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Bell’ e buono aggio visto ‘nu rummore, e se n’è caruto ‘o Palau…

Ok, ricomincio.

Alla fine de L’Amante di Marguerite Duras, “l’esplosione di un valzer di Chopin” fa capire alla protagonista che in fondo lei un po’ lo amava, quel signore cinese che si era appena lasciata dietro per partire.

Circa novanta anni dopo, l’esplosione di una rumba di Peret mi fa capire che ‘sta quarantena non mi ha tolto l’amore per la musica, le sorprese e le figure di…

No, scherzi a parte: tornavo a casa dopo la passeggiata serale 1×1 (un chilometro per un’ora massimo) e, all’incrocio tra via Laietana e una stradina afferente al Palau de la Música, noi passanti ci fermavamo di botto, ci facevamo due domande, non credevamo alle nostre orecchie. La qualità del suono che ci giungeva dal vicolo del teatro poteva essere quella arrangiata di un palco da festa di quartiere, oppure la registrazione era perfetta al punto di riprodurre la sensazione della folla che canta in coro El muerto vivo. Quasi quasi c’era da accontentarsi di questa eco e non andare a controllare: era inconcepibile, l’idea di uno scenario montato davanti al Palau, con il pubblico intento a cantare con la mascherina e ballare mantenendo la distanza di sicurezza!

Infatti, con la cocciutaggine che a volte farei bene a lasciare a casa, mi sono avventurata nel vicoletto con altri curiosi, e salió la verdad: il bar del Palau aveva ripreso le sue attività. Al piano terra dell’edificio c’era una sorta di fascia elastica a fare da barriera tra i clienti e il cortile in cui, fino a tre mesi prima, si affollava la gente in tenuta da sera, con un bicchiere di cava in mano. Adesso, invece, un tavolino che sembrava un banco di scuola tagliato a metà era sormontato dal sifone del vermut, e affiancato da un trespolo che reggeva il menù della serata. Sotto i due fogli zeppi di bibite, e tapas da portar via o consumare in piedi, campeggiava l’offerta mangia & bevi a quindici euro. Perfetto, ma… la musica di prima? Mi sono sporta un po’: in effetti, sul palchetto montato in un angolo di cortile alla mia sinistra, c’erano due musicisti con strumenti tipici da rumba: chitarra e cajón. Avevano però finito di suonare, e delle casse riproducevano in stereofonia un effetto simile a quello che avevo sentito poco prima: una folla intenta a godersi un’altra canzone mitica del genere rumbero. Insomma, non capivo se i due musicisti erano in pausa da tempo, e io avevo ascoltato una registrazione fin dall’inizio, oppure il casino arrivato fin sulla strada principale era stato opera della potenziale clientela che passava in mascherina, e che adesso, a ogni buon conto, chiedeva: “Ma poi tornate a suonare, sì?”. Gli interpellati sono scesi dal palco con lo sguardo rivolto a noi che eravamo dall’altra parte del trespolo col menù: sì, sì, hanno assicurato.

Allora mi sono tornate alla mente due immagini uguali e contrarie, di normalità che sfida la crisi.

Un articoletto di Zucconi, quasi vent’anni fa, descriveva un angolino centralissimo di New York, paralizzato per una mezz’ora da un allarme bomba. Credo fossimo al massimo nel 2002, e capirete, ogni zaino incustodito per strada scatenava una puntata dal vivo di Ris. Ma ormai la paura era diventata ordinaria amministrazione, e la piccola folla bloccata in attesa dei controlli sorbiva caffè lungo, chiacchierava… Certi ragazzi che tornavano dal lavoro scambiavano qualche parola con le infermiere di un vicino ospedale: qui non m’era piaciuto il “Forse si rimedia” buttato lì dall’autore dell’articolo, che s’immedesimava in quel rimorchio estemporaneo, ma ne avevo colto la connotazione di vita che prosegue al di là dell’orrore, eccetera.

