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Da ricette100.it

Io mi sento pure strana, ad andare in giro come se niente fosse durante uno sciopero generale. Ma tant’è, a convocare sono diverse entità indipendentiste, e non credo che “una repubblica catalana risolverà tutto”. Il bello è che non mi trovo d’accordo neanche con quelli che “cacciare il re non è una priorità”, “meglio tenerci Pedro Sánchez se l’alternativa è Vox” (discorso che avete visto come sia finito in Italia) o, peggio, “i cosiddetti prigionieri politici si aspettavano carezze, a proporre un referendum incostituzionale?”. Intanto i problemi politici non si risolvono con i pestaggi, né in tribunale: e come studiosa della Grande Guerra non parteciperò a un’inutile polarizzazione tra bandi. Specie quando gli entusiasti della repubblica decidono che, finché non giungi alle loro stesse conclusioni, non hai “preso partito”. A prescindere da chi abbia la colpa e chi no, per come si sta intalliando il procès (e per il significato d’intalliare vedi qua), sta’ a vedere che fa prima questa repubblica federale spagnola, data per impossibile da ottenere.

Così mi sono sciroppata con le mani in tasca il fracasso dell’elicottero della polizia, che in caso di manifestazione pare sempre volare a un pelo dalle case, e ho ammirato sul serio il corteo di bandiere che non finiva più, mentre attraversavano Plaça Catalunya. Ho riso infine quando un’elegante signora sul Pelayo (ufficialmente carrer Pelai) ha fatto un cenno interrogativo a una commessa che, a corteo passato, rialzava la saracinesca della profumeria. Riaprite? Riapriamo. E in effetti i negozi in centro sono rimasti quasi tutti in attività, magari con la saracinesca già pronta a calar giù: i proclami di chiusura, anche critici con lo sciopero, a quanto ho visto li hanno fatti istituti culturali e biblioteche.

Dei miei amici sparsi per il corteo, qualcuna si rallegrava per l’attacco al sindacato “traditore”, e chi lavora nello stesso sindacato si lamentava invece della “democrazia” con cui i manifestanti hanno accettato opinioni discordanti. Non guardate me, io me la facevo addosso anche solo quando entravo a scuola durante uno sciopero che non condividevo, e quelli rimasti fuori, minacciati di sospensione, provavano a sfondare il portone per entrare. Se fossi stata Maria Antonietta altro che capelli bianchi (che poi è un mezzo falso storico), in un giorno diventavo direttamente Ursula la Strega del Mare.

Questo per dire che mi sento sempre più isolata, e non solo sul piano politico. Trovo normali e irrilevanti cose di cui qualche anticonformista professionale si vanta (che so, essere erbivora, non portare un reggiseno, non avere una tv…) e voglio una famiglia in un posto in cui, a occhio e croce, sei più cool se non la vuoi.

Per questo, con somma ilarità dell’amica francese che sfotteva i “miei” bar, mi sto portando avanti col lavoro e finisco da sola a consumare tè e dolcetto – o magari dei biscottini simili ai crumiri – come le nonne che mi circondano. Ma bando all’appucundria! Ieri ad allietarmi la giornata ci ha pensato questo post sull’omofobia, che adesso vi traduco. Continuo a non essere sicura che insultare gli omofobi li renda consapevoli dell’errore, ma quanno ce vo’ ce vo’:

Tuo figlio non diventerà gay perché gli parlano della diversità a scuola, né per il fatto di vedere dei gay per strada. Però, se tuo figlio è gay, magari vedere gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali farà sì che non passi un’infanzia di merda e infelice.

Allo stesso tempo, se tuo figlio è etero e vede gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali, magari non diventa un miserabile omofobo che pensi che la diversità sia un’ideologia.

Dal fronte catalano è tutto.

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Ogni tanto, per farmi crescere, la mia pianta mi parla!

Adesso che il coinquilino ha trovato una stanzetta nel barri – un’occasione d’oro – mi fa strano tornare a vivere da sola, perché mi piace un sacco. Mio padre è sempre stato un po’ spaventato dalla cosa, forse ancora se ne ricorda. Una volta mi disse: “L’uomo è un animale sociale”. Credo che gli risposi: “Ma io non sono l’uomo”.

