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The Many Brooke Logan Wedding Gowns - Which Was Your Favorite? | Soap Opera  News | Wedding dresses, Movie wedding dresses, Beautiful wedding dresses
Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.

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Dicono di noi…

Io con l’Italia non mi trovo più. Non capisco bene cosa venga pubblicato lì, e perché debba essere rilevante per me.

Ne parlavo l’altro giorno con un vicino che sta traslocando, ed è salito da me a raccontarmi del suo nuovo appartamento (e a darmi dritte per aggiudicarmi eventualmente quello che lascia): come me il giuovane scrive, ha vissuto in più paesi e ha imparato a fare a meno di traduzioni per quasi tutte le lingue romanze, oltre a leggere senza problemi almeno in inglese.

Anche lui non legge quasi niente in italiano, come d’altronde succede a un ex compagno di scuola che ora vive nell’est europeo. Ci siamo detti, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, che vorremmo una casa editrice della diaspora italiana, visto che il mondo editoriale italiano ci genera perfino più alienazione di quanta ne susciti a chi rimane in Italia! In parole povere, quando leggiamo romanzi italiani ultrasponsorizzati, strombazzatissimmi, che abbiano guadagnato ventimila premi, finiamo quasi sempre per chiederci: “Eh?”.

(Ok, spesso ci chiediamo proprio “WTF”, ma so che lo scenario intellettuale italiano è in fase di autarchia linguistica e vorrei risparmiarmi la fucilazione.)

Non che manchino buoni testi, ovvio, ma la questione è: se volessimo leggere Marguerite Duras e Annie Ernaux, o una specie di Bukowski con la camicia stirata, in tutta franchezza ci compreremmo gli originali.

Ho smesso di seguire qualche scrittrice premiata quando ho visto che nella sua pagina alternava discorsi sull’importanza di trovare i sandali giusti (e di farsi la pedicure) alla sua personale cognizione del dolore, che condivideva con qualche compagna altrettanto sofferente. Dio santo, come vi capisco: sono nata anch’io in un Sud di padri padroni e donne oggetto (e il Nord non è che sia così diverso…), dove essere tristi e tormentati non solo è più che comprensibile, ma fa pure fico.

D’altronde a volte chi legge quello che scrivo io (e non mi riferisco allo stile, tutto da migliorare, ma ai contenuti) non sembra parlare la mia lingua, a meno che non abbia fatto un percorso simile al mio: mi piacerebbe pensare che ciò sia dovuto alla mia incapacità di formulare un pensiero lineare, ma una volta ho avuto l’onore di sottoporre a un’addetta ai lavori una scena del libro che poi ho pubblicato, e mi sono sentita dire che la mia Irene sembrava la solita Erasmus a Barcellona, con tanto tempo da perdere per dedicarsi alla politica: addirittura l’indipendentismo catalano!

Peccato che Irene, come specificavo anche nella scena che avevo inviato, sia una stagista già laureata, che guadagna meno di cinquecento euro al mese e ci si paga un affitto di settecento euro con il fidanzato che studia e lavora, per permettersi un appartamento che ha la doccia sul balcone. Irene non ha neanche trent’anni, età in cui alcune amiche mie rimaste in Italia chiedevano istruzioni da Facebook su come azionare una lavatrice (ma giusto perché erano in vacanza).

Ma che ve lo dico a fare: Barcellona (che comunque, sapevatelo, è nel Sud della Spagna!) è solo una meta Erasmus, l’indipendentismo è come la Lega e chi se ne occupa anche solo per criticarlo ha tempo da perdere, specie perché non è rimasta a “lottare per cambiare le cose” (tipo i pregiudizi su tutto ciò che non è italiano?).

La domanda a questo punto mi nasceva spontanea: com’è che avrei dovuto scrivere, allora, secondo agli addetti ai lavori italiani? Be’… ricordate la scheda tecnica su un altro manoscritto (uno incentrato proprio sull’Erasmus!) che avevo commissionato? L’autrice della valutazione mi dava consigli utilissimi, per carità, ma sembrava voler trasformare il mio romanzo, che sarà stato senz’altro banale e ritrito, nel Tempo delle Mele per ventenni, o in Cento colpi di spazzola. Tanto per migliorarlo, insomma! La mia protagonista, a quanto pare, sembrava un’eterna adolescente a cui bastava “alzare il dito” (sic) per chiamare sua madre e chiedere soldini per rimpolpare la magra borsa Erasmus. Ovvio che avevo scritto esplicitamente che la madre non voleva che la ragazza partisse, e che aveva giurato alla figlia che, a borsa esaurita, non le avrebbe passato neanche un centesimo.

Va da sé che, secondo l’autrice della scheda, non si capiva perché la protagonista pretendesse dal suo tutor italiano informazioni almeno corrette, se non addirittura complete, sui dettagli dell’Erasmus: evidentemente “era già tanto” che un professore si degnasse di coordinare lo scambio linguistico (leggi: fare il minimo, e farlo male). Pazienza che la protagonista si ritrovasse a frequentare un corso inutile ai fini della laurea perché il virtuoso tutor non era al corrente di quella clausola.

Ma il peggio, per l’autrice della scheda, doveva ancora venire: come poteva la protagonista trascurare questo corso inutile se poi, esplicitamente trascinata da altri, finiva a seguire una conferenza “del tutto irrilevante” sul GENDER!11! Ma lo sapeva, Papa Francesco? Non fa niente se l’argomento richiamava ciò che le stava accadendo in casa… Mary Nash, perdona loro! Nel mio paese, nonostante gli sforzi di tante, sono in molte di più a dichiararsi “né maschiliste né femministe”.

Inoltre, una editor italiana viene spesso pagata una miseria… A suo tempo mi stavo sfogando su tutta la questione proprio con un altro editor, e quello mi diceva scherzando che avevo ragione: il romanzo italiano oggi consta di quattrocento pagine di pippe mentali del protagonista, poi alla fine “succede qualcosa” (meglio tardi che mai!) e arrivederci.

Almeno, le autrici americane che adoro vengono tradotte, se non proprio lette in massa: Elizabeth Strout (anche se alla mia amata Olive Kitteridge viene preferita Lucy Barton, con la sua finta prosa working class) oppure Gillian Flynn. Ma in generale mi sembra che, con qualche eccezione, un romanzo italiano che si permetta di avere una trama corale o almeno un po’ più complessa si becchi subito un “quanti personaggi”! No, sono quasi sicura che oggi la mia antica professoressa di storia e filosofia si metterebbe in fila al Salone del libro per conoscere lo scrittore giovanile e affascinante, che scrive di tradimenti come di un fenomeno ancora pruriginoso (mentre, con un amico, stiamo per pubblicare un articolo sulla vasta diffusione del poliamore a Barcellona).

A proposito, cari scrittori italiani uomini: la piantiamo di ipersessualizzare le straniere? Cacchio, non linko esempi per pietà, e voi comunque non arrivereste mai a leggere questo post. Ma ripeto: pietà. Fatevi le seghe, mentali e non, lontano dallo scrittoio.

