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“Buon Sant Jordi, dolcizza! (sic)

Grazi (sic) per il libro. Tu non troverai niente al risveglio, ma… in un luogo fresco, in cui a volte si conservano elastici e caramelle, scoprirai cose belle e rinfrescanti.”

Il frigorifero. La soluzione all’enigma inviato per WhatsApp era “il frigorifero”: ogni tanto, il compagno di quarantena ci nasconde le sorpresine più assurde. Certo, non uguaglierà mai il suo connazionale Kit Harington, che ha fatto trovare all’attuale moglie una testa mozzata, infilata tra un’arancia e il vasetto del burro. Ma quello era un pesce d’aprile, mentre oggi è Sant Jordi: dunque, oggi mi toccavano un libro e una rosa.

Mi spiace pure un po’: la rosa gli sarà costata più del libro (che già aveva, l’ho riconosciuto!), ma dev’essere sceso in fretta a comprarla stamane, quando ha visto che, sullo zaino con cui esce al mattino, gli avevo lasciato la versione inglese del Piccolo Principe. Chi minchia regala Il Piccolo Principe a un trentenne inglese? Appunto. L’ho fatto proprio perché voleva essere un simbolo, visto che lui mi aveva confessato di non aver mai letto l’opera: era giusto per non far passare inosservata la ricorrenza.

Già, perché questo è il secondo Sant Jordi “strano”: mai come quello dell’anno scorso, che si è tenuto a luglio, ma comunque… Vi ho già spiegato le mille variabili del vero San Valentino catalano: fanculo al libro per gli uomini e la rosa per le donne, facciamolo al contrario, anzi, facciamo entrambi i regali a chiunque! Oppure, fanculo alla leggenda di San Giorgio che ammazza il drago per liberare la principessa: in realtà è stata la principessa a stecchire ‘sto santo inopportuno, magari per salvare il povero draghetto. Anzi, Sant Jordi in realtà era Santa Jordina. Macché, facciamo così: stanca di principi azzurri stinti, la principessa si avvicinò al drago e gli chiese, “Hai da accendere?“. E vissero felici e mangiarono pernici… anzi, no, mangiarono ceci! La tipica rima iberica che conclude le fiabe è stata stravolta così, proprio oggi, da una pagina vegana.

Perché vivo in un posto in cui, nonostante gli alti e bassi e i problemi enormi, il finale si può sempre riscrivere. Buone notizie: è una caratteristica esportabile.

A proposito di pagine vegane, infatti, leggo solo oggi che Carlotta di Cucina Botanica, la mia spacciatrice di ricette vegetali in italiano, festeggia il mezzo milione di utenti che la seguono. Solo due anni fa, ricorda lei, la sfottevano in paranza per la sua scelta etica. Adesso, invece, è la più seguita in Italia nel suo genere! E, se ho capito bene, lei viene dal mondo della moda: che modo fantastico di riscriversi!

E voi, avete in mente qualche colpo di scena per la vostra vita? Magari uno che sia più felice di quelli imposti da una pandemia. Sant Jordi si è dovuto reinventare in continuazione: durante il franchismo è stato privato di libri in catalano, e il primo anno di pandemia è stato posticipato alla stagione delle ciliegie. Quest’anno festeggeremo in mascherina, ma il nostro santo preferito è ancora qui ad aspettare un’altra riscrittura, un nuovo finale. Mentre scrivo queste righe, là fuori stanno acquistando per l’ennesima volta il romanzo di Montse Roig che mi ha ispirato il personaggio di Pepita, e che racconta di quando le spagnole dovevano andare ad abortire a Londra. E noi lo leggiamo ancora, il 23 aprile del 2021, per assicurarci che non succeda mai più. Né in Catalogna, né in Italia. Ma non guardiamo solo alle cose brutte: qui vanno forte anche i libri di Noemí Casquet! Perfino a me, che sono monogama di fatto, sembra interessante valutare il poliamore come alternativa al ritrito “ancora non ho trovato la persona giusta“, specie se non ci viene spontaneo vivere una relazione senza abbuffare di corna il prossimo!

Ho intravisto anche un libro che mette a confronto l’indipendentismo catalano e quello scozzese, ma non oso regalarlo a nessuno, o alla prossima occasione mondana (prima o poi ce ne sarà pure una!) voleranno bicchieri di Brugal o di Macallan, che costa pure assai. Di fatto, però, questa e altre questioni sono sempre sul piatto, nella mia terra d’adozione: una terra, ripeto, in cui ho trovato lo stimolo costante a riscrivere la mia vita, a cambiarla quando mi è sembrato necessario. Senza le paure che avrei avuto altrove, dove i condizionamenti sociali sono più forti.

