prendere in giro? Forse avete indovinato dal tenore filosofico di certi miei post, che il verso (e mezzo) che mi ha accompagnato di più nella mia permanenza all’estero è stato quel famoso “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui”, che Cacciaguida profetizza a Dante. Soprattutto perché quella profezia è una balla mostruosa per una che, invece del pane toscano, è stata allevata a botta di pane cafone.

Ergo, per me è stata una tragedia, fin dal pane inglese imbustato che in Italia chiamavo pan carré, ma che un fidanzato troppo scrupoloso mi portava “fresco” dal supermercato di suo padre: voleva dire solo che la data di scadenza slittava di qualche settimana! A Barcellona, invece, la baguette deludeva sia me che gli amici francesi (ma va’), e la prima volta che mi sono decisa a comprare il pa de pagès, che tradotto era tipo “pane cafone” (ma comunque più insipido), la commessa me lo stava per mettere automaticamente nell’affettatrice. “No!” sono insorta. Come potevo spiegarle il sublime concetto di cuzzetiello, la tendenza a staccare con le dita l’angolino esterno della pagnotta?

Tant’è vero che ho accarezzato per anni l’idea di scrivere una raccolta di racconti dal titolo “Lo pane altrui”, con dentro storie italiane all’estero che fossero imbottite di baguette, pagnotte, mezzelune, pite, e le nuove panificazioni a cui ci siamo dovuti abituare noi “cervelli in fuga” (qualsiasi cosa voglia dire). Avevo anche cominciato a raccogliere storie, pensate un po’!

Anche perché mica è un concetto semplice: per me il pane barcellonese è stato più che altro il naan del Raval, quartiere d’immigrazione in cui quella sorta di pita fumante, fatta sul momento da Bismillah in un apposito forno, era molto meglio della baguette precotta che mi forniva “l’alunno di posteggia”, cioè il panettiere marocchino sotto casa. In compenso, alle maldestre avances dell’alunno di cui sopra, che era diciottenne, contrapponevo le risposte ben assestate della mia adolescenza napoletana.

“Eccoti la baguette, bella come te!”

“Mi stai paragonando a una pagnotta?”

“Vabbè, è bionda come te, però!”

Stavo per cominciare a scrivere di questa, e altre pagnotte, quando mi sono resa conto di qualcosa: sarebbe ancora più divertente se, invece di scrivere tutto io, lo facessimo insieme. Insomma, facciamoci i pani nostri, ciascuna o ciascuno parli per sé!

Che ne pensate? Lo scriviamo, ‘sto capolavoro?

Fatemi sapere, raccontatemi le vostre storie… E Cacciaguida, muto!

A mali estremi…

Howards End - Emma Thompson and Vanessa Redgrave | Emma thompson, Vanessa  redgrave, British actresses

Finalmente ho capito perché non dormo! Sento freddo. Cioè, a volte caldo e a volte freddo. Ieri notte, ad esempio, avevo il letto gelato: cose di mezzi tempi.

Però il dormiveglia di queste notti strane mi sta regalando delle chicche che neanche sotto acidi.

Ieri, per esempio, mi sono svegliata pensando: Barcellona è Wickham Place. Adesso, se vi piace come scrive E. M. Forster, o come recita Emma Thompson, mi avrete dato comunque per causa persa: il gelo delle lenzuola mi è arrivato direttamente alla testa. Se invece non sapete manco di cosa io stia parlando, Wickham Place è la casa vittoriana in cui vivono le due sorelle di Casa Howard, col loro fratello Tibby che, per me e il compagno di quarantena, è il vero eroe della storia! In ogni caso, il cognome dei tre fratelli è Schlegel, ma viene pronunciato all’inglese, con la prima “e” che diventa “i”, e non alla tedesca come avrebbe fatto il loro padre, omonimo e connazionale di un grande filosofo tedesco. Gli Schlegel londinesi, invece, sono un po’ cittadini del mondo: devono lasciare la loro casa di sempre, e se ne fregano. Per Margaret, la sorella maggiore, una casa vale l’altra e Wickham Place non è né meglio, né peggio di altri posti. Ecco, per me Barcellona è un po’ così: una casa in cui sto comoda, come ce ne sono tante. Dico scherzando che ci resto per inerzia, perché farei lo stesso tipo di vita in altri posti che mi piacciono o mi incuriosiscono, ma sono più freddi. Quindi mi tengo il mare e la primavera un po’ folle, senza mettermi a piangere se circostanze non tragiche mi spingessero ad andare altrove.