E ovvio, “non tutti gli autori”: ho adorato libri emozionanti e pieni di sfumature, così come ho dovuto cambiare idea sulla mia convinzione che la propria storia personale non costituisce di per sé un buon romanzo. (Per fortuna i miei connazionali sembravano già consapevoli del mio equivoco, con la loro passione per gli scrittori francesi egocentrici…)

Ma, come in Italia si fanno strada autrici, autori giovani e non che provano a fare il loro, e case editrici coraggiose che li sostengono, così fuori dall’Italia siamo in tante e tanti, in modi diversi e complicati, a seguire una nostra personale via ai libri, una sorta di sviluppo parallelo a quello che hanno compiuto i nostri amici più a contatto con quello che succedeva giorno per giorno in Italia: però a volte ci manca una nostra via italiana ai libri (che per esempio leggiamo sempre meno in cartaceo, le piccole librerie non hanno una sezione fornitissima in lingua straniera…), alle storie, alle vite che raccontano.

Un esempio lampante: le storie che ho amato ultimamente non avranno proprio un lieto fine, e a volte terminano in modo bizzarro, ma spesso c’è una speranza vera. Non un riso amaro. Gliene sono grata.

Io non so se sarei arrivata anche in Italia alla conclusione che la felicità è un finale possibile, che rientra almeno nel ventaglio delle possibilità senza che si sia deficienti, o ignoranti, o superficiali.

Però sono felice di leggere storie che non fanno dell’infelicità una protagonista di più, o non la danno come conclusione scontata di fondo, confondendo un lieto fine con un momento effimero di speranza.

Spero succeda sempre di più in italiano, senza che il romanzo venga considerato robetta da poco.

Adoro leggere in italiano qualcosa di ottimista (non stupido: ottimista) e scoprire che non è una traduzione.

(Recensioni di giovani autori promettenti… :p )

Qual è il processo chimico perché succeda questo?

Ieri ho avuto un’esperienza delle più allucinogene: mi sono lasciata fare la tintura ai capelli mentre leggevo Zadie Smith.

Solo che la quindicenne Irie, londinese di origini giamaicane, voleva stirarsi i capelli afro nei primi anni ’90 (un’operazione infernale) per piacere al suo amato Millat; io che in pratica ho i capelli cinesi (ma biondicci) volevo solo schiarire metà della criniera, per avere una tela bianca su cui giocare coi colori. Anche se mi si dice che non ho l’età.

Mentre leggevo di Irie con la testa in fiamme e i capelli che cadevano a ciuffi, riflettevo sulla pressione estetica: questo concetto che cerco di importare da un po’ in Italia, che Zadie Smith riassume in cifre. Le donne nere e di classe operaia sarebbero disposte a spendere anche nove volte di più delle bianche (già di per sé non proprio braccine corte) nella propria bellezza. Curioso, no?

Intanto il compagno di quarantena mi scriveva cose tipo “I’m dying to see your hair!”, con la faccina rovesciata: atroce gioco di parole tra die, morire, e dye, tingere. Tanto a lui che gliene fregava? Lui era un po’ come i clienti maschi di quel salone per capelli afro in cui si svolgevano le imprese tricologiche di Irie: i clienti non spendevano più di otto sterline, per acconciature che tardavano al massimo un quarto d’ora, e il compagno di quarantena si libera del suo jewfro ogni volta che gli gira, per quattro o sei euro tipo.

La mia parrucchiera cinese si faceva aiutare nell’operazione da una ragazzina che, a dirla tutta, di solito fa la manicure alle clienti, e ha delle mèches molto poco rassicuranti, ottone su nero. Quando la ragazza mi ha srotolato le prime ciocche e ho visto qualcosa che non mi quadrava, non ho detto niente e sono tornata al mio libro. Aspettavo serena l’epilogo, sia per Irie che per me.

È stata la parrucchiera senior a farmi accomodare davanti al lavandino, per srotolare le ultime ciocche e infliggermi un ultimo ritocco al colore: lei non era in negozio quando la ragazza aveva cominciato a conciarmi per le feste, e al suo arrivo mi ha subito avvisato (non prima di aver litigato in cinese con l’avventata aiutante), che quello che volevo io non si ottiene in una sola seduta (e già lo sapevo, grazie mille Brad Mondo), ma avremmo provato a ottenere “il colore più chiaro possibile”.

Adesso la titolare si era fatta insolitamente festosa, mentre io attendevo l’inevitabile sentenza. Quella inflitta alle clienti nel salon di Zadie Smith era sempre la stessa, lapidaria: “Più lisci di così non li avrai mai”, che non significava mai esattamente “lisci”.

Il verdetto della mia parrucchiera cinese è stato fin troppo gentile:

“Hai i capelli bellissimi! Sono di colore verde!”

A quel punto non era proprio una sorpresa: era solo la conferma che, nelle mie sbirciate mentre l’aiutante mi toglieva la prima carta argentata, non ero divenuta del tutto daltonica.

“Molto bello per la gioventù” si è degnata di lusingarmi la signora “e molto di moda!”

A quel punto, sapete cosa ho fatto?

Ho riso. Assai. Ho riso e ringraziato: i capelli con riflessi verdastri mi mancavano.

E poi, in un contesto apparentemente opposto alla prosa esilarante di Zadie Smith (la mia home di Instagram, sempre infestata dal cast di Game of Thrones) avevo notato qualche giorno fa un certo fenomeno: una serie di foto impeccabili che ritraevano un esercito di biondone, tutte bellissime, tutte colorate, tutte avvolte in abiti favolosi, e… Kit Harington, in una qualche pubblicità in cui se ne stava pallido come un cencio, con un maglione nero a collo alto, su uno sfondo rosso.

Cento pavoni e un becchino. Anzi, chiedo scusa ai becchini: uno schiattamuorto, che ha connotazioni un po’ diverse.

Se fosse sceso giù un extraterrestre, avevo pensato, guardando quelle foto non avrebbe avuto dubbi sul colore della pelle di chi comandasse: già, ma chi comandava? I pavoni o lo schiattamuorto? Magari la creatura aliena si sarebbe fatta depistare dalla magnificenza dei pavoni, e da qualche simpatica battuta sulle mogli terrestri scovata sul Duolingo marziano. Però io, che non sono un extraterrestre, so quante ore di lavoro ci vogliano perché una donna diventi un pavone: oppure lo immagino, calcolando che io, per farmi i capelli verdognoli, di ore ne ho aspettate quasi tre.

E allora cosa voglio essere, pavone o schiattamuorto? Sarebbe facile rispondere “una via di mezzo”, ma non è così. Perché il mio movimento politico preferito, il femminismo, continua nelle sue sfere più visibili (che sono spesso bianche e di classe media), a credere che il corpo sia un impedimento, una cosa da accettare e prendere a benvolere, ma l’importante è altro, è la tua testa ecc. Sapete qual è il problema? Che rovesciando gli addendi il risultato non cambia.

Si passa dall’aspirare a cogliere lo sguardo maschile (come Irie vuole stirarsi i capelli per piacere a Millat) a cercare a tutti i costi di far dimenticare che siamo donne, a farvi perdonare perché lo siamo: non c’è questo, dietro le battutacce da ufficio, gli inviti a “mostrare la testa e non le tette”? Il messaggio che ci vedo è: “Che tu sia cessa o pisellabile per i miei gusti, fammi dimenticare che sei una donna, e solo allora mi concentrerò su quello che mi dici.”

Nossignore. Io rido. Mi diverto e mi godo uno sguardo che, quando ha smesso di scimmiottare quello altrui, si è rivelato curioso e attento, e anche divertente: il mio. E i capelli giallognoli con riflessi verdi gli mancavano.

La parrucchiera era soddisfatta: ha convinto una cliente idiota che quella tinta sbagliata le stava bene.

