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Da TimeOut

La mia prima volta al Sor Rita – nome che può significare sia “Suor Rita” che “zoccoletta” – il collega carino, che per mezzo ufficio “mi andava dietro”, s’era presentato nel locale con una bella andalusa. La tipa, però, mi aveva subito rassicurata: mica ci stava insieme, era solo un’amica della sua ragazza!

Il giorno dopo mi avevano sparato allo sciopero generale.

Quello dopo ancora mi avevano licenziata con tutto il resto della ciurma, compreso il collega carino e (segretamente) fidanzato.

Capirete che inso’, per me il Sor Rita portava un po’ sfiga.

Però era fantastico, dai! Col suo soffitto di tacchi incollati, la parete stracarica di foto di dive del passato, e quell’atmosfera volutamente kitsch: il suo “muso ispiratore”, Pedro Almodóvar, aveva ricevuto in regalo una Barbie, forse una di quelle sul retro, impegnate in pose collettive del kamasutra, con o senza Ken.

Purtroppo, da quella prima disavventura, c’ero tornata poco: il tempo di vedere un “paesano” mio ospite insidiato per scherzo da un amico gay, e di sentirmi dire da uno sconosciuto ghiotto di aglio che i miei occhi sono “oliva, tesoro”, ma la matita che ci metto è orrenda.

Tuttavia ho inserito il locale in due romanzi: la mia Barcellona non ha volti né contorni precisi, ma siccome volete tutti le descrizzzioni (tutti tranne De Giovanni, che mi “taglia le mani” se mi cimento), almeno le faccio di un posto che vende fantastiche mutande leopardate, sfoggia un cuore gigante fatto di teste di bambola, e organizza corse coi tacchi, vinte da gente nata col pene.

Purtroppo mi sono persa queste ultime, e anche il Cutreoke, cioè il karaoke tamarro, suppongo zeppo di canzoni di Raffaella.

Sì, perché si dà il caso che il Sor Rita chiude oggi, e l’ha comunicato ai social con annunci strappalacrime stile: “Ci chiudono il convento!”.

Perché? La pagina Facebook recita:

A volte neanche le migliori intenzioni, né tutto l’amore che ci metti nel tuo lavoro, possono qualcosa contro la rispettabile decisione di un nuovo proprietario del palazzo, che non vuole un bar sotto il suo futuro progetto immobiliare.

Tutto legale, tutto “rispettabile”, ma… È questo che vogliamo? Il Gotico sta diventando un unico grande bar, a immagine e somiglianza dei turisti: non so niente di questo caso specifico, ma capita che qualcuno compri un intero palazzo, mandi via gli inquilini in un modo o nell’altro, e… All’improvviso ti ritrovi annunci di appartamenti affittati a più di 4000 euro al mese. Vogliamo questo per le nostre città? Chi sorrideva delle mie preoccupazioni sul turismo di massa a Napoli, adesso condivide i post di Set Napoli – I diritti al tempo del turismo.

Ieri c’è stato il funerale di questa suora un po’ scollacciata, con una fila impossibile che mi ha impedito di entrare a lasciare Un beso y una flor, come nella canzone-simbolo del locale.

Credo che la lapide migliore sia il commento lasciato da una tizia che, a giudicare dal nome “quasi italiano”, dev’essere argentina:

Sono una ragazza trans che ha trovato sempre il suo spazio, e un sorriso accogliente, in questo incredibile posto di spirito almodovariano, che però sfugge a ogni tipo di definizione. È una grande perdita e mi addolora molto.

Speriamo che l’unica suora che io abbia mai amato risorga il terzo giorno, e il più lontano possibile da questa valle di lacrime.

 

(La corsa sui tacchi… Io sicuro che arrivavo prima, ma all’ospedale.)

 

 

 

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Due giorni fa ho ricevuto una pre-stroncatura.

