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Lemon Fantasy kombucha

Cri se ne va domani.

Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).

Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?

Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.

Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.

Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:

  1. tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
  2. un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
  3. quello che restava del detersivo per piatti;
  4. due o tre cosette che rimanevano in frigo.

Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.

Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.

Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.

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La mia cena, dal Facebook di The Green Spot

Detesto uscire il sabato, ma tant’era.

Il compagno di quarantena doveva aggiornarmi su una questione di famiglia, non avevamo la testa per cucinare.

Forse odiare il sabato è la quintessenza del privilegio, perché comporta la possibilità di uscire altri giorni, o anche solo di uscire. Devo dire che passavo il week-end a casa anche quando insegnavo italiano a quindici euro l’ora. Preferivo cenare fuori il mercoledì, a costo di tornare a casa a un orario che, in confronto, Cenerentola faceva la DJ.

L’altra sera, in una Barcellona di nuovo affollata, l’idea era riprovare con una catena hipster che dopo le otto presentava due vantaggi: parte della clientela nordica era già altrove a ubriacarsi; metà menù era già plant-based (cioè, vegano per gente insicura), risparmiandomi trattative con una cameriera che mi chiedesse: “Ma tu sei senza glutine?”.

Una volta dentro, però, il mio accompagnatore ha assunto l’espressione di quando desidera stare in una foresta del neolitico, piuttosto che in fila davanti a una cassa, con la musica a palla. Ah, i bei tempi in cui gli uomini andavano a caccia di felafel, mentre le donne raccoglievano chips di kale! Stavolta ero d’accordo almeno su una cosa: conversare lì dentro sarebbe stata una tortura.

C’era un’alternativa, lì vicino, ma… Come spiego qui, è quella che divide la comunità vegana, a seconda della provenienza geografica e del potere d’acquisto. Sì, ma, quando siamo arrivati (e il compagno di quarantena ha fatto la faccia spaventata), la prima cosa che ci ha colpito è stata la quiete: lume di candela, musica appena udibile, la sala mezza piena di un ristorante “impegnativo”, almeno per gli standard locali.

Il tavolo alla nostra destra era occupato da una coppia elegante “che festeggiava qualcosa”, come ripeteva lui a una cameriera paziente: lui era più anziano, diceva Game of Thrones con l’accento di chi di solito lo chiama Juego de Tronos. Durante i suoi raptus più audaci, sedeva accanto alla sua bella, piantandomi quasi il mocassino sul ginocchio. La coppia alla nostra sinistra era immersa nella lettura dell’oroscopo di lui: lei spiegava a manetta la questione delle case, lui si limitava a cacciare un “Sí, claro” ogni tanto. Mi sa che ci avevano Saturno contro.

Direte voi: ma eri lì per farti i caxxi degli altri? No, ma la musica bassa ha i suoi svantaggi! Di buono c’era che, mocassino sul ginocchio permettendo, mi sono goduta sia il tempeh artigianale che il dialogo col compagno di quarantena.

Insomma, è stata una serata impagabile. Perché la cena è costata il doppio del previsto (ho offerto io, malpensanti!), ma per tre portate deliziose e un’atmosfera gradevole. La catena hipster si sarebbe presa comunque quindici euro per due felafel e un contorno, da consumare in una stanza affollata. Per le circostanze (era sabato) e le esigenze che avevamo (parlare), non avrei risparmiato quindici euro, ma ne avrei persi quindici. Giusto quelli che guadagnavo insegnando italiano.

Ai tempi, arrivai alla risoluzione di uscire giusto un paio di volte al mese, ma farlo bene.

“Risparmio”, in napoletano, si dice sparagno. A volte crediamo di sparagnare su noi stessi, e ci stiamo solo svendendo.

Come si dice? ‘O sparagno nun è maje guadagno.