Ero soddisfatta anch’io: sapevo a cosa andavo incontro a non rivolgermi alla mia Dea del capello, ma non avevo nessuna intenzione di spendere cento euro in qualcosa che avrei ricoperto di pigmenti rosa in ventiquattr’ore.

Così ci siamo salutate entrambe con soddisfazione, e io ci ho guadagnato pure l’omaggio di polverina verde (abbinata?) che dovrebbe trasformarmi in tre sorsi in uno di quei fantastici pavoni su Instagram, oltre a farmi dormire bene. Mi fido, perché le istruzioni sono scritte in cinese.

Intanto sfoggio con fierezza i miei capelli biondi con sfumature Hulk: sono la cosa più vicina a un pavone che abbia mai portato.

So’ capa ‘e lione…

Warrior of the Week: Baloo – LIBA Football and Leadership

Mi arrivano notizie dal paese.

“Sai, ho trovato un lavoro! Nella rivista per cui ho pubblicato gratis da studente. Ancora non possono pagarmi, ma hanno cambiato format e di sicuro i soldi arriveranno. Poi mi faccio contatti, mi hanno fatto intravedere un lavoretto…”

Intanto che leggo, il vicino del piano di sotto tiene una vera e propria conferenza sui suoi principi morali, e lo fa nel mio salotto: la sua connessione gli sta dando problemi e mi ha chiesto il favore di usare la mia per la terza parte del suo ultimo colloquio di lavoro. Per la verità non capisco bene di cosa parli agli esaminatori (tre uomini e una donna, l’assonanza col film non mi sembra un caso), ma ad aspirare a quel lavoro d’ufficio sono rimasti in quattro. Il vicino insegnava italiano fino a qualche mese fa, ora si è accorto che le scuole di lingue che non hanno chiuso per il virus non hanno certo troppe ore di italiano da offrire agli insegnanti: quando si deve tirare la cinghia, si imparano solo le lingue necessarie a produrre. Spoiler: l’italiano raramente si trova nel novero.

Il colloquio del vicino finisce in tempo per ora di pranzo, così apparecchio nella “sala colloqui”, ritornata salotto. Il vicino rifiuta l’invito a restare, non fidandosi forse della mia pasta ammescata, e mi confessa che non è soddisfatto di come lui abbia svolto la prova di lingue. Già perché, in queste selezioni che non finiscono più, è prevista pure quella, oltre a una prova di informatica. E meno male che non c’è il test psico-attitudinale, come quello che hanno dovuto sostenere svariati amici per Amazon!

Mi accorgo solo dopo mangiato di un altro messaggio, non dal paesello ma dal capoluogo: l’amica traduttrice. È su di giri: ha trovato una casa editrice che le fa addirittura il contratto! Cioè, il contratto, ho presente? Avevo ragione io, duecento euro per un part-time non si può sentire. Finora però ci si era sempre pagata l’affitto: certo, a patto di accettare tre o quattro lavori alla volta… Questo editore invece è uno onesto: addirittura si parla di seicento euro! Sempre part-time, ovvio. Certo, quando c’è qualche traduzione urgente da fare, lei non sta tanto a guardare l’ora…

Anche al vicino di giù (quello del colloquio nel mio salotto) era stata chiesta flessibilità. Su questo argomento spinoso, alcuni amici hanno avuto la bella pensata di essere onesti, col loro test psico-attitudinale di Amazon, e confessare che no, sulla flessibilità sono “poco d’accordo” (crocetta virtuale sulla casella apposita). Il vicino, invece, ha contattato tutti gli italiani che lavorano nell’azienda in cui vorrebbe entrare, ha scoperto che sono perlopiù milanesi imbruttiti stile figa-fatturato (lui è toscano, poteva andargli peggio…) e si è sentito dire: “Qui il lavoro finisce quando finisce il lavoro!”. Se insegnasse ancora italiano, assegnerebbe la frase agli alunni chiedendo di spiegargliela. Credo che la risposta non gli piacerebbe. Ma gli va bene lo stesso: lavorando da casa, si può almeno esercitare a suonare la chitarra, in previsione di quando potrà tornare a esibirsi col suo gruppo. Perché prima o poi succederà, vero?

Torniamo al paese. Mesi fa avevo applaudito la scelta di un amico, fresco di esame di abilitazione nel suo campo, di lasciare la piccola azienda a conduzione familiare in cui si faceva sfruttare con un patto non scritto: al momento mi sobbarco, per uno stipendio medio-basso, turni che vanno ben al di là delle otto ore. Poi, una volta abilitato, non rompete e mi date quello che mi spetta. A me sembrava un pozzo senza fondo. Anni di ore regalate, e stress, per un salto nel vuoto che, a dirla tutta, si fonda su un assioma interessante: puntare le speranze di fare carriera su datori di lavoro che, finora, ti hanno schiavizzato. Il problema, come sapete, è che da noi è la prassi.

Ultimo viaggio nel magico mondo del lavoro a Barcellona: ricordate il mio compagno di quarantena? Era a vagabondare per la Galizia, è tornato ieri. Comunque, prima del lockdown, al ritorno dal colloquio per il call center di Disney+, era tutto rammaricato perché non aveva saputo imitare Baloo. Sì, proprio quello del Libro della giungla. Ve lo giuro. Lì i colloqui d’ingresso erano più “dinamici” e “proattivi”, come amavano ripetere gli esaminatori, e tra le prove c’era “Imita il tuo personaggio Disney preferito”.

Lui era convinto di non essere passato. Quando gli è arrivata la telefonata, io c’ero. O meglio, ero in un’altra stanza. Gli sentivo balbettare, ancora assonnato, che “dell’azienda gli erano piaciuti i valori, lo spirito…”. Imparavo così la versione inglese della fuffa che si racconta a chi decide se assumerti, per non dire: “Mi è piaciuto l’ammontare dello stipendio”. Tanto, il suo piano diabolico era portarsi il taccuino al lavoro, e scrivere i suoi appunti per il blog personale, mentre rispondeva a genitori disperati perché non sapevano come proiettare i contenuti dell’app sulla smart TV (e la parola app gli era sconosciuta quasi quanto smart TV).

Insomma, da questo magico excursus nei “mondi del lavoro” (quelli delle mie due terre) potremmo ricavare due questioni e una premessa. La premessa: si parla di gente laureata tra i trenta e i quarant’anni, che viene da un contesto familiare più o meno simile. Non oso neanche immaginare cosa succeda a chi debba fare la fila per gli alimenti fuori alla parrocchia di Santa Ana: anche se le Sindy rebels, le lavoratrici sessuali e Top Manta mi tengono aggiornata.

Il problema che vedo di più in questa mia capitale del Mediterraneo settentrionale (come la chiamano dei conoscenti marocchini) è: la fuffa, a Barcellona, regna sovrana. Avete presente la casa sulla sabbia di biblica memoria? Ecco, chiamerei così un posto che fonda la propria economia sulla fama che ha tra i turisti e sulle multinazionali che vengono a risparmiare in forza lavoro, con stipendi un po’ al di sopra dei mille euro: stipendi niente male a queste latitudini, che una persona straniera si può aggiudicare per il solo fatto di parlare la lingua che parla, e di mettere piede nell’ufficio al momento giusto. Ho già parlato dei risultati della gentrificazione, qui mi limito a ricordare: Barcellona dà, Barcellona toglie.

