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Caffè al bar: come riconoscerne la qualità | Goglio Packaging System

A Barcellona ritornano i mercatini!

Alla chetichella e perlopiù all’aperto, o con accesso limitato/percorso fisso stabilito da alcune frecce. Ma tornano.

C’è la Fiera Vegana, sponsorizzata per l’occasione dal distretto in cui si tiene. C’è questo mercato, che ha il primato di vendere solo quelli che le mie amicizie, in omaggio a me, chiamano”vestiti Maria” (cioè, a fiori e sul vaporoso andante), ma i modelli mi hanno sempre fatto schifo: la coerenza innanzitutto!

E poi c’è un mercatino che non taggo, perché per me segna un anniversario importante: quello di uno dei più grandi bidoni della mia vita! Cominciato, appunto, mentre mi aggiravo tra le bancarelle in cerca di “vestiti Maria” (ma belli), e avevo finito per trovare una ragazza che mi stava pure simpatica, e mi aveva offerto un caffè. Con altra gente di sua conoscenza. Per parlare di “un certo progetto”.

Devo dire che in quel preciso momento mi era rimbombato nelle orecchie il lacerante “Run!” di Tom Yorke in Creep: ma le casse del mercatino trasmettevano solo pop spagnolo, quindi dev’essere stato il mio stomaco che mi mandava il primo segnale. Il secondo segnale era stato… di fumo, letteralmente: il caffè offerto dall’amica era troppo caldo, ed ero sicura che fosse bruciato. Perché non andavamo in un certo bar là vicino, che offrivo io?

Ssst, mi aveva fatto lei: la riunione era già iniziata. Oddio, “riunione” era una parola grossa: l’idea delle altre persone sedute al tavolo era mettere su un progetto di volontariato, a metà tra cultura e beneficenza, ma senza la politica di mezzo… Insomma, il classico progetto campato in aria che piace sempre un sacco, e di solito non serve a una ceppa. Magari l’organizzatore principale, mi suggeriva il solito stomaco impudente, aveva pure qualche secondo fine, tipo arrivare a certi fondi pubblici, o a qualche contatto politico

“Che ne dici, Maria? Sei dei nostri?” mi aveva chiesto l’amica a nel bel mezzo della riunione.

“Beh” avevo abbozzato per non fare la guastafeste “se ho tempo e non mi prende più di un’ora a settimana…”

Non l’avessi mai fatto! L’ora a settimana è diventata un’ora al giorno, poi anche due: ma a poco a poco, eh, come per la storia della rana nella pentola. Il resto del gruppo? Uccel di bosco: uno stormo intero, a ben vedere. L’interesse nascosto? Sfidare un’organizzazione rivale, su cui, sia messo agli atti, io non avevo niente da ridire.

Ma non vi racconto tutto questo per ammorbarvi con le mie disavventure ai mercatini. La vera domanda è: avete notato il particolare più importante della storia?

Armiamoci di cronomentro. Quanto ci avevo messo a dire la frase con cui accettavo di collaborare? Ebbene sì, l’ho calcolato davvero: 3 secondi e 96 centesimi. Quanto ci avrei messo a dire un no educato, fosse anche possibilista? Qualcosa tipo: “Adesso non posso, e non voglio fare false promesse, però chiamatemi per progetti specifici!”. Rullo di tamburi… Avrei impiegato ben 8 secondi e 77 centesimi! Troppo, eh? Un vero e proprio spreco di tempo!

Mi seguite fin qui? Adesso, pensate a quanti mesi e anni ho sprecato, per non pronunciare quella frase che richiedeva meno di nove secondi.

“Ma è stato tutto tempo sprecato?” mi chiederete. Ottima domanda! Quand’è che sopravvalutiamo il cosiddetto istinto?

  • Quando, per “istinto”, indichiamo solo un insieme di paure e pregiudizi, che ci precludono anche belle esperienze.
  • Quando entriamo nel tunnel delle profezie autoavverantesi: cioè, iniziamo un progetto pensando sia tutto sbagliato, e usiamo ogni minima difficoltà per rafforzare la nostra convinzione, finendo davvero per sbagliare tutto.

Quand’è che, invece, l’istinto è utilissimo?

  • Quando per quello intendiamo la parte irrazionale che accompagna qualsiasi decisione, e che si chiede: “È tutto molto bello, ma io voglio fare davvero questa cosa?”: e la volontà ha una cattiva fama nei processi decisionali, ma è importantissima.
  • Quando si tratta soprattutto di intuizione, cioè della capacità di compilare dati e informazioni seguendo percorsi mentali più rapidi della logica comune.

Per tutto il resto, ho una confessione da farvi: considerando che ogni scelta è una rinuncia a qualcos’altro, devo ammettere che a dire di no mi sarei risparmiata molti casini, ma mi sarei anche persa momenti belli: la festa a sorpresa per un organizzatore redivivo, il momento di solidarietà che non mi aspettavo…

Però, sapete qual è il grande assente, in considerazioni del genere? Tutto. Il. Resto. Tutto ciò che avremmo potuto fare non ficcandoci in un progetto che prometteva qualche bel momento, e un indicibile spreco di tempo ed energia. Perché non pensiamo mai a quello che ci perdiamo, quando prendiamo decisioni affrettate? Per puro buonsenso, o così crediamo: Martin Seligman sostiene che al giorno d’oggi “pensare al futuro” è quasi una maledizione, anche la psicoterapia moderna si sofferma o sul passato, o sul presente a tutti i costi.

