Archivi per la categoria: Barcellonoia

Image result for factfulness dieci ragioni Sant Jordi, esci da questo corpo! Che detto così suona pure blasfemo, ma a quanto pare San Giorgio non è mai esistito, anche se la Chiesa è troppo intelligente per depennarlo dai calendari.

Fatto sta che mi sono fatta intortare dall’imminente Sant Jordi, ormai famosa festa catalana del libro e della rosa (che vi chiavo in faccia, uscite i libri!), e ho comprato Factfulness, del defunto Hans Rosling. Ok, siccome temevo fosse ‘na strunzata l’ho cercato sul Kobo nell’edizione più economica, dopo che l’ho visto esposto da Fnac. Ma non sono nuova a queste poracciate.

Non sono nuova neanche alla notizia, che l’autore espone in modo convincente, che molte delle idee più nere su come va il mondo sono basate su dati vecchi, risalenti agli anni ’60. Rosling e famiglia hanno ricevuto critiche sacrosante sulla loro visione zuzzurellona del cambiamento climatico, e della crescita della popolazione mondiale: d’altronde un libro raccomandato da Bill Gates difficilmente sarebbe stato del tutto nelle mie corde. A me irritano messaggi tipo: “Dai, siccome muoiono di fame meno bambini di quanti ci aspettiamo, le cose non vanno poi così male!”. E, se è vero che nel mondo c’è più gente capace di permettersi una vita degna, non accoglierei la cosa con un entusiastico: “Meglio! Più docce e automobili da vendere, per i paesi più ricchi!”.

Però è importantissima la questione dei dati falsati, perché, come saprete se avete la pazienza di seguire questo blog, ho scoperto che molti dei problemi della mia vita (e, sospetto, di quelle altrui) sono legati alla mancanza d’informazioni. Mi piacerebbe ad esempio che si approfondisse la questione di altri dati, che come riporta anche la BBC sono basati addirittura su analisi settecentesche: quelli sulla fertilità femminile. Perché una cosa è dire l’ovvio, cioè che una è più fertile a venticinque che a trentasette, e un’altra è generare una pressione sociale enorme stile “ora o mai più”, su dati raccolti quando le donne morivano a sessant’anni, se gli andava proprio bene.

No, ci tengo a precisare tutto questo per una questione meno esistenziale del mondo che cade a pezzi, o dei condizionamenti sulle donne: le mie tasse! Vi ricordate la mia angoscia (ma diciamo anche terrore) su certi, ehm, conticini imprevisti per casa nuova? Erano tali proprio per mancanza d’informazioni, mie e altrui. Io magari mi sono fidata troppo di quelle altrui, sottovalutando la mia capacità di fare da sola: così mi sono sentita un genio quando una breve ricerca su Google ha dimezzato in poche mosse la cifra che temevo.

Poi è successo l’impensabile: ieri una telefonata mi ha informato che, nel mio caso particolare (dunque non erano dati generici che avrei trovato in giro), l’importo da versare è assolutamente nelle mie possibilità. Lo era stato fin dall’inizio. Avrei potuto appurarlo prima? Difficile rispondere, forse sì.

Resto con due conferme: la conoscenza è potere, come ci dimostra anche la questione INPS; i soldi fanno ancora girare il mondo (come ci dimostra sempre la questione INPS).

Perché appunto, Factfulness è ancora in grado di considerare la longevità della popolazione come “un’opportunità per il libero mercato” nella stessa società in cui una questione finanziaria che si risolve da sola può cambiarmi la mia vita più delle mie vicende sentimentali, o lavorative.

Ecco, se c’è qualcosa su cui dobbiamo impegnarci, invece di diventare figli dei fiori da spot Coca Cola, è questa: l’asse di questo mondo un po’ meglio nutrito girasse su fattori più accessibili, e meno ridicoli, della dichiarazione dei redditi.

Io la butto lì.

 

 

 

Annunci
L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto

Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

Image result for mario casas riccardo scamarcio

Casas o Scamarcio? Le guerre avvincenti della mia vita

Poi dite che scrivo sempre dei problemi miei. Il fatto è che Magritte si mangia ancora il cappello – e la mela verde sotto – per non aver fatto in tempo a conoscermi: la mia vita è un manifesto del surrealismo!