Un mese e vivi in un appartamentino piccolo ma grazioso in zona “centrale ma non troppo”, mentre lavori in un call center con un contratto a servizio (o anche a tempo indeterminato, per quello che vale qui), e il mese dopo perdi il lavoro, o la padrona di casa ti spiega che le serve urgentemente l’appartamento per la figlia (scorciatoia per rompere contratti d’affitto molto vincolanti). Allora viene da chiedersi se la figlia della signora non sia in realtà una turista svedese che le pagherà in una settimana quello che le dai tu in un mese: tanto gli altri del condominio sono immigrati o a loro volta turisti di passaggio, che non si mettono a chiamare la polizia, e la Marieta del primo andava a scuola con la madre della padrona di casa! Quindi c’è l’illusione di stabilità: che “è già qualcosa” (ci torneremo tra poco), ma diventa pericolosa quando smetti di avere un’età appetibile per le aziende che cercano, e gli agenti immobiliari a cui ti rivolgi per un appartamento cominciano a dirti che il proprietario vorrebbe solo spagnoli, e a giudicare dal tuo cognome non sembra essere il caso…

Veniamo alla mia terra d’origine: qui il problema principale, oltre alla cronica mancanza di lavoro, sembra essere una questione di percezione, proprio. L’idea che lo sfruttamento è un male necessario, ed “è già tanto” che si lavora. La mia amica traduttrice è una bomba, risolve problemi semantici che io non vedo nemmeno. Per lei, una volta accantonato il progetto di trasferirsi all’estero era scontato che il mondo del lavoro fosse questa merda, e si credeva pragmatica nel dirmi: “L’importante è che io riesca a pagarmi l’affitto”. Finché il padrone di casa ha fatto la stessa pensata della “collega” catalana che aveva bisogno dell’appartamento per la figlia: dunque, nel caos totale che al momento governa AirBnb in Italia, ha cacciato studenti e lavoratori precari per mettersi in casa i turisti.

Adesso si pongono domande interessanti: il lavoro a distanza aiuterà a colmare questo gap, una volta epurato dei suoi incredibili problemi? C’è gente che ha risolto con la workation (oh yeah!), cioè la “vacanza di lavoro”: guadagni 900 euro al mese con le piattaforme interinali, ma per camparci ti trasferisci tipo in Thailandia. Pratico, no?

Intanto io, che ho avuto il privilegio di potermi dedicare a quello che voglio nonostante lo sfruttamento del settore, continuo a pensare la stessa cosa di sempre: facciamo ponti.

Sì, noi che viviamo tra mondi diversi. Mettiamo in contatto persone con problemi simili, raccontiamo esperienze di questa terra e di quell’altra, e soprattutto facciamo il nostro, che sia prestare il salotto a un vicino con la connessione che non va, o ricordare a un’amica precaria quanto valga il suo lavoro, visto che chi dovrebbe pagarglielo “si dimentica”, o caccia solo spiccioli.

E sì, sto per concludere come faccio da un po’ a questa parte: ne usciremo fuori soltanto insieme. All’inizio non sembra, ma è così. I diritti altrui non tolgono nulla ai nostri, e migliorano il quadro della situazione.

E un posto al sole non scalda poi tanto, se tutt’intorno si gela.

Primer Plano De Un Plato De Patatas Fritas De Tortilla De Maíz Redondas Con  Guacamole Fotos, Retratos, Imágenes Y Fotografía De Archivo Libres De  Derecho. Image 32701268.
Ok, questi sarebbero totopos, ma nel negozio del post compro anche quelli, eh, non discrimino!

Purtroppo sono una frana con gli accenti latini.

Non saprei mai dire, dunque, se il tipo dell’altra sera al supermercato afrolatino (sic) su Laietana fosse un compaesano delle due commesse, che come lui avevano la pelle ambrata, gli occhi un po’ all’insù e una parlata piuttosto dolce.

Quello che so dire, però, è che il tizio mi faceva rabbia: andava avanti e indietro gridando come un pazzo, aveva addosso un casco da moto e non portava la mascherina, che a Barcellona, nei luoghi pubblici, è obbligatoria in qualsiasi momento. Fortuna che lui e io eravamo gli unici clienti rimasti nel locale, prossimo all’ora di chiusura. Il tizio aveva pure una tenuta un po’ fighetta, da centauro chic: ma insomma, che mi infastidisca questo è un problema mio, chi si sogna di imporre in giro il proprio senso del decoro? No, wait.

Fatto sta che questo qui trasudava arroganza, e una disinvoltura che in quel contesto, con i contagi che aumentano a dismisura, sembrava irritante perfino a me che, pur adeguandomi, non sono proprio convintissima dell’uso della mascherina ogni benedetto secondo. Certo, in un supermercato non mi sarei mai sognata di non portarla e di saltare pure avanti e indietro, come ‘sto tipo che monopolizzava la cassa con prodotti sempre nuovi da comprare. Anche il suo modo di chiamare le commesse, stile richiamo della foresta, mi irritava.

La reazione delle commesse? Ridevano. Ci scherzavano su, dicevano: “Eres un peligro!”, sei un pericolo pubblico. Forse il tizio, quando a un certo punto era sembrato almeno cosciente della situazione anomala, ha raccontato una storia tipo che il virus se l’era già beccato tempo fa, o così mi è sembrato di capire: magari, allora, mi mancavano delle informazioni. Forse le ragazze lo conoscevano, o così suggeriva la familiarità con cui interagivano con lui. Dalle mie parti tendiamo ad avere una simile affabilità, ma raramente avviene tra persone di genere diverso.

Sulle latine, generalizzando molto, c’è il cliché che siano molto “solari”, e sempre disposte a ridere e scherzare. Pure con un tizio come questo qui. Io, invece, mi chiedevo se in quel momento tra la pelle color mozzarella e l’indifferenza che ostentavo non passassi per un’autoctona: piazzata in fila a debita distanza, guardavo tutto tranne il tizio, che sembrava desideroso di ampliare il suo pubblico, e non nascondevo la mia impazienza in quell’interminabile attesa.

Quando è stato il mio turno, le ragazze sono state super affabili anche con me. Allora ho ricordato l’amica un po’ gelosa che, a una cena con il gruppo di canto, s’era risentita di una cameriera latina che conosceva bene il suo ragazzo, dunque lo abbracciava con spensierato cameratismo e lo chiamava mi amor. Va detto che la povera cameriera ignorava che la fidanzata del suo amor fosse seduta a poca distanza da lui, e fosse pure italiana!

Sono stili di vita: verso i venti, ventidue anni, ero così spontanea anch’io. Ero molto affabile, scherzavo con tutti, e confondevo gli uomini. Nelle mie fantastiche avventure di ventunenne all’ostello di Catania (una saga che infliggo tuttora anche alle amicizie recenti) mi era capitato qualche volta di sorprendere un po’ le ospiti nordiche, che però si adeguavano alla mia allegria come se fosse un’attrazione in più dello “strano paese” in cui villeggiavano. Non vi dico i problemini che, come ho già accennato, ebbi con gli uomini, per questa mia pretesa di trattarli uguale: non mancavano occasioni in cui dovevo fare il cobra (espressione spagnola tutta da scoprire), oppure ero accusata di fare la profumiera… Il tutto perché avevo la pretesa di andare in spiaggia da sola con Adrian così come il giorno prima c’ero andata con Vedita, e addirittura di farmi un giretto notturno con Ibrahim, che a un certo punto, dopo ore passate a sorbirsi la mia notoria parlantina, mi aveva chiesto un po’ stranito “perché avessi voluto fare quella passeggiata insieme”. Poi s’era reso conto che era davvero per passeggiare (assurdo!), e aveva detto ok, bene. Detto tra noi m’era andata quasi sempre meglio, con i senegalesi che bazzicavano intorno all’ostello: ci provavano, si beccavano il no, e amici come prima. I maschi alfa locali, non di rado, insultavano. Era la mia prima estate da sola.

