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Da “Jo vull votar adéu Espanya”, su Facebook

Ho fatto due conti: venerdì ho preso due treni e sei metropolitane. È vero che era una giornata speciale, con le “pagelle” ancora da chiudere per un errore mio, e con l’indepe di casa che dava una conferenza sui movimenti antifascisti italiani.

Mi sono persa quindi l’attacco surreale alla Siria, lo show di Berlusconi, e tutto quello che non fosse la corsa nella galleria tra la Linea 1 e la Linea 3 di Plaça Catalunya, dove campeggiava un annuncio gigante della Benetton che dichiarava la metro Gender-free zone, secondo una moda italiana che, per fortuna, mi sono persa.

Tanto ero troppo impegnata con la mia solita performance: mille modi di cantare ai turisti e a chi credeva di essere al mare la mia cara “Lievete ‘a ‘nanze ‘o cazzo”, hit in napoletano frattese (se no, mi dicono, sarebbe “levete”), da eseguire con tutte le canzoni che vi vengano in mente.

Prima di lasciarvi con la carrellata che più utilizzo, volevo specificare che ieri, invece, è stata una domenica fantastica: l’unico rumore di fondo era il solito elicottero (stavolta, Policía Nacional) che sorvegliava la manifestazione per la libertà dei prigionieri politici.

Ormai è diventato una parte rumorosa del paesaggio, così, dal belvedere del Parco della Primavera, l’ho ignorato bellamente, al contrario dei turisti di passaggio per Montjuïc.

Quello che non potevo ignorare, quando ho passeggiato un po’ più sotto, erano i curiosi “turisti” seduti ai tavolini del carrer Blai: tutti in giallo, e non mancava una bambina col fiocchetto tra i capelli a sostegno dei prigionieri politici. Qua e là un unico pacchetto di patatine aperto in mezzo al tavolo, oppure un solo montadito… Orpo, ho pensato, vuoi vedere che sono… ?

Sì, erano tutti catalani! Quelli in piedi sciamavano avvolti in bandiere e t-shirt giallo fluo in un’area che ormai tendeva a sfrattarli a beneficio di clienti più danarosi. La  manifestazione aveva invaso il Paral·lel: l’indepe di casa era tra loro, ma non ho neanche tentato d’intravederlo, sicura che quella marea umana si snodasse fino a chissà dove.

Meno numerosi, ma comunque tanti, erano quelli che sabato sera festeggiavano la Repubblica in Urgell con un flamenco di qualità. Ma quelli, mi sono accorta subito, non avevano il nastrino giallo, e comunque sabato si festeggiava la repubblica spagnola: “la repubblica d’altri”, scriveva su Facebook  un maiorchino che, appunto, aspettava di festeggiare “la sua”.

Fatto sta che io a questi, con o senza nastrino, con o senza repubblica da festeggiare, a questi qua non chiedo mai di scansarsi. Neanche in metro.

Per tutto il resto, c’è la top 10:

10) Cominciamo con SanremoUna vita in vacanza: so che tu stai in vacanza / a paella e sangria / c’è la folla che avanza / e tu invece mi stai tra i coglioni

9) Un grazie allo Scienziato dei Coldplay: si nun te lieve / ‘a ‘nanze ‘o cazz’ / nun saccio chiù che aggia fa’ / corro al binario / ma tu staje annanze / nun te pozzo suppurta’ / nobody said it was easy / che po’ ‘na metro ‘eva piglia’ / nobody said it was easy / ‘a meglia soluzione, ‘o saje, sta ccà: / ‘a ‘nanze a me t’ ‘e ‘a luva’

8) Omaggio a Eros, gettonatissimo all’estero: E ci sei / annanze tu / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / è ‘a vota bona che te manno a cac… ehm / che stevo a di’ / no, non dimentico / è ‘a terza metro che / mo’ passa annanz’ a te… 

7) Versione flamenco, sul grande Camaron: sto in ritardo / e devo pigliar la metro / si tu nun te lieve ‘a ‘nanze / io ti strapperò il biglietto/ io sto in ritardo e tu me staje annanze ‘o cazz’ / e mo’ te straccio la cammisa, la camisita… 

