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A imperitura memoria

Ciao! Questo è il solito post in cui vi invito a non sprecare troppo tempo in una cosa inutile, però stavolta c’è un colpo di scena. E pure un esempio, che deciderete voi se leggere o no.

Vedete, a Barcellona un mio amico molto nordico inizia ora una relazione con una “lokal”, e l’ho avvertito sulle possibili sfide di certe differenze culturali, che a volte portano a divergenze politiche (e sull’argomento ci ho scritto un romanzo, perché qualcosina ne so).

Il mio avvertimento/spoiler conteneva forse un pregiudizio su guiri e lokalz? Spero di no. Non ho detto in nessun momento: “Andrà a finire di sicuro così”. Ho solo precisato: “Se andasse a finire così, saprai cosa aspettarti e supererai meglio il problema”.

Ebbene, abbiamo discusso un’ora, l’amico è andato un po’ in ansia e io, oltre ad aver perso sessanta minuti che non riavrò mai, sono passata per la pettegola prevenuta che non si fa i fatti suoi. Quindi il mio consiglio stavolta è: se ci tenete all’amico perdetecelo, ‘sto tempo! Ma che non sia un’ora, cavolo. Gli aiuti non richiesti possono risultare odiosi e poco utili, oltre a sprecare le energie di chi li elargisce. A quel punto io metterei giusto la pulce nell’orecchio, e poi l’amico deciderà se alimentarla o meno: in fondo la vita è sua!

Una delle grandi svolte della mia, di vita, è stata quando ho smesso di voler controllare le esistenze altrui.

Qui finisce il post e comincia l’esempio (nooo, l’esempio no!). Proseguite solo se siete in vena di immergervi in un pezzo di cultura napoletana. Siete ancora lì? Bene, cominciamo!

Prendiamo il signore “sceso dalla Val Brembana” (semicit.) che con accento lombardo mi chiedeva, all’uscita della trattoria Da Nennella, se ormai fossero in chiusura: in fondo erano le due del pomeriggio! Inutile dirvi che quel signore veniva subito segnato come “Fuffi” nella lista d’attesa del mitico Ciro.

Mettiamo che Fuffi venga da noi e ci dica: “Sai? Ho conosciuto una tale Mariarca, detta ‘a Pulitona, che mi piace molto. Vive proprio ai Quartieri, dove lavora quel signore un po’ nervoso che mi chiama Fuffi. Non so in cosa sia laureata, anche se mi sembra che lavori nell’hi-tech, però vorrei approfondire la conoscenza: ho pensato quindi di andarci insieme a un apericena con finger food, poi a una rassegna di Kiarostami“.

Capirete che, per amore di Fuffi, potremmo anche prenderci la briga di precisare: “Magari hai capito tutto di Mariarca, Fuffi, ma metti che invece organizza i pullman per la Madonna dell’Arco, e a Kiarostami preferisce Maria Nazionale! E qualcosa mi dice che la grotta del suo presepe ha la vista sul Golfo di Napoli…”.

A quel punto Fuffi, che è una personcina un po’ ansiogena, potrebbe interromperci: “Grazie ma non voglio sapere tutte queste cose! Preferisco che sia una scoperta quotidiana, sai? Conoscersi a poco a poco, assaporarsi piano come un marron glacé…”.

E noi ci sentiamo un po’ scassagonadi e un po’ “capere”, cioè gente che non si fa i fatti suoi. Avremmo dovuto tacere? Forse. Però cavolo, mettiamo che Mariarca sentendo nominare Kiarostami sbraiti: “Come? ‘Ccà aro’ stamme?’. E si nun ‘o saje tu…”. Oppure commenti il finger food con frasi tipo: “Gli uomini da me vogliono solo una cosa: ‘a marenna p’ ‘a fatica!”. In tal caso io spero che Fuffi e Mariarca si sposino comunque di lì a un anno, e si trasferiscano insieme in Val Brembana, o sul presepe con vista sul Golfo di Napoli (che tanto è in scala 1:1). Forse, però, quella parolina che abbiamo detto a suo tempo al nostro Fuffi potrebbe propiziare il felice esito!