Riscriviamoci, dunque, se ci sembra utile e giusto. Rifiutiamo una volta per tutte di liquidare il cambiamento con un trito: si è sempre fatto così.

Sì, è vero, si è sempre fatto così. Fino al giorno in cui non si è fatto più.

Ieri mi è successo un fatto curioso, che vi voglio raccontare.

Devo fare, però, una premessa un po’ lunga. Il compagno di quarantena sta scrivendo delle memorie personali molto difficili, dati i contenuti, e il modo più divertente che ha trovato per sfogare lo stress (gli altri non li rivelo, perché mi ci sto giocando i numeri) sono le sue spedizioni in spiaggia, ogni fine settimana.

Con tenacia ammirevole, il Nostro si spinge fin dove è presente, almeno a riva, un’abbondante quantità di sassolini, che comincia a disporre tracciando diverse figure. L’iniziativa sta riscuotendo un buon successo di pubblico: perlopiù villeggianti che approfittano della chiusura comarcale per passare la giornata in spiaggia. Non contento, il nuovo astro dell’arte barcellonese lascia una sua particolare firma: sotto alcuni sassi più grandi, che dispone a poca distanza dall’opera, fissa dei foglietti contenenti certe sue riflessioni sul mondo, e sul retro riporta il suo indirizzo Instagram. Indovinate chi gli ha suggerito la storia dell’indirizzo… Comunque, ogni tanto qualcuno visita davvero la sua pagina, e ieri pomeriggio una comitiva di “latines” (definizione loro, in spagnolo inclusivo) gli ha addirittura mandato un video di ringraziamento: alcune delle ragazze leggevano le frasi e commentavano “¡Qué bonito!”. Dovevate vedere il Nostro, come si ringalluzziva…

A quel punto (e veniamo a noi), gli ho chiesto per l’ennesima volta dove minchia si piazzasse con i suoi sassolini: per due o tre domeniche ho girato a vuoto tra un tratto di mare e l’altro, ma nisba. Andiamoci insieme, ha proposto lui a sorpresa, e così abbiamo fatto. Almeno ho capito l’errore: nel corso delle mie ricerche balneari, evitavo una piattaforma in cemento piena di tizi nerboruti, che passavano la giornata a fare attrezzi e a fomentarsi a vicenda. Ovviamente, l’artista de noantri si metteva proprio lì vicino! E non era l’unico: non vi dico l’emozione quando, all’arrivo, abbiamo trovato accanto all’opera due signore autoctone di mezza età, che si palleggiavano una macchina fotografica e a turno si buttavano sulla sabbia con tutti i vestiti. Quindi si immortalavano a vicenda davanti alle ramificazioni dei sassolini. L’autore e io non sapevamo se avvicinarci o meno, e temevamo che le tizie (restie a schiodarsi) si portassero dietro qualche “souvenir”… Ho sofferto in silenzio, pensando ai personaggi dei miei romanzi: a quelli che io adoravo e non piacevano a nessuno, a quelli che detestavo e che invece suscitavano interesse… Senza nesso apparente, mi sono ricordata dell’addetta ai lavori che, in uno stralcio d’opera che le avevo mandato, aveva scambiato una mia stagista precaria per un’Erasmus, che in quanto Erasmus “non aveva niente da fare” e, dunque, si metteva addirittura a pensare all’indipendentismo! A parte il fatto che Irene è spagnolista, temo che la retorica di chi “non scappa dalla sua terra” concepisca solo ruoli stereotipati per chi, invece, la sua terra l’ha trovata altrove.

Sì, lo so, mi stavo appropriando di un momento di gloria dell’artista al mio fianco per fare considerazioni mie. Però, com’era che diceva quel mio pomposo professore di latino, all’università? L’opera non è più di chi la crea, ma di chi ne fruisce. Per questo mi venivano in mente le strane associazioni con le mie scritture.