Il Nie. Da: https://www.lawants.it/come-ottenere-il-nie-senza-contratto-di-lavoro-in-spagna/

Ripetiamo insieme: trovare lavoro a Barcellona non è difficile. Più che altro, è una questione di culo.

Non so voi, ma io preferirei che fosse solo difficile.

Ve lo dico perché un po’ di gente, ora che si circola un po’ di più, mi chiede cosa fare per lavorare qui. Stanno mandando curriculum a distanza, ma non ricevono risposta. Stanno chiedendo di affittare una casa, giurando che verrebbero apposta a visitarla dall’Italia, ma non ricevono risposta.

Strano, eh?

Strano che proprio a Barcellona ci sia un sacco di gente alla ricerca delle stesse cose, ma con un curriculum chilometrico, un contratto di lavoro e lo stramaledetto Nie, senza aerei da prendere.

Non sapere tutto questo non è una colpa. Non immaginarselo nemmeno, è un buon segno per la vostra salute mentale: significa che non vivete in un mondo in cui un leggendario smanettone pakistano vi spunta l’appuntamento per il Nie a soli 15 euro, e un’agenzia che suscita meno scandalo lo fa al doppio del prezzo. Sì, ma poi ce l’avete, il precontratto di lavoro? Sempre che non vogliate pagare qualcuno con la partita IVA per fingere di assumervi. I posti in azienda ci sono, ma chi ci lavora già chiama le amiche, il vicino disoccupato, il tizio che se assunto ti fa spuntare un bonus per aver indicato una persona valida…

Per questo dico: magari a voi va di culo. Le variabili si combinano tra loro nella formula perfetta: la vostra nuova coinquilina vi indirizza nella sua azienda, dove si è liberato un posto; vi accampate alle tre di notte nell’ultimo villaggio del Penedès (ci sono villaggi, nel Penedès?) che ancora rilascia il Nie senza obbligo di residenza, e senza precontratto. Se poi vi mettete con qualcuno del posto, potrete figliare senza tornare in Italia! (Sul serio, sarò io, ma non conosco coppie etero 100% straniere che non siano volate via, quando lei è rimasta incinta). Ma, appunto, sono botte di culo.

E, ribadisco, io preferirei sapere che un’impresa sia difficile, piuttosto che pensare che può andarmi benissimo o una schifezza, come al casinò. Vabbè, in effetti esagero: ci sono tutte le sfumature di grigio che mi farebbero resistere tre mesi, a caccia di appuntamenti in commissariato e aziende che mi facciano i giochini psicologici di gruppo, per capire se sono un buon acquisto… Magari mi eclisserei per sempre con la scusa delle vacanze di Natale, magari no.

E qui non è zona di guerra, e per leggermi in questo momento avrete pure il passaporto giusto per risparmiarvi dieci ore di lavoro a 400 al mese, catapecchie coi tubi a vista, la minaccia del rimpatrio immediato.

Però sul serio, preferirei pensare “è difficile”, nel senso che ci vorrà pazienza e buona volontà ma potrebbe andare bene, piuttosto che pensare che sia una questione di culo.

Se voi amate le lotterie, invece, avanti tutta!

My Tasty Pork Stir Fry Noodles & Pineapple. 😀 Recipe by Maureen 😀 -  Cookpad
Da cookpad.com. Anche in Cina mettono l’ananas in posti insospettabili…

Ieri sera, con il compagno di quarantena, mi sono seduta ai tavolini all’aperto del peggior cinese a Chinatown.

Sul serio: si mangia da favola in tutti gli altri locali dei dintorni, che vantano una nutrita (è il caso di dirlo) clientela cinese. Che ci facevamo, noi, al peggior cinese di Chinatown?

Beh, era l’unico con i tavolini all’aperto. L’unico “storico”, almeno. E in quel momento la nostra priorità non era mangiare bene. Il compagno di quarantena voleva un posto con un po’ di verde, e vicino a noi c’era un albero. Io non disdegnavo di prendere il fresco, e volevo mettere giusto qualcosa sotto i denti: erano le dieci. La vita è fatta di priorità.