Quanto alla seconda immagine che mi è balenata in mente, spero la conosciate: è quella dei ciclamini! Quasi sessant’anni fa, un certo filobus numero 75, guidato dalla penna di Gianni Rodari, aveva deciso di uscire dai binari e andarsene a zonzo nelle campagne romane, insieme al suo affollato carico di pendolari ansiosi di arrivare in tempo al lavoro. Si erano ritrovati invece ai margini di un boschetto, e avevano cominciato a litigare tra loro senza neanche scendere da quel mezzo di locomozione così indisciplinato. Era finita però che una signora, osservando bene il prato fiorito che per un giorno sostituiva cattedre, banconi e aule di tribunale, aveva adocchiato dei ciclamini, fiori che adorava e che non coglieva da tempo. Così avevano finito per scendere tutti, e allora c’era chi “adottava” una fragola, chi giocava a pallone accartocciando dei giornali, chi condivideva un panino con la frittata… finché il filobus non si era messo in testa di ripartire, e i passeggeri erano saltati su di nuovo col timore di aver fatto ormai tardissimo. E invece le lancette non s’erano spostate di un millimetro: era il 21 marzo, primo giorno di primavera, e si sa che il 21 marzo tutto è possibile.

Rodari non poteva sapere che il 21 marzo del 2020, a Barcellona, sarebbe stato impossibile godersi, mettiamo, il ramen del Grasshopper (“Il… che?”) senza dover sfruttare gli schiavi di Uber Eats, e allora noi che avevamo ancora il lusso di fare la spesa dovevamo arrangiarci con quel poco di pasta scadente che non era stato saccheggiato nei supermercati insieme alla carta igienica.

È a questo che servono la rumba e i ciclamini, e le altre esplosioni improvvise di eccezionale normalità (lo zaino di New York, va da sé, è una fortuna che non sia esploso!). Servono a ricordarci che sì, anche quando ci sembra quasi un affronto voler andare avanti, può scoppiare nell’aria un motivo che una volta ci era parso pure scontato, e che adesso, invece, salutiamo come ‘o rummore che forse (grattatevi) non avremmo più “visto”.

E allora, che volete farci? Allora tocca proprio ballare.

 

 

Peret

 

 

 

 

 

Ovviamente, ho visto cose che voi umani.

Vestiti al 50% con mascherina abbinata; cappuccini all’aperto pagati quanto il PIL di un paese in via di sviluppo; gente che dopo aver bevuto si cerca in borsa la mascherina che aveva solo abbassato all’altezza del mento (ok, parlo di me).

E sto imparando a farmi bastare la passeggiata di un’ora, un solo chilometro per volta. Sto perfino meditando di infrangere la regola andandomene in spiaggia (a due chilometri da casa mia), ma alle sei del mattino: a Barcellona non si riempiono i tavolini di un bar prima di mezzogiorno, figurarsi quanta gente ci trovo là a quell’ora…

Ok, ok, non vado. Ma questa ripresa gradualissima della quotidianità (nella capitale catalana siamo appena in fase 1) è strana: noi che possiamo permettercelo, ci godiamo quel momento di sollievo tra la reclusione globbale totale e lo tsunami economico, che aspettiamo con la trepidazione riservata alla hit dell’estate di Enrique Iglesias (speriamo che almeno quella, quest’anno, ci venga risparmiata). Per dire, il mio bar fighetto preferito non ha ancora riaperto, nonostante due o tre tavolini, fuori, li mettesse sempre: sarà che non ne vale la pena, per loro, visto che secondo le nuove regole si può occupare solo il 50% dei posti all’aperto permessi in condizioni normali. Già immagino un’orda di hipster intenti a menarsi a colpi di monopattino per aggiudicarsi un latte caramel all’unico tavolino disponibile! (A parte quello piccolo con l’immancabile disinfettante per le mani.)

Inoltre, sempre più articoli sottolineano le difficoltà del lavoro di cura con i bimbi reclusi in casa: una questione che grava soprattutto sulle madri, e non solo “da Trieste in giù”, ma anche dagli USA alla Spagna, senza scordarsi il resto del mondo. Così i miei recenti tentativi di soffermarmi sugli aspetti positivi del non figliare stanno diventando sempre meno all’insegna de “la volpe e l’uva”, e sempre più un lungo “fiuuu”. Non fraintendetemi, non credo abbiate più dubbi sulla mia voglia frustrata di avere bambini, ma riconosco che diventa complicatissimo in una società che non dà il giusto valore al lavoro di cura: spero che l’attenzione maggiore al problema porti anche a delle soluzioni giuste (tipo, non chiamiamo mammo il papà che addirittura va a comprare gli omogeneizzati!).