Le due fans hanno levato le tende, ma sono state subito rimpiazzate: il mio neo-artista preferito ha mantenuto un aplomb impeccabile (e grazie, direte voi: è inglese!) quando, subito dopo, si sono avvicinati due ragazzini. Lì ho temuto il peggio: ho pensato all’emulazione che portava certi miei coetanei, quando ero ragazzina io, a distruggere qualunque cosa perché sì, e per dimostrare agli altri che ne erano capaci. Si cominciava con le sculture e si finiva con le donne, tranne “le madri e le sorelle” (forse). Ma continuo a pensare che sono approdata in una terra meno arrabbiata, nonostante gli exploit, o con meno motivi per esserlo. Uno dei ragazzini si è piantato al centro dell'”occhio” formato dai sassi. Prima ha scimmiottato un “om” a mani giunte, poi ha eseguito qualche figura plastica, stile Shaolin Soccer. L’artista fremeva, immaginando i sassolini scricchiolare sotto quei piedi nudi taglia 36, e io tornavo con la mente a un’altra addetta ai lavori, che in una bozza di romanzo mi aveva bocciato la descrizione di un seminario catalano: “Il mito della svedese nell’immaginario franchista”. Del tutto irrilevante, aveva scritto questa nuova “impavida-che-è-rimasta-nella-sua-terra”, e so bene che, a tante di queste impavide, del femminismo “fottesega” (per dirla in catalano). Sono anche sicura che Mary Nash, che ha cambiato la storia degli Studi di Genere in Catalogna, non si offenderà dell’ennesima detrattrice. Però la protagonista del mio romanzo sbava dietro a uno svedese, e durante il seminario riflette su una possibile inversione di ruoli (il biondone che si fa oggetto, e la mediterranea che, appunto, sbava). Dunque, qualche rilevanza in quel contesto dovrà pur esistere, no? Le gambe del ragazzino tremavano sui sassi instabili, mentre io concludevo ancora una volta che ormai, con i miei connazionali, ho in comune solo la lingua in cui mi esprimo. Una delle lingue.

I bambini si sono allontanati, e siamo accorsi noi. Il danno era minore del previsto: l’ordine con cui erano state disposte le pietre centrali si era un po’ incrinato, ma in fin dei conti l’opera ci guadagnava, perché era stata “vissuta”. Come quelle tazze giapponesi che si rompono ecc. ecc.

Ho chiesto all’artista se accanto al suo occhio di sassi non volesse posare anche lui, a beneficio del fan club (le “latines”, le due signore autoctone, i monelli del posto, e una graziosa studentessa col velo che ormai è una fan incallita…). No, ha detto lui. Fotografa solo l’occhio, come lo chiami tu. È quello, che conta.

Meno male: la pensiamo uguale. Noi non c’entriamo niente, l’importante è la trama. Che sia una disposizione di sassi, o di parole. Il racconto ci deve comprendere, è vero, ma poi ci deve superare, oppure non funziona. Il racconto dev’essere meglio di noi. Con buona pace della retorica di chi parte, e di chi resta.

Ci siamo allontanati. Dopo una decina di metri mi sono girata di nuovo, per vedere se c’erano ulteriori curiosi, ma si stava facendo tardi. Le coppie scacciavano via la sabbia dai teli comprati agli ambulanti, le comitive con la chitarrina cantavano a mezza voce, le reti di pallavolo erano scosse da schiacciate sempre più mosce.

Per oggi, ho pensato allora, l’occhio di sassi ha smesso di guardare, e farsi guardare. Domani, chissà.

Ieri ho chiacchierato su Instagram con Gabriela Cistino, alias @Unaelle, di qualcosa che mi chiedo da ormai tredici anni: perché?

Perché lo Stato spagnolo sembra decisamente più avanti dell’Italia, quanto a politiche di genere? Gli stessi dibattiti all’ultimo sangue sulla legge trans, o sui permessi equiparati di paternità e maternità, dimostrano che, qui dove vivo, vengono proposte soluzioni a problemi che spesso, in Italia, neanche si cominciano a individuare. Come argomenta Unaelle, la mia terra d’adozione non è l’Olanda, e molti problemi restano terribili e urgenti: mi viene da pensare alle amiche madri che si lamentano della scarsità di asili e scuole pubbliche, in un paese che privatizza molto su sanità e istruzione. Oppure ricordo la consigliera barcellonese che andò a denunciare un episodio di molestia, e si vide chiedere se, oltre che palpata, fosse stata anche derubata: quel particolare avrebbe velocizzato l’intera procedura. Nonostante tutti i limiti, certe questioni che ormai do per scontate non lo sono in Italia.