E proprio di questo vi volevo parlare. Con l’arrivo dell’autunno, in casa mia ci chiediamo cosa fare.

Il compagno di quarantena è tornato deluso dall’ennesimo camino de Santiago: dormire all’addiaccio non gli dà le soddisfazioni di una volta. Sarà il cambiamento climatico?

Io, invece, sono già stanca del mondo editoriale italiano. Scrivo perché è quello che voglio, ma a certe condizioni ci tengo poi tanto a pubblicare?

Quanto ad Archie, sta escogitando nuovi trucchi per sgattaiolare fuori casa (campa cavallo).

Parliamoci chiaro: io adoro scrivere, il compagno di quarantena adora pellegrinare, e Archie, beh, adora le porte aperte. Ma qualche volta sarà venuto anche per voi, anche se avete il lavoro del secolo e una vita perfetta, il momento di chiedervi: cui prodest? O anche: chi m’ ‘o fa fa’?

A quel punto, ciò che amiamo in assoluto (e che è sempre bene tener presente) può passare in secondo piano rispetto ad altri fattori.

Ieri sera, la folla del peggior cinese di Chinatown non aveva dubbi: era gente del posto, a caccia di tavolini all’aperto e birra economica. Rispetto alle bravas bisunte, saziavano di più gli “spaghetti cinesi saltati”. Erano anche più economici dei mien che, proprio dietro l’angolo, scomparivano a vassoiate nelle salette prenotate da comitive cinesi, accorse per la loro versione della “mangiata di pesce”.

A noi, invece, toccavano spaghetti intrugliati di soia e una zuppa acquosetta. Quando sono entrata a pagarli, un tizio del posto chiedeva alla proprietaria a che ora chiudesse la terraza (cioè, i tavoli all’aperto). A mezzanotte, ha spiegato lei. Il tizio era quasi angosciato.

“Si può restare anche più tardi, vero?”

La proprietaria ha riso. Ce la vedevo, a spiegare a due agenti catalani che lei deve per forza chiudere all’una: in fondo, il suo è l’unico cinese orientato a una clientela locale, che preferisca la birra alle melanzane al profumo di pesce (che sono l’equivalente cinese delle vongole fujute).

Come dicevo, la vita è fatta di priorità: cambiano non solo a seconda della persona, ma anche a seconda del momento.

A volte, con i migliori mien del mondo dietro l’angolo, preferisci un tavolino all’aperto, una birra fresca, il venticello di fine settembre.

Comprar Red Flags

Ma non quelle che pensate voi.

Non vi stupirà scoprire (se non lo sapevate ancora) che le red flags inglesi hanno poco a che vedere con la politica. Come le bandiere rosse del divieto di balneazione, sono i segnali che ci svettano nella testolina quando una persona va evitata: tipo “una frase sciocca, un volgare doppio senso”, o almeno così cantava uno. Di solito l’espressione si riferisce alle relazioni in fieri, ma io la uso pure per scegliermi l’idraulico.

Le “bandiere rosse” rivelano il nostro strano rapporto con passato e futuro. Ci flagelliamo su ciò che abbiamo fatto male, ma non ci beiamo dei fossi scansati. Adesso direte: che ne sappiamo di come sarebbe andata? Qui vi volevo! Ci sembra intelligente il catastrofismo irrazionale, ma non una valutazione ottimista sui disastri che abbiamo evitato.

L’altro giorno mi ha scritto un amico da Milano: sai chi ho in azienda, come nuova arrivata? Il nome non mi diceva niente, poi ho ricordato: l’alloro in bocca! Due anni fa, una tizia atterrata da poco a Barcellona mi aveva chiesto consigli su come muoversi. L’avevo inserita in un gruppo di cucina italiana, e lei aveva montato una polemica con una poveraccia, rea di non mettere l’alloro in non so che piatto. “Noi della Campania Felix troviamo alloro un po’ dappertutto”. Come no: in Campania il mattino ha l’alloro in bocca. Scusate, eh: cent’anni fa, nel mio paesone, circolavano i tram.