Ricordo una a una, però, le persone che mi hanno popolato le case. Di tutte conservo un tic, una mania, qualcosa che me le mantiene vive negli occhi.

I calzini colorati delle coinquiline di Manchester. Il bel sivigliano di carrer Riera Alta, che dormiva nudo con la porta aperta, e aveva allucinazioni in bagno. E l’odore di tortilla precotta e gazpacho industriale, quando tornavo alla prima casa nel barri e il mio migliore amico aveva già cenato a modo suo.

Dell’ultimo umano che ha popolato le mie stanze voglio ricordare il rumore della plastica accartocciata, quando si alzava dal letto e buttava la bottiglia quasi finita che si era messo la notte prima sul comodino. E la metà del grissino coi semi di girasole, che gli avevo lasciato per non finire tutto io, ma là è rimasta. E poi il peso del vestaglione regalato dopo l’unica spedizione natalizia da Natura, e rimasto lì sulle mensole vuote – ma tanto l’avevo indossato sempre e solo io; l’odore ostinato del fumo che aleggiava sempre, e che, lo so, sparirà a poco a poco.

Ma va bene così: in un posto o ci stai bene o non ci stai, e se lo lasci stai meglio anche con chi resta.

E adesso so che succederà anche stavolta, anche a me.

Image result for truck moving furniture Ho traslocato con due settimane d’anticipo, e cinque anni di ritardo.

Ho traslocato con i colpi di scena del caso:

  • la scoperta che il tizio del furgone avrebbe solo, appunto, guidato il furgone, e la contestuale salita di quattro piani sostenendo la rete di un materasso;
  • l’azzoppamento improvviso del tuttofare di fiducia, che ha cominciato a guardare con terrore chi gli aveva sbattuto una lavatrice sul piede, ma non per questo si è lasciato aiutare da me;
  • l’attesa di un carrello in una piazzetta trafficata di Barcellona, circondata da lampade e materassi, intanto che al cellulare pubblicavo libri, organizzavo riunioni e provavo a salvare il mondo, con scarsi risultati.

Insomma, normale amministrazione.

E poi oh, si diceva che ho traslocato con due settimane di anticipo, come risultato di una trattativa coi cocciuti proprietari di casa nuova. Ma tanto ero in ritardo di cinque anni, perché da quella casa che svuotavo ventiquattr’ore prima di venderla non avevo mai traslocato davvero.

A suo tempo ero scappata a gambe levate, lasciando le mie cose a un inquilino contento di non dover comprare mobili.

Così adesso mi aggiravo per stanze deserte e sporchissime (“Almeno buttate la spazzatura!” ordinavo su WhatsApp agli ex occupanti) e spiegavo cose al mio aiutante, uno di quelli che puoi ripagare con una pizza. Dopo tanti anni a descriverglielo, era la prima volta che gli mostravo quel pasticcio di posto.

“Qui è dove dormivi?”.

“No, qui è dove guardavo film e piangevo. Lì è dove sono rimasta chiusa fuori una notte di gennaio. Il pompiere che mi ha liberato è entrato da quest’altro balcone”.

Tra i libri trascurabili che ho lasciato lì, in balia dei nuovi proprietari, la scoperta più tenera è stata un trattatello su un disturbo psichico, non troppo grave ma fastidioso, che a quei tempi stavo cercando di comprendere. Ho sorriso attraverso il tempo alla me che aveva comprato il libro. Quella sindrome ce l’aveva la persona che, mentre m’installavo in quella casa spettrale, mi aveva mollata senza dirmelo, anche perché non avrebbe ammesso neanche sotto tortura che stessimo insieme.

Ho scoperto che quella dell’uomo che ti lascia mentre compri casa è un’altra sindrome interessante, più comune di quanto mi piacerebbe ammettere.

Ho scoperto anche, in questi anni, che a volte le verità sono semplici e banali come quelle che leggi nella posta del cuore:

  • non salverai mai chi non vuole farsi salvare;
  • chi non ti vuole, non ti può volere.