Prendete ieri, che vi metto in situazione. Arrivo a scuola, è l’ultima lezione. So che non verranno molti alunni, che l’italiano è sempre la lingua cenerentola, ma trovo l’aula: 1) vuota; 2) chiusa a chiave; 3) circondata da bancarelle. L’unico alunno in vista è fermo davanti a una mappa di Tokyo, e a un imbonitore suo coetaneo che ci rifila due biglietti per l’estrazione di una cena giapponese. Prendo i pochi superstiti della classe e, sfidando i Queen a palla, me li porto nel refettorio al piano di sotto. Il bello è che, per accontentare un’alunna dominicana, ho preparato un’intera lezione su Sere nere. Se-re ne-re. Che volete, Tiziano Ferro è popolare in America latina. Sì, ma nel refettorio come ascoltiamo il Sommo? Il mio telefonino è tenuto insieme da un criceto che gira una ruota, e gli acuti di Freddie Mercury troneggiano su tutto.

Allora l’alunno informatico ha il colpo di genio: risaliamo e affrontiamo il DJ! Che per cercarci Tizianone alla… consolle (che poi è un telefonino peggiore del mio, attaccato a una cassa), deve leggere svariate volte il titolo. Non riesco a sentire la scusa che gli ha sparato l’alunno informatico, ma l’aiuto-DJ è scettica: “La fiera è sulle città legate a film famosi, e trasmettiamo solo colonne sonore. In che film si trova la canzone?”. Io la guardo in silenzio per un momento, poi decido: “Qualcosa di Muccino“. Per sua fortuna non l’ha mai sentito nominare, o non con quest’accento.

Ma no, il film c’è, ne sono sicura: controllo mentre Tiziano gorgheggia trionfale su quelle bancarelle studentesche, e gli alunni completano il testo della canzone (che a cazzimma ho mutilato di articoli e altre cosette).

Ecco qua. Tre metri sopra il cielo!

I ragazzi hanno visto solo la versione spagnola, rispetto a cui la nostra è opera di Fellini, e le ragazze precisano che il loro Step (cioè Mario Casas) è meglio di Scamarcio.

Faccio notare che Casas nel film pare un buzzurro e Scamarcio piacerà o meno, ma ha una sua eleganza (tranne magari quando chiava un pacchero a Babi). Le ragazze però votano buzzurro, e l’assistente del DJ, quando le rivelo il film, mi guarda con tutta la commiserazione di cui è capace.

Quando sbaracchiamo di nuovo alla volta del refettorio, si presenta il dramma: gli alunni non hanno completato tutto il testo della canzone, e ormai il DJ starà appendendo le nostre foto con sotto “No pasarán”. Indovinate, quindi, chi deve cantare Sere nere a cappella…

Secondo me non mi richiamano più, in questa scuola.

Tuttavia, come vedete, anche nei momenti più surreali un’idea geniale salverà tutto.

Adesso non mi resta che trovarne una per: gli inquilini che se ne vanno senza preavviso due ore prima che gli porti il nuovo contratto; il fottio di tasse impreviste che mi toccano per un “malinteso” legale; il rimborso che sto aspettando da tre anni (!) per quella storia del soffitto crollato a casa vecchia – i cui nuovi proprietari, peraltro, si sono intestati le bollette due mesi dopo l’acquisto. Mica avevano fretta di pagarle loro.

Caro Magritte, illuminami tu. Tu una risposta alla vita ce l’avevi.

Io intanto mi godo gli enjambement di Tiziano, anche in spagnolo.

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono, persone in piedi, cappello e spazio all'aperto

Foto di Bruna Orlandi sulla pagina di Non una di meno – Milano

Ok, oggi è primo aprile e potrei fare battute gustosissime sul governo che ha smesso di essere “cafone”, come si dice adesso, sull’Italia che si sveglia gay-friendly, e sull’articolo che dimostra che le donne guadagnano esattamente quanto gli uomini… Ma lo faranno altri meglio di me e, quanto all’ultimo punto, gli articoli così abbondano anche gli altri giorni dell’anno (qualcuno spiegasse a questi come funziona il primo aprile).

Quindi, permettetevi piuttosto di dirvi che l’universo, o il karma, o forse proprio la vicinanza delle elezioni a Barcellona – che è l’ipotesi più probabile – hanno risposto a una mia domanda spinosa: “Perché invece di andare avanti andiamo indietro?”.

Si pone il problema anche questo signore sulle condizioni della scienza oggi:

Earth, Mars, and Time: Ben Rosen  @ben_rosen  90s scientists: we cloned a  sheep! we landed a robot on  mars!  scientists today: for the last time,  the earth is round* We've progressed so much

Insomma, gli scienziati perdono terreno, e sono costretti a difendere quelle questioni che si credevano ormai “pacifiche” da qualche secolo a questa parte.