Ma non è tutto alloro quello che luccica (ok, la smetto): c’è anche l’olio. I suoi nonni, si beava la tipa, avevano un frantoio secolare. Ce l’avete, voi, il frantoio secolare? Non siete nessuno. La tipa mi aveva chiesto di prenderci un caffè. Uno autentico, ovviamente. Purtroppo, proprio quella sera, dovevo asciugare gli scogli della Barceloneta. No, sul serio: mi mancava proprio l’energia per conoscere una che, per sentirsi più sicura come straniera, avesse bisogno di avvolgersi nella bandiera col giglio borbonico.

Non ero andata troppo lontano dalla realtà.

“È un personaggio particolare” ha esitato l’amico che la teneva in ufficio. In pratica, era una verruca sul popò. “Sai? Credo sia indipendentista.”

“Catalana?”

“No. Delle due Sicilie.”

“Auguri.”

Perché io coi neoborbonici ci parlo, specie se partiamo dal punto comune che la storia, così come veniva insegnata fino a pochi anni fa, vada decostruita. Poi fuggo a gambe levate dall’ingegnere paesano che mi chiede il numero dopo un nanosecondo e vuole insegnare la storia a me, che ho la laurea specialistica (ma “il mondo accademico è complice nell’inganno”). Ed è uno che ho incontrato per caso. Figuriamoci se frequento apposta una che sembra la versione non divertente di Casa Surace (dunque, sembra Casa Surace).

Sì, i miei sono pregiudizi. Ed esperienza, anche. Una volta mi sono fatta entrare in casa (letteralmente) una tizia francese che prometteva grane, ma mi ero data della paranoica per pensarlo. Questa fingeva di capire come collegarsi a Internet (non c’era ancora il wifi) e poi mi esauriva il credito. Faceva irruzione nel cesso di casa e richiedeva un’ambulanza: quando si faceva le canne diventava paranoica. Se n’è andata con tre mesi di ritardo, facendo scappare potenziali inquilini. Avevo previsto tutto: mi mancavano solo i dettagli.

Sono sicura che vi è successo lo stesso. E sono sicura che anche voi sapete scostarvi il prosciutto dagli occhi, per riconoscere le “bandiere rosse”.

A volte, non sempre ma a volte, conviene fidarci di noi.

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Mo’ non voglio fare la zia gattara che parla solo di nipoti e micetti. Ma Archie, a due mesi suonati, ha cominciato a miagolare davanti alle porte chiuse. Tipo quella della mia camera da letto.

Dire che ho il sonno leggero è l’eufemismo del secolo, ed è il motivo ufficiale per cui il compagno di quarantena e io dormiamo in camere separate (quello ufficioso è che, se ce n’è la possibilità, le camere separate salvano le relazioni: provare per credere!). Così, in quest’ultimo mese, sono riuscita a difendere con le unghie e coi denti questo mozzico di spazio che ancora mi ritagliavo per me… Ma le unghie e i denti di un gatto sono sempre più micidiali. E poi ci crediamo la specie dominante!

Oggi il piagnucolio si è manifestato alle cinque del mattino, complice una mia puntatina in bagno (mai bere acqua dopo le dieci di sera!). Intanto che Archie mi attaccava i capelli, poi la schiena, per passare infine alle lucine intorno al letto, sono caduta in un dormiveglia pieno di sogni stranissimi, da cui è emersa la parola che vedete nel titolo: consoluzioni. Mi piace un sacco! Un incrocio tra consolazioni e soluzioni, che è un po’ la mia regola di vita: trasformare l’inferno in paradiso, come cantava Elisa ai tempi di Pappagone (cioè, vent’anni fa).