E invece io, quando ho cominciato a credere nel “tempo che vorrei“, mi sono migliorata la vita un bel po’. Anche perché questo tempo in realtà è uno spazio: un posticino che ci apriamo giorno per giorno, per metterci dentro qualcosa che vogliamo sul serio, e che nella peggiore delle ipotesi non riusciremo a ottenere. Non so voi, ma io preferisco “fallire” in qualcosa che mi piaccia, piuttosto che in un’attività che non mi interessa nemmeno, così da non godermi neanche il percorso!

Dai, concedetevi questo spazio anche voi, se ancora non lo fate.

A volte ci vogliono davvero nove secondi per darsi l’autorizzazione, e in palio ci sono giorni, mesi, anni di reale serenità.

E non so voi, ma io con la serenità prenderei volentieri un caffè: magari, stavolta, uno che non sia bruciato.

(In fondo, Tom Yorke riprende il concetto napoletano di: “Fuje sempe tu!”).

Scrittura a mano: Milano, 25-26 novembre 2016 - Il blog di Adriana Paolini

Breve storia triste: devo fare i compiti!

Mi sono iscritta al corso di scrittura creativa di Coursera, offerto dalla Wesleyan University. Il bello è che lo impartisce gente che i romanzi li scrive davvero (e ne vende a migliaia), piuttosto che la terapeuta olistica che vede un simbolo fallico dietro ogni carota che descrivi. Il brutto è che c’è l’assegno.

“Scrivi una scena con almeno dieci frasi che esprimano un’azione crescente”.

“Riscrivi la scena di un romanzo che hai letto, inserendoci un personaggio inventato da te”.

Ovvio che i testi vanno presentati in inglese, e a correggerli, giusto per abbassare la tensione, ci pensa il resto della classe.

Allora mi sono detta: “Almeno approfittiamone!”. Quindi ho riscritto, stravolgendola un po’, la scena di un romanzo su cui lavoro in questi giorni. Una ventenne italiana, appena arrivata a Barcellona, si riposa nella camera che ha affittato da cinque minuti. Due persone (un ragazzo e una ragazza) irrompono nella stanza e litigano con l’italiana, ma lei si allea con il ragazzo e butta fuori casa la ragazza. Semplice, no?

Il problema è l’oggetto del contendere: l’italiana ha appena pagato 320 euro d’affitto, e altrettanti di caparra. Il ragazzo che le irrompe in camera è l’ex occupante della stanza, che pagava 370 euro d’affitto e ne aveva versati altrettanti di caparra. Secondo le regole dell’appartamento, chi prende la stanza restituisce la caparra a chi la lascia, dunque l’ex inquilino si ritrova con 50 euro in meno. Se ancora non state ronfando, ditemi: come faccio a spiegare una roba così pallosa in un capitolo che vuole essere frenetico e, a tratti, inquietante?

L’ho chiesto proprio al resto della classe! Come previsto nella consegna, a fine testo ho inserito due domande, riassumibili con: “Avete capito una ceppa sul motivo del litigio?”.

Sì, è stato l’inaspettato responso: tutta la manfrina della caparra è chiarissima. Quello che non si capisce bene è… l’identità dei personaggi! Per esempio: il ragazzo che irrompe nella stanza è l’ex inquilino, o è il padrone di casa, che pure viene nominato nel testo? Dio santo! Un problema del genere ha la soluzione più cretina che possiate immaginare: basta riportare il nome di tutti i personaggi, ed è fatta.

Come mi è sfuggita questa omissione da temino delle medie? Elementare, Wesleyan: ero troppo concentrata su quello che era il problema principale per me.

A voi succede mai? Magari vi fissate con quello che ritenete un ostacolo insormontabile, e intanto vi lasciate scivolare via le questioni importanti, che sono anche quelle facili da risolvere, per chi si degna di notarle.

È la paura, gente: l’idea non essere all’altezza. La lasciamo prevalere, e perdiamo di vista ciò che dovrebbe interessarci davvero.

Ormai sono lanciatissima: nella prossima consegna, mi intrufolo alla corte di Enrico VIII, per salvare Anna Bolena!

Non vi preoccupate, però: questa scena qui ve la risparmio.

(La prossima volta chiedo a lui di aiutarmi coi compiti).

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Foto di Foschini Libraio, che ha avverato il sogno di una vita!

La faccia che fa la gente.

Ieri, intanto che cercavamo un Veggie Garden non troppo affollato, abbiamo incontrato degli amici per strada. A un certo punto si parlava di azioni in borsa, e il compagno di quarantena si è lasciato scappare che era laureato in economia. Panico generale: com’è possibile? Come può avere una laurea in economia, questo tipo con un arbusto rosso al posto dei capelli e uno zaino sempre in spalla, con cui ogni tanto piglia e sparisce per mesi?

Beh, risponde lui di solito, mi sono laureato in quello perché sembrava la cosa più sensata da fare. Non quella giusta, la più sensata: per lui la facoltà di economia era la naturale continuazione del college fighetto da cui aveva ricavato solo bullismo, e un’infarinatura di Shakespeare che consisteva nel guardare Romeo + Juliet insieme alla sua classe di piccoli milionari.