Intanto mi formo sempre di più, come fanno altri che provano ad approfittare dei corsi online per specializzarsi o aggiornarsi nel loro campo: la speranza è non rimpiangere questi soldi sottratti all’affitto o addirittura a un difficile rimpatrio (si parla di voli di stato e navi che riprendono a funzionare). Però vi confesso la mia insofferenza per certe formazioni “letterarie” intraprese prima della quarantena (che fossero un seminario o l’incarico di un lavoro di editing), e abbandonate quando tutto mi sembrava troppo tecnico e preconfezionato. Specie se considerate che intanto mi sto sparando i filmoni d’autore che avevo ancora in sospeso: immaginatemi mentre, dopo l’ennesima lezione sulle unità aristoteliche, mi somministro insieme alla cena le due ore abbondanti de L’Avventura di Antonioni. Già mi vedo a fare una seduta spiritica e chiedere: scusi, signor Michelangelo (non il pittore, il regista!), qual è il vero tema del suo film? Mi saprebbe dire a che punto ha messo il climax? Ora, non mi meraviglierei se il fantasma, per tutta risposta, facesse sparire anche me come la sua Anna: magari sulle scogliere artificiali che volevo raggiungere aumm’ aumm’ alle sei del mattino!

Ma, ribadisco, a me va di lusso. Il compagno di quarantena, invece, è andato a fare la quarantena altrove. Ha cominciato prima a restarsene zitto per giorni, poi si è messo a sostenere con insistenza che in autunno “saremmo tornati tutti dentro”. Infine, quando gli ho proposto di trasferirci in una zona migliore, con più verde e possibilità di passeggiare, ha balbettato che aveva tanta paura del futuro che non riusciva neanche a prendere una decisione del genere. Risultato? Si è preso una stanza da solo nella stessa zona che avevo proposto io! E quanto mi piacerebbe considerarlo solo un altro stronzo che non vuole impegnarsi sul serio in una relazione! Quelli, dopo una certa età e una ricca… formazione in fatto di casi umani, impari a lasciarli senza troppi rimorsi. Invece, a parte i rischi di intrecciare relazioni con un genere più privilegiato del tuo, so che il contraccolpo psicologico della quarantena dovrebbe sensibilizzarci di più e portarci alla domanda: è proprio sicuro che un problema mentale sia tanto meno grave e debilitante di un problema fisico? Siamo abituati a considerare la psicologia un lusso, e io per prima, dopo tanto praticare, ho qualche riserva sulla disciplina (o meglio, su qualche esponente della stessa). Però cacchio, se il problema c’è, bisogna dare la possibilità di porvi rimedio!

Insomma, prendiamo nota e agiamo di conseguenza: ci sono tante di quelle ragioni per sentire che non possiamo respirare (e, come insegnano i recenti fatti americani, rispetto ad altre categorie abbiamo i polmoni in piena funzione!).

Come diceva uno: forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

E non mi riferisco certo al paventato singolo di Enrique Iglesias.

 

(Un esempio di ciò che rischiamo, che trovate anche qui in una decostruzione esilarante!)

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)

The art of storytelling — and why I agree with Tyrion Lannister Quasi sette anni fa, io stavo male e il mondo stava bene.

O così mi pareva allora. Adesso il mondo sta male, e io… io ci sto male, al massimo, e voglio fare quel poco che sta in me perché non sia tanto così. Partendo, però, dalla pace che ho imparato a trovare in quella crisi di sette anni fa.

Pensavo a tutto questo perché, come spesso mi accade nella vita, una specie di anacronismo mi permette ogni tanto di fingere che in questi mesi difficili non stia succedendo proprio niente di nuovo. In questo caso, mi sta aiutando il bar etiope, quello aperto un annetto fa nel Born. Per la verità, non sono mai arrivata a entrarci e a sentire un concerto, per com’era affollata la sala. Per non parlare delle volte che ho trovato tutto chiuso senza preavviso: ma cavoli, almeno da un punto di vista virtuale, come pianificavano le cose loro…! Almeno su Facebook: avevano organizzato un evento per ogni concertino di musica africana (con artisti di diversi paesi del continente) che si teneva ogni sabato sera. Anche con la quarantena, le notifiche non hanno mai smesso di arrivarmi, così il sabato pomeriggio alle 17, quando mi si accende la spia sul cellulare, mi dico: adesso metto addosso qualcosa di carino e vado lì, sperando che oggi non ci sia troppa gente nel locale, o folla per strada.