Cos’è? È quando un tipo simpatico che lavora per una grossa casa editrice ti avverte in anticipo che ti faranno male. Cioè, che la scheda del tuo romanzo, che per la seconda volta consecutiva è stato ignorato al loro megaconcorsone, non sarà proprio generosissima. Avevo conosciuto il tizio al buffet post-premiazione, a cui partecipo con religioso entusiasmo (in effetti ormai vado solo per quello): con la stessa gentilezza con cui quella sera mi passava le tartine, o mi reggeva un momento lo spumante, quello mi ha suggerito ora, via mail, che il loro concorso è per “letture da ombrellone”, non per il solito romanzo di formazione scritto l’altro ieri, con linguaggio trasandato, seguendo un soggetto scontatuccio anziché no. Colpevole, colpevole, colpevole: così mi dichiaro, signori della corte. In effetti l’ho terminato appena a febbraio, non ho lesinato sulle espressioni gergali, e in fin dei conti propongo una variazione sul sempiterno viaggio dell’eroe. Il fatto che sia un’eroina, e una che parte per non tornare, sembra cambiare poco le cose, anche se questi esemplari costituiscono solo un terzo della totalità dei “cervelli in fuga“: ma siamo “tutti uguali”, no? Insomma, sapevo a cosa andassi incontro, e sapevo anche che non si può piacere a tutti.

Questo non toglie che su quel manoscritto abbia fatto le nottate: a volte finivo all’una, da che mi ci ero messa alle otto del mattino. Poi l’ho riscritto daccapo, e ho mandato una nuova versione dopo il concorso, pregando la giuria di valutare anche quella. Insomma, ci ho lavorato su.

Il trucco, in tutte le cose, mi sembra essere: accetta che, per quanto ti ci sbatta, ti può andare comunque da schifo. Se non ti ci sbatti nemmeno, poi, che te lo dico a fare. Le botte di culo esistono, ma il punto è proprio questo: vai a prevederle!

Avevo ben presente questa lezione, quando ho accompagnato alle feste della Mercè – patrona di Barcellona – un entusiasta dei correfocs: sorta di sfilata di carri infuocati e, soprattutto, diavoli dai tridenti che sprizzano scintille. Ora, piuttosto che fingere di guardare i correfocs (se misuri meno di due metri, osservi giusto le riprese al cellulare di quelli avanti a te), per ammazzare il tempo mi sono messa ad ascoltare i commenti dei turisti delusi.

“È ‘na cafonata!” ha dichiarato uno, con accento romano.

Io ero combattuta tra spaccargli la faccia e dargli ragione, perché in generale le feste locali mi deludono sempre. Gli autoctoni che vi partecipano condividono ricordi d’infanzia e un senso d’appartenenza che eviterò di approfondire: ci ho scritto un altro romanzo, che stroncherete voi l’anno prossimo! Chi invece ci vede solo costumi a buon mercato, e versioni a tre punte delle stelle filanti, tende a pensare: “Bah”. Oppure, per rubare la definizione di un cuozzo in metro: “Pare ‘a sagra d’ ‘o casatiello a Sant’Arpino”.

Stessa cosa a fine serata, quando tornavamo da un “cinese per cinesi” nella zona di Arc de Triomf*. Lì accanto c’era un’installazione che riproduceva una sorta di giardino giapponese, con gli orari degli spettacoli scritti col gesso su una lavagnetta. Quando scoccava l’ora, quattro addetti integravano il gioco di luci che animava le piante gonfiabili, modellando “serpentoni” di stoffa con improvvisi getti di vento.

“Is that it?” ha urlato una ragazza con una birra in mano, a spettacolino finito.

Lì mi sono proprio arrabbiata, e mi sono sentita ancora più tormentata da una colpa inesistente: quella di aver pensato lo stesso! Però oh, quella gente non fa il lavoro dei professionisti dell’industria turistica, che poi si sta mangiando Barcellona.

Sono volontari che a questa roba ci lavorano anche un anno, rispettando misure di sicurezza da paura, con l’orgoglio di portare avanti una tradizione secolare, ma con mezzi moderni.

Ci ho pensato anche quando ho visto il documentario sull’ottava stagione di Trono di Spade, che per me, come forse saprete, è stata il perfetto esempio di operazione che, per accontentare tutti, finisce per fare schifo ai più. Però è lavoro: la truccatrice che vive mesi lontana dalla figlia, il disoccupato che ormai è chiamato fisso come comparsa, non hanno la colpa delle decisioni degli sceneggiatori. Hanno lavorato, e tanto, e lontano dal tappeto rosso degli Emmy.

Allora c’è questa situazione complicata, che diventa drammatica in caso di sfruttamento selvaggio: chi fruisce di un lavoro ha tutto il diritto di non apprezzarlo, ma è ingiusto sminuire chi quel lavoro l’ha portato avanti, dedicandogli tempo e devozione.