Di cosa ci sorprendiamo, poi? È laureato in psicologia il ragazzetto che dorme sotto il mio palazzo e, ogni tanto, mi chiede una coca cola con ghiaccio e limone, salvo offrirmi lui un caffè se passo per di là il giorno dopo (e passo sempre troppo tardi, quindi non lo trovo mai). Ecco, quella è una storia diversa: magari lui voleva laurearsi proprio in quello, ma la maniera ossessiva con cui parla mi fa pensare che, oltre alla teoria, gli ci voleva anche la pratica, sotto forma di una terapia gratuita ed efficace.

Ma funziona così, lo sappiamo: tu scegli di fare qualcosa nella vita, poi chissà come andrà. Tanto vale, scusatemi, scegliere qualcosa che ti piace sul serio. Ve lo dice una che a vent’anni ha accantonato la scrittura per la ricerca, e poi si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica e i tagli all’università. Per fortuna, i corsi di counselling che sto seguendo ora insegnano a distinguere tra il nostro “io ideale” e l'”io imposto” (traduzione mia di Ought Self).

Un esempio della differenza tra i due? Mia nonna mi diceva sempre che avrei vinto il Premio Nobel. Adesso il Nobel lo vince Bob Dylan, e io… Sono una tipa da Nobel, io? Ammesso che fosse possibile accontentare la buonanima di nonna, se mi sbattessi a scrivere libri “pesi” nella speranza di conoscere il re di Svezia, sarei un’infelice a vita.

E invece, altro che Nobel! Non faccio per vantarmi (ok, mi sto proprio vantando!), ma il mio primo romanzo ha ricevuto un biasimo dal Beato Bartolomeo Camaldolese, mentre il secondo è finito in bella mostra nella libreria storica del paesello, insieme al capolavoro di Tony Tammaro.

Ecco, il mio Io ideale si sente arrivato! Controllate un po’ cosa vuole il vostro: magari è roba che ha già ottenuto, ma non se n’è neanche reso conto perché era troppo occupato a raggiungere gli obiettivi di qualcun altro.

Adesso, nella vita, non mi resta che un solo obiettivo: lottare perché il Nobel se lo aggiudichi Tony Tammaro!

(Sentite che poesia… Nobel subito!)

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La lungimiranza dei negozianti pakistani sotto casa

A proposito di prendere il meglio dell’Italia, di cui parlavo la settimana scorsa.

Su via Laietana ci sono due locali, a pochi metri l’uno dall’altro. Uno è un bar della catena Cappuccino, fa angolo con una strada stretta ma importante, e ieri sera era pieno di gggioventù italiana. L’altro è un pub irlandese, poco affollato per la vicinanza con Dunne e l’enorme George Payne, e ieri sera ospitava la tifoseria inglese: la marmorea buttafuori e il suo collega, bruno ma longilineo, avevano pure fatto lo sforzo di dipingersi il tricolore sulle guance, ma diciamo che non risultavano molto convincenti.

Io passavo di là perché l’amico scozzese dell’altro post mi aveva dato buca. Anche l’inglesissimo compagno di quarantena, da che fantasticavamo di metterci in fila al George Payne e tifare lui Italia e io Inghilterra, non si era sentito molto bene e se n’era andato a spasso per fatti suoi.

Così, lungo la passeggiata che avevo programmato in alternativa al “tifo incrociato”, ho sgamato questa situazione Cappuccino vs Pinta, e sono rimasta a vedere almeno gli inni nazionali. La tifoseria italiana era sparsa per tutto il bar, che in assenza di aria condizionata aveva i vetri spalancati. Davanti a uno schermo ruffiano, decorato sia dalla bandiera inglese che da quella italiana (la versione con le repubbliche marinare!), l’intero locale è saltato in piedi per cantare l’inno di Mameli: devo dire che pronunciavano bene pure “stringiamci a coorte”.

Al momento del God Save the Queen, sono corsa fuori al pub, sperando di assistere a qualcosa di altrettanto spettacolare. Ma il locale aveva i vetri doppi e oscurati: intravedevo solo delle braccia bianchissime, e la chioma afro del tipico ragazzo che potrebbe essere di qualunque posto del mondo, quindi è di Londra (l’avevo sentito parlare mentre fumava la sigaretta pre-partita).

Ho poi sentito i caroselli, la cui rumorosità mi dava più di un indizio sulla squadra vincitrice, ma ho scoperto il risultato solo grazie al compagno di quarantena, che mi è tornato a casa tutto esaltato dopo la mezzanotte: “Scusa, ero a festeggiare un paese fantastico e pieno di bella gente!”. Era l’Italia, raccontata da uno che non l’ha mai vista. L’insospettabile tifoso era finito nel pub in cui un tempo lavorava, e nonostante la maggioranza inglese aveva tifato imperterrito per l’altra squadra. Stava rivalutando pure il motivetto di Seven Nation Army, che di solito non ama: dice che la versione ultrà italiana è “più elettronica”, e ho preferito non indagare.