6) Versione salsa, su La vida es un Carnaval: Ua’ / mo’ t’ ‘e ‘a luva’ / si ‘n te lieve ‘a nanz’ o ca’ / las sandalias te voy pisando…

5) Versione per i pendolari, sull’inno catalano: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / pozzo correre ‘o binario / endarrera aquesta gent / che se crede che sta ‘o mare / bon cop de falç / bon cop de falç / e largo ai pendolaaari / bon cop de falç

4) Su La vie en rose (solo per turisti francofoni): si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o ca’ / je me pozzo spusta’ / pozzo cagna’ binario / tu passigge a Marechia’ / comme si fusse là / io invece sto in ritardo…

3) Sul ritornello di Creep: e lievete ‘a ‘nanze / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / what the hell are you doing here? / you’ve got your route wrong

2) Sul ritmo di Comme facette mammeta: si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / si te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o caaazz… / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro / je sagliesse ‘ncopp’ ‘a metro…

1) Grazie a Totò‘A cammesella: e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / e lievete ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ / ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ gnornò gnornò / si nun te lieve ‘a ‘nanz’ ‘o cazz’ io ti sparerò / sia benedetta mammeta, la madre que te parió!

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Elaborazione grafica di Andrea Visentin

Ieri abbiamo dato la seconda rappresentazione di uno spettacolo scritto da me e altri tre attori. Parlava degli italiani a Barcellona, e le scene scritte da me cercavano d’illustrare il surrealismo di operazioni apparentemente semplici come ottenere un documento per lavorare, o affittare una stanza con la possibilità di dichiararla come domicilio.

Lo spettacolo è andato bene, c’era molta gente.

All’uscita, però, mi sono accorta che la vita reale mi aveva battuta, come sempre, dieci a zero: tra gli spettatori c’erano un ottimo grafico, un’autrice di letteratura infantile, una fotografa e altra gente che si è occupata, a livello più o meno professionale, di attività creative.

A un certo punto, l’autrice ha guardato gli altri e ha detto:

“Ehi, ma eravamo nello stesso call center!”.

Ironia della sorte, era il dipartimento che si occupava di riscossione debiti di una grande banca americana.

“Ma certo!” le hanno fatto eco altri due. “Tu lavoravi con il Porcu, la Visentin…”.

Insomma, a giudicare dai cognomi, mezza Italia era venuta qui a Barcellona per telefonare a gente indebitata con una banca e convincerla a sganciare i soldi.

Il dibattito è antico, sulla pagina che modero: che partite a fare, se finite in un centralino?

Beh, anche le risposte sono antiche (“In Italia nemmeno quello”, “Poi si trova di meglio”, “Vuoi mettere con Barcellona?”) e si riassumono in tre parole: sto meglio qua.

E poi di quello stesso dipartimento conoscevo mezzo reparto olandese, senza contare i vari scandinavi: magari quelli si sono fermati solo qualche anno, o dopo un po’ si sono goduti il sole da scrivanie più redditizie. Diciamo che l’inglese aiuta più dell’itañol.

Però è singolare che si parta convinti di fare chissà cosa, e si finisca a fare “i camerieri d’Europa” (con un terzo dell’accortezza di un cameriere professionista). E dopo dieci anni, in qualche caso, ci si ritrovi comunque in un call center.

Provo sempre a scrivere qualcosa sui tanti Young Adults immersi, a volte intrappolati, nella stessa vita che facevano all’arrivo. Ma non gli rendo mai giustizia.

La domanda delle domande resta sempre: ne vale la pena?

E se sono contenti, claro que sí.

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)

 

Risultati immagini per l'urdemo emigrante Lo so, ve lo dico spesso: sono preoccupata. Mi scrivete proprio in tanti.

Gente che per tentare la fortuna a Barcellona vuole lasciare l’Italia, o la Londra della Brexit e degli affitti alle stelle.

Il guaio è che quella gente sicura di trovare qui sole, Mediterraneo e prezzi bassi si vede chiedere anche 600 euro per una singola, se questa ha il matrimoniale e il bagno interno. Ci scherziamo su anche noi che già viviamo qui e più o meno sappiamo barcamenarci in questa nuova burbuja (bolla immobiliare), che ci ha spazzato via ogni eventuale progetto di abbandonare le stalattiti di un appartamento senza coibentazione per “qualcosa di meglio”. Finisce che aspettiamo con trepidazione degna di un horror la scadenza del contratto d’affitto, per vedere di quanto ce l’aumenteranno (tra i miei amici si è sfiorato il 50%).