Forse, a ricordarcene, formuliamo anche giudizi meno taglienti, e ci rendiamo conto che siamo esseri umani, che provano a fare almeno una cosa buona nel tempo che hanno a disposizione.

Io le nottate continuerò a farle, sul mio manoscritto.

Magari è destinato a non piacere mai, come accade a me coi correfocs da undici anni a questa parte.

Forse il segreto è fare come quei diavoli che una volta all’anno mi cospargono di scintille: non dobbiamo scordare mai che, tra una cosa e l’altra, lo stiamo facendo per noi.

 

*Un altro particolare che mi sfugge come trapiantata, fin da quando mangiavo di tutto, è perché qualcuno, con un cinese autentico o un’areperia venezuelana a dieci minuti, voglia spendere il doppio per un menù fisso nella pretenziosetta Rambla de Catalunya… Ma, a parte che de gustibus, ricordo con gratitudine le feste del Raval, quando i commercianti locali prendevano d’assalto la coca, che pure adoro, e mi lasciavano biryani e gyoza: bene così!

L’altro ieri c’era l’uragano, e io filosofavo.

No, perché ho fatto una scoperta sensazionale sulla mia vita. In particolare, sulle scelte sbagliate. La sera prima avevo provato invano a spiegarla con messaggi vocali, ad amici che magari volevano solo pisciare il cane, e preparare la cena. Ma non dovevo essere stata molto chiara, quindi a voi faccio esempi.

Scelta 1. Ciao! Ci serve un insegnante d’italiano: i livelli degli alunni sono diversi, ma sono solo tre ore a settimana e paghiamo bene. Io: Grazie, mi preoccupa un po’ la questione livelli e la conciliabilità delle ore con altri lavori: queste cose non si sa mai come vanno. Valuto un momento e vi dico!

Scelta 2. Ciao! Ho aperto una web da cinque minuti – ma so che sarà un successo perché sono un genio – e mi serve una content manager che scriva gratis tutto il giorno. Non ti piaceva scrivere? Io: Benissimo! Quando inizio?

Avete capito la questione? Ok, esempio più illuminante.

Scelta 1. Ciao! Vuoi uscire con me? Insieme ci divertiamo molto, no? Non so se ti piaccio anche, ma se ti va possiamo approfondire! Io: Beh, magari la nostra amicizia può portare ad altro, ma queste cose non sai mai come vanno… Ci penso un momento!

Scelta 2. Ciao! Posso venire da te? Non vali un’unghia della mia impareggiabile ex, ma non si vive di solo pornhub. Sarai il passatempo del week-end, dopo la lavatrice. Dai, per un minuto ho smesso anche di parlarti della mia ex! Io: Mi vuoi sposare? Sono sicura che andrà benissimo!

Riassumendo:

  • quando la vita mi mette davanti a progetti normali, nel senso di “incerti ma promettenti”, li valuto bene e capisco che il successo dipende un po’ da me e un po’ dal caso;
  • quando la vita mi propone progetti assurdi, e destinati con ogni evidenza al fallimento, mi ci tuffo a cufaniello e decido che andrà bene, senza nessuna ipotesi razionale a suffragare questa mia intrepida previsione.

Cosa s’inceppa nella mia mente, nel secondo processo di valutazione?

E che ne so!

Pero, per scoprirlo, mi giungono in soccorso due improbabili alleati: Carl Gustav Jung, e Whitney Houston.

Il primo, non ricordo dove, scriveva tipo che, se un settantenne prestigioso e stimato butta all’aria lavoro e famiglia, e per una fanciulla che lo lascerà tra tre mesi, la sua Anima ha fatto strike: così impara a non filarsela di striscio! (L’Anima, non la fanciulla…)

La seconda, in Bodyguard, chiedeva a Kevin Costner: “Hai mai fatto qualcosa che non ha nessun senso in assoluto, tranne che da qualche parte nelle tue viscere?”.