A dirla tutta, per me anche l’Italia era un po’ Wickham Place: quando una connazionale mi chiede proprio da Londra “se penso mai di tornare in Italia”, non è che io arricci il naso e risponda subito di no. Mi rendo conto, piuttosto, di non averci mai pensato. Perché dovrei? La vita da mezza asociale la posso fare dappertutto, semmai mi piace sentirmi parte di una comunità internazionale: quindi forse mi troverei benino a Milano, ma s’era detto che non disdegno sole e mare.

Per questo, svegliandomi ieri dopo l’ennesima nottata di sonno scarso, pensavo all'”apolidia” spietata delle nostre sorelle Schlegel, intellettuali benestanti e suffragette di default, più che per passione. Nel loro caso, però, viene in soccorso la mitica Mrs. Wilcox: una signora anziana che sarà pure sposata a un arido uomo d’affari, avrà anche tre figli uno più “moderno” e scemo dell’altro, ma è nata a Casa Howard, anzi, “Howards End”: il nome originale suona tipo “la fine degli Howard”. È una casa rurale dall’aspetto antico: il signor Wilcox l’ha deturpata con un garage, ovviamente, ma c’è ancora un albero secolare che vanta nel tronco dei denti di maiale! Una superstizione contadina, per curare il mal di denti. È per questo che Mrs. Wilcox non ci può proprio pensare, quando scopre che la sua nuova amica Margaret Schlegel deve lasciare casa sua. La abbraccia, la compatisce, e poi fa la cosa più strana di tutte: le lascia Casa Howard! Sì, gliela intesta all’ultimo momento in barba al marito arido e ai figli scemi, che poi tanto scemi non sono, perché bruciano il bigliettino scritto dalla mamma in punto di morte: tanto non ha valore legale. Ma ci sono cose, suggerisce l’autore in quella sua prosa disinvolta, che la legge non controlla.

A me piace un sacco questa storia di prestare a qualcuno le proprie radici. Mi ricorda gli immigrati italiani che a inizio Novecento si portavano dietro i tralci delle viti di casa, poi facevano il vino e lo offrivano con compiaciuta fanfaronaggine alla nuova comunità, forse anche a John Fante. In un romanzo che non so se pubblicherò mai, anche perché ha la genesi difficile ed era nato come opera “a quattro mani”, un insegnante precario di Napoli ripudia il nome di famiglia perché non se ne sente degno, quindi fantastica sull’idea di prestarlo a un altro personaggio: uno straniero ancora più “perduto”, tanto è vero che ha smarrito il suo nome o, comunque, se lo tiene per sé. Verrebbe da dire al protagonista (e all’autrice): come fai a prestare il tuo nome agli altri, se non lo vuoi neanche tu? Mrs. Wilcox invece è tutt’uno con la sua casa, con le sue radici, che “presta” a Margaret solo quando le tocca lasciare questo mondo, e condividere la fine degli Howard per cedere letteralmente il terreno a un nuovo inizio.

Ma tanto, Casa Howard è un capolavoro del 1910, epoca, come ricorderete, di grandi cambiamenti. Il mio romanzo fetecchia l’ho cominciato a scrivere a inizio 2019: altra epoca che quanto a cambiamenti non scherzava. In entrambi i casi, ciò che avrebbe fatto seguito sarebbe stato ancora più “clamoroso”, per usare un eufemismo, ma i cambiamenti clamorosi inducono spesso a riflettere sul prima.