Quello che mi preoccupa è l’epica del viaggio, e badate che la capisco. Uno scudo ci vuole, per ripararsi dalle inevitabili delusioni, per appenderci le aspettative e i buoni propositi di chi si sente piccolo e senza aiuto in una terra che non conosce.

Nei messaggi che ricevo, chi ha vent’anni si dice disposto a “fare sacrifici” (e mi tratta come sua madre, ma vabbe’). Chi ha la mia età o qualcosa in più dichiara i suoi anni insieme a un pudico “suonati” (32 suonati, 38 suonati), e ovviamente “si rimette in gioco”, o “ricomincia daccapo”. Nella costruzione delle frasi intuisco sottintesi che possono capire solo loro, compromessi che hanno raggiunto con se stessi, piani B che sono disposti a considerare “quando tutto è perduto”. Che so, finire in un paesello a un’ora e mezza da Barcellona e vivere in balia del riscaldamento dei treni regionali. Ehm, si ride per non piangere (o non vomitare: sono l’unica col mal di treno?).

L’ho scritto spesso, quello che più mi colpisce del libro Vivo altrove è che gli italiani intervistati spesso si chiedevano “come li avrebbe accolti la nuova città”. Ritornello pericoloso, perché dovremmo essere noi ad accogliere la città nella nostra vita, nella declinazione che meno ci fa male, che più ci fa crescere.

Perché va bene partire, ma nel nuovo paese ci dobbiamo restare a tutti i costi? Procurarsi il Nie è diventato un’impresa, ma ci conviene dare anche duecento euro a uno sciacallo che ci venda un precontratto? E soprattutto: siamo sicuri di aver lasciato il nostro impiego di cameriera sottopagata per lavorare dieci anni in un call center? Magari ci rallegreremo della farsa di contratto a tempo indeterminato che ci farà almeno sognare un mutuo, quasi impossibile di questi tempi. Fino al giorno in cui ci renderemo vulnerabili al licenziamento quanto un neoassunto col contratto di servizio.

Insomma, ‘sta canzone dell’emigrante non lasciamola a Mario Merola: facciamone un gioco tra noi e le note, cerchiamo “nuovi accordi e nuove scale“, come recitava una canzone della mia adolescenza. O non ci andrà bene. O torneremo indietro, più scoraggiati di come siamo partiti.

Allora se non possiamo permetterci il Gótico (che a me non piace) proviamo la periferia o, se ci sta bene, la provincia. Se per lavorare negli uffici e in certi negozi abbiamo bisogno del catalano, e impariamocelo, cacchio: per noi è più facile.

Se la solita solfa non funziona, cambiamola. Abbiamone il coraggio.

Si armonizzerà con la nostra vita finché ne seguiremo il ritmo.

E quello la Ryanair ce lo lascia ancora portare a bordo.

Risultati immagini per uscimmo a riveder le stelle“Perché l’Inferno di Dante è così famoso, Maria?”.

Questa domanda è giunta a tradimento mentre gli alunni dell’A1 mi sceglievano un hotel a Firenze “con parcheggio e wifi”, tra tre opzioni possibili (il libro di testo proponeva anche un convento di monache).

Ormai, come vi dicevo, lavoro solo perché l’Italia si compra la Spagna. O meglio, qualche alunno innamorato vuole ancora imparare la lingua della sua dolce metà, e i futuri Erasmus sono consapevoli che a Venezia, col loro inglese, potrebbero avere problemi.

Ma lavoro soprattutto in aziende che sono state comprate da imprese italiane, e visto che noialtri non impariamo le lingue, specie se siamo i padroni, non resta che pagare me (poco, infatti siamo quasi tutte donne a insegnare) per scodellare verbi e pronomi, e simulare riunioni di lavoro in italiano.

“Sono stufa della grammatica” sospirava una collega tempo fa, “se potessi organizzare un seminario sull’arte…”.