Quindi sì, facciamoci i fatti nostri che è sempre meglio, e soprattutto smettiamola coi pregiudizi: per esempio, l’intramontabile Mariarca è un mito a sé stante, e “le donne di Napoli” sono un mondo variegato, come tutte le donne.

Ma inso’, c’è una regola che vale anche per Fuffi: più ne sappiamo di una situazione/località/cultura, e meglio è.

Specie se siamo capaci in ogni momento di prendere ciò che crediamo di sapere, metterlo da parte e lasciarci stupire dalle cose, per come sono davvero.

(La mia prima Mariarca. In memoria di Loredana Simioli, che ci manca).

Le mie occhiaie da “nido vuoto” dicono tutto!

Sentite, siccome oggi non si parlerà d’altro, vi “sblocco un ricordo”, come si dice ultimamente: la Juve (dico, la squadra al completo) che abbandona lo studio di Quelli che… il calcio, per una battuta sull’alopecia di Collina. Non trovo le prove su Google, ma ricordo: io c’ero! E la questione mi parve fantastica, perché ai tempi, se non sbaglio, la Juve era ai ferri corti proprio con quell’arbitro.

Invece, ecco un ricordo personale: ero seduta col mio ex in un parco di Barcellona, quando tre turiste italiane ci passarono accanto tutte impettite. Mormoravano tra loro: “La solita napoletana”, in riferimento a qualche tipa che avevano appena incontrato. Allora il mio ex, prima che io ci capissi niente, disse proprio in napoletano qualcosa contro i turisti razzisti che venivano a sguallariarci la uallera, o qualcosa del genere. L’accento per la verità suonava un po’ barese, ma mi colpì soprattutto il fatto che io non sarei intervenuta (vivo fuori Napoli, ‘sta roba purtroppo è normaluccia per me), e lui sì. Però, vedete come siamo fatti strani noi esseri umani? Sarei forse intervenuta se le tre perete avessero detto “la solita cinese”, per esempio. Quindi per me ci stava, che qualcun altro si sentisse ferito al posto mio. Quando provai io a difendere un’amica da un imbecille che la importunava in strada, mi beccai della “grassona”: il molestatore voleva scoparsi lei, mica me che ero grassa! Neanche l’amica fu molto contenta della mia difesa non richiesta: aveva subito uno stupro, e per lei la carta vincente era “non degnare i molestatori di uno sguardo”.

Insomma, sono questioni complicate a cui non so voi, ma io oggi non ho tutta ‘sta voglia di pensare. Sarà che a 41 anni ho la sindrome del nido vuoto, ed è fantastico: a trasferirsi non è stato mio figlio, ma il compagno di quarantena, che per un tempo imprecisato sarà altrove a sbrigare certe faccende personali. Aggiungeteci il manoscritto già in revisione, e l’ultimo corso di psicologia ultimato in anticipo (sto già scrivendo la tesina, da consegnare tra un mese), e… Non mi sono data al rosé, come le quarantenni anglosassoni, ma sto facendo orari improponibili per andare a letto, e mi sento libera. Avete presente? Immagino la cura funzioni così, in qualunque tipo di relazione: a volte, mentre vi occupate dell’altra persona, lo fate senza riflettere, specie se è uno di quei rapporti in cui non ne avete il tempo, perché l’altra persona ha bisogno di attenzioni speciali. Poi, quando per qualche ragione vi trovate in “libera uscita” da tutto ciò, non sapete che fare con tutto quel tempo e quelle energie.

Guarda caso, succede qualcosa del genere (dopo l’angoscia iniziale) anche alla mia Serena, quando Sam torna nei boschi. Eh già, credevate che vi lasciassi andare senza postare la prima presentazione del mio romanzo?

Perché sì, in questi giorni sta succedendo anche questo.

E adesso ho pure il tempo di gioirne, quindi lo condivido con voi.