Allora intanto ho imparato ad aiutare gli altri nel modo più “sano” possibile: trovandogli un lavoro. Hanno ricambiato spesso con lo stesso toccasana.

Anche da queste cose noto che i traslochi, ogni tanto, fanno bene.

Perfino quelli che avvengono troppo presto, o troppo tardi.

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Un angelo caduto in volo

Nelle puntate precedenti, la vostra eroina era sul punto di comprare un appartamento che già aveva scartato in precedenza, ma che intanto si era popolato di mobili finti e di simpatici gingilli decorativi, messi lì con successo a dare un’idea di casa.

Alla fine non ha funzionato: nonostante la fuffa, il prezzo era ancora esagerato rispetto a quanto vendessero, e non sono rincoglionita fino a questo punto. Ma l’operazione mi ha ricordato quanto, nelle decisioni che contano davvero, la ragione non sia l’unico fattore, anzi. Peccato che questa semplice realtà ce la facciamo rubare da chi non vuole esattamente il nostro bene.

Un esempio? Sappiamo che, specie per gli oggetti di lusso, la pubblicità non ci vende cose, ma stili di vita: per esempio, adesso pare che Victoria’s Secret sia in crisi, e ripenso a quanto prendevamo sul serio, qualche anno fa, quegli angeli che sfilavano in mutande (che sarebbe l’immagine ironica per eccellenza). Però, quando il re è nudo (ok, in questo caso lo è la regina), ci accorgiamo di quanto sia importante la paccottiglia di frasi a effetto e musica ispiratrice che l’ha messo su quel trono.

Potremmo smontare tutti i gombloddi del mondo con ragionate decostruzioni, coadiuvate da statistiche, ma accanto a quello dovremmo metterci, credo, un messaggio positivo, senza lesinare: pensiamo a quelli che da duemila anni pretendono di controllare i nostri corpi in cambio del paradiso!

È grazie al concetto bomberista di “campione” e “condottiero”, che un calciatore come Ronaldo si trasforma in un’intera azienda, il che dovrebbe giustificare il suo acquisto ai lavoratori in difficoltà. E, a proposito di aziende, penso anche a quelli che, più che ragionare senza retorica né vendette postume sull’operato di Marchionne, lo trasformano in una sorta di icona alla Steve Jobs: il “figlio di maresciallo” che s’è fatto da solo. O capitano, mio capitano.

Per questo dico, l’irrazionalità può diventare un’alleata. Parla a una parte di noi che proietta cose, immagina un futuro e, secondo qualche scienziato ci ha aiutati a sopravvivere, nel bene e nel male, fin qua.

Quindi, prima di sperare di salvare l’Italia rispondendo coi ragionamenti a chi vende patriottismo e purezza della razza, pensiamo a quanto abbia fatto bene al matrimonio LGBT+ il messaggio #lovewins.

E cominciamo a crederci anche noi.

Sarebbe una mossa intelligente.

 

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Ho scritto a Repubblica. C’era questa poesia di Junqueras, e allora ho scritto. Oh, l’ha postata Repubblica, e allora ho scritto a loro. A Concita De Gregorio, che un po’ catalana ci è, e infatti parlava di Catalogna dopo che in pochi, ormai, se la filano. Specie adesso che c’è Sánchez che risolve tutto con una mano sola…

Oriol Junqueras. Su di lui si sprecavano aneddoti, prima del referendum. Su quella volta che si era messo a piangere pensando alla Catalogna unita, e sul numero di salsicce che, giurava qualche collega d’università, fosse in grado di mangiarsi a una scampagnata.

Dopo la sua incarcerazione per aver votato sì all’indipendenza, è diventato quello che doveva ricevere un presepe a Natale, ma gliel’hanno scassato e ci hanno scritto sopra “Viva España“.

Povero il paese che ha bisogno di eroi. E un paese che risolve con la repressione i suoi problemi politici mi sembra due volte povero.

