Archivi per la categoria: Barcellonoia

Risultati immagini per l'urdemo emigrante Lo so, ve lo dico spesso: sono preoccupata. Mi scrivete proprio in tanti.

Gente che per tentare la fortuna a Barcellona vuole lasciare l’Italia, o la Londra della Brexit e degli affitti alle stelle.

Il guaio è che quella gente sicura di trovare qui sole, Mediterraneo e prezzi bassi si vede chiedere anche 600 euro per una singola, se questa ha il matrimoniale e il bagno interno. Ci scherziamo su anche noi che già viviamo qui e più o meno sappiamo barcamenarci in questa nuova burbuja (bolla immobiliare), che ci ha spazzato via ogni eventuale progetto di abbandonare le stalattiti di un appartamento senza coibentazione per “qualcosa di meglio”. Finisce che aspettiamo con trepidazione degna di un horror la scadenza del contratto d’affitto, per vedere di quanto ce l’aumenteranno (tra i miei amici si è sfiorato il 50%).

Quello che mi preoccupa è l’epica del viaggio, e badate che la capisco. Uno scudo ci vuole, per ripararsi dalle inevitabili delusioni, per appenderci le aspettative e i buoni propositi di chi si sente piccolo e senza aiuto in una terra che non conosce.

Nei messaggi che ricevo, chi ha vent’anni si dice disposto a “fare sacrifici” (e mi tratta come sua madre, ma vabbe’). Chi ha la mia età o qualcosa in più dichiara i suoi anni insieme a un pudico “suonati” (32 suonati, 38 suonati), e ovviamente “si rimette in gioco”, o “ricomincia daccapo”. Nella costruzione delle frasi intuisco sottintesi che possono capire solo loro, compromessi che hanno raggiunto con se stessi, piani B che sono disposti a considerare “quando tutto è perduto”. Che so, finire in un paesello a un’ora e mezza da Barcellona e vivere in balia del riscaldamento dei treni regionali. Ehm, si ride per non piangere (o non vomitare: sono l’unica col mal di treno?).

L’ho scritto spesso, quello che più mi colpisce del libro Vivo altrove è che gli italiani intervistati spesso si chiedevano “come li avrebbe accolti la nuova città”. Ritornello pericoloso, perché dovremmo essere noi ad accogliere la città nella nostra vita, nella declinazione che meno ci fa male, che più ci fa crescere.

Perché va bene partire, ma nel nuovo paese ci dobbiamo restare a tutti i costi? Procurarsi il Nie è diventato un’impresa, ma ci conviene dare anche duecento euro a uno sciacallo che ci venda un precontratto? E soprattutto: siamo sicuri di aver lasciato il nostro impiego di cameriera sottopagata per lavorare dieci anni in un call center? Magari ci rallegreremo della farsa di contratto a tempo indeterminato che ci farà almeno sognare un mutuo, quasi impossibile di questi tempi. Fino al giorno in cui ci renderemo vulnerabili al licenziamento quanto un neoassunto col contratto di servizio.

Insomma, ‘sta canzone dell’emigrante non lasciamola a Mario Merola: facciamone un gioco tra noi e le note, cerchiamo “nuovi accordi e nuove scale“, come recitava una canzone della mia adolescenza. O non ci andrà bene. O torneremo indietro, più scoraggiati di come siamo partiti.

Allora se non possiamo permetterci il Gótico (che a me non piace) proviamo la periferia o, se ci sta bene, la provincia. Se per lavorare negli uffici e in certi negozi abbiamo bisogno del catalano, e impariamocelo, cacchio: per noi è più facile.

Se la solita solfa non funziona, cambiamola. Abbiamone il coraggio.

Si armonizzerà con la nostra vita finché ne seguiremo il ritmo.

E quello la Ryanair ce lo lascia ancora portare a bordo.

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Risultati immagini per uscimmo a riveder le stelle“Perché l’Inferno di Dante è così famoso, Maria?”.

Questa domanda è giunta a tradimento mentre gli alunni dell’A1 mi sceglievano un hotel a Firenze “con parcheggio e wifi”, tra tre opzioni possibili (il libro di testo proponeva anche un convento di monache).