Mo’ ho citato entrambi a sentimento, ma unendo le due filosofie il succo è quello: a volte prendiamo decisioni orribili, ma che rispondono a un’esigenza che stiamo trascurando. Magari non una cosa complicata come l’Anima di Jung, ma il leggero languorino delle tre del pomeriggio, orario bastardo. Se non ci beviamo un succo/mangiamo un cioccolatino nella prossima ora, per le 18 staremo divorando il biscotto ripieno di “bistecca, uova e formaggio”(sic!) di McDonald’s: e, considerando che faceva parte di un menù colazione, mi si sono chiuse le famose viscere menzionate da Whitney.

Insomma, se sono anni che voglio scrivere di più, e un “amico” mi propone di farlo gratis h24 sulla sua web, è capace che accetti senza pensarci troppo! Invece, scrivessi per cazzi miei e ciao.

Se poi esco da mesi con gente che parla solo di vacanze e lavori in casa, il primo che sia decisamente… originale, mi sembrerà l’uomo della mia vita. Piuttosto, frequentassi associazioni e centri che si occupino di ciò che m’interessa, e magari incontro qualcuno lì!

Insomma, dobbiamo ascoltare anche le nostre esigenze più imbarazzanti: ad esempio, la voglia di lavorare a cose che non portano guadagni immediati (o finiremo a lavorare gratis a progetti altrui), o l’esigenza di frequentare gente “originale” (o finiremo con qualcuno che sia direttamente folle).

Questa non è affatto la soluzione definitiva alle mie anomalie cognitive, né è un’ode alla razionalità: anzi, è proprio la logica comune, il cosiddetto “buonsenso”, che ci porta a trascurare esigenze meno tollerate socialmente, così che, pur di soddisfarle, scleriamo.

Presa a piccole dosi, l’irrazionalità è una grande cosa.

Infatti ora vi racconto la mia sensatiiissima “soluzione” per l’uggia che mi è venuta l’altro ieri, dopo tante elucubrazioni mentali.

Subito dopo, infatti, sono dovuta uscire sotto l’uragano, tra turisti in fuga in infradito, con i crampi mestruali e l’urgenza di tornare a casa per ricevere un pacco – che mal si conciliava col desiderio di prendere un caffè intrugliato all’angolo. E allora, sono tornata subito su? Ho preso un ibuprofene? Ho scovato la miscela di Passalacqua portata dai miei, intanto che arrivava il pacco?

Macché. A un certo punto ho riso e mi sono detta mezzo in napoletano, come spesso accade quando cerco di sdrammatizzare, che avevo scelto proprio ‘o juorno adatto per andarmene dalla casa…

Ehi, un momento!

‘Nu juorno me ne jette da la casa…

Come faceva, quella canzone lì?

Jeve vennenne spingule francese… 

(Ok, è jenne vennenne, ma oh, non mi ricordavo!) All’improvviso, comincio a intonare:

‘Me chiamma ‘na figliola: “Trase, trase”…

Qualche passante alza gli occhi dalle pozzanghere, mentre a voce sempre più alta annuncio allegra:

A chi vo’ belle spingule francese, a chi vo’ belle spingule a chi vo’!

Il bello era se si fermava qualcuno sotto la pioggia battente – magari un nonno argentino di Somma Vesuviana – a comprare le mie spille invisibili.

Beh, perché no: a quanto pare sono un grande rimedio contro gli uragani.

 

(Una scena della parte finale del post, ripresa dall’iPhone di un turista americano. I musicisti erano artisti di strada della Rambla, sfrattati dal temporale. Sì, all’improvviso sono diventata bruna. Questa voce della Madonna, invece, l’ho sempre avuta.)

 

 

 

Image result for desert island L’altra volta spiegavo che un esercizio del gruppo di scrittura mi aveva cambiato la vita.

Lo facciamo insieme? E dai!

Prendete un problema che vi sta assillando da un po’. (Non barate: uno solo!)

Immaginate di avere tutte le risorse possibili, cioè di essere Dio coi soldi di Amancio Ortega, e scrivete tutte tutte le soluzioni che vi possano venire in mente, anche le più dispendiose, o strampalate, o decisamente impossibili.

Fatto? E sbrigatevi, avete quattro minuti! Ok, adesso, della bella lista che avete, scremate le idee, ma da una prospettiva possibilista: cioè, questa parte l’ho capita poco (tra breve scoprirete il perché), ma si tratta di prendere la lista e analizzarla dal punto di vista di chi ha risorse e possibilità, ma non proprio quelle dei due personaggi di cui sopra. Ok, avete scremato un po’ le opzioni?