Ok, quella di Sam non è proprio una storia vera.

Nel senso: di base lo è, ma non volevo che fosse la storia mia, o di colui che chiamo “il muso ispiratore” del romanzo.

È vero che la prima bozza mi ha fatto da salvagente quando “Sam” non sapevo neanche dove fosse, altro che boschi! Sapevo solo che lui sarebbe stato via per mesi interi, e che trovava normale non riuscire a prevedere quando sarebbe tornato: nel suo mondo fatto di assenze, era strano anche solo che ci fosse qualcuno ad aspettarlo.

Però ho questa teoria: quando si tratta di raccontare una storia nostra, il punto non siamo noi. Lo siamo quando si tratta di noi, della nostra felicità, delle priorità che dobbiamo tenere in mente.

Quando invece si tratta di condividere una storia con qualcun altro, a me piace parlare non solo di me, ma di tutto.

Sapete che i militari afflitti da stress post-traumatico rischiano di strangolare la moglie nel sonno, se quella li sfiora per sbaglio? Io l’ho scoperto con Homeland, insieme alle difficoltà sessuali che possono perdurare molto dopo il ritorno dalla guerra.

Sapete che la maggior parte delle allucinazioni è uditiva? Questo mica ce l’avevo chiaro: quando è capitato a me, di accudire qualcuno che “sentisse una voce”, ho dato subito per scontato che l’allucinato potesse anche… vedere la persona che gli stava urlando in testa.

Infine, come dicevo altrove, c’è una parola per designare i senzatetto, ma non esiste il contrario: come si definisce chi un tetto ce l’ha? Forse ho cercato male io, ma il dizionario dei sinonimi e contrari non mi aiuta.

La storia vera che ha ispirato Sam è tornato nei boschi mi ha insegnato quante cose, dopo anni di lavoro su di me e sul mondo, davo ancora per scontate.

Spero che vogliate scoprirle anche voi.

(La colonna sonora della prima bozza di Sam, imposta dal cantante di strada fuori al portone!)

A Napoli, quando in classe o al lavoro ci si comporta in modo poco consono, c’è chi chiede: “Ma addo’ stamme, ccà?”. Che è un modo scherzoso per invitare a una serietà che sia consona all’ambiente e all’occasione.

Cercavo di spiegare il concetto al compagno di quarantena, coadiuvata da una traduzione in inglese che non risultava troppo convincente, quando mi sono resa conto che, in questo momento, la risposta alla domanda era: in Europa. Siamo in Europa, cacchio. Eppure.

E lo so: ho già parlato del violinista che mi ha scucito un caffè perché “la gente a Barcellona non ricorda la guerra“. O del barista che tra nonni paterni e materni veniva dall’intera Jugoslavia, eppure parlava un inglese perfetto (“Se quello americano si può definire perfetto” preciserebbe con aplomb il compagno di quarantena) perché quando aveva otto anni gli avevano messo lo zio in uno stadio, e la famiglia se l’era squagliata giusto in tempo.

Ricordiamo il mio ex pakistano che a una mostra al CCCB, davanti a un’immagine di americani tra certe dune afgane commentava in spagnolo creativo: “Ma due etti di cazzi loro, no?”. E penso all’inesorabile interesse che prendeva lui e i suoi amici per i conflitti asiatici, più che per ogni altro genere di conflitto, ogni volta che da noi sento dire: “Dov’erano tutte queste bandiere pacifiste, quando si manifestava per la Palestina?”.

A proposito. Come non ricordare la manifestazione in cui cercavo di non bisticciarmi con gli slogan che sentivo intorno (Filistin harra harra…?), finché la signora davanti a me non era scoppiata a piangere, sostenuta da due ragazze. Allora mi ero detta: vabbè, sto zitta e amen. Posso dire amen?