Ormai, come vi dicevo, lavoro solo perché l’Italia si compra la Spagna. O meglio, qualche alunno innamorato vuole ancora imparare la lingua della sua dolce metà, e i futuri Erasmus sono consapevoli che a Venezia, col loro inglese, potrebbero avere problemi.

Ma lavoro soprattutto in aziende che sono state comprate da imprese italiane, e visto che noialtri non impariamo le lingue, specie se siamo i padroni, non resta che pagare me (poco, infatti siamo quasi tutte donne a insegnare) per scodellare verbi e pronomi, e simulare riunioni di lavoro in italiano.

“Sono stufa della grammatica” sospirava una collega tempo fa, “se potessi organizzare un seminario sull’arte…”.

Magari! È che l’arte non risponde al telefono, non concorda i progetti del giorno col capo e, soprattutto, non sviluppa software in italiano. Dunque sì che si può parlarne, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale di questi alunni tra i venti e i cinquant’anni, che vengono a lezione con in mano il rapporto da consegnare nell’ora successiva: lavorare in italiano. Mutatis mutandis, il mio ex di Manchester si vantava di “vendere l’inglese ai cinesi come un prodotto qualsiasi, senza tutta quella fuffa culturale delle università”. Ma era mezzo pakistano e mezzo irlandese, e a lezione aveva cambiato il suo nome musulmano in Ted: insomma, con la sua lingua ha un rapporto complicato.

Immaginerete, dunque, la gioia e insieme l’imbarazzo nel ricevere la domanda su Dante mentre eravamo persi nel cortile di “Villa Carlotta, a pochi passi dal centro, cucina toscana e internazionale”. Va detto che l’alunno curioso conosceva l’Inferno solo per il videogioco, e forse per Dan Brown.

Al che ho guardato l’orologio (mancavano venti minuti) e ho raccontato la vita di questo tizio che ha raccolto tutta la filosofia e la società del suo tempo in tre cantiche: poi ovvio che sia famosa la più splatter. Ho raccontato le guerre folli che si facevano allora (oggi, invece…), e la fuga del Nostro verso nuovi lidi, tipo Ravenna: qui è scattato l’aneddoto del nonno, una risposta esemplare dei ravennati ai fiorentini che reclamavano le spoglie del guelfo bianco, “che non avevano voluto in vita”. Ho citato una Francesca travolta dalla bufera, ma ancora innamorata (anche se l’accento di Rimini non lo so fare), e ho concluso con quell’antica telefonata di mia madre al suo dentista, mentre in TV Benigni recitava la Divina Commedia: oh, avevo pensato allora, è la stessa lingua. Settecento anni e quella è rimasta. Contaminata, imposta con la forza, pure un po’ degradata a dire il vero, ma quella è.

“Tutto chiaro, ragazzi? E ora torniamo a Villa Carlot…”.

“Perché le regioni d’Italia sono così diverse tra loro?”.

Ok. Ho chiuso il libro, l’ho riaperto all’ultima pagina, sulla mappa d’Italia, e ho disegnato con l’unghia dell’indice il viaggio dei Mille da Quarto a Marsala. Ho spiegato che brigante se more, ma non c’è da emozionarsi troppo su epoche passate, e ho concluso spiegando che quando un bimbo di ceto medio butta lì una parola in napoletano, nove su dieci gli verrà ordinato: “Parla bene!”. I catalani hanno sgranato gli occhi e commentato: “Ostres!”.

Quindi solo la cultura non la posso insegnare, non così. Bisognerebbe formulare un progetto e rischiarci tempo e soldi, mentre questo lavoro per alcune di noi è stato un gradevole ripiego quando ci siamo viste sbarrare le porte dell’università, dei musei, delle case editrici.

Però ci sono interstizi. Questa parola a me evocava solo cose schifose (tipo quelli tra le mattonelle della doccia, con la muffetta che togli solo con uno spazzolino vecchio…), e adesso invece si è trasformata nella crepa di Cohen, da cui secondo voci di corridoio passerebbe la luce.