Adesso demolitele! Cioè analizzate le proposte ancora in piedi come se foste Brontolo dei Sette Nani, o il Leopardi “pessimista cosmico” che ci vendevano a scuola. Finito?

In teoria, da una gamma enorme di soluzioni, vi sono rimaste giusto le più solide e fattibili. Grandioso, eh?

Ebbene, io quest’esercizio l’ho sbagliato: l’ho fatto al contrario. Ho invertito la parte possibilista con quella scettica, e non ci stavo capendo più niente. Di buono c’è che mi è servita lo stesso.

La prima parte, soprattutto, è stata esilarante, proprio perché avevo già scandagliato da tempo le opzioni “logiche” per essere madre, una volta rimasta single a 38 anni. Così, nella nuova veste “onnipotente”, non mi restava che tirar fuori ipotesi tipo:

  • Partenogenesi (sì, arrivo tardi, anche se non è detta l’ultima parola!).
  • Andare su un’isola deserta dove la priorità sia sopravvivere a base di noci di cocco, e radici dal curioso colore giallo fluo.
  • Diventare la zia del barrio come certe pakistane del Raval, e offrire babysitteraggio (gratis) a quaranta bambini alla volta: così mi passa la voglia.
  • Pubblicare un best-seller (ci sto lavorando!) su quanto la società ci faccia pressione fin da piccole perché ci identifichiamo come madri, e farmi tanti di quei soldi da avere la stessa via privilegiata all’adozione di Madonna.

Il commento del prof. a tutto questo è stato serafico: “A volte devi pensare a qualcosa di stupido, per pensare a qualcosa d’intelligente”.

E comunque alla fine è andata bene lo stesso, perché sono giunta alla seguente conclusione: potrei dedicarmi alla ricerca di una vita così completa e soddisfacente, che mi permetta di essere felice anche se i progetti a cui tengo non si dovessero realizzare. Una vita così sarebbe un gioiello in sé.

“E ci voleva ‘sta scemenza per grafomani?”, chiederete. A me sì, vabbuo’?

E poi l’esercizio è valido per tante cose! Prendete la tizia che a quanto pare ha ricevuto un pugno dal suo capo di movimento: o meglio, prendete i commenti all’episodio. Un tizio su Facebook sosteneva che non si trattava per forza di violenza di genere, ma di una litigata “tra amici”, e visto che i rapporti umani sono fatti prima di tutto “di persone” bisognava capire cosa effettivamente si fossero detti i due contendenti. Tutto questo mi fa pensare che in Italia più che altrove (ed è una bella gara!) ci perdiamo un dettaglio: non siamo “tutti uguali”, o “prima di tutto persone”, come amano scrivere tanti. Ed è pericoloso formulare giudizi a partire da un mondo perfetto, invece che farlo dal mondo che abbiamo.

Forse è un effetto collaterale di aver fatto passare tutti i diritti civili attraverso un discorso marxista del tipo “una volta risolta la lotta di classe si risolvono anche i problemi di donne, minoranze etniche ecc.” (e il fatto che l’omosessualità sia stata a lungo un “ecc.” pure la dice lunga). Fatto sta che mio padre settantenne e un certo ventiquattrenne dei movimenti torinesi hanno la stessa idea del “piropo callejero“, cioè dei fischi e dei commenti alle donne in strada: episodi di “maleducazione”. Forse perché sono situazioni che ai due personaggi in questione non limitano la mobilità e la percezione di sicurezza, e non lo faranno mai nella vita.

Per colmare il gap, ho proposto almeno a mio padre di guardare la terza stagione di Dear White People (allerta spoiler!): nel secondo episodio, un’alunna dalla pelle di latte porta all’aitante professore nero un muffin, dolcetto dal nome molto simile al suo, e specifica che è “bello caldo”, che lui ha la “giusta prestanza” per consumarlo, e che può fare “quello che vuole” dell’offerta. E le battute alla Pierino lasciano il tempo che trovano, perché non si tratta di farti la tua alunna, è la tua alunna a credersi “in diritto” di farsi te.

Io dieci anni fa sfottevo l’amico gay che non voleva entrare da Nennella ai Quartieri, timoroso del classico “applauso a ‘stu ricchione!” proposto spesso nella trattoria. Sì, ogni tanto sfottevano pure le donne: ma se per me il leggendario Ciro poteva dirmi quello che voleva, non avevo il diritto d’imporre la mia posizione privilegiata di eterosessuale ad altri.