Sì, mi prendo per il culo da sola. Come facevo a vent’anni, con mio nonno sottoterra da almeno un annetto: da una casa vicina sentivo ancora tossire qualcuno che in precedenza avevo sempre scambiato per nonno (che soffriva come me di rinite allergica), e anche allora che non avevo più speranza che fosse lui, me lo figuravo al piano di sotto, intento a maledire insieme a me la gramigna del campo di fronte casa nostra.

Ieri per prendermi per il culo ho visto, con un anno di ritardo, la reunion di chiusura di Trono di Spade: mi era rimasta così tanta rabbia per com’era finito male, che potevo ancora fingere fosse, beata me, il peggior dispiacere che ricevessi da molto tempo! (Magari subito dopo i risultati del mio test antimulleriano, ma quelli almeno li sto superando.) Allora ieri ho smesso di chiedermi per un’oretta che fine abbiano fatto i lavori di amici e non, i loro soldi per pagarsi l’affitto e il senno di chi divide con me una casa che può abbandonare solo un’ora al giorno. Invece di tutto questo, come ai “bei vecchi tempi” mi sono chiesta in napoletano chi ha cecato i due David, cioè come gli sia venuta l’idea di trasformarmi la khaleesi in una psicopatica a rota d’incesto (e sì, espatriare è complicato per tutti, Dany, anch’io a volte ho sputato fuoco!). Così, mentre vedevo tutti i membri del cast abbracciarsi sul palco di Conan O’Brien, mi sono ricordata del motivo per cui la storia che avevano incarnato era così importante per me.

Come vi ho già raccontato (e comunque si capiva), durante questa mia crisi orrenda di sette anni orsono non riuscivo a leggere libri di attualità: solo fantasy o giù di lì. Tipo, che so, le teorie junghiane! Ok, ok, scherzo: in questo caso mi riferisco a The Hunger Games e, appunto, a Trono di Spade. Quando mi sentivo sull’orlo del collasso aprivo quei mattoni stampati in carta economica, e pensati per un pubblico giovanile o amante dei draghi. Quindi vivevo le familiari inquietudini di John Snow, che si sentiva fuori posto ovunque andasse, o le lotte per la libertà dei popoli della prima Daenerys Targaryen (*scatta l’emoticon a forma di cuore*). I miei capitoli preferiti erano quelli sulle peripezie di Arya Stark, girovaga in questo medioevo fantastico, ma zeppo come quello vero di malattie ed eserciti in lotta.

Quando ho visto tutto questo rappresentato più che discretamente su uno schermo, e per almeno due o tre stagioni buone, mi è parso una bella storia paradossale: intanto che io stavo accucciata su un letto a pugnalare un panettone per pranzo (mangiavo solo le parti al cioccolato, e in realtà quello che divoravo erano queste pagine in edizione economica), tutta quella gente della troupe che adesso, nel video che osservavo, applaudiva i volti noti sul palco, aveva lavorato, guadagnato e vissuto otto anni in funzione della stessa storia.

Almeno su questo, il Tyrion Lannister dell’ultimissima puntata ha ragione: la gente segue le storie. La mia è quella di una crisi che ha superato le crisi: tutte quelle che vi hanno fatto seguito, compresa questa qui. Che è stata sconfitta dall’incredibile privilegio (il cui desiderio è sorto allora) di poter fare il mestiere che amo: raccontare. E vi ho raccontato a lungo di quando, sette anni fa, avevo perso il filo di qualsiasi spiegazione che avesse senso per me.

Grazie a quel momento, e ai personaggi a cui mi sono appigliata nelle mie ore di insonnia e inappetenza, posso aspettare che questa crisi di tutto il mondo finisca. Stavo per scrivere “aspettare serena”. Poi mi è sembrato ingiusto nei confronti di chi questo privilegio non ce l’ha.

È con serenità, che aspetto? Non lo so. Però aspetto, pronta.