Ecco qualche esempio di sfide assortite e rispettive consoluzioni.

  • Invece di una profuga afgana, i servizi sociali mi hanno mandato nell’appartamentino libero un macellaio disoccupato, che deve ignorare tassativamente che “no paga affitto” (cit.). Dunque continua a chiedermi cose come se fossi la sua padrona di casa: la ceneriera, lo stenditoio, il secchio per i pavimenti. Per caso ho la candeggina? Potrei sgomberargli gli scaffali? A proposito, che minchia è il kombucha? Consoluzione: io ho quattro mesi per capire cosa fare di quell’appartamentino, che è complicato da affittare a lungo termine, e il nuovo inquilino ne ha altrettanti per frequentare (giuro) corsi di cucina vegana! Così troverà presto un’altra casa, e un lavoro in un ristorante. E scommetto che avrà il kombucha nel menù.
  • Il comune mi ha tolto la residenza barcellonese, perché non mi sono presentata di nuovo a confermare che vivo nella mia casa di proprietà. L’ultima volta mi avevano detto che era un’incombenza riservata a chi stesse in affitto: avrebbero rettificato l’errore. Invece no. Dopotutto, come faccio io a essere proprietaria? Sono straniera! Al massimo posso dare in affitto la casa a millemila euro, per andare adddrogarmi a Berlino. Consoluzione: almeno ho usato la firma digitale per la prima volta! Mi credevo troppo impedita per ricordarmi le istruzioni. L’ho usata per mandare di nuovo la richiesta di residenza, che sarebbe l’unica soluzione possibile. E poi, sì, sono una straniera. Con la casa in centro. Le impiegate del comune lo troveranno inconcepibile, invece è un’esperienza molto più appagante di quanto non credessi. Stacce, Montse.

Ok, basta con questi “bullet points”, o al comune decidono che sono troppo hipster per riprendermi la residenza.

Passo alla mia consoluzione preferita: prima del dormiveglia, ho approfittato delle vessazioni di Archie per leggere. E mi sa che piangerò. Hilary Mantel ha decapitato la Storia, facendomi affezionare a uno come Thomas Cromwell, e adesso che l’autrice deve decapitare proprio Cromwell vorrei che la trilogia non finisse mai. Invece mi mancano solo cento pagine per terminare uno dei testi più belli di sempre. Consoluzione: ho la conferma che quella in generi è una divisione fittizia, e che ormai in letteratura è come su Netflix. Se voglio della filosofia fatta bene, meglio scegliere un thriller.

Al mio risveglio Archie aveva smesso di torturare cose, neanche fosse in epoca Tudor. Ho sentito la pelliccia nera solleticarmi il polpaccio, scambiato per un cuscino.

Sarò anche una zia gattara, ma è stata questa la consoluzione più grande.

Archie cadde sul divano e si guardò intorno. Sembrava sorpreso da casa mia, e come una scema pensai subito al disordine. Poi capii che non era quello.

In fondo, anche io ero sorpresa dalla presenza di Archie. L’idea era farlo venire solo se avesse bisogno, un’eventualità che, fino a quella mattina, era tutta da verificare.

Lui non sembrava entusiasta, ma era gentile. Nero con gli occhi azzurri, anzi cobalto, come avevo notato di sfuggita. Ma non volevo essere maleducata, così continuai a offrirgli cose. Un po’ d’acqua: il viaggio l’aveva provato. Uno spuntino, magari? Lui accettò volentieri, e solo dopo essersi rifocillato sembrò rilassarsi, e concentrarsi su di me. Cavolo, la vita di entrambi era cambiata in poche ore, con conseguenze che neanche immaginavamo.