E cosa c’entra con tutto questo il mio supergioco, vi chiederete. Beh, lo sto applicando a questo problema della cecità ai privilegi e sono alla prima parte, quella “onnipotente”. Mi aiutare a escludere ipotesi?

“Per risolvere la cecità ai rapporti di potere in Italia si può:

  • Diventare tutti Platinette, ma nera e senza soldi.
  • Trasferire il papa in un posto non meglio identificato in Lapponia.
  • Trasferire il fan club di Salvini sulla zattera della Medusa, e vedere come se la cavano con i banchi di sabbia al largo della Mauritania.
  • Renderci conto che la società in cui viviamo non ci rende individui neutrali, che i privilegi che abbiamo o non abbiamo sono influenzati da genere, classe e provenienza geografica.
  • Affondare l’Italia e farci un Acquapark“.

Ancora devo decidere qual è l’ipotesi più assurda, ma ricordate cosa dice il guru degli esercizi: a volte bisogna pensare a qualcosa di stupido, per uscircene con un’idea intelligente.

A giudicare da quanto leggo sui social, a ‘sto giro potrebbero pure darci il Nobel.

Tornando a casa, ieri sera, mi sono accorta di due cose terribili:

  • la mia compagnia telefonica stava affrontando il più spaventoso guasto degli ultimi anni, quindi niente Wifi;
  • nel negozio sozzoso da asporto si erano dimenticati di darmi le patatine.

Indovinate quale scoperta mi ha fatto disperare di più.

Ho scritto in fretta a una neo-arrivata che vive accanto al locale, e conosce la ragazza, italiana come lei, che ci deve servire in venti alla volta in una zona affollatissima.

“Mi scoccio di tornare indietro” le ho annunciato “mangiati tu le mie patatine!”.

Ho scoperto che la mia interlocutrice era già sul posto.

Reduce di colloqui di lavoro di massa, in cui eliminano candidati con giochetti psicologici, la “vicina” aveva portato alla malcapitata cameriera un po’ di pasta appena fatta.

Le “decostruttrici” autoctone della monogamia approverebbero: basta con ‘sto trincerarsi in coppie escludenti, che si reggono su narrative leziose (su Tinder qualcuno scrive: “M’impegno a non rivelare in giro come ci siamo conosciuti!”). L’importante è la vicina che quando stai male ti porta un brodo caldo.

In questo caso, trattavasi di “pronto soccorso pasta”, in una situazione che avevo lasciato critica (la fila al bancone prometteva di arrivare fino a fuori).

Seguendo il tutto con la connessione del telefonino, ammiravo la foto delle patatine che la cameriera aveva già elargito alla sua vicina: e non perché le offrivo io, ma perché gliele aveva regalate sua sponte, insieme a una mini-insalata servita nella coppetta per la maionese d’asporto (altrimenti sarebbero stati sei euri sei, graciaaas!).

So che anche lei, l’indomita reginetta delle patatine fatte al momento, ha i suoi grattacapi con amici in ospedale, cuccioli rimasti senza umano, e qualche conoscenza con problemi di documenti a cui è stato passato il numero del sindacato che avevo consigliato io, per altri fatti.

Insomma, intanto che sulla pagina della compagnia telefonica minacciavano vendette creative, me ne stavo sulla poltrona-letto che non usavo mai a godermi uno scambio a distanza di modi di dire (“Fanne salute!” scrivevo dell’insalatina, citando la buonanima di mia zia, e mi si rispondeva “Omo de panza, omo de sostanza!”).

Le due mi hanno invitato a raggiungerle, ma ero stanca e mi divertivo già così. Tanto la prossima volta, a mo’ di compensazione per la svista, mi aspetta doppia razione di patatine!

Vi starete chiedendo da un po’ che ve ne frega a voi di tutto questo. Beh, era per dirvi una serie di cose che richiederebbero (in qualche caso hanno richiesto) un post ciascuna.

La prima è che Barcellona è una città tosta. Chi ci viene in vacanza non se ne accorge, ma metti tanta gente in un posto in cui la documentazione per lavorare non è affatto chiara, e l’economia non è poi così florida, con brutte conseguenze sul rapporto stipendi/affitti.