 

(Storiella ispirata alla mia prima uscita per prendere aria, sabato 2: mi è stato assicurato che non c’è il protagonista, non c’è la storia, non c’è l’evento scatenante, né il climax, né la conclusione. È stato allora che ho capito che ve la dovevo proprio raccontare.)

I mozziconi di sigaretta per strada provocano gravi danni alla ... I bidoni non puzzano più.

Mi giro apposta sul ciglio del Pelayo deserto, per controllare se sono proprio quelli che fino a due mesi fa m’investivano col tanfo d’urina mentre aspettavo il verde per i pedoni, davanti all’Imagin Café. No, sono quelli di dieci metri prima, comunque orfani di turisti ubriachi che ci pisciavano intorno, e di Estrella restituita fumante alla terra. O meglio, all’asfalto, che adesso però è sgombero di auto.

In questa prima sera di questo primo giorno da Liberi tutti – quarantena sospesa solo per un’ora al giorno, in frange orarie precise – non so neanch’io perché accelero il passo. Forse per dare l’impressione che so dove andare.

Anche quello davanti a me si muove verso la Rambla: all’improvviso si gira verso i guanti di lattice che mi fanno sudare le mani, come se temesse che volessi artigliarlo. Forse non mantengo la distanza di sicurezza? Ma abbassa subito gli occhi, e mi accorgo che, forse, cercava solo una cicca a terra, e comunque si gira spesso. Ha una tuta non proprio pulita, la barba sfatta, una mascherina forse raccattata da terra che gli penzola sotto il mento. Dal semaforo che lui non ha rispettato, lo vedo fermarsi davanti a una ragazza che legge seduta sul marciapiede, dall’altra parte della Rambla. Lo aspettava: la vedo posare il libro e contare le monete che lui le lascia scivolare in mano. Poi lo bacia, e comincia a parlare ad alta voce, in un inglese entusiasta, interrotto solo da raggi di biciclette: “Poi s’innamora di questo Vronsky, capito? All’inizio sembra che odi il marito, ma in realtà il marito…”.

“Ehi, ehi!” la interrompe lui, e corre verso una coppia di mezza età che lo ha oltrepassato senza guardare, tagliando la Rambla in direzione mia.

Non si girano: che l’uomo stia chiamando proprio loro lo sappiamo solo io e la donna che legge Anna Karenina.

“Guapa!” l’uomo che cercava le cicche ha raccattato qualcosa di giallo, si lancia all’inseguimento. “Ehi, guapa!”

La donna ha i capelli corti, non pensa nemmeno che quello possa avercela con lei, e la cosa mi fa un po’ tristezza. L’uomo delle cicche approfitta del semaforo rosso, e di loro due fermi, e solo allora mi accorgo che porta un guanto sulla sinistra: la destra che protende verso la donna è nuda.

“Non mi toccare!” la donna scatta prima ancora che lui la sfiori. Ha una giacchetta di seta cangiante, suo marito va in shorts. Frappone quelli tra sua moglie e lo sconosciuto intento ad agitare questo oggetto giallo: ma il marito, che con la donna ci ha passato un mese e mezzo chiuso in casa, non capisce di che si tratti.

Finisce che, nel breve corpo a corpo tra i due, l’oggetto sembra farsi più grande, poi si dispiega del tutto: il ventaglio sventola in aria un momento, come se chi lo sta reggendo volesse ballarci un flamenco. Invece, l’uomo che cercava le cicche lo osserva bene, poi osserva la donna che voleva aiutare, e si lascia scivolare l’oggetto di mano, con lentezza. Infine, senza più girarsi a cercare niente, torna dalla ragazza, e da Anna Karenina.

Il semaforo è diventato verde. La coppia si appresta ad attraversare, e pure io. Prima ancora di rendermene conto alzo una mano guantata e, fissando negli occhi la donna, punto un indice accusatore alle sue spalle, poi mimo lo sventolio che adotterei per ristorarmi in una giornata di caldo. Il marito mi osserva in un modo che mi ricorda all’improvviso che sono senza reggiseno. La donna, invece, capisce e si volta. Ci incrociamo sulle strisce, mentre proseguiamo in direzioni opposte. Tra due biciclette che sfrecciano, la donna agita il ventaglio e sorride, mi ringrazia in francese.