A riprova che, come sospetta Unaelle, l’educazione gioca un ruolo fondamentale nella differenza, l’aspetto più divertente è che nella comunità italiana si ripropongono le stesse dinamiche della madrepatria. Come se un anno, due, trent’anni trascorsi qui non servissero a scrollarsi di dosso l’odore di chiesa, e l’idea che la famiglia sia una degna sostituta del welfare. Qui dove vivo, che so, vado alla riunione “politica” di un movimento italiano spazzato via dalla pandemia (posso scrivere “per fortuna”?), e un tizio mi fa impunemente mansplaining (per gli autarchici: minchiarimento). Allora, una conoscente che ha assistito alla scena mi fa poi osservare che il minchiaritore “avrebbe fatto così anche con un uomo”: stes-sa co-sa, proprio, e stesse dinamiche di potere. A riunione finita, l’organizzatore dell’incontro si vede offrire da un altro italiano, stavolta un attivista nei movimenti locali, i protocolli antisessisti che si usano in Catalogna, ma cade dal pero. Proprio non capisce di cosa stia parlando quel punkabbestia lì: l’intera faccenda non andava forse derubricata come un mio momento d’isteria?

Mi lamento di tutto questo con dei vecchi compagni di associazione, e uno di loro mi dichiara di aver subito womansplaining (sic). Allora mi chiedo: ma io, perché dovrei frequentare ‘sta gente?

Il tempo è prezioso per chiunque, non vedo perché sprecare il mio a discutere con persone che non vogliono vedere, mentre tante realtà autoctone sono sensibili ai diritti, e vanno come treni

Gabriela, invece, non si arrende. Crede che il femminismo possa attecchire nell’intera società, anche nella terra stivaliforme che ha generato tutto il disagio di cui sopra. In ogno caso, secondo lei bisogna provarci. E allora ci proviamo. Perché ammiro la dedizione della compañera, o companya. E poi perché, da questa crisi qui, ho deciso di condividere sempre le cose belle che imparo.

Il risultato, potete seguirlo qui sotto.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

Cacciaguida - Gustave Dore - WikiArt.org
Caro Cacciaguida, magari sapesse di sale “lo pane altrui”!

Sì, sono una persona noiosa, perché Dante l’ho portato perfino all’esame di Italiano 1 (“Ma sei pazza?”), quando tutti, per intenderci, optavano per la premiata ditta Machiavelli & Verga. Eppure, del Sommo mi restano i due colpi di fulmine iniziali:

  1. Francesca da Rimini che legge del “disiato riso” mentre viene baciato da “cotanto amante”, e Lancillotto e Ginevra devono essere bellissimi sulla carta preziosa del manoscritto; ma Francesca e suo cognato Paolo sono fatti di carne e ossa, e allora lui invece del riso le bacia “la bocca”, e lo fa pure “tutto tremante”! Galeotto il libro e chi lo scrisse, e tutti i libri che ci hanno messi in guardia dal pericolo di rifugiarci in un mondo alternativo, sperando così di “scappottarci” quello reale. Ma hanno voglia ad avvertirci, le castellane riminesi, o i cavalieri erranti che lottano contro i mulini a vento, e perfino le casalinghe ottocentesche della campagna francese… Il fatto è che noi ci caschiamo sempre. E noi abbiamo le storie, “quelli di là” hanno le armi. Dunque, scusate se me la immagino sempre con una punta di napoletanissima cazzimma, la romagnola Francesca, mentre conclude: “Caina attende chi a vita ci spense”. E salutame a Satana.
  2. A proposito… Il momento più esilarante di tutti, nel mio rapporto con la Commedia, risale addirittura alla manovra circense che Dante fa in groppa a Virgilio, una volta che saltano su Lucifero. Il poeta latino scende lungo i fianchi del demone, poi si gira, si aggrappa al pelo delle gambe e… “Vede che anche Lucifero indossa scarpe Nike!”. Questa era del mio compagno di banco, e sparata così in classe, alla terza ora, mi costò un principio di soffocamento per non scoppiare a ridere, e finire in quella Natural Burella che era l’ufficio del preside.

Ma chi voglio prendere in giro? Forse avete indovinato dal tenore filosofico di certi miei post, che il verso (e mezzo) che mi ha accompagnato di più nella mia permanenza all’estero è stato quel famoso “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui”, che Cacciaguida profetizza a Dante. Soprattutto perché quella profezia è una balla mostruosa per una che, invece del pane toscano, è stata allevata a botta di pane cafone.

Ergo, per me è stata una tragedia, fin dal pane inglese imbustato che in Italia chiamavo pan carré, ma che un fidanzato troppo scrupoloso mi portava “fresco” dal supermercato di suo padre: voleva dire solo che la data di scadenza slittava di qualche settimana! A Barcellona, invece, la baguette deludeva sia me che gli amici francesi (ma va’), e la prima volta che mi sono decisa a comprare il pa de pagès, che tradotto era tipo “pane cafone” (ma comunque più insipido), la commessa me lo stava per mettere automaticamente nell’affettatrice. “No!” sono insorta. Come potevo spiegarle il sublime concetto di cuzzetiello, la tendenza a staccare con le dita l’angolino esterno della pagnotta?