Poi, da capitalista speculatrice gentrificatrice e… mi sono scordata gli altri insulti, un giorno vi spiegherò quant’è complicato affittare a donne, a meno che non siano un’informatica scandinava che si sta girando l’Europa perché non ha bisogno di un ufficio per lavorare. Se latine, le aspiranti inquiline possono avere due telefoni “per risparmiare”, e vai a capire a quale devi mandare le foto dell’appartamento; se “di origine latina”, nel senso proprio di paese cattolico apostolico romano, a volte chiedono di dilazionare l’affitto, o di pagare dopo il cinque del mese, e non sempre capiscono perché un monolocale non ha lo stesso prezzo di un ripostiglio senza finestra riciclato a stanza. Spesso fanno ‘sti lavori di attenzione al cliente da 1200 al mese se va bene (cioè, quanto costa un appartamento di due stanze non proprio periferico), e devi vedere se non le licenziano in uno schiocco di dita il mese prossimo. Chissenefrega di quei pidocchi dei clienti italiani!

Va da sé che, dopo aver partecipato a questa bella iniziativa di Afrofémina, non mi avventuro nemmeno a pensare come dev’essere se hai una tonalità di pelle diversa dalla maggioranza, e non sei cittadina UE, o tutti danno per scontato che tu non lo sia.

Quindi tra compagne di sventura ci si aiuta: ci si porta un piatto di pasta, si fa passare sottobanco una razione di patatine, magari ci si passa a vicenda il pacchetto dell’App che ti consente di prenderti la roba che i locali, a fine giornata, butterebbero.

Sì, le teoriche del poliamore sarebbero fiere di questa solidarietà che a un certo punto si deve costruire, e se si libera un posto da te in ufficio mi fai sapere, e se leva le tende il coinquilino sozzo, con due fidanzate che ignorano la reciproca esistenza, vieni tu.

Sono tutte dinamiche che ho apprezzato e sperimentato, ma che, dopo undici anni qui, osservo un po’ da lontano: un po’ con le mani nei capelli per il caos che combattono, e un po’ (tanto), con ammirazione.

“Dai, vieni anche tu!” mi avevano offerto, gentilmente, le due vicine.

La connessione è tornata verso mezzanotte, e a quel punto avevo già spento il computer.

La prossima volta però ci vado.

(Una canzone che mandavano nel locale, prima che uscissi senza patatine).

“Quando smetteranno d’insozzare le strade di questa città?”.

Questo il messaggio di un tipo su una pagina francofona di Barcellona. La foto che accompagnava il post inquadrava due manteros, gli ambulanti africani che vendono oggetti vari su lenzuola che poi richiudono in fretta, all’arrivo della polizia. Le donne sono meno numerose e spesso fanno treccine, specie alle turiste: l’appropriazione culturale passa in secondo piano. A volte gli uomini aspettano la clientela con in mano già le corde che, con uno strattone, trasformeranno la “bancarella” in veri e propri sacchi giganti, da caricarsi in spalla nella fuga. Il loro sindacato ha fomentato una piccola impresa, Topmanta: una bella iniziativa di cui apprenderete i particolari nel video sotto: ho scritto per un’intervista, ma non mi hanno risposto.

Specie sulla strada della Barceloneta, i manteros occupano uno spazio notevole, e dal vicinato si lamentano, signora mia: ma la questione, finora, si è sempre discussa in termini di minaccia al commercio locale, e soprattutto di spazi pubblici da riprendersi.

L’altra sera in Italia, in nome degli spazi pubblici, degli studenti hanno interrotto Capossela per qualche minuto, per richiedere alla Lega di non riservare una piazza cittadina solo a chi avesse dai trenta ai cinquanta euro per un concerto: un’operazione che potete benissimo non condividere, ma che per un giornalista quarantenne di Rolling Stone è diventata il capriccio di una generazione che pretende “musica gratis” (i disturbatori non hanno mai preteso che il gruppo non venisse pagato, leggete il comunicato).

Ecco, magari questo ci insegna due cose: ad approfondire certe versioni piccate di episodi tridimensionali; a non prendercela con le persone sbagliate, che sia per i vent’anni che non torneranno più, o per il piccolo particolare che oggi puoi essere ilegal solo perché non sei nato nel posto giusto.