Poi ero andata a vivere per un po’ Inghilterra, ed era cambiato tutto.

All’arrivo all’aeroporto di Manchester, il conducente libanese del pulmino universitario mi diceva che ero un sacco amichevole (“Cosa rara, da queste parti”); al ritorno in Italia, in compenso, mi faceva strano anche solo che un compaesano mi toccasse la spalla, per indicarmi la strada da prendere quando chiedevo un’informazione. So che ad altre persone avrebbe dato fastidio a prescindere dall’origine geografica, e c’entra tantissimo la personalità individuale.

Tuttavia l’altra sera, durante quei pochi minuti nel supermercato in cui le commesse latine si mostravano affabili verso un pallone gonfiato, avevo pensato due cose.

Una è stata: “Come so’ invecchiata!”.

L’altra ha un po’ a che vedere con quello che scrivo qui in conclusione, perché è parte del discorso sull’egemonia culturale: chi detta la linea su questioni come gentilezza, autenticità, gusto e, già che ci siamo, sull’iperinflazionato concetto di decoro? La risposta è ovvia: lo fa chi ha il potere di farlo! E non sempre è un potere che passa per quantità enormi di denaro (vero, Bourdieu?), ma è comunque un’egemonia culturale. Come dicevo nel primo link del paragrafo precedente, ma ci avrete sicuramente cliccato, ho la sensazione che sì, le femministe anglosassoni fanno dei discorsi molto sensati sul consenso: ricordo un tweet che sosteneva che anche i bambini dovessero in qualche modo darci un'”autorizzazione alle coccole”, che diamo spesso per scontata. Mi sembra uno spunto di riflessione interessante, e siamo d’accordo che se vediamo una bimba chiudersi a paguro mentre la stai spupazzando, forse non è il caso di continuare.

Ecco qui il “ma”: forse abbiamo la stessa idea di consenso (anzi, lo spero!), ma abbiamo anche la stessa di coccole? O in generale di affetto, e manifestazioni dello stesso. Esiste un gesto napoletano che è più facile da ripetere che da descrivere: accarezzi il mento o le guance di una criatura sotto i cinque anni, poi ti porti la mano alla bocca come se volessi mordertela. Come dire: ti mangerei di baci. Adesso, a me è sempre sembrato un gesto un po’ plateale (gli strati che compongono la mia cultura sono più numerosi di quelli della lasagna di Carnevale!), così come ho sempre trovato strani i baci sulla bocca tra madri e figli piccoli, ma è vero che ad altre latitudini trovo manifestazioni d’affetto molto diverse, che alla me ventunenne sarebbero sembrate, ebbene sì, un po’ fredde. “Discrete”, mi corresse una volta un’anglo-napoletana. Adesso so che aveva ragione.

Il problema è quando, al momento di decidere cosa sia affettuoso e cosa esagerato, o cosa sia decoroso e cosa riprovevole, dettano sempre legge le persone che possono.

Parlando di un ambito che non mi compete, assisto dalle retrovie alleate al dibattito, in seno a parte della comunità nera italiana, sull’influenza degli Stati Uniti nella lotta antirazzista: c’è chi respinge la nozione di afroitaliana, considerandolo un brutto calco di “African American” (peraltro, a quanto pare, ormai scalzato da black), e chi al contrario prova a imporre anche in un contesto europeo il concetto di razza, che in virtù della nostra storia e di qualche solida tesi scientifica avevamo, a mio parere felicemente, messo da parte.

Come ben sappiamo, la stessa comunità afroamericana ha, diciamo, qualche problemino con i movimenti a prevalenza bianca che pretendono di essere “per tutti”. Vi ho già parlato di questa ricercatrice e reverenda di origini giamaicane che non si sentiva inclusa nella Women’s March, perché le organizzatrici a suo dire si curavano di più di avere un token nelle loro file, che di ascoltare davvero le esigenze delle donne nere: specie quando, magari, si facevano foto entusiaste e affettuose con gli agenti che seguivano la manifestazione, loro che potevano…

Spesso è proprio così: nessuno cerca d’imporre nulla. La gente conduce la sua vita e le sue lotte, poi prova a coinvolgere persone di un diverso contesto socio-economico e scopre che non sempre valgono le stesse cose per tutta la popolazione. Allora che si fa?

Si ascolta. Si analizza, si prova a capire. L’alta sera, al supermercato, le commesse magari erano solo obbligate a essere gentili, mentre io che ero una cliente europea potevo ignorare l’energumeno o addirittura trattarlo dall’alto in basso (a livello di insulti razzisti, italianini o espaguetis suona quasi affettuoso, rispetto a sudaca).

Oppure avete ragione voi, se in questo momento pensate che mi sto facendo un sacco di pippe mentali, e per soli cinque minuti di attesa alla cassa di un supermercato!

Fatto sta che il problema rimane: chi decide, in generale, cosa sia giusto e cosa no? Non si capisce bene, a parte che per le norme igienico-sanitarie minime per tirare avanti di questi tempi: e pure quelle si contraddicono.

Nel dubbio io continuo a portare la mascherina, a farmi domande e ad andare in quel supermercato apposta per i totopos rotondi.

Costano un po’ più che altrove, ma vuoi mettere.

(Consideriamo ‘sto video un incrocio di culture, va’ :p .)

Spot- DENIM Musk - 1985 "PER L'UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI" (HQ) -  YouTube

Entrano tutti e otto.

Prima abbiamo visto dalla vetrata le camionette, due, parcheggiate fuori al bar: in effetti, lì in Plaça Urquinaona, ci sono sempre disordini durante le ricorrenze politiche.

“Si preparano” ha sdrammatizzato l’amica che sta pranzando con me nel bar.

Poi gli agenti si sono soffermati a lungo fuori al locale, e adesso entrano tutti e otto: sette uomini nerboruti e marziali, e una donna che s’impone in un modo diverso, senza il bisogno di sembrare un carro armato.

Noi che eravamo già dentro il locale pensiamo subito che vogliano invitarci a uscire, per qualche motivo di sicurezza: anzi, la nostra è un’ipotesi di lusso, data la ricorrenza. Poi il più anziano degli agenti rompe il silenzio:

“Si può avere un caffè?”

Leggo l’evidente sollievo delle bariste, e percepisco pure il mio.

No, perché vi giuro che è stata un’entrata che Rambo scansati, e proprio adesso che l’amica e io stiamo parlando di un personaggio mitologico, metà steroide e metà messaggio WhatsApp visualizzato senza rispondere. Ebbene sì, mi riferisco al duro che piace, all’uomo che non deve chiedere mai. (“Il bello e dannato” sarebbe una definizione troppo hipster, specie se consideriamo il contenuto dell’omonimo film; ma possiamo immaginarcelo comunque in una versione più bellicosa, con meno capelli e più addominali.)