Per non parlare del signore che mi ha cambiato la vita a una conferenza scolastica, parlando di cose orribili successe su certi treni, e l’intera scuola era stipata in un teatro vicino alla stazione, che tremava a ogni treno che si avvicinasse. E che dire del signore catalano che a una conferenza più recente, di tutte le cose che ti aspettavi ricordasse un “rojo” (come lo chiamavano i franchisti) si mise a spiegare che aveva dovuto costruire lui il campo in cui l’avevano ficcato, comprese le case dei suoi aguzzini e le strade intorno. Sembrava ancora affaticato.

È vero, la guerra non ha mai abbandonato l’Europa. Ciò che cambia da quando sono nata è che ieri sera mi sono guardata col compagno di quarantena, e ci siamo detti: ua’, capisci che a noi non è mai successo di avere un’invasione in casa?

Perché Ljuba, che mi ha lucidato a specchio l’appartamentino in tempo per l’arrivo della nuova occupante, ha dalle parti di Kiev la madre che non si può muovere, la sorella e due nipoti che rientrano in quella considerevole fascia d’età che non può abbandonare il paese. Quando le ho detto “Suerte”, perché che cazzo vuoi di’, ha risposto “È quello che ci serve”.

Dell’inquilino e dei suoi notiziari ho già parlato, l’ultima novità ci è arrivata da una coppia di amici che stava per scoppiare: uno dei due è in una situazione simile a quella di Ljuba, e allora l’altro ha deciso di restare, per dare sostegno. In fondo, il tipo ci ha l’invasione in casa.

E addo’ stamme? In Europa.

Col compagno di quarantena ci siamo resi conto che ‘sta cosa non succedeva da un bel po’ né al suo paese né al mio.

E forse, quando gli ho tradotto la frase “Ma addo’ stamme?”, non sono riuscita a rendere l’esasperazione più o meno divertita, che in realtà è sarcasmo, di chi aspetta solo che i suoi interlocutori tornino a fare ‘e perzone serie.

Ma come glielo spiego? Forse è vero che un po’ di napoletano in più non farebbe male al mondo.

La soddisfazione di Archie, dopo che mi ha fatto trottare tutta la sera

Ciò che mi prefiggo: cambiare la lettierina ad Archie e correre un po’ prima di cena.

Ciò che accade: la bustina che ho usato per la lettiera scoppia. Il contenuto si rovescia sul pavimento. Prendo scopa, mocho e secchio, e scendo apposta a buttare il tutto. Risalgo giusto in tempo per vedere Archie che inaugura la nuova lettierina. Mi tocca scendere di nuovo con una bustina di quelle per i cani.

Risultato: riesco a stare sul tapis roulant solo quindici minuti, inclinazione 12, procurandomi un dolore su tutto il lato destro della pancia. Siccome questo disturbo va e viene da un po’, vado alla mia ASL barcellonese (che si chiama CAP) a chiedere un appuntamento dal medico. Me lo danno per il 28 marzo.

Come lo chiamiamo, circolo vizioso? Autostrada per l’inferno? Non saprei. So solo che all’inizio di tutta l’operazione ero stanca e distratta, quindi ho usato una busta troppo piccola, che quindi si è rotta, e quindi…

Ce n’è un altro, di circolo, ma è virtuoso: ne ho già parlato, consiste nel fare almeno un po’, e il più possibile, ciò che ci piace. Aiuta a digerire molto meglio i circoli viziosi di cui sopra! Adesso sono alle prese con le bozze di Sam e col nuovo saggio di fine corso per il master: due attività che mi fanno digerire anche la nuova nomina a rappresentante di condominio, con l’amministratrice che mi invia le ricevute da firmare e scannerizzare proprio mentre scendevo a fare la spesa.

Devo ripetere ciò che diceva Martin Seligman: il nostro cervello è rimasto all’era glaciale. Inutile concentrarci sul passato o “vivere il presente” a tutti i costi, se la tendenza umana è quella di imparanoiarci sul futuro. Sarà meglio agire su quello, procurarci gli strumenti per gestirlo. E se creiamo il circolo virtuoso di fare il più possibile ciò che ci piace, riesce tutto molto meglio.