Gli ho chiesto, piuttosto, perché ci tenesse tanto all’Italia, e lui ha capito che era arrivato il momento di scoccarmi uno sguardo appassionato: “Beh, per ovvi motivi”. Ma non mi illudevo, dopo un po’ ha vuotato il sacco. Lungo il cammino di Santiago, in un momento in cui era triste e pure in bolletta, era stato invitato a pranzo da una turista italiana, che poi l’aveva abbracciato con fare materno. Niente a che vedere con la sua fredda Oxford, e il collegio antidiluviano in cui era stato rinchiuso per otto anni.

Allora sono stata contenta che il Belpaese, per lui, abbia avuto il volto di una che capisse fino in fondo le parole di Elsa Morante: “La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.

Ed ecco cosa intendo per prendere il meglio dell’Italia.

All’improvviso, mentre sto facendo colazione nella veranda del Buenas Migas, le casse del locale anglo-italiano passano una canzone che conosco bene, per usare un eufemismo.

Era un mio tormentone. Era il tormentone. Lo era diventato anche per i miei amici, che un po’ mi schifavano per questo. Prendete il commento tipico del mio migliore amico: “‘A gente fa primma a se scurda’ ‘e muorte!“. Per chi ci legge da fuori Napoli, “Le persone tardano meno a obliare i cari estinti”.

Perché la canzone parlava di un amore che sconfiggeva pioggia e sole, e che sopravviveva a tutto, specie al tempo. Credevo (più che altro, temevo) che sarebbe successo a me con un tizio che, inso’, forse un pochetto mi piaceva. Ma giusto un po’.

Oggi ho preso la canzone come un regalo inaspettato, e mentre la canticchiavo per la gioia dell’unico spettatore (un catalano filiforme che sorbiva un frappuccino con la cannuccia), mi sono divertita a vedere come i rumori di Barcellona partecipassero a modo loro al mio “momento nostalgia”:

Pioggia e sole abbaiano e mordono (wrooom!)

ma lasciano (din don) lasciano il tempo che trovano (din don, ripetuto altre otto volte)

E il vero amore può (“Bueno, acompánala en este proceso desde el amor.”) nascondersi, confondersi (“Nadie es eterno.”)

ma non può perdersi mai… (“Ahora te dejo que tengo que desayunar”)…

Nonostante le campane e i clacson, mi sono resa conto di una cosa: la canzone aveva ragione. Quando la ascoltavo spesso, ero troppo giovane e scema per capire che l’amore si trasforma, cambia qualità e funzione, e pure intensità. Forse l’unico modo che ha di sconfiggere il tempo è trasformarsi.

Con la persona che associavo alla canzone ci sentiamo anche a distanza, e ci sosteniamo ancora nei momenti più epici, nel bene e nel male. Altrimenti, il mio mondo sarebbe stato orfano di un pezzo importante del suo passato, e del presente.

Se questa pandemia mi ha insegnato qualcosa, è che le distanze non cancellano tutto, e che a volte non vedersi non cambia niente. Ci si ritrova sempre lì. Sempre e per… tutto quello che si vuole ancora condividere, con gioia rinnovata e con una sola certezza.

Mi troverai.

Non si sa come, né dove, ma mi troverai.

Breve storia triste.

Mi arriva l’SMS con le istruzioni per fare il vaccino. Compilo i dati sulla pagina apposita di CatSalut (la sanità pubblica catalana), e scopro che ho due opzioni: vaccinarmi al Cap (cioè l’Asl) di riferimento nella mia zona, oppure andare in un centro di vaccinazione di massa.

Seleziono la prima opzione, e mi si apre il seguente ventaglio di scelte:

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

(ripetere per venti volte).

Non ci crederete, ma scelgo Cap Raval Nord. A quel punto, un pop-up mi annuncia che non ci sono appuntamenti disponibili. Va bene, reinseriamo tutti i dati e proviamo il centro di vaccinazione di massa… Eccallà: tra i papabili, il più vicino si trova comunque fuori Barcellona, anche se è a portata di metro. Ma no, protesto con la mia sfiga: conosco due autoctone che si sono vaccinate a Plaça Espanya! E che facciamo, figli e figliastri? Ritenterò nei giorni successivi!

Risultato: è scomparsa anche l’opzione a portata di metro. Ora mi toccherebbe il treno, magari uno di quelli pieni di turisti che si scocciano di tenere su la mascherina… Ma le mie amiche si sono vaccinate a Plaça Espanyaaa! È una cospirazione contro di me. È evidente.

Poi, curiosando su Facebook, finisco su un post di “Tedeschi a Barcellona“, scritto in tedesco ovviamente. Dopo tre anni di studi seri e approfonditi (Duolingo), capisco solo “vaccino”, “fuori Barcellona” e “mannaggia la…” (qui non sono sicura di aver afferrato). Allora sono un po’ Kalimeren pure loro, con CatSalut! E io non sono speciale nemmeno nella sfiga.

Finisce che ieri vado a cena con due amici, a orari quasi tedeschi, ma scopriamo che nel locale c’è il piano bar in arabo: allora, quella che doveva essere una cenetta veloce al ristorante libanese si trasforma in un concertone con annessa fumatina di shisha (vedi foto sul mio Instagram), e cliente entusiasta che improvvisa la danza del ventre in jeans.