Ho scritto per questo: vengo da qualche mese in più di tensioni, rispetto a chi vive in Italia, e volevo dire che è inutile trincerarsi e insultarsi mentre qualcuno divide e comanda. Dopo l’ottobre che ho passato, il giugno trascorso in Italia non mi ha rinfrancato. Immagino che anche voi, o almeno tanti di voi, vi confrontiate una volta al giorno con qualcuno che dica “affondiamo i barconi”. Oppure, più sottilmente, respinga i migranti “per il loro bene”.

Beh, anche Sánchez aveva commissariato la Catalogna “per il suo bene” (capolavoro!). E io, una società schierata in due fazioni che si schifano l’ho prima studiata, con le mie ricerche fallite sulla Grande Guerra, e poi vissuta, per fortuna in scala minore, a Barcellona e a Napoli.

Anche a Barcellona mi è stata appioppata una fazione (sarei “unionista” e “podemita”, io che non amo Pablo Iglesias e non ho mai avuto la sensazione di vivere in Spagna).

Non schierarsi, comunque, è quasi impossibile. Pure le pacifiste della Grande Guerra erano spesso “schierate”, cioè trovavano alcuni paesi più democratici di altri. Ma rifiutavano una logica binaria che trasformava i loro uomini in carne da cannone.

Allora, ho scritto a Repubblica perché dopo un ottobre a litigare, e un giugno a litigare, forse è il caso di ascoltare un’amica su Facebook:

Non voglio fare l’errore di amplificare e dare spazio a ciò che è negativo e divisivo. È esattamente ciò che si aspetta chi vuole creare il caos. Un commento indignato in più non cambierà la situazione. Voglio provare a parlare con toni diversi e a dare voce a quelle storie che possono ispirare me e gli altri ad essere persone migliori.

Qua a Barcellona, alcuni dei problemi sociali sono la disoccupazione, il carovita gonfiato dalla gentrificazione (che da noi, dopo Venezia, attacca Napoli e Torino), i tagli alla spesa pubblica, la criminalità organizzata… Le soluzioni ci sono. Poche, ma ci sono.

E in Italia?

Cominciamo a trovarle.

Se ci ispirano pure, tanto meglio.

 

 

ChiaraFamiglia Mala tempora currunt, e allora ho chiesto a Chiara, 37 anni, futura mamma italiana residente a Barcellona, di parlarmi della famiglia che sta costruendo con sua moglie Sara, il nascituro Noah, ed Ebony, la gatta fantastica che vedete in foto col resto della truppa. Mi hanno regalato anche un messaggio per Noah adulto, che potrete leggere a fine intervista, e una canzone da dedicargli. Fossi in voi, diffonderei :p .

1) Innanzitutto, auguri! Un amico, nel tentativo di… curarmi dalla “follia” di avere figli, mi ha chiesto: “Perché ne vuoi?”. Gli ho risposto: “Perché ne voglio!”. Tu e tua moglie avete una risposta migliore? Come avete preso la decisione?

Io ho desiderio di essere madre da ben più di un decennio (ora di anni ne ho 37). Le cose della vita non me lo hanno permesso. Poi un giorno ho conosciuto Sara, a cui mai ho nascosto questo mio pensiero, ma sulla quale non ho mai voluto esercitare alcuna pressione, anche perché la nostra condizione finanziaria era a dir poco precaria. Dopo due matrimoni, tanta strada e fatica (sotto ogni punto di vista possibile) e quasi cinque anni dopo, un giorno lei mi ha guardato e mi ha detto: “Desidero un figlio insieme a te” e da lì sono io che mi sono messa in moto. Circa un anno dopo, tra screening, controlli e quant’altro con lei sempre al mio fianco, stiamo realizzando questo desiderio di entrambe.
Credo ogni gravidanza sia un atto di egoismo, MA al di sopra e al di là di questo, un progetto di vita e di amore davvero immenso.

2) Per il nuovo Ministro della Famiglia e disabilità (sic), non esistete. In realtà ha detto che le cosiddette famiglie arcobaleno “per la legge in questo momento non esistono”. Secondo te, perché è così?