Che la porti avanti un grande scrittore, o una sfigata insonne senza radici, la questione sopravvive nel tempo: cos’è l’identità? È fissa, è fluida, ne ho bisogno? Per fortuna non c’è una risposta definitiva, e non so se ci sarà mai.

Non so nemmeno se ci sia in agguato anche per me una Mrs. Wilcox, pronta a prestarmi le sue radici intestandomi una bella casa di campagna.

In tal caso, sapesse fin da ora che non mi offendo mica, thank you very much.

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Mettiamo le cose in chiaro: nessuno tiene più di me alla salute dei bidoni della monnezza.

Ritengo solo che, a piangere quelli e lanciare strali contro i cento che li bruciano, ci stiamo perdendo un po’ il punto della questione, cioè le migliaia di manifestanti che chiedono libertà di espressione. Ma il mio amore per quei bidoncini gialli, azzurri e verdi (pensati per riciclare plastica, carta e vetro) è al di sopra di ogni sospetto! Forse per credermi dovreste viverci voi, a venti metri dalla stazione della Polizia Nazionale: finiscono qui quasi tutte le manifestazioni che, da oltre una settimana, si tengono a Barcellona per la scarcerazione di Pablo Hasél. Indi per cui: io la spazzatura non la posso buttare. Hai voglia a fare i chilometri, hanno tolto i cassonetti dappertutto! Dovrei sconfinare in altri quartieri. Per fortuna, umido e indifferenziato li prelevano sotto casa ogni sera, dopo le otto. Ma, per esempio, in cucina mi si è formato un sacco enorme di bottiglie vuote: ancora il cava del mio compleanno e, soprattutto, la mia cola preferita, che ormai ordino a domicilio perché ne bevo a litri. E no, non è prevista la restituzione dei vuoti.

Tra i miei amici, quelli del Barricata Fan Club ci provano pure: “Ehi, se vuoi te lo trasporto io, il sacco: in mancanza di bidoni lo puoi sempre lasciare giù… Dev’essere pesante, e poi ingombra…”. E io: “Nun ce prova’!”. Quando guardo le dirette de La Vanguardia per scoprire cosa sta succedendo dietro l’angolo, mi verrebbe un coccolone a scorgere, tra le bottiglie lanciate contro gli scudi antisommossa, un’improbabile pioggia di Mate Cola: che tutto il quartiere si renda conto a un tratto di quanto sia infinitamente più buona dell’equivalente mericano? Nah. Sgamerebbero subito la, ehm, fonte originale.

Aneddoti scemi a parte, seguitemi per queste e altre amenità sulla Barcellona dei conflitti sociali! No, sul serio, tra un po’ pubblico un’intervista interessante. Intanto, no comment (*inforca gli occhiali da sole che no, ancora non si è comprata*): tutto quello che ancora c’è da dire l’ho già espresso in quest’articolo, pubblicato da Resistenza Civile. Sì, confesso che oggi ci ho da fa’, che preparo un manoscritto per questo concorso, e il pippone che vi ho appena scodellato era un invito più o meno subdolo a leggervi l’articolo. Già che ci siete, date una bella occhiata anche al resto della rivista, che è fatta bene!

No, dai, qui il messaggio più ovvio e trascurato di tutti è: la vita è questione di prospettive. E noi esseri umani tendiamo spesso a soffermarci sui dettagli inquietanti, così ci perdiamo la visione d’insieme.

Ok, la smetto con le pillole di saggezza e vi saluto con le mie bollicine (di cola): alla prossima!

Risultato immagini per dodo gioielli belen

Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

22 giugno 1994: Breve storia triste. C’è la festa delle medie, ma ho la febbre. Vado o non vado? Vado. E porto anche un’amica di un altro istituto, che ha litigato con le compagnelle sue (cit.) e si sente sola. Risultato: l’amica si mette col ragazzetto che piace a me, e la febbre mi schizza a 38.