Non le rispondo. Mi dirigo verso i due seduti tra i cartoni. Il portafogli mi balla tra le mani di lattice: scelgo una moneta a due colori, senza guardarla. Guardo loro.

Mi ringrazia solo lui, ma non sorride: è come se un po’ ce l’avesse con me per avergli offerto la moneta, e con sé stesso per dover interrompere ancora la lettura della ragazza, che la intasca.

Alle loro spalle, mi accorgo, c’è la porta chiusa di uno Starbucks, con dentro ancora le immagini dei caffè alla nocciola da tardo inverno, a quasi cinque euro a tazza. Sotto al lampione decifro la scritta sul vetro, tracciata con un pennarello d’oro: “Torneremo più forti di prima!”.

Sì, tornerete, penso prima di andar via.

 

Perché nessuno pensa ai bambini?! - Il libro sul tagliere

Ok, ci risiamo.

I  bambini, chi pensa ai bambini. Adesso c’è questo dibattito sui rientri a scuola, con i genitori che premono perché avvengano e il corpo docenti che fa notare che le scuole italiane – e quelle iberiche, se è per questo – non sempre sono attrezzate per una ripresa sicura delle lezioni.

Com’è giusto che sia, si è tornato a parlare del lavoro di cura, e del perché ricada soprattutto sulle donne: non solo una questione di mentalità (o “d’istinto”, come vuole la mentalità di qualcuno), ma anche di risorse economiche, tra soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi.

Per fortuna, l’argomento si concentra molto sull’infanzia, su come tutelarla sul serio – la mia impressione, confesso, è che di solito l’argomento si strumentalizzi per sfruttare con salari inferiori la metà della forza lavoro: una metà a caso. Stavolta, però, a difendere la prole ci sono quelle femministe che, a volte, accusano le compagne che non sono madri di non comprenderle, di trattarle come attiviste di serie B, che si siano fatte fregare dal sistema. L’ho visto nel dibattito sull’equiparazione dei permessi di paternità e maternità, su proposta di Podemos. Lo vedrò ancora. Dall’altra parte si sottolinea come la pressione sociale per avere figli sia ancora fortissima, quindi tutti questi vantaggi sociali nel non averne non si vedono.

Tra i due fuochi (che poi per fortuna non sempre si affrontano, ma si confrontano o ci provano) mi sento un po’ in mezzo, come femminista che di figli ne voleva, ma non ha fatto in tempo a 1) raggiungere la sanità mentale per averne; 2) imparare ad accompagnarsi a gente a sua volta sana di mente, e con le idee chiare sull’argomento (impresa che forse mi riuscirà a novant’anni, cinque minuti prima di lasciare questo mondo).

Nella mia posizione ibrida, mi sento dunque di tradurre l’appello sulla pagina Facebook della sindaca di Barcellona, Ada Colau, che da madre si chiede perché la quarantena non tiene conto delle esigenze dei bambini, se ad esempio vengono ascoltate, com’è giusto che sia, quelle dei cani. Aggiungerei come già ho fatto altrove che sono tante le categorie di umani che si beneficerebbero molto di un’ora d’aria, per questioni di salute mentale. E che mi piace il fatto che, mentre dall’Italia mi arrivano video con frasi tipo “nella bara non vi vedono la messa in piega”, la cui tragica ironia posso comprendere ma non mi sembra porti lontano, mi fa piacere che chi amministra la mia città si stia chiedendo, come già in questo post, se più di lasciare tutti a casa non sarebbe stato meglio, in questa pandemia mondiale che ci ha trovati impreparati a gestirla, rendere sicure brevi uscite per la popolazione.

NB: Colau usa il termine “les criatures”, simile al napoletano ‘e criature, che io traduco come “i bambini”, ma a malincuore: so che in tanti non ne sentite il bisogno, ma io sento l’esigenza di trovare anche in italiano una soluzione inclusiva. E no, non ho niente di meglio da fare, o riesco a fare quello e quello!

“In questi giorni sono sempre più le voci che richiedono che si tenga conto delle bambine e dei bambini in questo confinamento. Però ancora non siamo abbastanza. La situazione è insostenibile e bisogna parlare chiaro e a voce alta.