Il diverso incute sempre timore nelle menti chiuse. Lo vediamo tutti i giorni: un diverso colore, un diverso orientamento sessuale o religione… Tutto viene guardato con sospetto, nel migliore dei casi.
Quando, parlando di famiglie omogenitoriali, non riescono ad appellarsi alla religione, perché si obietta che lo Stato italiano è o dovrebbe essere laico, allora ecco che interpellano la natura, come se, a tutti gli effetti, la famiglia come oggi è intesa in parte del mondo occidentale (visto che di fatto con “famiglia” in altre parti del mondo si intendono insiemi di persone differenti da “mamma, papà, bambino”) non fosse in realtà un costrutto sociale, quindi per definizione artificiale e mutabile (e già grandemente peraltro mutato rispetto al recente passato).
Quindi tradizione, timore di ciò che non si conosce e religione stanno alla base di tutto e entrano nei luoghi in cui l’uguaglianza e i pari diritti dei cittadini dovrebbero avere precedenza sulle proprie e personali ideologie.
Tralasciamo poi l’ipocrisia di chi difende la “famiglia naturale” avendone di fatto più d’una, e dei tanti omofobi di mestiere che, da una parte, lucrano sull’odio che sono in grado di diffondere (e che importa se a farne le spese siano anche giovani ragazzi senza gli strumenti adatti per difendersi), e dall’altra, molto più spesso di quanto si immagini, finiscono per subire outing (quindi, in realtà dimostrano che il rifiuto più che dell’altro fosse proprio verso sé stessi)…
Famiglia è progettualità, responsabilità e amore. Il resto sono baggianate che di cristiano hanno davvero poco: prima lo capiranno, prima l’Italia progredirà.

3) Il fatto che viviate nello Stato spagnolo complica delle cose (una sola parola: “Consolato”!) e ne avvantaggia altre: per esempio, nessuno dalle istituzioni viene a dirvi che “non esistete”! Quali sono gli aspetti burocratici più complicati del lieto evento?

Il più complicato in assoluto? La trascrizione dell’atto di nascita, dove, di fatto le istituzioni italiane entreranno eccome. Ad oggi vari sindaci hanno con coraggio preso la decisione autonoma e non supportata da una legge statale, di accogliere le trascrizioni dei bimbi nati da coppie dello stesso sesso, ma dal nuovo Governo arrivano le voci di chi già pensa di sanzionarli. Quanti avranno ancora il coraggio di remare contro? Quando quest’onda positiva potrà ancora continuare? Ci sono mamme che hanno atteso ANNI prima di avere un documento per il proprio figlio, apolide fino ad allora, e solo con avvocati, spese ingenti (immagino) e tanto lottare ce l’hanno fatta. Quello che so è che non mi piegherò mai a dichiararmi madre single per poter ottenere l’agognato passaporto: Noah ha due mamme, e questo è e sarà un dato di fatto immutabile e irrinunciabile.
Quindi è questo il mio più grande timore: non poter avere ciò che a nostro figlio spetta di diritto (una trascrizione su cui compaiano i nomi di entrambi i suoi genitori e un passaporto italiano con il suo nome completo) senza lotte, estrema fatica e, chissà, coinvolgimenti dell’UE. E solo perché c’è chi dichiara di voler “difendere i bambini”, quando in realtà desidera solo difenderne alcuni, lasciandone migliaia di altri in un limbo burocratico.
4) Vostro figlio vivrà a Barcellona, che (per fortuna) è un crocevia di culture diverse. Cosa gli racconterete del vostro paese? Pensi che, un po’, sarà anche il suo?

Abbiamo deciso di non nascondergli mai nulla (compatibilmente con la sua età e le tappe della sua vita). Gli racconteremo il bene e il male del nostro malandato Paese per come lo vediamo noi, sperando però di riuscire a dargli gli strumenti per crearsi una sua visione dell’Italia (come del mondo) che sarà anche il suo Paese, solo se lo vorrà. Lì avrà parte della sua famiglia: i suoi nonni e una marea di zii, zie e cugini che lo amano tantissimo fin da ora, ed è questa la cosa più importante di tutte.

5) Domanda da un milione di dollari: secondo te, in che modo si potrebbero instaurare, in Italia, gli stessi diritti che lo Stato spagnolo riconosce a tutti i tipi di famiglie?