Tant’è vero che ho accarezzato per anni l’idea di scrivere una raccolta di racconti dal titolo “Lo pane altrui”, con dentro storie italiane all’estero che fossero imbottite di baguette, pagnotte, mezzelune, pite, e le nuove panificazioni a cui ci siamo dovuti abituare noi “cervelli in fuga” (qualsiasi cosa voglia dire). Avevo anche cominciato a raccogliere storie, pensate un po’!

Anche perché mica è un concetto semplice: per me il pane barcellonese è stato più che altro il naan del Raval, quartiere d’immigrazione in cui quella sorta di pita fumante, fatta sul momento da Bismillah in un apposito forno, era molto meglio della baguette precotta che mi forniva “l’alunno di posteggia”, cioè il panettiere marocchino sotto casa. In compenso, alle maldestre avances dell’alunno di cui sopra, che era diciottenne, contrapponevo le risposte ben assestate della mia adolescenza napoletana.

“Eccoti la baguette, bella come te!”

“Mi stai paragonando a una pagnotta?”

“Vabbè, è bionda come te, però!”

Stavo per cominciare a scrivere di questa, e altre pagnotte, quando mi sono resa conto di qualcosa: sarebbe ancora più divertente se, invece di scrivere tutto io, lo facessimo insieme. Insomma, facciamoci i pani nostri, ciascuna o ciascuno parli per sé!

Che ne pensate? Lo scriviamo, ‘sto capolavoro?

Fatemi sapere, raccontatemi le vostre storie… E Cacciaguida, muto!

A mali estremi…

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Mettiamo le cose in chiaro: nessuno tiene più di me alla salute dei bidoni della monnezza.

Ritengo solo che, a piangere quelli e lanciare strali contro i cento che li bruciano, ci stiamo perdendo un po’ il punto della questione, cioè le migliaia di manifestanti che chiedono libertà di espressione. Ma il mio amore per quei bidoncini gialli, azzurri e verdi (pensati per riciclare plastica, carta e vetro) è al di sopra di ogni sospetto! Forse per credermi dovreste viverci voi, a venti metri dalla stazione della Polizia Nazionale: finiscono qui quasi tutte le manifestazioni che, da oltre una settimana, si tengono a Barcellona per la scarcerazione di Pablo Hasél. Indi per cui: io la spazzatura non la posso buttare. Hai voglia a fare i chilometri, hanno tolto i cassonetti dappertutto! Dovrei sconfinare in altri quartieri. Per fortuna, umido e indifferenziato li prelevano sotto casa ogni sera, dopo le otto. Ma, per esempio, in cucina mi si è formato un sacco enorme di bottiglie vuote: ancora il cava del mio compleanno e, soprattutto, la mia cola preferita, che ormai ordino a domicilio perché ne bevo a litri. E no, non è prevista la restituzione dei vuoti.

Tra i miei amici, quelli del Barricata Fan Club ci provano pure: “Ehi, se vuoi te lo trasporto io, il sacco: in mancanza di bidoni lo puoi sempre lasciare giù… Dev’essere pesante, e poi ingombra…”. E io: “Nun ce prova’!”. Quando guardo le dirette de La Vanguardia per scoprire cosa sta succedendo dietro l’angolo, mi verrebbe un coccolone a scorgere, tra le bottiglie lanciate contro gli scudi antisommossa, un’improbabile pioggia di Mate Cola: che tutto il quartiere si renda conto a un tratto di quanto sia infinitamente più buona dell’equivalente mericano? Nah. Sgamerebbero subito la, ehm, fonte originale.

Aneddoti scemi a parte, seguitemi per queste e altre amenità sulla Barcellona dei conflitti sociali! No, sul serio, tra un po’ pubblico un’intervista interessante. Intanto, no comment (*inforca gli occhiali da sole che no, ancora non si è comprata*): tutto quello che ancora c’è da dire l’ho già espresso in quest’articolo, pubblicato da Resistenza Civile. Sì, confesso che oggi ci ho da fa’, che preparo un manoscritto per questo concorso, e il pippone che vi ho appena scodellato era un invito più o meno subdolo a leggervi l’articolo. Già che ci siete, date una bella occhiata anche al resto della rivista, che è fatta bene!

No, dai, qui il messaggio più ovvio e trascurato di tutti è: la vita è questione di prospettive. E noi esseri umani tendiamo spesso a soffermarci sui dettagli inquietanti, così ci perdiamo la visione d’insieme.