Confesso che mi funziona meglio con la lettiera di Archie che con gli esseri umani, specie quando scoppiano le pandemie o si scongiura (forse) la terza guerra mondiale. Ma coi miei simili ho capito che basta imparare due cose:

  • l’unica vita che possiamo cambiare senza smadonnare troppo è la nostra (che non significa che dobbiamo “accettare gli altri per come sono”: esistono i compromessi e, in caso, le ritirate strategiche);
  • bisogna chiedere alle persone solo quello che ci possono dare.

Dalla posta del cuore è tutto, che Archie è appena entrato nella lettiera: meno male che il futuro non mi spaventa!

Tutto80 | Super Vicki

Ieri sera ho accompagnato un amico a un pub in cui lui lavorava in un momento difficile della sua vita.

A quei tempi sembrava che con l’amico potessimo stare insieme, ma il momento era così difficile che lui non era pronto per una relazione. Infatti non ne ha avute da allora.

Il pub era uno di quelli che potrebbero trovarsi in ogni parte del mondo, a parte il fatto che la presentatrice del quiz domenicale traduceva le domande anche in spagnolo. Il mio amico ha trovato subito l’ex collega con cui voleva parlare, ma quello aveva appena smontato, e giocava a freccette con un compaesano scozzese. Il mio amico non si aspettava di trovarsi a tu per tu pure con l’altro, che lo ricordava ai tempi in cui era un barman depresso e maldestro.

Risultato: sono rimasta impalata diversi minuti, in attesa che 1) i due scozzesi mi degnassero di uno sguardo; 2) l’amico mi presentasse. Mi tornava alla mente il mio primo fidanzato, in paese, quando si fermava a salutare amici che mi ignoravano. Timidezza, li giustificava il fidanzato, oppure arretratezza mentale: le ragazze degli altri non si guardavano neanche. Io ci rimanevo malissimo, perché nella mia vita avevo fatto una cosa del genere solo con Angelo Branduardi. Un’estate, il cantautore era venuto con la famiglia nel mio stesso villaggio vacanze, e una volta l’avevo incontrato a spasso con la figlia, mia coetanea. Avevo invitato la figlia a un’attività dello junior club e, sapendo che il padre si beava di quell’anonimato vacanziero, l’avevo ignorato a costo di sembrare maleducata. A parte questa illustre eccezione, mi sono sempre premurata di riconoscere l’esistenza di chi si trovava a un metro dal mio naso.

Ieri sera l’amico mi ha ritrovata al bancone del pub, alle prese con una clara che non bevevo da anni, e mi ha chiesto scusa, invitandomi a giocare a freccette coi due scozzesi sprucidi. Ma io detesto le freccette, e ormai ero presa dal quiz: la presentatrice era una donna inglese sulla cinquantina, e faceva domande toste per il suo pubblico anglosassone.

“Cosa vuol dire la frase latina ‘omnia vincit amor’?”

La tipa aveva messo subito le mani avanti sulla pronuncia: “O ai tempi di Cesare non c’eravate neanche voi, oppure avete in soffitta un quadro molto speciale…”. E questo era un riferimento ovvio alla sua, di cultura. Ma in effetti la sua pronuncia del latino era un ibrido tra quella anglosassone, la nostra e lo spagnolo. Il risultato era tipo: “Omnia Vicky amòr”. Ho pensato subito alla ragazzina robot della serie anni ’80, e anche al fatto che Mr. Virgilio su questa storia ha toppato: l’amore non vince tutto.

Non ha vinto, per esempio, l’incapacità del mio amico di avere una relazione in un momento difficile. Non ha vinto neanche l’amicizia che l’amico sente oggi per me, ma che è venuta meno davanti a due persone che l’avevano conosciuto al picco della vulnerabilità.

Insomma, Vicky, mi sa che non è il tuo momento di entrare in scena. Non quando si parla dei trionfi dell’ammore.