Tempo fa pensavo (o mi illudevo) che certe chiusure fossero appannaggio di una minoranza rumorosa. Dopo gli ultimi risultati elettorali devo dire che ho seriamente iniziato a pensare che l’Italia sia in realtà in balia di una maggioranza di persone che, pur di difendere il proprio orticello e non essere obbligate a guardare al di là del proprio naso, sono disposte a tutto.
Credo davvero che la nostra salvezza possa arrivare solo dall’Europa e dai suoi solleciti e sanzioni (se non decideranno improvvidamente di voltarle le spalle prima).

6) In Catalogna c’è una grandissima attenzione all’infanzia, e a quello che in Italia bollano come “GENDER!1!1”: anche l’educazione infantile porta allo sviluppo di una personalità senza pregiudizi e costrizioni, dalla scelta dei giocattoli a quella delle future professioni. Hai già pensato a che educazione vorresti per tuo figlio?

Mi sono guardata attorno e ho indagato e letto tanto sui vari metodi di insegnamento disponibili nelle scuole di Barcellona (molte di esse private), ma più per curiosità che altro. Non siamo una famiglia abbiente, e nostro figlio frequenterà la scuola pubblica. Quello che desidero è che possa inserirsi in un ambiente accogliente, in cui ci sia rispetto verso le necessità diverse di ogni bambino e dove le attitudini possano essere valorizzate, senza troppe pressioni o aspettative logoranti.
In casa speriamo di riuscire a passargli serenità, rispetto per ogni tipo di diversità (che è sempre ricchezza) e senso di umiltà, fra le altre cose.  Desideriamo tanto che possa essere un bambino indipendente e felice e che possa seguire la sua natura, qualsiasi essa sia, senza stigmi. Crescere un bambino “gender neutral” anche qui credo sia abbastanza complicato, ma penso anche non sia fondamentale: credo che fintanto che saremo in suo profondo ascolto tutto verrà comunque da sé.

7) Qualcuno in Italia sdrammatizza: un bambino con due mamme avrà “due lasagne!” (Casa Surace). E la sua dolce metà avrà “due suocere”… Ho visto qualche coppia di mamme che sta al gioco. A te l’hanno già detto? È un umorismo che aiuta o che rafforza stereotipi?

Ancora non è capitato 🙂 .
Credo però che un po’ di sano umorismo non guasti e che la distinzione tra questa ironia e le battute sgradevoli, offensive e gli stereotipi che feriscono sia sempre piuttosto chiara. Guai a farsi portare via anche l’ironia! Sarebbe un vero disastro.

8) Domanda aperta: scrivi (o scrivete!) un messaggio per tuo figlio, qualcosa che vorresti leggergli quando compirà 18 anni.

Proprio in questi giorni, mentre nuoti ancora beato nella mia pancia, hai iniziato a farti sentire forte e chiaro sia da me che dalla tua mamma Sara. La tua determinazione e la tua volontà di esistere ci sono state incredibilmente evidenti dal primo istante in cui abbiamo scoperto che eri in arrivo, quell’istante in cui, con il test di gravidanza ancora in mano, non smettevamo più di sorridere per la gioia immensa che ci aveva investito.
Ora sei grande. Spero che l’adolescenza non ti abbia lasciato segni troppo profondi e mi auguro di non essere stata troppo pesante o apprensiva (Sara è molto più brava di me in questo).
Figlio mio, per il tuo futuro ti auguro prima di tutto serenità, quella serenità che arriva dalla coerenza verso sé stessi e verso ciò in cui si crede, quella serenità che ti dona sonni tranquilli e ti permette, anche nelle difficoltà che purtroppo la vita sempre riserva, di guardare al domani con speranza.
Spero che i valori che ti abbiamo insegnato siano il timone che ti aiuterà a solcare i giorni a venire.
Continua a non tacere mai di fronte alle ingiustizie e a seguire i tuoi sogni con forza e determinazione. Ricorda che avrai in noi sempre due alleate, a volte severe, ma il cui cuore batte solo per vederti felice.
Mi auguro, se sarà quello che vorrai, che tu possa trovare qualcuno che possa amarti come si amano le tue mamme, che si prenda cura del tuo grande cuore, e che ti rispetti e ti accompagni nel tuo futuro, dovunque esso ti porti. Mi auguro che tu faccia altrettanto e che non smetta mai di lasciare che chi ti è accanto scorga la meraviglia che sei e che nulla ti impedisca di esprimere sempre ciò che provi, perché, come mille volte ci hai sentito dire, la libertà di poter esprimere ciò che si prova non è mai e poi mai una debolezza.
Nessuno ci insegna come fare i genitori. Tanti provano a farlo, come se ci fosse una formula universale, applicabile uguale per ogni esperienza e ogni nuova famiglia, ma non funziona così. Spero entrambe le tue mamme siano riuscite a fare un buon lavoro, e spero che tu possa perdonare le nostre eventuali mancanze, leggerezze e incomprensioni: mai, in nessun momento, con nessuno dei nostri “no” abbiamo avuto intenzione di ostacolarti o ferirti. Tutto ciò che fino ad oggi e che in futuro faremo è e sarà guidato dall’infinito amore che abbiamo per te, Noah, nostro figlio, il regalo più grande che la vita ci abbia offerto. Buon compleanno, piccolo grande uomo! Le tue mamme Chiara e Sara ti amano tantissimo.