Vi ricordano qualcuno? Qualcuno che manifestava l’altro giorno a Verona? Qualcuno che è dovuto passare dalla lotta per le “famiglie arcobaleno” a difendere quello che resta della possibilità di abortire?

Ecco: perdiamo terreno, e difendiamo palmo a palmo quello che credevamo scontato. Perché si ha un bel dire, ma chère Simone De Beauvoir, che non dobbiamo mai dare per scontati i diritti, ma a un certo punto pensiamo che siano così elementari che… No, eh? Fantastico.

Allora, come vedete, di fronte all’avanzata di quello che, come sommo complimento, stiamo chiamando Medioevo, succedono due cose:

  • il dibattito si polarizza in maniera ingiusta: chi è a favore dell’aborto non impone a chi è contro di abortire, ma non si può dire che questi ultimi ricambino il favore di “farsi gli affari loro” (semicit.);
  • si arretra e ci si trincera in quelle poche fortezze che credevano inespugnabili, e vi assicuro che per una studiosa di genere una metafora bellica è mortificante!

Mi chiedevo come uscire da questa storia, e ieri mi è venuta incontro una giovane politica, sulla Ronda de Sant Antoni. Tornavo avvilita dal “tutto esaurito” (giuro!) di un incontro domenicale tra due esperte nella decostruzione dell’amore romantico, dove c’era tanta di quella gente in piedi che non sentivo la voce delle relatrici: poi dite che amo Barcellona.

All’altezza del Mercat de Sant Antoni ho trovato questo padiglione con il simbolo dei Comuns, il movimento di Ada Colau. Il microfono era in mano a una ragazza che, davanti a un esercito di uomini dai capelli bianchi, diceva una cosa fantastica: bisogna andare al di là del “No passaran” (siccome parlava in catalano lo scrivo in questa lingua, per lo spagnolo vedi titolo).

Ovviamente, si parlava di Vox. La visita barcellonese del leader di questo partito, che non avrebbe sfigurato al WCF di Verona, aveva provocato due manifestazioni: una dei movimenti antifa con qualche risvolto viuuulento (ovviamente finito in prima pagina come se stessero tutti lì con la mazza ferrata), e un’altra che mi pareva più flower-power della Women’s March, con la presenza della stessa sindaca (come vi dicevo, le elezioni sono alle porte).

“Sembra che stiamo lì solo a fare resistenza” concludeva la candidata dei Comuns “che è importantissima, ma è importante anche andare più in là di questo. Abbiamo un nostro programma, una nostra agenda politica…”.

E giù a indicare gli obiettivi di tale programma, con attenzione all’uguaglianza sociale, a strategie economiche per uscire dall’impasse stipendi bassi – gentrificazione, diritti civili… Ebbene, ci credereste? Tutti quei signori anziani in ascolto, che per un pregiudizio mio temevo poco sensibili a quelle argomentazioni, hanno fatto un bell’applauso, e io li ho imitati mentre andavo via, col rischio d’inciampare di fronte a  dei turisti straniti.

Perché qui non è che facciamo le vittime, lo siamo davvero, stiamo perdendo diritti. Ma secondo me dobbiamo impostarla di più su ciò che vogliamo costruire.

Vi traduco qualche passaggio da quest’articolo de La Vanguardia, fresco di oggi. Attenti a quando l’autore, Xavier Mas de Xaxàs, parla di Salvini:

C’è una profonda breccia tra ciò che pensano gli spagnoli e ciò che propongono i partiti politici, nell’imminenza delle prossime elezioni, secondo un’inchiesta elaborata da YouGov per l’European Council of Foreign Relations.

L’inchiesta, elaborata sulla base di 5.000 interviste realizzate tra gennaio e febbraio, rivela che la politica dell’identità non preoccupa troppo gli spagnoli. Rispetto all’immigrazione, per esempio, li preoccupa molto di più la gente che deve andare a lavorare in altri paesi rispetto alla gente che arriva. […]

I discorsi nazionalisti e xenofobi dei leader populisti dell’estrema destra, come nel caso di Viktor Orban in Ungheria, Matteo Salvini in Italia o Santiago Abascal, leader di Vox, in Spagna, hanno un impatto limitato nell’insieme della società. Il problema per le democrazie che permettono l’accesso al potere di queste proposte politiche è che i loro responsabili incontrano gli strumenti sufficienti a livello costituzionale e legale per stravolgere il sistema e permettere la diminuzione delle libertà e dei diritti civili della maggioranza.