30 gennaio 2021: Breve storia triste. Esco di casa e viene a piovere. Anzi, è proprio una tempesta. Mi riparo sotto una tettoia a Barceloneta e penso: corro verso casa o aspetto un po’? Aspetto. Finita la pioggia, anche se una masnada di gente va in direzione contraria alla mia, faccio una capatina in spiaggia.

Le foto che posto qui sotto sono un promemoria: a volte tentare nuoce, eccome, ma spesso è una buona idea. E quella storia di chi lascia la via vecchia per la nuova mi è sempre sembrata più una promessa che una minaccia. Sai quel che lasci: il divano di casa. Non sai quel che trovi: tipo, l’arcobaleno.

L'immagine può contenere: persone che suonano strumenti musicali, cielo, nuvola, oceano, natura, spazio all'aperto e acqua
L'immagine può contenere: nuvola, cielo, oceano, spiaggia, spazio all'aperto, natura e acqua
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L'immagine può contenere: oceano, nuvola, cielo, spazio all'aperto, acqua e natura
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I 10 Comandamenti di una comunicazione efficace

Due parole di aggiornamento sulla mia carriera di White Savior: mi sento a casa!

Ebbene sì. Ci ho preso gusto a trattare con queste persone che vengono dall’altro lato del Mediterraneo, anche perché fanno parte di una comunità ancor più discriminata della mia d’origine (sulla quale, nell’Anno Domini 2021, resta accettabile liquidare il razzismo con il classico “fatti una risata”). L’esperienza mi ha fatto tornare in mente una frase letta chissà dove, e che mi sembra sempre più fondata: ciò che la politica prova a unire con le tenaglie, la cultura separa, e forse il Sud Italia è più affine ai paesi dell’Africa mediterranea che al più continentale Nord. Senza scadere in facili cliché, il Mediterraneo meridionale unisce: crea famiglie allargate, affinità e nevrosi. Quindi io, in queste settimane, mi sono sentita nel mio ambiente d’origine, nel bene e nel male. Nel bene, per la gentilezza, la gratitudine, e la delizia: vedeste i manicaretti che mi sono stati offerti per un gesto minimo di solidarietà. Con tanto di ringraziamenti del proprietario del ristorante.

Tra gli aspetti negativi, c’è l’inconcludenza che ha accompagnato tutto questo: i progetti di collaborazione abbozzati e mai cominciati, i grandi proclami a cui è seguito il silenzio. Intendiamoci, alcune iniziative più che lodevoli salveranno anche una vita o due, che è tantissimo: ma non puntano mai alla giugulare, non arrivano mai a gridare che è l’intero sistema a essere sbagliato.

Insomma, a quest’ora avrei dovuto fare “l’angelo biondo” in non so quante interviste mai portate avanti, e avrei dovuto curare una pagina interculturale in italiano che non vedrà mai la luce, oltre a presenziare a una riunione antirazzista che non si è mai tenuta.

Da una parte è un sollievo, vedete sopra: povera la comunità che ha bisogno d’eroi. Specie se si tratta di un’eroina dal valore dubbio, proveniente da una comunità meno discriminata. Dall’altra parte mi sono ricordata dei miei vent’anni paesani, e dei progetti culturali che dovevano spaccare tutto, ma che al massimo finivano per portare due lire a quelli che mi sfruttavano con la promessa di un tesserino di pubblicista, o con quella ancora più volatile di star lavorando per una giusta causa. Senza vedere un soldo.

Già, i soldi. Una matrice comune è quella, dai due lati del Mediterraneo: i soldi mancano, combattere per un mondo più giusto è un’operazione di volontariato che non tutti si possono permettere, in una società governata dal denaro. Si dà per scontato che è una prestazione gratuita, e che è volgare anche solo pretendere un compenso, per sì nobile causa! In un contesto del genere, in effetti, è difficile fare grandi cose.