Torno a casa distrutta dalla shisha, desiderosa di esibire presto anche io il mio penoso shimmy, e incapace di dormire. Dunque, mi metto al pc e… sorpresa! Stavolta, tra le opzioni per il vaccino c’è Plaça Espanya! E l’unico appuntamento papabile è per martedì prossimo. Dov’è il tasto “Certo!”?

E niente, non imparo mai la lezione: pure la sfiga cronica è un lusso. Per accanirsi contro la stessa persona, la vita dovrebbe almeno avere un senso.

E invece si sta come d’estate, sul sito di CatSalut, i non vaccinati.

(In anteprima, la mia prossima coreografia al libanese.)

SandwiChez se une a la revolución barista - Good2b lifestyle Barcelona &  Madrid

Ieri ho deciso di passare una domenica diversa, sopra le righe, una botta di vita: sono andata a prendermi il caffè al bar.

Ovviamente, la domenica che decido io di uscire alle dieci del mattino, si svegliano tutti con la stessa idea. Sarà che i locali notturni, per ovvi motivi, non sono ancora a pieno regime…

Vabbè, a quel punto mi sono spinta un po’ più lontano, e sono tornata sul luogo del delitto. Sarà successo anche a voi, adesso che i vaccini avanzano, di tornare in un posto che amavate prima della pandemia, e non riconoscerlo più.

Il bar in cui trascorrevo le mie domeniche, tra bozze di romanzo ed esercizi psicologici, appartiene a una catena che riesce a farsi odiare più delle altre, pure se è stata la prima a offrirmi un vero e proprio panino vegano: segno che è qui per restare.

Senza il gruppo di scrittura, senza il guru che ci usava come cavie per vedere se gli conveniva studiare psicologia (e sì, ora è in Inghilterra proprio per questo), senza neanche le signore filippine che si incontravano lì con tremila bambini al seguito, il “solito bar” è diventato un locale qualsiasi. Davanti a me c’erano solo due giovanotti al primo appuntamento, uno dei quali chiedeva una cannuccia nel suo ice latte, e commentava qualcosa sui risvoltini dell’altro. Un qualunque bar hipster a Barcellona, insomma.

A quel punto, però, non ho resistito. Intanto che mi preparavano il panino, mi sono allungata nella sala interna, alla ricerca di Xavi.

Mi sa che è arrivato il momento di ricordarvi anche che, ahem, il compagno di quarantena l’ho conosciuto proprio in quel bar. Ma facesse poco lo splendido, perché all’inizio ero indecisa tra lui e questo tipo (Xavi, appunto), che per sua fortuna ignorava le mie mire e somigliava molto alla buonanima di Jarabe de Palo, codino incluso. Di Xavi mi colpiva la gentilezza che era in grado di profondere in quelle due parole che ci scambiavano in spagnolo (ricordate bene questo dettaglio!): per esempio, si accorgeva di quando al nostro gruppo mancavano sedie, e offriva quelle del suo tavolo. Una volta, al contrario dell’hipster di cui sopra, aveva rifiutato apposta la cannuccia in un succo, e io avevo voluto interpretarlo come un gesto ecologista, anche se la cannuccia era già nel bicchiere e alla cameriera non era rimasto che buttarla.

Magari Xavi non voleva una cannuccia, e basta! È facile inventarsi storie su persone e situazioni che non conosciamo. E a volte si verifica l’effetto Sliding Doors: un dettaglio solo, una deviazione dalla storia, che finisce per cambiarci la vita.

Xavi ebbe un momento di fortuna sfacciata, di cui non sarà mai al corrente, quando lo depennai all’istante dalla mia personale lista “Apperò”. Lo incontrai per caso nella Plaça Universitat occupata da giovani studenti, nel solito autunno caldo indipendentista. Passava di lì, mi vide e si avvicinò apposta.

Ai em glad ai hev a cianz tu mit iu” esordì, in un inglese molto precario: felice di conoscerti, finalmente.

Tutt’a un tratto, ero io a non essere più tanto felice. Ma come? Dopo mesi a scambiarci convenevoli in spagnolo, mi parli inglese? Intuirete che, a Barcellona, l’idioma usato è una questione importante, e l’inglese di solito è la lingua delle distanze, del “tanto siamo diversi”. Forse lo eravamo davvero: vivere tra più posti ha il vizio di volerti far conoscere gente affine, un po’ sperduta come te, illusa di poter maneggiare le varie culture a cui è stata esposta. Non sempre è facile interagire con chi ha la fortuna di trovarsi a suo agio nella propria.

Quindi, a pelle, ho archiviato la pratica con un “NO” scritto sopra, e graziato così il povero Xavi, che magari ha vissuto in venti paesi e quella sera in strada, semplicemente, mi aveva associata agli altri del gruppo di scrittura, che di fatto parlavano tra loro in inglese: a ben vedere, dunque, non mi aveva neanche notata poi tanto, e avevo fatto tutto io!

Ve l’ho detto: la mente ama unire i punti quando non ha informazioni precise. I punti che ho tracciato quella sera mi hanno portato dritti al compagno di quarantena, e ai due romanzi (uno in bozza, un altro già inviato in giro) che ho scritto sulla nostra esperienza, ehm, allucinogena.