Ma niente, questo francese che come me è arrivato con la carta d’identità europea era esasperato dalla plebaglia che si frapponeva tra lui e la spiaggia, che gli “insozzava” il percorso.

Per fortuna gliene hanno cantate: ho contato ventuno commenti, perlopiù di connazionali che gli facevano notare che si lamentava del soverchio. Io sono intervenuta solo quando ho letto uno che scriveva che i manteros “almeno” lavorano, “non come i pakistani che vendono droga”.

Ora i pakistani, la stragrande maggioranza, si spaccano il culo come ‘sto tizio per fortuna non farà mai, a stipendi che questo tizio, con ragione, rifiuterebbe sdegnato. Solo che loro, per non essere cacciati a pedate, devono dimostrare a tutti i costi di avere un impiego, e c’è chi ne approfitta. Lì dunque ho fatto notare che io non chiamavo razzisti “i francesi” in generale, solo perché qualcuno di loro la pensava come l’autore della foto: per un’italiana all’estero, di questi tempi, è anche dura dare del razzista al prossimo…

Poi ho fatto quello che già vi dicevo qui: invece di sbattersi, segnalare il post.

Perché sprecare parole quando si è di fronte a una palese ingiustizia? La frase non intavolava un comprensibile dibattito su spazi pubblici e licenze di vendita, ma dimostrava disprezzo puro, e un razzismo neanche tanto velato.

Il tempo di andare a prendere un bicchiere d’acqua, e ho scoperto che i moderatori avevano cancellato la discussione.

Semplice. Non perdiamo tempo, non amareggiamoci.

Ricordiamoci di ciò che è giusto, e agiamo di conseguenza.

Magari si trattasse sempre e solo di un click.

 

 

 

 

 

 

Nel dormiveglia ho avuto la visione orripilante di Salvini con la fascia per capelli di Mariarca – personaggio dell’indimenticabile Loredana Simioli – mentre nel suo napoletano (quello di Salvini, dico…) affermava che ” ‘A voggarità ‘o saje addo’ sta? Dint’ ‘a gggente che nun sape ama’”.

Anche se io la sapevo un po’ diversa, o mi ricordo meglio lo sketch in cui la personificazione della “vrenzola” napoletana afferma che la volgarità sta “dint’ ‘a gente che nun sape canta’”.

E ieri, nel mio pomeriggio costellato di esperienze indimenticabili, sapevano cantare tutti.

Cantava l’Etiopia raccontata dall’attivista Beza Oliver: i suoi rapper prendevano una base internazionale e ci mettevano su una musica loro, come accade in un paese descritto ieri come “non globalizzato“. Io avevo capito “non colonizzato“, e stavo per protestare: ma come? Eccomi lì nell’ultima fila, quella che si copriva la faccia quando si parlava di certe tradizioni locali sull’età delle spose, che noialtri, una volta lì, siamo stati velocissimi a sfruttare.

Infatti cantavano per motivi diversi le donne immerse in acqua di questo corto proiettato ieri all’Ateneu del Raval: erano intente a piangere i loro morti mai sepolti, quelli che, al contrario di loro, non hanno mai raggiunto l’altra sponda del Mediterraneo.

Per il dibattito si dava priorità alle persone nere nelle prime file, e si offriva così al resto del pubblico l’opportunità di ascoltare voci con poca risonanza mediatica. Era finita che non aveva parlato quasi nessuno, perché le prime file erano troppo impegnate a piangere, e chi poteva permettersi di non farlo doveva, giustamente, aspettare. Per la cronaca piangevo pure io, anche perché l’unica persona che è riuscita a intervenire dalle prime file ha ringraziato la regista e ha detto:

“Non capiscono che siamo persone, che se facciamo questo [rischiare la vita sul mare] è per tutto quello che ci hanno rubato”.

Che come spiegazione è poco esauriente: una femminista algerina un po’ complottista accusa l’Europa di vedere tutto quello che accade in Africa come “colpa sua”, non rinunciando all’eurocentrismo neanche in questo. Ma c’è una verità di fondo che non riusciremo a negare con nessun riferimento a “le strade e gli ospedali”, e cosa hanno fatto i romani per noi? Gli acquedotti, le scuole…

E il deserto: quello vero, che non rifiorisce alla prima pioggia.

E l’hanno chiamato pace.