Io avrei tante cose da dire sulla società che voglio, e non sono tutte utopiche. Nei prossimi mesi mi riprometto di intervistare persone che sappiano dimostrarvi che i migranti portano ricchezza e posti di lavoro, oltre ad avere quello scomodo diritto alla sopravvivenza in condizioni dignitose. Che le donne sono sprecate per lavorare gratis e sostenere così il welfare, pratica che non ci ha resi né più stabili né più felici. Che una società dove non la facciano da padroni quelli che hanno il vero potere politico (= quelli che hanno i soldi) non ci sta portando granché bene.

Quindi: continuiamo a combattere quello che temiamo, ma pensiamo anche – soprattutto –  a quello che vogliamo. E proponiamolo al mondo. Hai visto mai che gli piace.

 

 

 

 

 

Image result for barcelona 8m 2018

Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

Image result for no és no ajuntament de barcelona

“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

L'immagine può contenere: una o più persone, vestito elegante e spazio al chiuso

Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

Image result for crumiri arcobaleno

Da ricette100.it

Io mi sento pure strana, ad andare in giro come se niente fosse durante uno sciopero generale. Ma tant’è, a convocare sono diverse entità indipendentiste, e non credo che “una repubblica catalana risolverà tutto”. Il bello è che non mi trovo d’accordo neanche con quelli che “cacciare il re non è una priorità”, “meglio tenerci Pedro Sánchez se l’alternativa è Vox” (discorso che avete visto come sia finito in Italia) o, peggio, “i cosiddetti prigionieri politici si aspettavano carezze, a proporre un referendum incostituzionale?”. Intanto i problemi politici non si risolvono con i pestaggi, né in tribunale: e come studiosa della Grande Guerra non parteciperò a un’inutile polarizzazione tra bandi. Specie quando gli entusiasti della repubblica decidono che, finché non giungi alle loro stesse conclusioni, non hai “preso partito”. A prescindere da chi abbia la colpa e chi no, per come si sta intalliando il procès (e per il significato d’intalliare vedi qua), sta’ a vedere che fa prima questa repubblica federale spagnola, data per impossibile da ottenere.

Così mi sono sciroppata con le mani in tasca il fracasso dell’elicottero della polizia, che in caso di manifestazione pare sempre volare a un pelo dalle case, e ho ammirato sul serio il corteo di bandiere che non finiva più, mentre attraversavano Plaça Catalunya. Ho riso infine quando un’elegante signora sul Pelayo (ufficialmente carrer Pelai) ha fatto un cenno interrogativo a una commessa che, a corteo passato, rialzava la saracinesca della profumeria. Riaprite? Riapriamo. E in effetti i negozi in centro sono rimasti quasi tutti in attività, magari con la saracinesca già pronta a calar giù: i proclami di chiusura, anche critici con lo sciopero, a quanto ho visto li hanno fatti istituti culturali e biblioteche.

Dei miei amici sparsi per il corteo, qualcuna si rallegrava per l’attacco al sindacato “traditore”, e chi lavora nello stesso sindacato si lamentava invece della “democrazia” con cui i manifestanti hanno accettato opinioni discordanti. Non guardate me, io me la facevo addosso anche solo quando entravo a scuola durante uno sciopero che non condividevo, e quelli rimasti fuori, minacciati di sospensione, provavano a sfondare il portone per entrare. Se fossi stata Maria Antonietta altro che capelli bianchi (che poi è un mezzo falso storico), in un giorno diventavo direttamente Ursula la Strega del Mare.

Questo per dire che mi sento sempre più isolata, e non solo sul piano politico. Trovo normali e irrilevanti cose di cui qualche anticonformista professionale si vanta (che so, essere erbivora, non portare un reggiseno, non avere una tv…) e voglio una famiglia in un posto in cui, a occhio e croce, sei più cool se non la vuoi.

Per questo, con somma ilarità dell’amica francese che sfotteva i “miei” bar, mi sto portando avanti col lavoro e finisco da sola a consumare tè e dolcetto – o magari dei biscottini simili ai crumiri – come le nonne che mi circondano. Ma bando all’appucundria! Ieri ad allietarmi la giornata ci ha pensato questo post sull’omofobia, che adesso vi traduco. Continuo a non essere sicura che insultare gli omofobi li renda consapevoli dell’errore, ma quanno ce vo’ ce vo’:

Tuo figlio non diventerà gay perché gli parlano della diversità a scuola, né per il fatto di vedere dei gay per strada. Però, se tuo figlio è gay, magari vedere gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali farà sì che non passi un’infanzia di merda e infelice.

Allo stesso tempo, se tuo figlio è etero e vede gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali, magari non diventa un miserabile omofobo che pensi che la diversità sia un’ideologia.

Dal fronte catalano è tutto.