In secondo luogo, nelle mie interazioni con i nuovi “compagni di lotta” c’è un grosso difetto che non mi scrollo di dosso, perché, plot twist, intanto ero in contatto con i compagni di lotta italiani, o quello che ne rimaneva: adulti un po’ disillusi, ma non del tutto, che mi parlavano di problemi di tutt’altra natura. Poco importa se fossero questioni lavorative o sentimentali.

In tutte queste comunicazioni incrociate, e nelle storie che trattavano, c’era un grande assente: la comunicazione in sé, intesa come “parlare chiaro e senza trucchetti”. In inglese il dire e non dire si chiama “play games“, ed è più o meno consentito nelle fasi di corteggiamento, che ormai avvengono soprattutto via app. In italiano credo si dica: “Dire a nuora perché suocera intenda”. Insomma, è la prassi di chiedere indirettamente a un datore di lavoro recalcitrante quando e se ti pagherà, invece di ordinargli di “Cacare i denari”. Come se i sottintesi portassero poi a vederli, questi denari. Oppure è la tendenza a vivere con una persona che il tempo ha trasformato in estranea, ma non osiamo chiederle perché: per quanto ne sappiamo, la persona che credevamo di amare potrebbe desiderare addirittura il matrimonio, o al contrario la separazione! Eppure, non sappiamo fare altro che provare a decifrare il suo comportamento, invece di sederci insieme a un tavolo e chiedere: “Oh, come stai?”. Io capisco pure la tentazione di scansare le conversazioni difficili come se si trattasse di fossi in autostrada: avviene per l’idea, che abbiamo assimilato insieme al latte materno, che sia assurdo chiedere esattamente ciò che vogliamo.

L’erba voglio, si sa, non cresce neanche nel giardino del re. L’erba vorrei, però, è facile da trovare in giro. Abbiamo quest’idea, tipica del pensiero magico, che se comunichiamo esattamente ciò che vorremmo, non l’otterremo mai. Chiedete e non vi sarà dato. Suggerite e non vi sarà dato comunque, ma vi risparmiate l’onta di aver chiesto. Una volta, una psicologa mi prestò un libro sulla comunicazione efficace, e mi cambiò la vita. Non era una roba da pubblicità del balsamo per capelli, come quelle che trovate su Google: era proprio un manuale per imparare a comunicare sentimenti ed esigenze alle persone a noi più vicine. In pratica, scoprii sfogliandolo, era un libro di grammatica! Insegnava a mettere insieme soggetto, predicato e complemento. “Mi sento triste perché tu hai fatto questo, quindi temo che stia succedendo quest’altra cosa, e la mia soluzione sarebbe questa. Tu che ne pensi?”. Una questione semplice come l’uovo di Colombo.

Eppure quello di suggerire, non dire, o mentire addirittura, è un comportamento talmente radicato nelle esistenze di tanti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Nelle interazioni amorose, poi, abbiamo imparato che bisogna affidarsi al carisma e sintomatico mistero del corteggiamento, altrimenti non valiamo niente. Ok, se proprio ci tenete fate pure i giochetti da inizio relazione, ma poi si diventa sinceri, vero? Altrimenti impariamo a “non dire” all’inizio, e continuiamo così per il resto della relazione.

Io ho lasciato che questo mi rovinasse la vita troppo a lungo per farlo ancora. E poi, giacché siamo in vena di comunicare, vi confesso un segreto: il non detto ci ossessiona. Un problema o un’esigenza che dipende da altri, ma che non comunichiamo, ci rosica via tempo prezioso che potremmo passare a essere felici. Invece, se proviamo a comunicare le nostre esigenze, qual è la cosa peggiore che può succedere? Scoprire che quella persona non può o non vuole aiutarci a soddisfarle. Peccato! Ma anche: benissimo. Abbiamo il tempo di girare pagina, piuttosto che vivere comunque nella piena insoddisfazione. Possiamo addirittura prenderci il tempo di cambiare esigenze, che a volte succede anche quello.