Magari! È che l’arte non risponde al telefono, non concorda i progetti del giorno col capo e, soprattutto, non sviluppa software in italiano. Dunque sì che si può parlarne, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo principale di questi alunni tra i venti e i cinquant’anni, che vengono a lezione con in mano il rapporto da consegnare nell’ora successiva: lavorare in italiano. Mutatis mutandis, il mio ex di Manchester si vantava di “vendere l’inglese ai cinesi come un prodotto qualsiasi, senza tutta quella fuffa culturale delle università”. Ma era mezzo pakistano e mezzo irlandese, e a lezione aveva cambiato il suo nome musulmano in Ted: insomma, con la sua lingua ha un rapporto complicato.

Immaginerete, dunque, la gioia e insieme l’imbarazzo nel ricevere la domanda su Dante mentre eravamo persi nel cortile di “Villa Carlotta, a pochi passi dal centro, cucina toscana e internazionale”. Va detto che l’alunno curioso conosceva l’Inferno solo per il videogioco, e forse per Dan Brown.

Al che ho guardato l’orologio (mancavano venti minuti) e ho raccontato la vita di questo tizio che ha raccolto tutta la filosofia e la società del suo tempo in tre cantiche: poi ovvio che sia famosa la più splatter. Ho raccontato le guerre folli che si facevano allora (oggi, invece…), e la fuga del Nostro verso nuovi lidi, tipo Ravenna: qui è scattato l’aneddoto del nonno, una risposta esemplare dei ravennati ai fiorentini che reclamavano le spoglie del guelfo bianco, “che non avevano voluto in vita”. Ho citato una Francesca travolta dalla bufera, ma ancora innamorata (anche se l’accento di Rimini non lo so fare), e ho concluso con quell’antica telefonata di mia madre al suo dentista, mentre in TV Benigni recitava la Divina Commedia: oh, avevo pensato allora, è la stessa lingua. Settecento anni e quella è rimasta. Contaminata, imposta con la forza, pure un po’ degradata a dire il vero, ma quella è.

“Tutto chiaro, ragazzi? E ora torniamo a Villa Carlot…”.

“Perché le regioni d’Italia sono così diverse tra loro?”.

Ok. Ho chiuso il libro, l’ho riaperto all’ultima pagina, sulla mappa d’Italia, e ho disegnato con l’unghia dell’indice il viaggio dei Mille da Quarto a Marsala. Ho spiegato che brigante se more, ma non c’è da emozionarsi troppo su epoche passate, e ho concluso spiegando che quando un bimbo di ceto medio butta lì una parola in napoletano, nove su dieci gli verrà ordinato: “Parla bene!”. I catalani hanno sgranato gli occhi e commentato: “Ostres!”.

Quindi solo la cultura non la posso insegnare, non così. Bisognerebbe formulare un progetto e rischiarci tempo e soldi, mentre questo lavoro per alcune di noi è stato un gradevole ripiego quando ci siamo viste sbarrare le porte dell’università, dei musei, delle case editrici.

Però ci sono interstizi. Questa parola a me evocava solo cose schifose (tipo quelli tra le mattonelle della doccia, con la muffetta che togli solo con uno spazzolino vecchio…), e adesso invece si è trasformata nella crepa di Cohen, da cui secondo voci di corridoio passerebbe la luce.

Perché so che un’alunna iscritta a un seminario di cultura italiana verrebbe apposta per Dante: ma voglio che Francesca, benché con accento napoletano, parli anche al programmatore informatico che al massimo ha provato a salvare Beatrice nell’ultimo livello di un videogioco.

Noi prof. invece non salviamo nessuno: siamo un esercito pacifico, ossimoro caro ai nostri tempi, che ogni tanto prova a rovesciare l’invito di Calvino a “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

Noi invece l’Inferno ce l’andiamo cercando, sulla faccia di alunni curiosi che per soli cinque minuti abbandonino la coniugazione dei verbi irregolari per fare domande.

Allora sì, che cominciamo a raccontare.

 

Da https://it.wikipedia.org/wiki/Calzotata

Vivo in un quartiere, il Poble-Sec, che ha tanti significati quanti sono i suoi abitanti.