Perché so che un’alunna iscritta a un seminario di cultura italiana verrebbe apposta per Dante: ma voglio che Francesca, benché con accento napoletano, parli anche al programmatore informatico che al massimo ha provato a salvare Beatrice nell’ultimo livello di un videogioco.

Noi prof. invece non salviamo nessuno: siamo un esercito pacifico, ossimoro caro ai nostri tempi, che ogni tanto prova a rovesciare l’invito di Calvino a “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

Noi invece l’Inferno ce l’andiamo cercando, sulla faccia di alunni curiosi che per soli cinque minuti abbandonino la coniugazione dei verbi irregolari per fare domande.

Allora sì, che cominciamo a raccontare.

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.

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‘O sapevate? La CUP canta l’inno col pugno alzato. Da: https://www.thetimes.co.uk/article/eu-rebuffs-catalan-leaders-as-they-are-accused-of-rebellion-2pqjg3s2c

“Comunque vada, ho perso io”: questo spiegavo ieri a chi mi chiedeva lumi sulla questione catalana.

Intanto toccavo con mano l’approssimazione italiana nel riferire della situazione, con un picco importante: un tizio che da Mannoni tesseva le lodi di Inés Arrimadas di Ciutadans. La stessa che nel suo intervento il giorno della “finta dichiarazione” ha cacciato un cuore con tre bandierine (catalana, spagnola ed europea), e ha dichiarato che il suo, di cuore, fosse abbastanza grande da contenerle tutte e tre. Non si sa invece come stia messo il suo cervello, e quello dell’altro frontman Albert Rivera, se saranno mai abbastanza grandi da superare il loro inesorabile qualunquismo o, in spagnolo, cuñadismo.

Ma era ovvio che i voti di chi era stufo di indipendentismo andassero a lei: in Catalogna o sei pro o sei contro l’indipendenza, i miei Comuns non se li caca nessuno. Ultimamente nemmeno io, da quando l’alleato Pablo Iglesias se n’è uscito che l’indipendentismo ha risvegliato il fascismo in Catalogna (dunque se l’è cercata?).

Insomma, avevo chiaro che, chiunque vincesse, perdevo io. Perché non sono indipendentista, non sono cuñada, e vorrei vendere casa.

E casa mia dietro la Rambla in questo momento non la vuole nessuno, perché se la fanno tutti addosso per la situazione politica.

Almeno l’Universo, direbbe l’amico yogi del post precedente, mi ha accontentato nel desiderio non fomentare la speculazione: gli avvoltoi stanno cercando nuovi lidi da spolpare. Ma mi pare che la gentrificazione abbia ricevuto una battuta d’arresto per i motivi sbagliati.

Di una cosa sono sicura: la Catalogna non è a mia disposizione. Questo almeno ce l’ho più chiaro di tanti italiani che sono venuti a Barcellona con soldi da investire, e che ora sono solo indignati per i guadagni che starebbero perdendo. Come se il posto che hanno scambiato per la gallina dalle uova d’oro dovesse perdere la sua storia, i suoi problemi sociali, le sue lotte più o meno condivisibili perché ehi, adesso c’è il loro baretto col Kimbo macinato fresco (magari, in genere è Lavazza). Come si permette questa gente fanatica dal “dialetto” incomprensibile di avere una vita al di fuori di quello?

Io so da un po’ che il mondo non mi gira intorno, e attendo serena di scoprire quando e come venderò una casa che, dimezzandomi le spese, mi ha permesso di scrivere otto romanzi in quattro anni: anche se non me li dovessero mai pubblicare, tutto quello che volevo fare era scriverli. Ma questa casa ormai mi porta solo crolli improvvisi, liti condominiali, e meno soldi dell’affitto che pago.

So che è già un lusso e un privilegio avere una casa da vendere, mentre c’è gente che si vede proporre l’indipendenza come panacea per sfratti e disoccupazione, e per gli eterni problemi che abbiamo noi migranti di ogni classe sociale coi documenti (tanto noi non abbiamo diritto al voto).

Comunque vada ho perso io. Ho vinto solo un biglietto per scoprire sulla mia pelle, molto più protetta di altre, come andrà a finire questa storia, e intanto mi saltano fuori nuove lezioni d’italiano.