Quella mattina ero così contenta di essere padrona del mio tempo, della mia casa, di me. Mi riabituavo a possedere. Con la telefonata era sparito tutto, ed ero diventata solo azione: bisognava procurarsi questo e quello, magari incontrarsi a metà strada… Non c’era tempo di chiedermi se fossi sicura. Aveva ragione questo corso: le decisioni si prendono valutando pro e contro, ma poi c’è una parte irrazionale che, spesso, ha l’ultima parola.

Chissà se anche Archie pensava qualcosa del genere. Le sue lamentele, ormai, si sopivano. Eccomi in casa con lui, e con il compito di preparare la pasta e ceci: avevo scoperto come la faceva mia nonna, la madre di mio padre, e volevo fare una sorpresa sia a lui, sia a questa nonna mai incontrata, che mi aveva donato un nome noioso e la terminazione rotonda del naso, di cui mi ero sbarazzata senza troppi rimpianti.

La pasta e ceci, però, potevamo condividerla. Condividere era tutto ciò che ci restava da fare, al mondo.

Archie non si dispiacque troppo del mio passaggio in cucina. Mi seguì con una certa curiosità.

Mi osservò con gli occhi socchiusi mentre armeggiavo ai fornelli, con la wok cinese al posto della caccavella e i ceci in tetrapak, perché non c’era tempo di cuocerli.

Infine Archie si grattò un po’ un orecchio, si leccò i baffi, e decise che il mio piede sinistro era un gatto come lui, così gli si accucciò accanto.

Sto martellando i miei perché comprino casa a Barcellona. Qualcosa di piccolo, giusto per passare la stagione estiva (tutta) in modo molto più confortevole di quanto potrebbero fare da me. Il resto dell’anno potrebbero affittarla con regolare contratto a studenti o gente di passaggio.

Ho chiamato l’amico agente immobiliare, che ci ha mostrato un paio di opzioni. Anche se i miei sono scettici (mi stanno solo assecondando, lo so) io ho imparato un po’ di cose.

Anzi, più che una lezione ho avuto una conferma: indietro si torna, eccome. Molte situazioni o scelte che crediamo irreversibili non lo sono affatto, o sono le nostre convinzioni a renderle tali. La seconda casa che ci ha mostrato l’amico agente era sfiziosa, moderna, in un palazzo all’avanguardia. Era piccola, sì, ma la proprietaria non l’aveva comprata con l’idea di restarci tutto l’anno. Voleva avere “un piede a Barcellona”, città a cui era legata per motivi vari, mentre per lavoro doveva risiedere perlopiù altrove. Adesso la situazione era cambiata, così vendeva la casa a un prezzo che era pure contenuto, per questa città di speculazioni selvagge.

Ascoltando la storia che mi snocciolava l’amico agente, non ho potuto fare a meno di pensare alla conferenzina di Internations sul mercato immobiliare (in realtà, una marchetta a un’agenzia sponsorizzata dall’associazione), in cui una cinquantenne del posto aveva dichiarato: “Questa è la mia unica occasione per comprare bene. Se la perdo, è la fine”.

La capisco: i risparmi di una vita, puntati in un unico investimento. La pressione dev’essere enorme. Il fatto, però, è che io per esempio ho sbagliato, e non è stata la fine. Ho sbagliato a comprare la prima casa, o meglio, ho sopravvalutato il tempo che avrei resistito lì dentro: se era così economica, un motivo c’era! (Leggi: vicine stronze e palazzo che cadeva a pezzi). Cosa ho fatto per risolvere il problema? Niente di eroico o trascendentale: ho chiamato l’agente immobiliare di cui sopra, che ormai era diventato mio amico, e gli ho chiesto di vendere la casa, visto che me l’aveva fatta comprare lui! Così ho avuto la possibilità di acquistare il mio attuale appartamento, in cui sto molto meglio.

Indietro si torna un po’ con tutto: con il lavoro (a volte anche dopo una certà età), con le partenze e i ritorni (leggete i post in questo gruppo), con le relazioni.