Questa domenica volevo sopperire almeno alla mancanza d’informazioni. Perché, in un momento in cui tutto ciò che avveniva prima sembra solenne e unico, lo diventa anche un nuovo incontro con Xavi.

E invece no: il tavolone centrale dove si riuniva il mio gruppo era sgombero, e lo era pure il tavolino accanto, senza nessuno disposto a offrirmi una sedia.

Adesso unisco i punti ancora una volta, e decido che Xavi sta bene.

Soprattutto: spero proprio che le mie attenzioni siano la minaccia più pericolosa a cui è scampato.

(Nel fermo immagine: Xavi e io, uguali sputati, in una ricostruzione attendibile di come sarebbe stata la nostra storia).

Papale Papale/ L'università un po' Tafazzi

E sì, scusate, ormai sono fissata con la storia degli obiettivi e dei bisogni. A ‘sto punto, se permettete, chiudo il discorso.

Lo faccio nel più classico dei modi: non dormendo.

Oddio, non è che l’insonnia mi capiti spesso, ormai: la melatonina fa miracoli! Però ci sono ancora due problemi che possono rompermi il ritmo circadiano, e pure le gonadi: l’apparecchio notturno per i denti, e il ciclo.

Per fare il botto, i due ostacoli devono combinarsi in qualche modo creativo, e deleterio per la mia salute mentale.

Quanto all’apparecchio per i denti: ricordate quando lo andai a ritirare in pieno lockdown, dopo trentadue giorni che me ne restavo tappata in casa? Avevo lasciato il compito di fare la spesa al compagno di quarantena, che al contrario di me aveva sempre l’urgenza di uscire. Quindi, dopo un mese passato ad attaccarmi come una cozza ai miei manoscritti (e al Kobo), me n’ero uscita vestita da marziana, con tanto di guanti di plastica e mascherina regalata da un vicino: mi aspettavo scenari da 28 giorni dopo! Invece mi ero ritrovata davanti stormi di uccelli installati in pianta stabile in plaça Urquinaona, e certi palazzi che, da vuoti, sembravano ancora più grandi.

“Mi raccomando” mi aveva poi ordinato il dentista da sotto la mascherina “il primo anno ti metti l’apparecchio ogni notte. Dal secondo in poi, l’importante è la costanza“.

Ricordatevi bene ‘sto fatto della costanza, perché io l’altra notte me l’ero scordato. Perché? Avevo un piccolo problema a fare da interferenza: certi crampi mestruali che, sul serio, sembrava che stessi per partorire in una notte sola tutto il mio odio. Verso chi? Beh, verso:

  • la ricerca: se fossero gli uomini la maggioranza mestruante, sarebbe già in commercio un’anestesia locale portatile che ti addormenta la zona per due settimane, premestruo compreso;
  • la ginecologia, che ancora nel 2021 consiglia il magnesio o l’impacco caldo (rimedi che, per usare un tecnicismo, me chiavo ‘n faccia); oppure la pillola, che oltre a gonfiarmi come un pallone idrostatico ha il curioso effetto di farmi guardare anche Kim Rossi Stuart (che come sapete è mio marito) con la stessa libido con cui osserverei un piatto di broccoli scaldati.

Insomma, intanto che covavo odio, e fissavo il vuoto con la panza in mano (quando le spinte allo stomaco non mi costringevano a trascinarmi in bagno), mi dicevo: “Oddio, mi sono dimenticata l’apparecchio notturno!”. Che, in quelle circostanze, sarebbe diventato una tortura che neanche i colleghi del buon diavolo Geppo, quando Satana è in forma.

Ma io stavo seguendo un regime scrupolosissimo: come da prescrizione, avevo indossato l’apparecchio ogni notte per tutto il primo anno, e da qualche mese lo facevo a notti alterne. Dunque, quella notte che stavo letteralmente con la panza in mano, stavo trasgredendo alla grande regola imposta da… Da chi? Da me.

Vi ricordate la costanza di cui parlava il dentista? Vi risulta che in qualche lingua si traduca in “una sera sì e una no”? Anche nelle riviste mediche online, gli articoli in inglese ‘mericano, che chissà perché ci risultano più autorevoli degli altri, parlano di portare l’apparecchio notturno circa tre volte a settimana. Ergo, magari due giorni di fila te li puoi anche saltare! Specie se ti ritrovi come unica invitata al grande festival dell’insonnia, che si tiene giusto in camera tua. Anzi, già che ci siamo: se l’apparecchio, piuttosto scomodo, è già efficace tre volte a settimana, perché devo aggiungerci io quella volta in più?

Ma niente, ero intrappolata nelle mie stesse regole, segno che per crearci dei bisogni inutili non serve desiderare una Mini Cooper, come scherzavo l’altra volta. Spesso vantiamo anche l’abilità di confondere il sacrificio col lavoro, e il solo fatto di consacrarci alla gettonatissima professione di Tafazzi (vedi sotto) equivale per noi a lavorare per il nostro bene.