Comunque vada l’italiano a Barcellona continueranno a impararlo (anche perché l’Italia possiede diverse aziende spagnole, ci avete fatto caso?). E continueranno a imparare le altre lingue, e gli stranieri saranno sempre benvenuti, o non meno graditi che altrove (l’Italia, per esempio).

Questa è una cosa che, nella foga di paragonare questa telenovela con le realtà che conosciamo, non ci entrerà mai in testa.

(Una gloria catalana)

Dalla pagina Facebook di Supermercat del Món, https://www.facebook.com/BHGSupermercatDelMon/

Oggi, a tre giorni dalle elezioni catalane (e dalla mia partenza per Natale), ho letto il post su Facebook di un amico che fa yoga. Ve lo traduco qui sotto, metteteci voi il suono del gong tibetano:

Solo quando smetti di avere bisogno, si presentano le opportunità. Quando smetti di cercare, trovi.

A me non convince del tutto l’ultima frase: sarà che, nonostante gli anni passati a maltrattarlo, il caro buon nesso causa-effetto fatica ad abbandonarmi. Temo quindi che in qualche caso, smettendo di cercare, perdiamo quella minima possibilità di trovare che avessimo!

D’altro canto capita spesso che, se non ci sbattiamo troppo a cercare qualcosa, magari mettiamo insieme la calma per ottenerlo: che so, quando dimentico un nome o un indirizzo è inutile che mi scervelli. Meglio continuare con le mie cose, e magari un particolare inaspettato mi farà ritornare la memoria.

Oppure, se ho perso le chiavi, non serve buttar giù venti metri di paradiso a chi cojo cojo: se mi calmo un attimo ho più possibilità di ritrovarle proprio sotto la borsa che ho sbattuto con malagrazia sul tavolino all’ingresso.

Ma la soluzione “magica” proposta dal mio amico mi ha ricordato un gioco di prestigio che avviene da un po’ nel mio portafogli: spariscono interi biglietti da venti euro, prima che capisca dove siano finiti! No, non sono i ladri della metro di Barcellona: con loro come minimo mi sparisce l’intero portafogli (Mago Silvan, scansati).

Sarà che ho fatto spesso la spesa al ritorno dalle mie lezioni mattutine a Sant Cugat, quando sono quasi a digiuno, perché sono l’unica donna al mondo che soffre il mal di treno. Quindi al ritorno in città ho una fame da lupo, e si sa, la gente affamata fa pessimi acquisti. Allora arrivo a comprare perfino gli esosi crackers ai tre cereali del pako del Parlament. Una volta (una sola, però) ho gettato alle ortiche il fai-da-te e mi sono scoperta a caccia di polpettine precotte: ancora non si capisce come possa il seitan, che è glutine puro, costare quanto un quarto di bue! Invece, a fare la spesa con la panza piena avrei comprato solo sale, riso, legumi secchi e fedelini De Cecco (oh, ognuno ha le sue necessità!). Insomma, con cinque euro me la sarei cavata, fedelini compresi.

Alla luce della mia spesa fallimentare, ipotizzo che tre euro di colazione al veggie dietro Plaça Universitat me ne fanno risparmiare dieci di spesa inutile!

Insomma, devo un rooïbos all’amico che mi ha fornito un ottimo promemoria, per il momento in cui mi trovo: una fase di transizione, in una città in transizione, in una provincia autonoma (per qualcuno, aspirante stato) in transizione.

Allora, tra tanti desideri e aspirazioni frustrate, trovare quello che mi serve davvero è un casino. È una tortura. È una sfida.

Come diceva uno, mo’ me lo segno.

E forse ottanta centesimi per le gomme mi avanzano.

 

 

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Da https://www.express.co.uk/news/uk/758128/Beer-price-UK-pubs-goes-up-6p-pint

Attenzione: la seguente riflessione è così “volemose bene” da risultare quasi natalizia.

Sono passati cinque anni da quando una me più giovane, e infinitamente più melodrammatica, scriveva questo post: parlava di un amico che, nel corso di un’innocua uscita pomeridiana, mi annunciava all’improvviso che il giorno dopo sarebbe partito “per sempre”.