Prima che entrassero gli agenti, l’amica e io discutevamo della propensione che avevamo in passato a sceglierci tipi molto “convinti”, o almeno storie che promettessero montagne russe. Le due cose, che ve lo dico a fare, vanno insieme. Tant’è vero che, quando ti ritrovi accanto un tizio gentile e premuroso, a volte non senti di provare “i sentimenti giusti”: quelli che secondo l’amore romantico sarebbero gli unici possibili.

Niente di nuovo sotto il sole: avete letto Donne che amano troppo, di Robin Norwood? Uno dei sintomi che l’autrice indica per definire una donna che ama troppo (cioè, che ama a detrimento di sé stessa) è la tendenza a trovare noiosi gli uomini che si interessano a lei, che promettono affetto e un certo impegno nella relazione. Alcune, per traumi regressi e mancanza di autostima, funzionerebbero solo con le montagne russe.

E questo è quello che ho creduto finora. Aggiungo come postilla che a me è capitato di trovare uomini persi in amori impossibili, dunque incapaci a loro dire di cominciare una storia tranquilla con me: e se uno considera ME una tizia sana di mente che prometta una storia tranquilla, immaginatevi come sta messo nella sua vita.

Adesso, però, con la mia faccia sotto i piedi di Robin Norwood, permettetemi di dissentire su una sua teoria: quella per cui le alternative al tipo tossico (come il nice guy, o tipo gentile) avrebbero l’unico problema di risultare noiose. E invece no, c’è dell’altro.

Sul bello e dannato ho scritto molti post, di cui non sempre vado fiera: resta il fatto che per me è un mediocre che non ce l’ha fatta. Cioè, sta talmente a problemi che non riesce neanche a comportarsi come l’uomo medio che è. Incarta la sua mediocrità in pose da uomo “che non deve chiedere mai”, come in una pubblicità degli anni ’80, ma, scava scava, quello trovi.

Sì, ma dall’altra parte cosa c’è? Cara Norwood, lo hai visto il tipo gentile? Quello affettuoso, che promette impegno… La questione è: l’impegno di chi? Perché la gentilezza e disponibilità del tipo cambia spesso con il tempo, e fin qui…, ma quell’ombra di protettività che all’inizio è tanto caruccia può diventare possessività. La sollecitudine con cui lei si alza a sparecchiare dopo che lui ha cucinato il risottino pentastellato (peccato sia più difficile vederlo preparare una frittatina per pranzo) può diventare la regola fissa di distribuzione delle faccende in casa: tu fai il Cannavacciuolo della situazione una o due volte al mese, e io sparecchio sempre.

In questo quadro, il duro che piace non è poi tanto peggio, anzi è una piccola boccata d’aria: porta sempre con sé le stesse stronzate, ma per un po’ è divertente. Per un po’ c’è la sfida, la seduzione, l’altalena emotiva… No, non sono impazzita: proprio perché credo che queste cose siano benefiche come una peperonata alle due di notte, trovo sia importante individuarne il fascino, per decostruirlo. Poi arriva la parte orrenda in cui ci devono raccogliere col cucchiaino, ma a quella ho dedicato vari post a cui vi rimando.

Insomma, la mia nuova teoria è: se a certe donne “piace macho” (come cantano le due divine che posto qui sotto) è perché l’alternativa non è poi tanto meglio. Spesso dall’altra parte trovano il tipo che si crede in diritto di avanzare pretese “perché è gentile”. Oppure è premuroso i primi tempi e poi si lascia accudire. Oppure è proprio perfetto, eh, il compagno ideale, ma a quel punto ci penserà il mondo del lavoro coi suoi soffitti di cristallo, i pavimenti appiccicosi, il lavoro di cura non retribuito, a schiacciare l’assennata di turno che “si è scelta bene il partner”. Già, perché sapete qual è il colmo del tipo gentile, del “nice guy” che si lamenta di non essere preso in considerazione?

Che prima di tutto se le inventa lui, queste donne che non fanno altro che mettersi con gente sbagliata (spoiler: quello giusto è lui). Perché non sono affatto la maggioranza, quello è un mito che il tipo di turno usa per giustificare la propria insicurezza nel vedersi respinto: lo dice una che per un po’, in circostanze affini anche se non analoghe, si è detta che gli uomini preferivano donne più rassicuranti di lei, e la verità è che non possiamo piacere a tutti.

Poi i tipi gentili si inventano un altro mito: sono loro a finire dietro a donne disturbate! Donne che, per capirci, hanno qualche problema che le spinge ad “attrarre” persone sbagliate. Il tipo gentile, ovviamente, può guarirle. Anche qui, però, si sbaglia: le persone distruttive provano ad attaccarsi un po’ a chiunque, non è questione di attirarsele. Semmai ci si può chiedere perché certa gente le rispedisce al mittente e altra no. A quel punto sì che ci sarebbe da fare un lavoro: ma con qualche terapeuta, semmai, non con uno che sembra taaanto interessato a guarirti a modo suo.

Infine, il tipo gentile può essere un campione in trasformismo: a volte si cala la maschera e… tataaan, ecco il duro che ci va giù di gelatina. Il trasformismo dipende dalla tizia. Ho conosciuto un tipo che era molto interessato a salvare delle bellezze molto nordiche dalle loro insicurezze, e mi diceva in faccia che, purtroppo, nella vita reale doveva accontentarsi di… quelle come me. Almeno aveva smesso di provare attrazione solo per quelle fighe. D’altronde, un altro tizio che per fortuna ho solo visto cinque minuti in vita mia mi ha insegnato che “con le donne è bello solo quando è una sfida”. Dunque sì, c’è il caso Dr. Jekyll e Mr Hyde: il tizio che fa il duro con alcune e l’agnellino con altre, a seconda del capitale erotico delle fortunelle.

E allora scusate, ma se queste sono le alternative non mi sembra che ci sia una scelta tanto più saggia dell’altra. Ovvio poi che il duro vada mandato affanculo per principio, e tra mille pernacchie. Poi, se proprio ci teniamo, ci prepariamo a taaanto dialogo con uno disponibile, sulle nostre reali aspettative e necessità: sperando che la disponibilità sia genuina e non interessata, e limitata ai primi tempi della relazione.

Oppure ho un’idea ancora migliore: che si smetta di insegnare fin dall’infanzia che accompagnarsi a qualcuno sia l’unico modo di vivere, o il migliore per l’umanità. Così stare insieme diventa un obbligo e non una scelta.

Ma su questo torneremo presto.

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Non sarà l’attesa di Megafona essa stessa, Megafona?

Me lo chiedevo stamattina alle sei e un quarto, mentre aspettavo che le signore delle pulizie vicino casa cominciassero il loro concerto mattutino in mondovisione: come sempre, su tutte spiccava la soprano del “Me he cortao!”, e “Mi abuela era así!”. Con affetto la chiamo, appunto, Megafona.