Ok, la smetto con le pillole di saggezza e vi saluto con le mie bollicine (di cola): alla prossima!

Risultato immagini per dodo gioielli belen

Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

22 giugno 1994: Breve storia triste. C’è la festa delle medie, ma ho la febbre. Vado o non vado? Vado. E porto anche un’amica di un altro istituto, che ha litigato con le compagnelle sue (cit.) e si sente sola. Risultato: l’amica si mette col ragazzetto che piace a me, e la febbre mi schizza a 38.

30 gennaio 2021: Breve storia triste. Esco di casa e viene a piovere. Anzi, è proprio una tempesta. Mi riparo sotto una tettoia a Barceloneta e penso: corro verso casa o aspetto un po’? Aspetto. Finita la pioggia, anche se una masnada di gente va in direzione contraria alla mia, faccio una capatina in spiaggia.

Le foto che posto qui sotto sono un promemoria: a volte tentare nuoce, eccome, ma spesso è una buona idea. E quella storia di chi lascia la via vecchia per la nuova mi è sempre sembrata più una promessa che una minaccia. Sai quel che lasci: il divano di casa. Non sai quel che trovi: tipo, l’arcobaleno.

L'immagine può contenere: persone che suonano strumenti musicali, cielo, nuvola, oceano, natura, spazio all'aperto e acqua
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L'immagine può contenere: oceano, nuvola, cielo, spazio all'aperto, acqua e natura
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I 10 Comandamenti di una comunicazione efficace

Due parole di aggiornamento sulla mia carriera di White Savior: mi sento a casa!

Ebbene sì. Ci ho preso gusto a trattare con queste persone che vengono dall’altro lato del Mediterraneo, anche perché fanno parte di una comunità ancor più discriminata della mia d’origine (sulla quale, nell’Anno Domini 2021, resta accettabile liquidare il razzismo con il classico “fatti una risata”). L’esperienza mi ha fatto tornare in mente una frase letta chissà dove, e che mi sembra sempre più fondata: ciò che la politica prova a unire con le tenaglie, la cultura separa, e forse il Sud Italia è più affine ai paesi dell’Africa mediterranea che al più continentale Nord. Senza scadere in facili cliché, il Mediterraneo meridionale unisce: crea famiglie allargate, affinità e nevrosi. Quindi io, in queste settimane, mi sono sentita nel mio ambiente d’origine, nel bene e nel male. Nel bene, per la gentilezza, la gratitudine, e la delizia: vedeste i manicaretti che mi sono stati offerti per un gesto minimo di solidarietà. Con tanto di ringraziamenti del proprietario del ristorante.

Tra gli aspetti negativi, c’è l’inconcludenza che ha accompagnato tutto questo: i progetti di collaborazione abbozzati e mai cominciati, i grandi proclami a cui è seguito il silenzio. Intendiamoci, alcune iniziative più che lodevoli salveranno anche una vita o due, che è tantissimo: ma non puntano mai alla giugulare, non arrivano mai a gridare che è l’intero sistema a essere sbagliato.

Insomma, a quest’ora avrei dovuto fare “l’angelo biondo” in non so quante interviste mai portate avanti, e avrei dovuto curare una pagina interculturale in italiano che non vedrà mai la luce, oltre a presenziare a una riunione antirazzista che non si è mai tenuta.

Da una parte è un sollievo, vedete sopra: povera la comunità che ha bisogno d’eroi. Specie se si tratta di un’eroina dal valore dubbio, proveniente da una comunità meno discriminata. Dall’altra parte mi sono ricordata dei miei vent’anni paesani, e dei progetti culturali che dovevano spaccare tutto, ma che al massimo finivano per portare due lire a quelli che mi sfruttavano con la promessa di un tesserino di pubblicista, o con quella ancora più volatile di star lavorando per una giusta causa. Senza vedere un soldo.

Già, i soldi. Una matrice comune è quella, dai due lati del Mediterraneo: i soldi mancano, combattere per un mondo più giusto è un’operazione di volontariato che non tutti si possono permettere, in una società governata dal denaro. Si dà per scontato che è una prestazione gratuita, e che è volgare anche solo pretendere un compenso, per sì nobile causa! In un contesto del genere, in effetti, è difficile fare grandi cose.

In secondo luogo, nelle mie interazioni con i nuovi “compagni di lotta” c’è un grosso difetto che non mi scrollo di dosso, perché, plot twist, intanto ero in contatto con i compagni di lotta italiani, o quello che ne rimaneva: adulti un po’ disillusi, ma non del tutto, che mi parlavano di problemi di tutt’altra natura. Poco importa se fossero questioni lavorative o sentimentali.