Provate! Altrimenti vi succederà come a me, che mi vedo coinvolgere cinque minuti in chissà quale progetto meraviglioso per salvare il mondo, e poi lo vedo sfumare perché nessuno ha il coraggio di dire che ci mancano il tempo, le energie e i soldi.

Peccato sul serio, perché a volte basta ammetterlo. Poi passeremo a dedicarci a qualcosa che possiamo fare davvero.

Le città invisibili di Italo Calvino – La Penna nel Cassetto
Da lapennanelcassetto.wordpress.com

Quando ancora mi ostinavo a bazzicare nel mondo accademico, il tizio che capitava alla mia destra alla cena di Natale del gruppo di ricerca era quello che, poi, mi invitava a uscire.

Era sempre quello alla mia destra: quello a sinistra non mi cacava proprio. Misteri del magico mondo della ricerca.

Scherzi a parte, una volta il tizio alla mia destra garbava un pochetto anche a me: mi contattò la notte stessa, dopo la cena, per parlarmi di un suo progetto letterario che aveva un nome particolare. Era il nome di un luogo impossibile: lo chiameremo Smeraldina, come la città acquatica di Calvino, dai percorsi cangianti. Fu piuttosto cangiante anche l’autore di Smeraldina, perché dopo avermi tirato un bidone all’appuntamento fu vago su un possibile nuovo incontro. Poi sparì del tutto, e alla cena di Natale successiva ci fu da fargli gli auguri via mail, perché gli era appena nata una bambina! Non dovrei dilungarmi su questo aneddoto scemo, ma la fine mi fa ancora ridere: il neopapà si presentò tempo dopo a una noiosissima conferenza del gruppo, accompagnato da una dottoranda che era di una bellezza incredibile. Allora mi arrivò il bigliettino di un collega del gruppo (che pure avevo avuto alla mia destra a una cena): “È arrivato il tuo fidanzato!”. Al che risposi: “Con una nuova fidanzata!”. Nel passamano di pezzetti di carta, poco mancò che il messaggio atterrasse in grembo al mio “fidanzato”: così iniziarono dei comici tafferugli che furono evidenti anche al conferenziere.

Di questi ingenui tentativi di sbarcare il lunario nel mondo universitario, mi resta Smeraldina, o meglio, me ne resta l’idea: un posto che non esiste, ma che l’autore crea e coccola come se fosse qualcosa di più reale delle dottoresse italiane di ricerca che lo aspettano nel bar più scalcinato del Raval. Un posto che, peraltro, il suo creatore abita più volentieri di una città reale come Barcellona: così prosaica, così poco francese e poco catalana (il “poco spagnola”, per il tipo, doveva essere un bonus)… Smeraldina, invece, se ne sta sospesa su uno sperone di roccia, suppongo dalle parti del Canigó, e il suo esserci e non esserci è una consolazione per il suo autore.

E io ce l’ho, una Smeraldina? Mi è venuto da pensarci adesso, tanti anni dopo, in piena pandemia.

Sì, che ce l’ho. Solo che come sempre devo essere un po’ megalomane: la mia Smeraldina è un continente intero. Forse l’avete anche sentito nominare: si chiama Europa. Non cominciate, sono consapevole che non esiste. Che è stata sostituita da una congerie di regole per agevolare la circolazione di merci, ma non quella di persone. Per essere una che non esiste è pure sprucida, la signora Europa, perché si è barricata in casa e s’illude di non far entrare più nessuno.

Però, che volete, l’Europa me l’hanno fatta odorare (e so che è un’espressione usata dai frustrati quando una non è interessata) e da allora non me la dimentico più: anche se questa storia dell’Erasmus è piena di bucature, è una sorta di Paese dei Balocchi da cui ti risvegli troppo tardi. Basta un’esperienza prolungata nella stessa meta dell’Erasmus a rivelare l’esperienza per quello che è: una bolla asettica e lontana dal “mondo reale”, qualsiasi cosa sia.

Però è comunque un inizio, e poi io, con l’Europa, vado per esclusione: quando proprio sono a rota di appartenenze, mi dico che mi può restare solo quella.