Il concerto iniziava alle sette meno un quarto (ed è subito Quelo…) così, nell’inutilità di riaddormentarmi, mi sono messa a fare una serie di ricerche inutili su Google, tra cui qualcosa tipo: “Da quando in qua lo yoga è la panacea di tutti i mali?”. Sì, ho il dente avvelenato: ho provato varie tipologie, dall’Hatha all’Ashtanga, e l’unica posizione che mi sia mai piaciuta è stata quella del cadavere, che sì, è proprio quella che state immaginando adesso. Mi sono imbattuta in articoli interessanti: una statunitense di origine indiana lamentava la trasformazione dello yoga in un’aerobica con la musichetta più spirituale, e la considerava una mancanza di rispetto della sua cultura originaria. Massimo rispetto per lei, allora, ma la comica indo-canadese Lilly Singh mi aveva invece raccontato una storia diversa: gli indiani non fanno yoga, non è così diffuso nella cultura mainstream. Qui ho intuito il conflitto politico (c’è addirittura un ministero dello yoga in India) e le questioni economiche non tanto sottili: come le pratiche pseudo-orientali usate per manipolare i dipendenti d’azienda, e il simulacro di yoga “occidentale” che offrono ai turisti a Goa. Insomma, basta pagare.

Sapete a cosa mi ha fatto pensare tutto questo? Alla pizza all’ananas. E dai, siate indulgenti, erano le sette del mattino e avevo lo stomaco rivoltato!

Lo so, la questione dello yoga e dell’appropriazione culturale sono eterne e di difficile risoluzione (di solito si abbraccia la conclusione, economicamente vantaggiosa, che un tipo di yoga non esclude l’altro), ma a ben vedere la questione autenticità mi prende molto da vicino: sono stata accusata di “ananassofobia” da un portoghese gay che sosteneva che la pizza fosse come il matrimonio omosessuale: la gentaglia come me sosteneva che, rispetto a quella “autentica”, non era una vera pizz… ehm, un vero matrimonio. Ok, a parte che per me tutti i matrimoni sono una pizza (ah ah ah), scusate se mi rode un po’ vedere una cultura egemonica in Italia che decide che la pizza debba croccare, e una tendenza tutta internazionale a decidere che solo per la pizza “more is less”: inso’, più ingredienti ci metti e meglio è. Al che io, quando una catalana mi ha rivelato che quello della pizza è lo stesso principio del pa amb tomàquet (che io adoro, eh, ma resta il fratello scemo della bruschetta), le ho risposto: “Ma ti capisco benissimo, in fondo tu una pizza non l’hai mai provata in vita tua!”.

Sono fiera di me? No. Vaffanculo lo stesso? Sì. Con tanti cuoricini.

Perché ho già capito dai tempi in cui dovevo studiare Baudrillard, che di questa storia dell’autenticità non ne verremo mai a capo. E a questo punto, confesso, neanche me ne curo troppo. Magnateve un po’ quello che volete, fate yoga con i Metallica in sottofondo… Che me ne frega a me.

Però… Un giorno spiegherò meglio il mio però, quando la battaglia culturale smetterà di essere, appunto, una battaglia. Per il momento basti dire che mi sembra sia avvenuto un grande passaggio, nel discorso sull’autenticità di un fenomeno: non la stabilisce più chi lo ha inventato, ma chi ha più soldi per imporre la sua versione.

Ci torneremo.

Male Maleficent costume L’altra sera ho visto in strada un tipo alto e grosso, vestito di pelle lucida, con in testa due corna nere e lunghissime, tipo Malefica della Disney.

Il bello è che l’ho capito solo da come il tipo mi guardava, che si aspettasse il mio stupore. No, non mi stava seducendo: voleva proprio che spalancassi la bocca in un’evidente espressione WTF, fosse anche per andare dritto per la sua strada, incurante di “cosa pensasse la gente” (cioè, io).

Invece, a stento m’ero resa conto che fosse diverso da altri passanti, che il suo modo di vestire non fosse “la normalità”.

Allora ho ripensato a varie cose. Alla constatazione, letta chissà dove, che al circo i bambini molto piccoli non si divertono granché: per loro vedere un essere umano fare un triplo salto mortale è plausibile quanto nutrirsi da un piatto, invece da una tetta o da un biberon. Gli adulti lo fanno. La cosa ha grandi vantaggi, come ho constatato grazie ad alcuni genitori americani che raccontano sui social di come i figli abbiano scoperto l’omosessualità. “Papà, perché zio Todd e il suo amico si baciavano?”, “Perché si vogliono bene come me e la mamma, Jimmy”, “Ah. Posso avere un biscotto?”.

Insomma, la normalità è un animale curioso.

Ho ripensato anche ai miei amici in visita a Barcellona tanti anni fa, prima che i pantaloncini ultracorti andassero di moda anche dalle nostre parti: io camminavo indifferente tra ragazze bionde e altissime e disinvolte, e i miei ospiti erano sempre sul punto di farsi venire un infarto. Ok, capisco che lì sia un po’ diversa la questione, ma gli amici di altre nazionalità o dissimulavano la sorpresa o si godevano lo spettacolo senza drammi. Non vi dico cosa diventava la mediterranea baldanza in spiaggia, quando eravamo circondati da donne in topless! “Ehi, ma non dovevi ‘rimorchiarle tutte’?”, “Ehm, vado a fare il bagno”.

Ma tergiverso. Tempo fa ho annunciato ai social che era arrivato il tempo di tingermi i capelli di viola, adesso che è diventato facile e reversibile. Pensate che più di un contatto non ha accolto la notizia con un comprensibile “esticazzi”, ma mi ha fatto notare che “è una cosa da ragazzine”. Adoro l’odore dell’ageism la mattina. È lo stesso odore di sconfitta che aspiravo quando un’amica che ama i cappelli vintage mi raccontava come la sfottessero per strada, nel centro storico di Napoli. D’altronde la stessa, a Torino, era stata presa per gitana (e non aveva questo onore) in virtù dei suoi indumenti color corallo e turchese, che giù da noi sono parte del paesaggio e possono risultare eleganti ed estrosi insieme.

Potrei continuare all’infinito per chiedere: cosa ci sorprende e cosa no? Cosa dovrebbe sorprenderci? Sono cresciuta in un posto né troppo piccolo né troppo grande, con una sua idea di normalità che a un certo punto mi è andata stretta. Mi sono trasferita in un posto che, nella sua versione internazionale, vede donne passeggiare con la pettinatura di Amy Winehouse e uomini girare in gonna, e se ne impipa altamente. Si potrebbe dire che, dove tutto vale e tutto è uguale, si perde la bellezza della meraviglia, sia nelle manifestazioni esteriori che, particolare ancora più importante, in quelle strutturali.

Sto scrivendo un articolo sul poliamore: qui dove vivo ora non è necessario far parte del collettivo LGBTQIA+ per sentir parlare di metavincolo. Che in termini monogami vorrebbe dire più o meno: un compagno di una mia compagna (e già così sto facendo una serie di errori semantici). L’argomento, come le fanciulle scosciate di cui sopra, sorprende soprattutto gli amici in visita, mentre al massimo le mie conoscenze locali (stessa estrazione letterina-liberal) possono scherzare sul fatto che “ormai è una moda” (in realtà no).

Tutto questo dovrebbe suscitare qualcosa in più del doveroso esticazzi cui accennavo? Beh, esiste anche la sorpresa in positivo, e perdersela potrebbe significare perdersi un’occasione.

Magari, non meravigliandomi di uno che s’è vestito da Malefica versione bondage, mi sto perdendo un’occasione per dirmi “bella rivisitazione!”, e fare il sorriso complice che l’altro forse si aspettava, nella migliore delle ipotesi.