Però ci si prova: quando ho lasciato il pub, l’amico è venuto a casa mia a scusarsi ancora e a spiegare, e abbiamo cenato insieme. L’amore è imperfetto e ha mille forme, e a volte viene usato per giustificare roba che non volete nella vostra vita.

Ma è la migliore soluzione che abbiamo in questo momento: coltiviamolo come meglio possiamo.

E la prossima volta vado da sola al quiz, e sbanco il montepremi.

Nessuna descrizione disponibile.

Visto? Ho voglia a dire che bisogna potare i rami secchi: intanto, la settimana scorsa ho lasciato entrare troppa Italia nella mia vita, e ne ho pagato le conseguenze.

Non che l’Italia sia l’ottava piaga, eh: è solo che, come spiegavo qui, mi toglie più tempo ed energie dei vantaggi che mi dà. C’è qualche altra espatriata, ex Erasmus, che si sente più europea che italiana? Parliamone. (Vale anche per gli uomini, ma intuisco che le donne emigrano meno e in modo più complesso).

Così, dopo una prima serata sanremese passata liscia grazie allo humour del compagno di quarantena (non a caso, un britannico), un comico che a suo tempo mi piaceva mi ha ricordato perché abbiamo avuto bisogno di introdurre nel vocabolario la parola cringe. E pure WTF. Per riprendermi ho aperto Facebook e citato la Regina di Cuori, nel suo ordine più famoso. A quel punto, il solerte esercito di Zuckerberg ha creduto che volessi rischiare davvero l’ergastolo per accoppare quello lì. Risultato: per tre giorni ho avuto il profilo silenziato, e mi sono dovuta sorbire le imperdibili lezioni sulla comicità di uomini cis, che salterebbero in piedi se gli tocchi la loro regione o la squadra del cuore.

Insomma, tra ciclo, manoscritti da terminare e impotenza mediatica, si è creata una reazione a catena che mi ha fatto riflettere: se ho imparato ormai a rifuggire una persona problematica, o un lavoro che promette più grattacapi che soddisfazioni, perché impegolarmi con altre cose che mi interessano poco?

Inutile fingere di riconoscermi ancora in qualcosa che non mi appartiene come prima. Così ho comprato il De Mauro europeo, che ancora dovevo leggere, e mi sono lanciata in paragoni improbabili tra l’autrice irlandese Sally Rooney, e i due giovani interpreti che hanno appena vinto Sanremo: la tematica dell’incomunicabilità regna sovrana a livello internazionale!

Ebbene sì, alla fine l’ho trovata, l’Europa a Sanremo. Ho trovato Eurovision, ovvio, ma soprattutto, l’ultimo giorno di festival, ho letto il commento Facebook di uno che sosteneva: Sanremo si guarda con un orecchio alle canzoni e un occhio a Twitter.

È stata la svolta! Sono morta dalle risate, per messaggi provenienti da tutto il continente. Ovvio che i tweet italiani erano i più simpatici, ma c’era qualche danese serissimo che commentava in inglese, mentre uno spagnolo burlone si chiedeva: se state guardando Sanremo senza mangiare una pizza, state comunque guardando Sanremo? Gli ho risposto: Manolito, io sarei italiana e sto mangiando un’insalata a Barcellona! Confesso invece che, dei tweet in russo, ancora non ci capisco una mazza.

Insomma, la mia settimana horribilis è diventata simpatica solo quando mi sono scrollata un po’ il tricolore di dosso e… sono entrata in Europa! Che è sempre un’Europa privilegiatissima, che chissà quando diventerà quella che volevamo. Ma oh, visto che sono anche italiana, alle cause perse ci sono abituata.

Anzi, vi dirò: ascoltando i gruppi sanremesi più simpatici, e leggendo i tweet più gggiovani, mi è venuta l’idea balzana che qualche causa, prima o poi, si potrebbe anche vincere.