La vita è già troppo piena di cose irreversibili, come i miei antichi look anni ’90 e l’ultima stagione di Trono di Spade. Non c’è bisogno che ce ne inventiamo anche di altre.

L’importante è sapere quando è ora di tornare indietro, o di trovare un’ulteriore strada a cui non avevamo pensato prima. Ma questo si impara, ed è come andare in bicicletta, o pronunciare la parola francese “rue” (solo io non ci riuscivo?).

Quando scopriamo come si fa, indietro non si torna.

(Scusate, ma a questo punto ci stava. Anche se preferisco la versione inglese, “Vincenzo”).

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Se WordPress la elimina, sappiate che la foto qui sopra raffigurava gli alberi del carrer de Trafalgar, che nei pomeriggi di agosto sono una manna dal cielo.

Infatti li ho scelti per quantificare una volta per tutte il tempo che risparmiamo, quando facciamo spazio ad attività che ci ritemprino. Non sto parlando di ere geologiche, eh. È il tempo di un tè ghiacciato, che io, ad esempio, ho sorseggiato in un bar di questa strada: una catena, purtroppo, perché in questa zona tra via Laietana e Arc de Triomf, che precede la Chinatown vera e propria, trovi o la bettola post-franchista con le macchinette per ludopati, o il lounge fighetto per turisti. Ma tant’è: avevo il pc dietro, seguivo i miei corsi pazzi e, appunto, bevevo il mio tè ghiacciato.

Nelle ore precedenti, tra me e quel tè si erano frapposti diversi ostacoli: l’amico dottorando in fisica che sui social provava a spiegarmi come si faccia ricerca storica, lamentandosi perché nelle mie repliche “non scrivevo frasi di senso compiuto”; la filologa gourmet che, sempre sui social, mi spiegava perché una varietà di minestra che prepariamo dalle mie parti non segue la ricetta originale del 1297, dunque l’intera area sarebbe da bruciare una volta per tutte. Altro che terra dei fuochi!

Sapete qual è la soluzione? Disattiva le notifiche. Quell’opzione sta diventando la mia migliore amica. Perché capisco che l’amico dottorando deve avere un problema serio di autostima, per cui guai a chi lo contraddice (specie se è una donna). Pure la filologa gourmet avrà qualche ragione tutta sua per ossessionarsi su ricette che sono cangianti, figlie della disponibilità di ingredienti di ogni singola epoca. Sul serio, il famoso corso buddista mi ha convinta a non prenderla sul personale, e a empatizzare con i miei scocciatori, a cui auguro di trovare una qualche forma di serenità.

Però lo facessero lontano dal mio tempo, dal mio pomeriggio, dal mio tè.

Quali sono, invece, i vostri alberi? Sono sicura che avrete anche voi un’immagine che vi ricordi ciò che vi state perdendo, se decidete (in tutta legittimità) che il minchiaritore di turno merita una lezione, o che la filologa gourmet deve imparare, mo’ ci vuole, a farsi i cavoli suoi. È vero che i guru contemporanei ci dicono di concentrarci sul “qui e ora”, sul presente, ma attenzione a non dimenticare tutti i presenti possibili.

Quindi, visualizzate i vostri “alberi”: il libro che avete lasciato in sospeso per sorbirvi le chiacchiere di un vicino sborone, o la deliziosa cena che vi si raffredda perché non siete in grado di interrompere una telefonata inutile

Visualizzate il tempo che state regalando a qualcuno che non sa che farsene, a parte usarlo per alimentare le proprie idiosincrasie. Quando lo avrete fatto, vi aspetterò al bar con un bicchierone di tè ghiacciato.

Dai, che vi tengo il posto.

(L’uomo che mi ha fatto scoprire il tè ghiacciato).

Las impactantes imágenes del funeral de Raffaella Carrà en Roma | MDZ Online

Immaginate Raffaella Carrà, sparata a palla alle 5 del mattino.