Oppure l’occasione è proprio quella di farmi i capelli rosa quando voglio, senza che nessuno se ne accorga. È un’occasione, per me, e una che sono felice di essermi procurata, quella di essere circondata da persone che diano per scontato che mi vestirò come voglio, amerò come voglio e, per qualche fan del benaltrismo in ascolto, lavorerò come più mi conviene: esiste anche l’originalità di non voler pagare la nuova crisi che si profila, e addirittura di rivendicare un compenso anche per il lavoro che dovremmo fare gratis.

Questa di non sorprendersi davanti ai diritti, e alla loro rivendicazione, è la fortuna che vi auguro di più.

 

Darn it Amazon! - Meme by EmbraceTheChaos :) Memedroid Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.

Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.

Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.

Nella seconda foto, sono al telefono con una segretaria romana che non sa niente della storia delle analisi, ma ha ricevuto il mio numero perché “volevo una blefaroplastica“. E non ho problemi con lei, simpatica, precisa nei particolari, in difficoltà con l’italiano per il fatto di aver sempre dovuto spiegare la pappardella in spagnolo: il chirurgo per cui lavora (che ha due cognomi spagnolissimi), opera in un noto ospedale di qua, che non ha niente a che vedere con la clinica italiana di cui sopra. Insomma, d’italiano in tutta quella storia c’è solo lei, la segretaria! Comunque sono quattromila euro, più o meno. Per la storia della visita, che a ben vedere era quello che mi premeva, “è sicura che mi chiameranno”.

Ok. Intuirete che, se qui a Barcellona la pandemia ha preso certe pieghe e giriamo sempre in mascherina, è anche perché la sanità se la sono mangiata a furia di tagli: ci metterei mesi a ottenere la stessa visita con la sanità pubblica. Quando vivevo nel Raval avevano un solo ginecologo per tutto il Raval Nord, mi fecero aspettare un mese per una visita e, il fatidico giorno, il verdetto della dottoressa fu: “Ti chiamiamo solo se qualcosa non va nelle analisi”. Un’angoscia che non vi dico: se non hanno registrato bene il mio numero? Se non rispondo la prima volta e si dimenticano di riprovare?

Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.

Un amico sindacalista commenta la corsa alle mutue private, tipica delle famiglie locali, obiettando che non possiamo condannare CatSalut basandoci solo sulla lentezza nel dare appuntamenti: sì, capisco, caro amico, ma tu non avrai mai due settimane di ritardo col ciclo e l’urgenza di vedere qualcuno! Io, quando ebbi anche questo problema (sempre nel Raval), imparando dai miei errori me ne andai in un centro medico in cui chiunque, dalle segretarie alle dottoresse, si meravigliava perché non fossi lì con qualche mutua privata. Non capivo tanto stupore finché non passai alla cassa: visita con ecografia inclusa, centodieci euro, gracias. Per fortuna era tutto a posto, era solo stress acuto perché stavo comprando casa: una ginecologa argentina cinquantenne mi prescrisse del magnesio per la mia dismenorrea (ahahah). Mi invitò pure a non lamentarmi delle bombe ormonali che m’erano state prescritte in Italia: avrei dovuto vedere le pillole dei tempi suoi! Ecco, la ginecologa della sanità pubblica mi aveva presa sul serio sulla questione ormoni, e mi aveva prescritto nuovi prodotti meno nefasti. Se solo fossi riuscita a rivederla prima del Natale successivo…

Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.

La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.

 

 

 

 

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Tortilla de patatas vegana (sin harina de garbanzos)

Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…

“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.

Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.

Mi dispiace per lui, anche perché la patatina fritta la voglio pure. Quello che non voglio è pagare cinque euro la razione piccola. Se proprio devo gentrificare, lì vicino c’è Teresa Carles che mette il garam masala nel latte di cocco. Io adoro il garam masala, fin da quando il mio ex pakistano del Raval lo comprava a un euro la bustina.

Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.

Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.

Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.

Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).

Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.

E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.

Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà, prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.

Gli unici che restano inossidabili, a quanto vedo, sono i Bar Manolo: quelli in cui, non bevendo di solito né caffè né birra, io neanche metto piede, anche perché da offrire, oltre alla caffeina e agli alcolici, hanno un bell’odore di bravas stracotte, e un bel po’ più unte delle patatine a cinque euro (del sublime odore di fritanga ho già parlato qui). E allora no grazie, evitavo anche quando ancora mangiavo quel lomo che faceva tanto suola di scarpe, e sapeva solo di grasso.

Adesso, mentre lo Starbucks all’angolo non riapre più i battenti (e francamente non mi manca troppo) il Bar Manolo dietro casa mia ha messo addirittura i tavolini fuori, pulendo il suo tratto di strada dallo sterco di piccione. Il suo proprietario mi ha commossa: stavo per buttare un sacchetto dell’organico davvero lillipuziano nel piccolo bidone che avevo trovato a qualche metro dal suo  locale, e quello mi ha fermata. “No, cariño“, e mi ha indicato la strada per il bidone grande, a decine di metri di distanza e con una carreggiata da attraversare in mezzo. Capito? Si teneva caro caro pure il suo bidone! Mai successo con commesse di panificio, o col proprietario piacione di qualche ristorante più “in”, sotto casa. Questo Gollum della monnezza aveva magari tutti i diritti di tenersi il bidone per sé, ma mi ha ricordato un suo collega più anziano di Sagrada Familia, a cui mi permisi di chiedere un’informazione. Ma quello mi rimproverò dal bancone circondato da botti di vino antiche: aspettassi il mio turno, lui doveva prima “servire l’altro cliente” (l’unico), che fu quello gentile che rispose alla mia domanda. In fondo adoro questi anziani esercenti che vivono come se Franco fosse morto cinque minuti fa, e per un curioso incidente la loro città si fosse riempita di gente che parla lingue strane (= diverse dal catalano, o da uno spagnolo molto gutturale). Tanto loro la tortilla la fanno sempre uguale, e se ci trovi dentro una moneta da cinque centesimi (successo davvero a una comitiva scozzese-andalusa in zona Forum) te la tieni per buona fortuna!

La buona fortuna, a quanto pare, la moneta nella tortilla l’ha portata a loro. Perché resistono al di là di quest’economia costruita sul nulla, sulla fuffa delle fiere internazionali e delle case affittate a prezzi gonfiatissimi (qui, rispetto all’Italia delle chiavi in mano, si chiedono davvero se sia meglio comprare o affittare, con tanto di calcolatrici apposite messe a disposizione dalle banche). Alla faccia del professorino partenopeo che l’anno scorso, dopo una settimanella da queste parti, sentenziava che senza turismo Barcellona era fritta, qui sembra resistere soprattutto lo zoccolo duro: quella parte della città le cui impiegate di banca non capivano come io, con i miei affitti in centro, potessi anche solo pensare a un mutuo, rispetto alle migliaia di lavoratori seri che in questi mesi si sono visti licenziare o mettere in cassa integrazione in uno schiocco di dita. Si sa, un contratto a tempo indeterminato è tutta un’altra cosa, anche con condizioni che in pratica legittimano il licenziamento all’americana.

Intanto a fronte della burbuja, cioè della bolla che fa credere a Barcellona di essere una New York mediterranea, resiste e tanto la città dei Bar Manolo, delle case comprate con calma perché “è l’unica opportunità che ho” (sentita da una cinquantenne catalana poco dopo che avevo comprato casa una seconda volta), delle mutande infiammabili vendute a un euro in un mercato che sembrava ristrutturato apposta per sfrattare gli abitanti che rimanevano nel quartiere.

Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.

A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.

(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)