(Alla fine mi confermo napoletana)

www.my-personaltrainer.it/2020/10/30/papaya-ori...
Da mypersonaltrainer.it

Sulla strada per la Fiera vegana, ho beccato una ventenne che mangiava la papaya. Era seduta su una panchina e scodellava i semi col cucchiaino di plastica. Dicono che i semi di papaya siano miracolosi col ciclo, anche se io preferirei sempre un’anestesia locale e una pompa svuotante… Ma il punto è un altro. Io, che osservavo la ragazza, avevo nel borsone pronto per la fiera tre contenitori da asporto: uno per la lasagna, uno per la parmigiana e un terzo per due tranci di pizza. Ue’, avevo un amico a cena, mica mangiavo tutto io!

Ma comunque, intuirete che c’era una bella differenza con una che a ora di pranzo se ne stava su una panchina a mangiare la papaya… Oddio, adesso il mio vi sembrerà uno di quei post atroci in cui una donna deride le altre, troppo virtuose o discinte per i suoi gusti, e spiega come lei sia taaanto diversa.

E invece volevo solo dire che, quando vent’anni ce li avevo io, nel mio paesone c’erano teorie molto peculiari su quale fosse il pasto ideale: i nostri genitori mangiavano rigorosamente due piatti impegnativi (pasta o riso, più carne o pesce) e la frutta, almeno a pranzo. Qualsiasi deviazione da questa consuetudine era salutata con sospetto, anche se, francamente, non bisognava essere a dieta per saziarsi al primo round!

Adesso, invece, quello che viene considerato un pasto completo è, tipo, l’antipasto dei miei tempi! Sarà che vivo in una terra felicemente inappetente (si scheeerzaaa, ma quell’insalata come primo piatto…). Sarà che il millantato “piatto unico” di Jimmy Joy mi lascia tutt’altro che sazia… Insomma, ho intuito il passaggio da un’idea peculiare di pasto completo a un’altra ancora più peculiare, per una serie di motivi che a volte sono buoni e a volte no.

Un compitino che dovevo consegnare per il master (ho preso un’insufficienza, ma questa è un’altra storia) mi ha portato a leggere un’analisi comparata tra le modelle da sfilata e quelle online, che non sapevo appartenessero a categorie diverse: la conclusione era che, per rientrare negli standard di bellezza attuali, buona parte delle candidate doveva assumere sempre un fabbisogno energetico inferiore alle proprie esigenze giornaliere. Però dare per scontato che una magra si sta limitando a tavola pure è discriminatorio verso chi, come me, ha un fisico minuto (lascia che poi ci penso io a rimpolparlo…).

Nel paesone della mia adolescenza, per le donne vigevano ancora le forme felliniane, per cui “un bel culo” (che, per Mickey Rourke in Domino, è il didietro minuto e tonico di Keyra Knightley) al paese mio aveva ancora le dimensioni vantate dalle maggiorate anni ’50.

Tutto questo per dirvi: prima di fare qualsiasi analisi sulla pressione estetica e i suoi dettami, rendiamoci conto che è una roba assolutamente aleatoria. E verrà cambiata da fattori come il prossimo film di culto, o una crisi economica, o gli stilisti che decidono che le supermodelle costano troppo e non sono più efficaci come attaccapanni.

E no, non concluderò dicendo minchiate come “Le vere donne hanno le curve”, o peggio, “È una questione di salute!” (la scusa preferita della grassofobia).

Dico solo: rendiamoci conto di quanto sia arbitrario ciò che può condizionarci la vita. Tipo la manfrina del BMI.

La papaya a me non piace, ma se la prossima volta trovo la ragazza di prima a mangiare banane, me ne prendo una. Poi, però, lasagna!

caracolas de hojaldre con pasas

Magari capita anche a voi che un mendicante o artista di strada vi chieda un caffè.

Specie nelle sere d’inverno, e adesso che le monetine scarseggiano perché i negozi preferiscono la carta di credito.