È vero che ogni momento è buono per ricordare Raffa, ma gli hipster del primo piano sono stati fortunati, perché l’hanno omaggiata proprio ora che sto seguendo un corso online di Buddismo e psicologia evoluzionistica, come già accennavo qui.

In un altro momento, i miei cari vicini sarebbero morti male, se non altro perché l’uocchie so’ peggio d’ ‘e scuppettate (ovvero, gli strali che lanci col solo mirare sono più perniciosi di un’arma da fuoco).

Adesso, invece, sto mettendo alla prova quanto apprendo al corso di cui sopra. Chiariamoci: continuo a sottoscrivere la massima di Gianfranco Marziano, per cui “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano a piglia’ ‘o cafè”. Scherzi a parte, non ho niente da dire contro Siddhartone e le sue vivide descrizioni di cadaveri nei fossi… Diciamo, però, che per i miei gusti il buddismo ha lo stesso difetto di altre filosofie e religioni nate in tempi di indicibili sofferenze, e di piaghe inconcepibili anche per noi che abbiamo Enrique Iglesias. Quale sarebbe il difetto? Beh, sostenere che la vita è dolore, che dobbiamo condurre un’esistenza distaccata, e rimandare la gioia alla prossima reincarnazione (o all’aldilà). Intuirete che le autorità al potere si fregano le mani: “Ecco, bravi, statevene lì a meditare/aspettare il paradiso e non rompete troppo“.

Lo so, lo so, Buddha non diceva questo, anzi: solo che mi pare lo affermi spesso il suo fan club, a parte quell’esperto di Ashtanga Yoga che mi ha confessato che si vedeva sempre circondato da esauriti. “D’altronde” ha aggiunto con una punta di autoironia, “chi pensi che venga a fare meditazione? I tranquilloni?”. Uhm, no.

Però, grazie al corso di cui sopra, ho scoperto un aspetto interessante che accomuna buddismo e psicologia evoluzionistica: le emozioni sono “ingannevoli”, cioè influenzano pesantemente la nostra percezione delle cose (e dunque, i nostri pensieri); tuttavia, se impariamo a osservarle da fuori, saremo noi a dominare loro, e non viceversa.

Sì, sotto sotto c’è sempre questa demonizzazione della rabbia che puzza di privilegio da qui al Tibet: difficile trovare una religione antica e ancora in auge che non dia a Cesare quel che è di Cesare, pure quando Cesare è ‘nu scurnacchiato. Però l’idea di vivere in armonia con le emozioni non è affatto male! E avrebbe pure qualche fondamento scientifico. Da un punto di vista evoluzionistico, abbiamo un cervello supereroe che ci ha fatto sopravvivere all’era glaciale, ma a che prezzo? Quello del mainagioia! I nostri neuroni seguirebbero regole del gioco vecchie di ventimila anni, per cui:

  • perseguiamo piaceri che ci creano dipendenza (senza sesso e zuccheri, col cavolo che assicuravamo la conservazione della specie!);
  • vediamo minacce anche dove non ci sono, con l’eccezione di Enrique Iglesias che è una minaccia oggettiva;
  • per motivi piuttosto singolari, ci conviene distrarci spesso.

In un quadretto così allettante, il buddismo sfiderebbe le regole della nostra mente: cominciamo a osservare da fuori le nostre emozioni, e decideremo noi quali lasciar entrare e quali no. Continuo a vederci la paranoia per cui “il desiderio è sofferenza” (letto davvero in un articolo sulla meditazione), ma oh, mi piace un sacco il principio di gestire le nostre emozioni, prima che loro gestiscano noi.

Vorrà dire che, la prossima volta che i vicini hipster omaggeranno Raffa in terrazzo, farò cinque minuti di meditazione, poi prenderò un secchio d’acqua e glielo getterò addosso.

Però l’acqua sarà tiepida.