Ok, anche se non vi sciroppate il blog da tutto ‘sto tempo avrete capito che l’amico in questione non mi dispiaceva affatto, nonostante la timidezza e le… barriere linguistiche: diciamo che, se avesse voluto la separazione della sua terra per motivi linguistici, io gliel’avrei appoggiata.

Quell’antico addio “a tradimento” era quindi entrato a far parte della struggente narrativa dei miei primi anni a Barcellona, e delle illusioni (diciamo anche delle “pippe mentali”) che mi facevo allora.

Fino a ieri sera.

Perché secondo voi chi c’era al pub quiz domenicale, seduto a un tavolo di amici comuni? Esatto, lui! Io lo dico sempre, che ci ho i lettori intelligenti.

Quasi non lo riconoscevo, col nuovo taglio, così come lui quasi non riconosceva il pezzo di donna che intanto sono diventata (e solo una delle due affermazioni precedenti è falsa!).

Giocavamo in squadre diverse e nessuno di noi due ha vinto il quiz, anche se il mio gruppo si è aggiudicato a pari merito il premio per l’haiku più creativo (una scatola di biscotti non proprio a prova di vegano).

Ma ho rinunciato al mio progetto di rientrare presto per fare due chiacchiere col redivivo, e constatare che, dopo svariate puntate di Outlander, riesco a capire quasi tutto quello che dice. Forse ci vediamo in settimana per una birra con gli altri, o forse no. In ogni caso sono rientrata contenta anche senza aver vinto il jackpot (impresa quasi impossibile, con quel nerd del mio ragazzo in Italia!).

Tutto questo per dire: era molto più “ad effetto” il finale di cinque anni fa. I poeti romantici suoi conterranei avrebbero sorriso da lassù, se quello di allora fosse stato l’ultimo abbraccio, seguito da un mio crollo sulle scale di casa che Eleonora Duse in confronto è la protagonista di The Lady (erano pure cinque piani senza ascensore…).

Ma sapete che vi dico? Che mi è piaciuto molto di più così.

È stato bello non credere ai miei occhi, cacciare un urletto di svariati decibel e fare due chiacchiere da vecchi amici davanti a una birra (lui) e a un… ginger ale, visto che la mia resistenza all’alcool non è cambiata, intanto.

Insomma, mi è venuto da pensare nientepopodimeno che alla differenza tra vita e illusione.

Solo per concludere, insieme a Calvino, che “se la vita è sempre varia e imprevista e cangiante, l’illusione è monotona, batte e ribatte sempre sullo stesso chiodo”.

Nel dubbio, adesso so quale scegliere.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, occhiali e notte

Quando avevo l’età di Julien (gli occhiali pre-hipster sono finti!)

Il mercoledì era il mio giorno preferito, ma adesso lo schifo.

Il principio di “accumulare tutti gli impegni in una sola giornata” mi si è ritorto contro alla grande.

D’altronde l’imprevisto è il mio mestiere, visto che noi insegnanti d’italiano all’estero rientriamo nella categoria dei monitores, che è la stessa degli istruttori di palestra e di sci: ho pure provato a chiamare “collega” la scultorea istruttrice della mia ex palestra, ma non l’ha presa benissimo.

Insomma, tra corsi annullati e proposte di lavoro telefoniche, me ne andavo bella bella per carrer Ferran, con lavagnetta dei cinesi al seguito per illustrarci i misteri dell’articolo determinativo, quando ho incrociato un ragazzo armato di volantini.

Se siete venuti almeno una volta a Barcellona avrete visto questi giovani virgulti freschi d’aereo, che per accomodare i loro vent’anni in cinque metri quadri di ripostiglio nel Gotico fanno anche questo, tanto hanno pure i chupitos gratis.

Sono quasi sempre stranieri: i coetanei del posto qualcosa di meglio rimediano, e poi non sempre parlano quattro-cinque lingue. In compenso questi “volantinari” potrebbero parlare uno spagnolo approssimativo, ma vicino alla Rambla chi se ne accorge!