A me, però, capita proprio quello che mi vede e decide: “Si mangia!”. Da pischella ho ordinato menù completi da Burger King in Italia (cioè, li ha ordinati il bambino con gli occhioni dolci che mi ha chiesto se potevo “offrirgli qualcosina da mangiare”). Adesso me la cavo con un menù panino + coca cola da 365, per il ragazzetto rumeno che dice di essere laureato in psicologia, e poi cerca di vendermi delle pinne da sub.

L’altra sera, uscendo dal Triangle di Plaça Catalunya, sembrava che me la potessi cavare con un caffè, anzi due: uno per il ragazzo sulla sedia a rotelle che suonava la canzone del Padrino (e mi stavo commuovendo da quanto era bravo, ma avevo solo otto centesimi!), e un altro per sua madre, che lo attendeva in panchina circondata da coperte. Peccato, però, che il bar più vicino fosse Farggi: una roba che se vuoi il gelato ti devi fare un mutuo trentennale, e per il resto te la cavi con un rene.

Vabbè, ma io sono nata con la camicia, no? È solo caffè, no? Quando Sam dormiva nei boschi non aveva neanche il coraggio di chiedere una caramellina, no?

Insomma, sono andata a fare la fila da Farggi… E che ci ho trovato? La caracola! Un dolce a forma di lumaca che mia madre adora, e che mio padre al mattino le comprava da Rodilla su via Laietana, quando i due erano in visita. Poi è venuta la pandemia, Rodilla ha chiuso, e mamma ha schifato la caracola artigianale e vegana del forno in carrer Princesa. Da allora è una caccia continua, tamponata con robe raffazzonate oppure tristi.

E invece oh, una caracola di Farggi che non costi neanche un trapianto di fegato (la davano a 1.95) se po’ fa’. Prima di dare la notizia a mia madre, sono andata a consegnare i caffè, lo zucchero e le caramelline omaggio (perché Farggi si sa vendere).

“Ci dovrebbe essere più amore nel mondo” ha sentenziato il violinista tra un sorso e l’altro. “Nella mia terra c’è più amore.”

La sua terra era la Bosnia: non proprio il posto più hippie e flower power che mi venisse in mente. In effetti, il tipo ha proseguito: “Qui a Barcellona la guerra è stata tanti anni fa: la gente ha dimenticato cosa si prova. Io dalla guerra ci sono scappato nel 1994: siamo gitani“. E, quando ha capito che ero italiana, ha tradotto: “Zingari”. Io ormai parlo itañol, quindi mi è venuto spontaneo ribadire “gitani”, ed è iniziato un infelice balletto linguistico in cui sembrava volessi insegnare a questo poveraccio il nome da dare alla sua gente.

In ogni caso, la scoperta della caracola e la canzone del Padrino valevano bene due caffè di Farggi. Dovreste pensarci anche voi, quando fate qualcosa sentendovi la quintessenza della fessaggine, e magari, come me, ignorate i lati positivi! Se non mi ci avesse mandata il virtuoso del violino, io da Farggi col cavolo che mettevo piede, e scoprivo la caracola.

Dal mio privilegio stellare mi dico solo: se almeno quelle caramelline omaggio fossero senza latte.

(La mia versione preferita di Speak Softly, Love, dalla colonna sonora del Padrino)

Niente, volevo solo aggiornarvi sull’operazione tramonto, che era il mio unico proposito di inizio anno: smetterla coi pretesti, e scendere a godermi il cielo, nell’unico momento di vita sociale che mi concedo in questi tempi contorti.

Ebbene, ogni volta che intravedo nuvolette rossicce al di là delle antenne, mantengo fede alla promessa di ricordare (non con angoscia, ma con rispetto) che quel tramonto lì non tornerà più. La storia di Angelina, invece, mi aspetterà ancora al ritorno, così come il compitino per il master: 300 parole che ho cancellato senza accorgermene l’ultima volta che le ho barattate con un bel tramonto!

Tanto vale, dicevo, il rispetto: dei nostri desideri, di noi.

A volte, “non ho tempo per questo” si traduce in “ho altre priorità“. Facciamo che queste priorità, nei limiti del possibile, siano quelle che ci rendono felici.