In tutte queste comunicazioni incrociate, e nelle storie che trattavano, c’era un grande assente: la comunicazione in sé, intesa come “parlare chiaro e senza trucchetti”. In inglese il dire e non dire si chiama “play games“, ed è più o meno consentito nelle fasi di corteggiamento, che ormai avvengono soprattutto via app. In italiano credo si dica: “Dire a nuora perché suocera intenda”. Insomma, è la prassi di chiedere indirettamente a un datore di lavoro recalcitrante quando e se ti pagherà, invece di ordinargli di “Cacare i denari”. Come se i sottintesi portassero poi a vederli, questi denari. Oppure è la tendenza a vivere con una persona che il tempo ha trasformato in estranea, ma non osiamo chiederle perché: per quanto ne sappiamo, la persona che credevamo di amare potrebbe desiderare addirittura il matrimonio, o al contrario la separazione! Eppure, non sappiamo fare altro che provare a decifrare il suo comportamento, invece di sederci insieme a un tavolo e chiedere: “Oh, come stai?”. Io capisco pure la tentazione di scansare le conversazioni difficili come se si trattasse di fossi in autostrada: avviene per l’idea, che abbiamo assimilato insieme al latte materno, che sia assurdo chiedere esattamente ciò che vogliamo.

L’erba voglio, si sa, non cresce neanche nel giardino del re. L’erba vorrei, però, è facile da trovare in giro. Abbiamo quest’idea, tipica del pensiero magico, che se comunichiamo esattamente ciò che vorremmo, non l’otterremo mai. Chiedete e non vi sarà dato. Suggerite e non vi sarà dato comunque, ma vi risparmiate l’onta di aver chiesto. Una volta, una psicologa mi prestò un libro sulla comunicazione efficace, e mi cambiò la vita. Non era una roba da pubblicità del balsamo per capelli, come quelle che trovate su Google: era proprio un manuale per imparare a comunicare sentimenti ed esigenze alle persone a noi più vicine. In pratica, scoprii sfogliandolo, era un libro di grammatica! Insegnava a mettere insieme soggetto, predicato e complemento. “Mi sento triste perché tu hai fatto questo, quindi temo che stia succedendo quest’altra cosa, e la mia soluzione sarebbe questa. Tu che ne pensi?”. Una questione semplice come l’uovo di Colombo.

Eppure quello di suggerire, non dire, o mentire addirittura, è un comportamento talmente radicato nelle esistenze di tanti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Nelle interazioni amorose, poi, abbiamo imparato che bisogna affidarsi al carisma e sintomatico mistero del corteggiamento, altrimenti non valiamo niente. Ok, se proprio ci tenete fate pure i giochetti da inizio relazione, ma poi si diventa sinceri, vero? Altrimenti impariamo a “non dire” all’inizio, e continuiamo così per il resto della relazione.

Io ho lasciato che questo mi rovinasse la vita troppo a lungo per farlo ancora. E poi, giacché siamo in vena di comunicare, vi confesso un segreto: il non detto ci ossessiona. Un problema o un’esigenza che dipende da altri, ma che non comunichiamo, ci rosica via tempo prezioso che potremmo passare a essere felici. Invece, se proviamo a comunicare le nostre esigenze, qual è la cosa peggiore che può succedere? Scoprire che quella persona non può o non vuole aiutarci a soddisfarle. Peccato! Ma anche: benissimo. Abbiamo il tempo di girare pagina, piuttosto che vivere comunque nella piena insoddisfazione. Possiamo addirittura prenderci il tempo di cambiare esigenze, che a volte succede anche quello.

Provate! Altrimenti vi succederà come a me, che mi vedo coinvolgere cinque minuti in chissà quale progetto meraviglioso per salvare il mondo, e poi lo vedo sfumare perché nessuno ha il coraggio di dire che ci mancano il tempo, le energie e i soldi.

Peccato sul serio, perché a volte basta ammetterlo. Poi passeremo a dedicarci a qualcosa che possiamo fare davvero.

4 Truths You Need To Know About 'Sale' Items

Sono spacciata. M’ero dimenticata che qui a Barcellona la ricorrenza più importante è l’arrivo dei Magi: in molte case i regali si fanno il 6 gennaio, più che il 25 dicembre. Ergo, sono spacciata. Fuori casa ho le file che si snodano per cento metri, per comprare indumenti da grande magazzino che dureranno un anno esatto, oppure oggetti di elettronica che, comunque, tra un anno verranno sostituiti dalla nuova versione. Poi cominceranno i saldi.