Qualcuno che ci è nato, e già da un bel po’, lo vede ancora come un “quartiere operaio”, facendomi chiedere esattamente da quanti decenni non esca di casa: nei suoi sacrosanti tentativi di salvare il “barri”, in catalano, posterà anche foto di uomini addormentati a terra, e le sue rivendicazioni sfoceranno pericolosamente nel concetto a me odioso di “mantenere il decoro”. Però ha dei nipoti che si sono presi lauree, hanno viaggiato, e che nel quartiere vedranno la loro antica colla de diables o de castellers, e inseguiranno un po’ più i diritti e meno il decoro. Certo, per questi giovani di belle speranze gli ambulanti asiatici non sono benvenuti, alla festa del barri, perché sono una mafia: le birre le devono vendere solo loro.

In compenso ci siamo noi, scanzonati trentenni stranieri che cercavano una zona abbastanza centrale ma non troppo incasinata: i “salvatori” di cui sopra ci confonderanno con i turisti e ci accuseranno di girare le capitali europee gentrificando tutto quello che tocchiamo. Avranno ragione? In parte. Purtroppo per alcuni di noi il Poble-Sec è un posto in cui non imparare mai lo spagnolo (il catalano ahahah) e avere sempre un bar aperto fino a mezzanotte in cui mangiare l’unica specialità locale che conosciamo: il montadito.

Ci sono altri stranieri, eh, ma non so come vedano il Poble-Sec perché, in realtà, interagiamo poco: le pakistane sono troppo indaffarate a portare un nugolo di bambini alle giostrine, intanto che loro chiacchierano un po’ in santa pace, e la nutrita comunità latina sembra aver creato un micromondo tutto suo, in cui non sia necessario ricordarsi di vivere in una città europea (se non al lavoro, quando le donne devono pulire camere d’albergo per due euro a stanza, e senza le mance americane).

Ci sono i numerosi senzatetto che vivono, letteralmente, negli sportelli bancomat, quando la polizia non li caccia a beneficio dei turisti: ma s’era detto che “minacciano il decoro”, quindi scusate se mi permetto di menzionarli.

Infine, sì che ci sono i turisti: magari occupano gli appartamenti clandestini che aumentano a dismisura l’affitto ai vicini, e durante le manifestazioni per “salvare il quartiere” incitano dal balcone il corteo, per sentirsi rispondere a volte “Madarfaca!” (l’accento quello è). Per loro il quartiere è: Montjuïc, Mies van der Rohe (per pochi eletti) e, sì, i pinchos del carrer Blai (ma loro diranno “calle Blai”).

Non è una scoperta sensazionale che il significato dei posti ce lo mettiamo noi.

Per me il quartiere si riassume tutto in un angolino della strada dietro casa, che poi era la mia strada fino a un paio d’anni fa: a un certo punto, scendendo in direzione opposta alla montagna, ci trovi a destra uno di quei locali che non si capisce bene cosa vendano, una sorta di bar minimalista con una sedia, un caffè “speciale” e una sola torta conservata sotto una teca, come un diamante (sospetto che il prezzo giustifichi la premura).

Di fronte, invece… Beh, di fronte c’è lui: milanese barbuto che ha affittato un magazzino, ci ha piazzato due tavoli e un letto per lui nell’altra stanza, e ci vende il miglior tiramisù mai assaggiato, oltre a lasagne, salumi e pacchi di pasta italiana a un euro, “consegne anche a domicilio”. In pochi ci siamo seduti a quei tavoli odorosi di sigarette fumate sul retro, ma sul tiramisù siamo tutti d’accordo.

Tuttavia è scendendo che troviamo la chiosa ideale a questo spettacolo, la nota locale che ci dice che il Poble-Sec non morirà mai: il classico Bar Manolo (versione locale del Bar Sport), con fuori il cartello antidiluviano “Tenim calçots”. Ora, i calçots sono una specialità invernale tutta catalana, è molto improbabile che ne abbiano tutto l’anno, a meno che non abbiano trovato il modo di congelarli. Non c’è bisogno però di ricordarlo alla clientela, fatta perlopiù di vicini non ancora disposti a pagare più di due euro per un café con leche. Loro sapranno esattamente quando troveranno calçots e quando no.

Ma passare là fuori mi fa bene, regala alle mie giornate un certo ottimismo: ogni volta mi devo trattenere dall’entrare, ad agosto come a novembre, e scoprire davvero se solo lì, nel giardino di cicche che il proprietario coltiverà sul retro, solo lì i calçots crescono tutto l’anno.