Migranti, Salvini attacca il sindaco di Riace: "Sei uno zero". E lui risponde: "Orgoglioso di aiutare gli ultimi"

Da Repubblica.it

È letteralmente un clima strano, quello in cui inizio le mie vacanze.

Che poi, per “vacanze”, intendo sempre “giorni in cui non devo interrompere la scrittura per fare cose”. Tipo lavorare, con o senza uno stipendio, a progetti che sono nati in un modo e sono diventati tutt’altro.

Quando questo tipo di vacanze comincia di venerdì, non me ne accorgo subito: davanti al mio tè intruglioso della domenica, provo a indossare l’ansia da lunedì, l’abitudine acquisita di guadagnare quanto un’impiegata, ma in meno ore e più viaggi. Metto addosso la frustrazione come un cappotto troppo pesante anche per questo giugno strano, solo per il gusto di toglierla e ricordarmi a cosa ho rinunciato e perché.

E in questo limbo tra una vita che non indosso più e un’altra che ho smesso da tempo (mercoledì parto per Napoli), mi affiora in mente una vecchia pubblicità progresso del Comune: “Non ne lasciamo passare neanche mezza!“.

In metro leggevo in fretta queste frasi lasciate a metà: “Se l’è cerca…”, “Sei mi…”, “Questo vestito è troppo cor…”, interrotte dalla frase di cui sopra, a caratteri giganti, con hashtag #BCNantimasclista. So che in Italia stanno cercando d’insinuare che i problemi siano altri (i cazzi nostri, dicevamo), e so che è facile, per un partito, inseguire poco e male i diritti civili, lasciando da parte la lotta al capitalismo selvaggio.

Ma mi sembra che lo stiate già facendo: non lasciarne passare neanche mezza, dico. Dappertutto sui social leggo proteste, non solo della comunità LGBTIQ, perché il ministro, con parole più sottili di quelle attribuitegli dalla stampa, ha detto che alcune famiglie non esistono (“per legge”, eh, e “in questo momento”, quindi appost’, secondo lui). E nei luoghi dove è morto questo ragazzo, non sappiamo ancora se per la sua militanza sindacale o solo per il colore della sua pelle, oggi incrociano le braccia, e non per prendersi una vacanza dalla pacchia.

Ecco qua: che l’unica cosa buona in tanta merda sia questa. Non ne lasciamo passare neanche mezza. Specialmente il subdolo: “Lasciamo prima lavorare e poi giudichiamo” di chi crede di non avere nulla da perdere, perché non è gay né immigrato e allora, almeno, non rischia la pelle.

A proposito di “almeno”: mai come ora rifiuto il ricatto morale dell’ “almeno quegli altri”… Se c’è una cosa che ho imparato in Catalogna, nonostante il surrealismo della politica di qua, è che “almeno” è troppo poco.

Che è quando non ne lasciamo passare neanche mezza, che si comincia a ragionare.

A scegliere.