“Eh, questo trenta me lo sono proprio meritato: ho fatto le nottate sui libri!”. Sì, ma era necessario? Nel senso, di mattina lavoravi? Se è così, massimo rispetto. Altrimenti, studiando due o tre ore al giorno per un mese, magari beccavi lo stesso voto. “Se bella vuoi apparire, un po’ devi soffrire”. A parte che la pressione estetica ha un po’ rotto, forse chi come come me odia i tacchi farebbe meglio a mettersi scarpe rasoterra e guadagnarci in sicurezza, piuttosto che camminare come se andasse sulle uova e rischiare anche di rompersi il muso.

Cosa voglio dire con tutta questa pippa mentale? Che soffrire non è un bisogno, né tantomeno un rimedio. Al massimo, in alcune circostanze, può essere un mezzo per raggiungere un fine: quello di raddrizzarmi i denti era uno sfizio che volevo togliermi da un po’, dunque l’apparecchio notturno è più che sopportabile, se ci manteniamo sulla formula “minimo sforzo, massimo risultato”. Quello che proprio non mi serve è seguire alla lettera una routine a giorni alterni che mi sono inventata io, quando un dentista vero e svariati articoli ‘mericani mi hanno fatto capire che non è necessario.

Ripetiamo insieme: il dolore innecessario non serve a un ca’. E sì che abbiamo bisogno di ribadircelo, con le nostre relazioni tossiche (davvero, cliccate sul link: è una pagina stupenda!), e le sciarpette che portiamo anche a maggio per ripararci da quella famosa malattia che esiste solo in Italia: il colpo di freddo.

Ah, le vette sublimi del sacrificio inutile: facciamone a meno, una buona volta. Lasciamole pure all’idolo qui sotto.

Tarantella calabrese, le origini del ballo tipico - Ntacalabria.it

E c’è anche il sequel!

Dopo il successo della Mini Cooper e degli ideali irraggiungibili (che in realtà, si diceva, sono soprattutto inutili), vi racconto cosa mi è successo ieri, con l’ottava piaga dell’universo: la festa a sorpresa per quarantenni.

A ben vedere questo è un sequel a tutti gli effetti, perché l’invito mi era arrivato mentre ero nel ristorante con l’amica della Mini Cooper. Il festino si sarebbe tenuto domenica, in culo ai lupi, in un orario di quelli che ti fanno intuire che, se spacchi il secondo, aspetti un’ora solo tu davanti al locale ancora chiuso.

Insomma, anche se lì per lì avevo mezzo aderito, in realtà ero incerta su se andare o no: tanto più che il festeggiato, secondo il tizio che organizzava la festa, avrebbe “preferito restare a casa ad aspettare la morte”, il che la diceva lunga su quanto avrebbe gradito la sorpresona! Intanto che osservavo il cielo, e adottavo il mio metodo risolutivo con decisioni del genere (cioè, pregavo che piovesse), mi è arrivato un altro invito.

Era tornato il nostro maestro di tarantelle! Dopo oltre un anno senza tambureddi, eccolo lì che proponeva quel giorno stesso una specie di laboratorio per l’infanzia (ma aperto a chiunque), in collaborazione con un’istituzione locale. L’evento mi giungeva con grave ritardo, ma con tanto di manifestino e indicazioni per prenotare.

Solo che il manifestino racchiudeva in poche righe tutto ciò che amo e che non amo troppo degli eventi del posto.

Ciò che amo: l’attenzione all’infanzia. Questo è un posto fantastico per crescere ed educare la vostra prole! Sempre che troviate il modo di sbarcare il lunario…

Ciò che non amo troppo: il sentore che sarebbe stato un evento per forza di cose morigerato, con una partecipazione scandita più da sobri battimani che da danze indiavolate. Sulla, diciamo, sobrietà del pubblico locale scherzava anche uno spassosissimo autoctono, che in altri spettacoli del maestro di tarantelle si era inventato uno sketch: raccontava come lui, catalano, affrontasse l’inquietante movimento di fianchi richiesto dalla salsa. Oh, se si sfottono da soli, chi sono io per sindacare?

Insomma, stavo lì a tormentarmi come una tarantolata, a dirmi “Che diavolo, non dovevo aderire alla festa!”, e subito dopo “Sì, vabbè, ma pure essere l’unica che balla come una scema, in mezzo a una folla impassibile che sta per chiamare un esorcista…”. Ero completamente immersa in questi miei problemi da primo mondo, quando mi sono resa conto di un piccolo particolare.

Senza la festa a sorpresa, avrei mai valutato sul serio questo invito last-minute?

No. Avrei aspettato senza esitare che il maestro organizzasse una bella serata tutta terrona, e amen.

Adesso, invece, cosa mi faceva rammaricare dell’impossibilità di partecipare? Il fatto che avessi un altro impegno! Che tra l’altro, fino a cinque secondi prima, consideravo seriamente di boicottare.

Ecco il delirante paradosso, signore e signori. La “tarantella sobria” diventava un evento imperdibile solo perché non potevo parteciparvi. E l’eventuale festa a sorpresa si trasformava in un patto di sangue, firmato contro la volontà del festeggiato stesso!

E quindi? Quindi, gli ideali non sono solo inutili, più che irraggiungibili, ma ci sembrano così appetibili proprio perché non li possiamo raggiungere.

E sì, sono cose che sappiamo da sempre, ma che non impariamo mai. Quanto siamo scemi, come specie animale? Ok, parlo per me. Che non imparo mai la lezione più importante: spesso e volentieri, in queste sciocchezze come in questioni più importanti, ci pensa la vita a decidere per noi.