Quanto a quelli, però, non ci serve niente, grazie: vengo già scontata. Nel senso che, specie durante le feste, il mio parco amici mi dà spesso per tale, tra allarmi rossi e appuntamenti annullati!

E vi assicuro che mi sento lusingata, in un certo senso: vuol dire che, scontata o meno, vengo percepita come un prodotto di qualità. Una… solida realtà, direbbe quella di Immobildream! Sono scontata nel senso che mi sono accorta che, nel “casa mia o casa tua” che quest’anno accompagnava non appuntamenti galanti, ma feste molto casalinghe da passare con famiglie meno tradizionali, quello con me era un incontro che si poteva “rimandare in un altro momento”, se un’urgenza chiamava altrove. Ribadisco: è una cosa buona almeno in un aspetto. La mia famiglia d’adozione mi percepisce come una roccia (e questo particolare la dice lunga sulla solidità degli altri membri…) e quindi sa che sarò ragionevole se una vicina dei diretti interessati ha la mamma col covid e vorrebbe sostegno proprio in Nochevieja (cioè, il 31), o se l’amica che voleva passeggiare a caccia di luminarie carine decide di avere troppo freddo per arrischiarsi a mettere il naso fuori.

Soprattutto, sanno tutti che io sono un’orsa, che è un modo divertente di porre la cosa: un altro più realistico (spero) è che me ne sto molto bene per conto mio. Quindi, se mi salta un appuntamento oppure ho passato un pomeriggio a sostenere un’amica in crisi, mi faccio due risate con l’horror paesano di Alex de la Iglesia e mi sento bene di nuovo.

Sì, il mio status di “persona scontata nella vita dei miei affetti” è una lusinga, ma allo stesso tempo è allarmante. Non tanto per me (che appunto so’ orsa) ma per gli affetti. Innanzitutto, perché dà ancora un’idea delle gerarchie presenti nei nostri vincoli. Non essendo io poliamorosa e non avendo parenti a Barcellona, sto parlando soprattutto di legami di amicizia. E nonostante i buoni propositi sull’abbattimento delle gerarchie relazionali, le “urgenze” si verificano soprattutto in relazioni amorose di vario tipo. Dunque in questi casi si corre a risolvere il problema e si parcheggia l’amica, “che tanto capirà”.

In secondo luogo, appunto: tutte ‘ste urgenze, sicuro che ne valgano la pena? Per quale motivo le montagne russe ci interessano più di una serata tranquilla tipo cena-musica-due chiacchiere, con una persona che amiamo? E non facciamo i banali, non sempre il giretto al luna park delle famose montagne russe prevede attività sessuali! Sarà che le iniezioni di adrenalina sono una droga che sembriamo disposti a spararci senza limiti, e il privilegio di rilassarsi e godersi una cenetta tranquilla, farcela “bastare” come se non potesse essere il massimo, è tutt’altro che scontato: anzi, ce lo godiamo solo quando ci diamo il permesso di farlo. Ma questo permesso, a volte, è più arduo da ottenere delle licenze abitative a Barcellona centro!

La monogamia seriale è questo, no? Passare da un giro di montagne russe a un altro, quando l’adrenalina iniziale lascia il posto al combo pizza-cinema, anche se in versione covid. Così come, se ti ritrovi per un tempo prolungato a parcheggiare un’amicizia (tanto è scontata…), forse non ti stai facendo un grande favore: la tua vita è uno stato di tensione continua, a volte piacevole e a volte no.

Come proposito di anno nuovo, quindi, direi che ci stia benissimo l’idea di dare per scontato che

  • gli affetti si coltivano, tutti;
  • da un po’ di tempo abbiamo già abbastanza stati di allarme per dovercene creare altri;
  • gli allarmi continui potrebbero indicarci che certi affetti non ne valgono la pena.

E comunque, quando vediamo che in una relazione di qualsiasi tipo ci resta più amarezza e tensione che altro, c’è una possibilità incredibile, inedita, originalissima: parcheggiare la relazione. Oppure trasformarla in una versione innocua, senza accanirci sull’esito che avremmo voluto e non si sta verificando.

Se non la date troppo per scontata (che a nessuno piace svendersi!), l’amica vi attende con una cenetta alla buona, una playlist di vostro gradimento, e una spalla su cui piangere. Anche se lei preferirebbe che su quella spalla vi ci addormentaste, magari dopo aver visto insieme l’ultimo episodio di Cobra Kai.

(Adesso sembra incredibile, ma nel 2020 succedeva anche questo. Curioso quanto nelle canzoni della parata ricorra la parola “il·lusió“.)