Per esempio, in Italia si strappano i capelli perché l’Accademia della Crusca segnala (non “accetta”) l’uso di cringe? Mado’, che cringe! Io a volte, in strada, mi scopro a chiedermi ad alta voce: “Ma qué calle és això?”, che non ha senso in nessuna lingua esistente. Allora, con buona pace del ritorno delle autarchie linguistiche, mi convinco che è una cosa europea.

Oppure, in Italia continuano a sfottere la gente che, come me da vent’anni, pensa che i film doppiati siano una roba fastidiosa? In Europa no. In Europa, per parlare di Trono di Spade (!) con qualche connazionale non devo cercarmi su Google il nome di Littlefinger, e scoprire per giunta che è Ditocorto.

Inoltre, in Europa ci sarà pure qualche troglodita che posta le bistecche nelle pagine vegane, ma non se ne stanno a seguire affollate pagine Facebook che mi dicono (al maschile, perché il maschile fuori dall’Europa è neutro): “Vegano, stammi lontano”. Volentieri! Ma poi mi giuri con la mano sul cuore che non ti avvicini tu?

In Italia, poi, è quasi impossibile trovare candidati per la revisione di pari (in europeo: peer review) per un mio articolo sul poliamore, e l’unica revisione che arriva a me e al co-autore è di una persona che sembra più incazzata con l’argomento dell’articolo (monogamia e capitalismo sono correlati? ma neanche per sogno, Silvia Federici puzza!) che disposta a dare consigli per migliorarlo. In Europa, questo pezzo d’Europa, posso lanciare l’articolo con la fionda a tre o quattro ricercatrici: l’unico problema è che non parlano l’italiano.

Sono europea ogni volta che leggo che i tacchi “sono necessari” ai matrimoni e agli eventi eleganti, oppure sgamo video su come occultare il reggiseno sotto i vestiti scollati: mi metto pure a seguire un po’, poi mi ricordo che il reggiseno non lo porto. Non vi dico, poi, quando mi leggo tutte le pippe mentali sul costume giusto da mettere. Poi mi viene in mente che, ammesso che mi ricordi di fare qualche bagno a mare (quest’estate mi è letteralmente passato di mente, quando ho realizzato era quasi ottobre), vado alla Mar Bella che ha l’opzione nudista, e mi piazzo sulla collinetta preferita dai gay: al massimo mi troverò a dispensare olio solare a bellissimi ragazzi che se lo spalmeranno da soli, e tempo cinque minuti baceranno il tizio con cui hanno appena attaccato bottone (ma come fate? scrivete un manuale, che so…).

Potrei continuare all’infinito, e con tematiche molto più importanti, prima che mi tiriate fuori il benaltrismo: d’altronde, l’Europa che conosco somiglia un po’ all’Italia che capisce che le invasioni sono miti smentiti dalle statistiche.

L’Europa è un’utopia che definire imperfetta è dire poco, ma allo stesso tempo, per chi come me si identifica sempre meno nella sua cultura d’origine, è un bel posto in cui stare. Un posto che, ahimè, odora di privilegio: quello di viaggiare, conoscere lingue, avere il passaporto giusto. Credete, però, che è un privilegio che si va facendo accessibile anche a gente che parte con meno soldi di me, e senza l’approvazione della famiglia, e mette su una pizzeria a Berlino che, non ci crederete, non sempre è gestita “con i soldi della camorra”.

Un giorno incontrerò di nuovo il creatore di Smeraldina, magari mentre porta i figli a spasso per questa Barcellona più a misura di catalano, anche se per colpa del coviddi. A questo punto, come in uno scambio di figurine Panini (un ricordo italiano, questo, che voglio conservare), ci daremo notizie dei rispettivi non-luoghi.

Spero lui sia felice nel suo, in questo momento. In fondo dovrebbe essere un diritto di chiunque, scegliere a quale posto non appartenere.

4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)