Io, per esempio, non mi sono resa conto del più grande errore di tutti: fidarmi degli organizzatori della festa a sorpresa! Di lì a poco, infatti, mi è arrivato un ultimo, sconcertante messaggio: contrordine, l’appuntamento in realtà era per il giorno prima. Si erano un po’ confusi con le date…

E meno male che si sono ricordati di avvisarmi, se no altro che tarantolata: questo sequel della storia della Mini Cooper diventava l’intera saga di Fast & Furious!

Finalmente ho provato il Green Spot! Ormai avevo perso ogni speranza di farlo in compagnia.

Vedete, il Green Spot è il classico ristorante su cui i gruppi vegani a Barcellona dissentono “con molto namastè”. Avete capito? No? Intendo dire che a proporre di andarci sono le Karen anglosassoni, che di solito stanno bene a soldi e vivono in un paesello immerso nella natura. Allora le Montse, che prendono sui 1000 euro e valutano per mezz’ora anche l’acquisto di un arancino, non sono disposte a spendere 25 euro in una botta sola, e rilanciano proponendo un picnic al parco. A quel punto sono le Karen a non volersi mettere in treno solo per trovarsi davanti dieci tupperware di hummus “fatto in casa”, una terrina di guacamole del discount, e qualche salatino. Saranno anche vegane, ma conoscono i loro polli…

Insomma, intanto che Karen e Montse si mettono d’accordo, la vostra Maria è andata al Green Spot con l’amica che mangia pure i trichechi ‘mbuttunati, ma apprezza comunque questo ristorante. Ci voleva: era un po’ che non ci facevamo una chiacchierata solo noi due, dopo tanti mesi senza vederci!

Sì, perché l’amica è impegnatissima in mille progetti, come me d’altronde. Così, mentre sgranocchiavamo le chips di kale (le Karen approverebbero, anche se io di solito le faccio al forno!), ci siamo immerse in una conversazione sul perfezionismo: una malattia a cui è difficile sfuggire.

“Che inseguiamo a fare degli ideali irraggiungibili?” mugugnava l’amica davanti alla sua insalata con formaggio di anacardi (la prima volta nel locale le era sembrato un’idea aberrante, ma adesso aveva ordinato l’insalata solo per quello!).

A quel punto io, che intanto apprezzavo il tempeh della casa, ho ripensato a tutti gli esempi di pressione estetica che ho trovato sul mio cammino, o all’immensa ammirazione di certi amici ingegneri per Elon Musk. In questi casi è ricorrente la parola “irraggiungibile”, ma a me non ha mai convinto. Così ho annunciato all’amica:

“Sai? Credo proprio che, con i tuoi risparmi, tu non ti possa comprare una Mini Cooper!”.

Ho usato quest’esempio perché non capisco un cacchio di macchine, e la Mini mi è sempre piaciuta. L’amica ha fatto una faccia allibita. Non guida da secoli, come me: Barcellona non è una città per automobili.

“Eh, no” ho continuato. “Non so quanto costino adesso le Mini Cooper, ma mi sa che, sia per me che per te, sarebbero un’aspirazione irraggiungibile. Adesso, dimmi pure: te ne frega qualcosa?”.

“Una ceppa di niente” ha ammesso l’amica.

“Brava! Magari te ne fregherebbe se, a un certo punto della tua vita, ti avessero fatto credere che per te la Mini Cooper fosse una necessità. Così come stanno le cose, invece, puoi constatare da te che l’irraggiungibilità dell’articolo non è l’informazione più rilevante!”

L’amica si è fatta versare un altro bicchiere di vinello.

“Insomma” ha soppesato l’idea insieme al calice “certi ideali che ci inculcano non sono irraggiungibili: sono inutili”.

“Sono entrambe le cose” ho precisato io, finendo la limonata. “Irraggiungibili e inutili. La questione è: perché ci soffermiamo sulla prima caratteristica, se la seconda ci dovrebbe interessare molto di più?”.

“Già. Come la storia di avere la stessa pelle a 15 e a 30 anni, o di fare i salti mortali per comprare la seconda casa. Ci sembrano ideali, e irraggiungibili, solo perché ce li hanno venduti così.”

Ecco: venduti è la parola giusta.

Dopo ho controllato, eh. La Mini Cooper che piaceva a me costa 23.100 euro come prezzo di base. Ricordavo peggio!

Invece, i miei spiedini in compagnia dell’amica sono costati circa 15 euro. Eccoli.

Nessuna descrizione disponibile.

Se permettete, il mio ideale irraggiungibile è questo qua, nel senso che non riuscirò mai a fare altrettanto bene il tempeh in casa. Ma a questo punto ve la dico tutta: non ci provo nemmeno!

E se siete della serie: “Ma non era meglio una bella pizza cu’ ‘a pummarola ‘n coppa?”, meglio per voi! Costa ancora meno, e pensate a quante pizze potete divorarvi con i soldi di una Mini Cooper.

(No, vabbè, ho scoperto questa canzone punjabi e all’improvviso la Mini Cooper è diventata un’ideale imprescindibile! In un’altra versione, lei viaggia in trattore senza scompigliarsi il velo sul petto. Respect!)