Questo qui almeno non aveva la tenuta da spiaggia di certi colleghi anglosassoni a novembre, il che lo camuffava abbastanza bene tra i passanti. Solo che, proprio mentre lo evitavo per passare, all’ultimissimo momento mi ha fermata.

“A me! A me che sono la catalanità in persona!” ho pensato con un sorriso, guardandomi la trapuntina grigia presa in saldi e le antiche Calzedonia nere che cominciavano a stingere. Cosa avevo sbagliato? Era per gli occhi truccati? I capelli senza frangetta?

A scanso d’equivoci, ho sventolato la bustona con la lavagna cinese, come a dire: “Guarda che vado a lavorare, non sono una turista”. Ma lui imperterrito mi ha chiesto qué tal.

Due ricordi sono affiorati nella mia mente: la sera dell’ultimo esame di catalano, quando il mio orgoglio si era infranto contro il menù mostratomi da un cameriere che mi chiedeva con finto accento inglese: “Paella? Sangría?”; la sera di Napoli-Verona in cui il barista dello Sports Bar mi aveva chiesto se fossi irlandese.

Stavolta ho dunque gettato la spugna e spiegato al ragazzo che andavo di fretta.

Quello non si è dato per vinto e mi ha chiesto di dove fossi. Gliel’ho spiegato. Lui? Francese.

“Mi chiamo Julián” ha dichiarato, con tanto di jota alla madrilena.

E qui mi ha fatto veramente pena. Perché una delle prime cose che perdiamo partendo è il nostro nome. Cosa c’è in un nome? Beh, quello che credevamo di essere fino a quel momento, fino a un minuto prima di diventare “l’italiana” o “il francese”.

Ci ho scritto pure un romanzo, che nessuno ha pubblicato. Ma in effetti faceva un po’ schifo, quasi quanto i mercoledì.

Allora ho deciso di fare un piccolo omaggio al ragazzo. Prima di filar via gli ho detto:

Julien“.

Con la “u” più a culo di gallina che mi venisse.

È rimasto contento, ma non avevo tempo per un patetico scambio di battute nel mio francese: ho incassato il suo bonne soirée e sono tornata ai miei articoli determinativi.

Però, ve lo confesso, per un secondo ho pensato di prendergli il volantino.

Allora avrei regalato lavagna e libro di testo al vagabondo seduto a terra con cinque bicchieri davanti (“cibo”, “fumo”,”LSD”…) e sarei entrata nel bar di Julien a intascare il mio chupito gratis.

Ci sarei entrata come se dall’ultima volta fosse passato un week-end, e non un decennio o giù di lì. Mi sarei messa a scherzare col francesino al bancone, anche se stavolta avrei tenuto bene a mente che mi avrebbe ceduta volentieri al suo amico, se ne avesse trovata un’altra “mejor”. Così come mi sarei guardata bene, stavolta, dallo spiegare al bellissimo barman di Liverpool che ho vissuto due anni a Manchester.

Avrei bevuto dimenticando di dover andare il giorno dopo in biblioteca, specie adesso che la biblioteca è diventata la scuola di lingue, la lezione a Sant Cugat, il colloquio occasionale per entrare nell’ennesimo gruppo di ricerca rimasto senza fondi.

Avrei bevuto alla salute di tutti e avrei dedicato l’ultimo chupito a Julien, che magari a fine serata sarebbe entrato a brindare con me.

Poi sarei tornata a casa col singhiozzo, mi sarei sentita male e mi sarei chiesta che cavolo stessi facendo con la mia vita.

Va detto che è una domanda a risposta multipla, eh, ciascuno trovasse la sua dove meglio crede: in fondo a un chupito di tequila (prima il sale, poi tracanni, poi il limone), o in quel vecchio progetto démodé del tetto sulla testa e del marmocchio da finanziare fino all’università. Tra le due opzioni ci sono anche tante vie di mezzo. Io è da un po’ che ho trovato la mia.

Così, anche questo mercoledì ho sollevato un po’ meglio la borsa che mi scivolava dalla trapuntina, ho stretto forte la busta che cadeva sotto il peso della lavagna cinese, e sono corsa ad ammazzare il resto del mercoledì.

Il mio vecchio mondo lo lascio a Julien.