Scrivo come sindaca e come madre di due bambini di 9 e 3 anni, che da un mese non escono. Da più di un mese siamo in casa con due bimbi piccoli che non sono usciti neanche un solo giorno, cosa che non capiscono: “Mamma, se io non ho il virus, non posso fare niente di male, perché non posso uscire? Io non ho nessuna colpa”.

Settimana dopo settimana, litigano tra loro ogni giorno di più, hanno attacchi di tristezza, di rabbia… è quasi impossibile mantenere un orario, né un ordine, né fare i compiti, niente di niente. Il piccolo di tre anni, che ormai stava lasciando il pannolino, è tornato indietro e non chiede più di andare in bagno. Non voglio pensare in nessun modo che sia colpa nostra. Facciamo quello che possiamo, come tutti. Li amiamo molto, che è la cosa più importante. Però questi bambini hanno bisogno di uscire.

Il fatto è che, se possono uscire a passeggiare degli adulti con un cane, e ora alcune attività economiche non essenziali si riattivano, perché i nostri bambini e le nostre bambine devono continuare ad aspettare? Sappiamo già che possono contagiare senza avere nessun sintomo: come molti adulti. Troviamo il modo di fare le cose per bene e d’accordo con i consigli degli esperti in salute. Nel corso di queste settimane tanto i bambini quanto i loro familiari hanno dimostrato che sono responsabili e che non sono idioti: hanno seguito tutte le raccomandazioni e istruzioni che sono state date. Per questo siamo sicuri che possono uscire a fare un giro vicino casa, mantenendo le stesse distanze che manteniamo noi adulti quando andiamo a fare la spesa.

Viviamo in una società eccessivamente adultocentrica che ci condanna a patimenti che possiamo evitare. I bambini non sono un incidente, né un peso da gestire. Sono persone con diritti propri dell’infanzia, raccolti in trattati internazionali, ma sistematicamente calpestati. Sento che le autorità nel campo dell’educazione sono molto preoccupate per il sistema di valutazione. D’accordo, ma a me, a molti padri e madri, quello che più preoccupa è la salute psicologica ed emotiva dei nostri bambini e delle nostre bambine. Siamo stanche [plurale femminile inclusivo, ndR] che ci dicano che siamo soldati e che questa sia una guerra, invece di parlare di come prenderci cura della vita e prenderci cura le une delle altre. Se c’è un insegnamento che mi piacerebbe ricavassimo da questa terribile crisi è che il nuovo mondo che ne venga fuori sia più femminista, che metta al centro le persone ed educhi all’amore e alla corresponsabilità, invece che all’individualismo, alla paura e alla guerra.

Non aspettate un minuto di più: liberate i nostri bambini!”.

Che combino quando non esco

Non avevo mai visto la porta del ristorante libanese.

Non chiusa, ecco.

Ha gli intarsi che formano una spirale un po’ appuntita, a spigoli diciamo: un motivo che t’immagineresti di trovare in Libano, specie se non ci sei mai andata. Da qualche parte Edward Said ha sorriso al posto mio: io avevo la mascherina.

Ho fatto da poco la prima uscita in trentadue giorni: li ho contati sotto la doccia, prima di andare dal dentista. Doveva “scannerizzarmi” i denti per la parte finale del trattamento, o avrei tenuto in bocca fino a fine quarantena questa plastica ad alto rischio carie, resa opaca dai cinnamon latte che mi prepara al mattino il compagno di quarantena (anche se poi la cannella me la devo mettere io).

In giro c’era più gente di quanta credessi, già esperta di cose che io conoscevo solo in teoria: come mantenersi a distanza, come parlare sotto il tessuto poroso che mi stava facendo sudare sotto un ostinato – e raro – sole d’aprile. Allora benedicevo gli stivali comodi ripescati da sotto il letto, che volavano sicuri sul marciapiede costeggiato da occasionali volanti, e maledicevo la borsa che avevo dovuto scovare su una mensola, per fortuna corredata di chiavi e carta d’identità. Perché mai portiamo le borse? Premono sulla spalla! Anche uscire in giacchetta e giubbino non era stata una buona idea, che il mondo da marzo era pur sempre andato avanti: le stagioni, almeno, se ne fregano delle pandemie.

Pensando a tutto questo, costeggiavo bar dove avevo visto gente e fatto cose, e perfino un hotel fighetto in cui avevo provato a imbucarmi in un’intera estate di aperitivi annoiati. Fuori a un negozio campeggiava un cartello colorato, con sopra la domanda: “Ora che sapete che siamo tutti interconnessi, come vi sentite? Lasciate un commento qui sotto”. E giù pagine di quaderno con frasi fitte fitte, appese a un filo lasciato lì apposta dalle commesse che, adesso, chissà come faranno.

Io sentivo quello che sempre si prova – e Said, forse, sorriderebbe anche qui – quando una categoria qualsiasi sente il bisogno di imporsi con la forza, e magari ripetersi che fa la cosa giusta perché lo dice anche una divinità a caso: l’impressione di essere in minoranza.

La gente c’era, ma i gabbiani erano di più: tra gli alberi di città più frondosi di sempre, i palazzi erano troppi e troppo massicci, o almeno questo avrebbe pensato un extraterreste dall’alto, nello scorgere una città con così pochi abitanti.

Guarda, avrebbe notato ET, c’è anche una scema che si ferma ai semafori, proprio a tutti: ma dove vive di solito, su un balcone?

Al ritorno ho scoperto che accanto alla cassetta delle lettere – finalmente aperta per scoprire che c’era posta per gli inquilini – era affisso un foglio con su scritto: “Se puoi aiutare o hai bisogno d’aiuto, scrivi qua il tuo nome e il tuo numero”. Era diviso in due colonne di colore diverso: credo rossa per chi potesse aiutare e blu per chi avesse bisogno, ma non fatemi scendere di nuovo a controllare. Comunque il foglio era vuoto, e allora ho riempito io lo spazio in alto a sinistra. Quell’unico scarabocchio a penna tra caratteri bicolore mi ha trasmesso un’idea di solitudine.

Quando l’ho riferito al compagno di quarantena, lui era sceso dal tetto del palazzo per farmi gli scones, e io avevo già messo in dispensa il risultato della capatina veloce al Coaliment, prima di rientrare: penne rigate, fusilli e rigatoni Garofalo, alla faccia delle schifopaste con gli stessi colori sulla confezione che da un po’ mi portava lui. Era stato complicato raccogliere il resto con i guanti.

“Non ho mai visto il foglio di cui parli!” mi ha garantito il pasticciere per un giorno, che come gli inquilini dall’altra parte del corridoio aveva cercato invano iniziative del genere. In effetti all’inizio di tutto avevo proposto di mettere un cartello noi, all’entrata.

Ho grattato via un po’ di glitter, planato sulla guancia dello chef a ricordarmi che mi ero truccata.

“Il cartello era in catalano” gli ho sorriso, dispettosa. “Vedete che succede, a non impararlo?”.

Ho ricordato un altro manifesto sulla via del ritorno, fuori a una banca: con la “sola” busta paga si poteva ottenere un qualche servizio che, prima di tutto questo, era importante. Qualcuno ci aveva scarabocchiato sotto con un pennarello nero, che faceva a pugni con lo sfondo azzurro scelto per infondere serenità: “EN ESPAÑOL”, ordinava il vandalo – anzi, data la circostanza, il visigoto.

Allora mi sono ricordata perché in questi trentadue giorni non ho rimpianto troppo la vita fuori.

Invece, quando avevo cominciato ad avanzare nel sole, sentendomi aprile addosso nella sua volubile primavera, mi ero ricordata perché poi, in circostanze normali, uscivo sempre: alla fine ne vale la pena, anche così. Accetterei pure un altro scambio d’insulti in extremis, napoletano-spagnolo, con l’ubriacone che sorprendendomi con la busta del Coaliment ci teneva a spiegarmi quanto io fossi “mmm”, nei pantacollant neri che ormai stringevano un po’. Andrebbe bene pure resistere ancora alla tentazione di togliere una piuma dai capelli del ragazzo al semaforo, visto che dovevo mantenermici a un metro di distanza.

In casa sto bene, leggo e scrivo, e quando il pasticciere per un giorno mi ha confessato di non aver mai avuto una sua nonna Lina, che sferruzzasse per lui, ho riesumato i ferri da qualche parte e fatto una sciarpa di mezzi tempi: vedi foto.

Intanto, quando potevo, uscivo sempre.

Però sento ancora odore di scones.