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Una versione quasi “pastello” dell’abito di cui parlo nel post: l’originale vi avrebbe creato problemi alla vista.

“Allora ricordo bene, che sei italiana!” mi fa il cameriere.

Il Buenas Migas è una catena che vuol essere un connubio tra gastronomia italiana e inglese (sì, avete letto bene). Ci vado ogni tanto col compagno di quarantena, perché ci sembra il modo migliore per punirci a vicenda. Per esempio, io ordino un tè Earl Grey ghiacciato con pezzi di mela, e al compagno di quarantena dichiaro: “Questa è la vendetta per il frappuccino!”. Lui risponde ordinando un caffè con otto litri di latte dentro.

Adesso il cameriere mi ha riconosciuta dopo avermi vista solo un’altra volta, nonostante la nutrita clientela del locale. La mia prima reazione è stata lisciarmi i capelli con fare suadente e dirmi: “Eh, il mio fascino senza tempo mi rende indimenticabile!”.

Poi mi sono resa conto che, sia stavolta che nella mia visita precedente al locale, indossavo un vestito di colore viola, arancione, rosa shocking, fucsia e giallo. Con mascherina rosa shocking abbinata. Diciamo che almeno su un particolare avevo ragione: ero impossibile da dimenticare.

La parte ironica è stata che al tavolo, insieme al compagno di quarantena, mi aspettava il portatile aperto su una lezione del corso di Buddismo e Psicologia evoluzionistica dell’Università di Princeton: la nostra mente, per interpretare ciò che ci capita, tende sempre a trovare la spiegazione più lusinghiera per noi. Insomma, ci abbiamo i bias (una parola che va di moda), e a volte abbiamo pure i bias sui bias.

Devo dire, però, che in un’occasione mi andò anche peggio (oppure meglio?) con una collega di questo cameriere “abbagliato” dalla mia persona. Con la ragazza, pure italiana, al momento di pagare ci fu un malinteso sulla consegna del resto: la mia genuina confusione sui soldi che mi spettassero mi fruttò un’occhiata ambigua, e la sensazione di essere stata scambiata per una furbacchiona che volesse intascare di più…

E invece no! Di lì a poco la tizia, dopo avermi riconosciuta su un gruppo Facebook di italiani, mi aggiunse ai suoi contatti. Visto? Ok, magari si illudeva che come veterana a Barcellona (particolare che si evinceva dai miei post), potessi esserle utile… Oppure chissà, forse le stavo davvero simpatica!

Ebbene sì, il nostro cervello giunge a conclusioni affrettate e non sempre realistiche, in un senso o nell’altro. La soluzione sarà davvero il buddismo, come suggerisce il corso che sto seguendo? Ci ritornerò.

Intanto confesso di non esserne troppo convinta, ma mi sa che anche quello è un mio bias.

(Vabbè, a mali estremi…)

Caffè al bar: come riconoscerne la qualità | Goglio Packaging System

A Barcellona ritornano i mercatini!

Alla chetichella e perlopiù all’aperto, o con accesso limitato/percorso fisso stabilito da alcune frecce. Ma tornano.

C’è la Fiera Vegana, sponsorizzata per l’occasione dal distretto in cui si tiene. C’è questo mercato, che ha il primato di vendere solo quelli che le mie amicizie, in omaggio a me, chiamano”vestiti Maria” (cioè, a fiori e sul vaporoso andante), ma i modelli mi hanno sempre fatto schifo: la coerenza innanzitutto!

E poi c’è un mercatino che non taggo, perché per me segna un anniversario importante: quello di uno dei più grandi bidoni della mia vita! Cominciato, appunto, mentre mi aggiravo tra le bancarelle in cerca di “vestiti Maria” (ma belli), e avevo finito per trovare una ragazza che mi stava pure simpatica, e mi aveva offerto un caffè. Con altra gente di sua conoscenza. Per parlare di “un certo progetto”.

Devo dire che in quel preciso momento mi era rimbombato nelle orecchie il lacerante “Run!” di Tom Yorke in Creep: ma le casse del mercatino trasmettevano solo pop spagnolo, quindi dev’essere stato il mio stomaco che mi mandava il primo segnale. Il secondo segnale era stato… di fumo, letteralmente: il caffè offerto dall’amica era troppo caldo, ed ero sicura che fosse bruciato. Perché non andavamo in un certo bar là vicino, che offrivo io?

Ssst, mi aveva fatto lei: la riunione era già iniziata. Oddio, “riunione” era una parola grossa: l’idea delle altre persone sedute al tavolo era mettere su un progetto di volontariato, a metà tra cultura e beneficenza, ma senza la politica di mezzo… Insomma, il classico progetto campato in aria che piace sempre un sacco, e di solito non serve a una ceppa. Magari l’organizzatore principale, mi suggeriva il solito stomaco impudente, aveva pure qualche secondo fine, tipo arrivare a certi fondi pubblici, o a qualche contatto politico

“Che ne dici, Maria? Sei dei nostri?” mi aveva chiesto l’amica a nel bel mezzo della riunione.

“Beh” avevo abbozzato per non fare la guastafeste “se ho tempo e non mi prende più di un’ora a settimana…”

Non l’avessi mai fatto! L’ora a settimana è diventata un’ora al giorno, poi anche due: ma a poco a poco, eh, come per la storia della rana nella pentola. Il resto del gruppo? Uccel di bosco: uno stormo intero, a ben vedere. L’interesse nascosto? Sfidare un’organizzazione rivale, su cui, sia messo agli atti, io non avevo niente da ridire.

Ma non vi racconto tutto questo per ammorbarvi con le mie disavventure ai mercatini. La vera domanda è: avete notato il particolare più importante della storia?

Armiamoci di cronomentro. Quanto ci avevo messo a dire la frase con cui accettavo di collaborare? Ebbene sì, l’ho calcolato davvero: 3 secondi e 96 centesimi. Quanto ci avrei messo a dire un no educato, fosse anche possibilista? Qualcosa tipo: “Adesso non posso, e non voglio fare false promesse, però chiamatemi per progetti specifici!”. Rullo di tamburi… Avrei impiegato ben 8 secondi e 77 centesimi! Troppo, eh? Un vero e proprio spreco di tempo!

Mi seguite fin qui? Adesso, pensate a quanti mesi e anni ho sprecato, per non pronunciare quella frase che richiedeva meno di nove secondi.

“Ma è stato tutto tempo sprecato?” mi chiederete. Ottima domanda! Quand’è che sopravvalutiamo il cosiddetto istinto?

  • Quando, per “istinto”, indichiamo solo un insieme di paure e pregiudizi, che ci precludono anche belle esperienze.
  • Quando entriamo nel tunnel delle profezie autoavverantesi: cioè, iniziamo un progetto pensando sia tutto sbagliato, e usiamo ogni minima difficoltà per rafforzare la nostra convinzione, finendo davvero per sbagliare tutto.

Quand’è che, invece, l’istinto è utilissimo?

  • Quando per quello intendiamo la parte irrazionale che accompagna qualsiasi decisione, e che si chiede: “È tutto molto bello, ma io voglio fare davvero questa cosa?”: e la volontà ha una cattiva fama nei processi decisionali, ma è importantissima.
  • Quando si tratta soprattutto di intuizione, cioè della capacità di compilare dati e informazioni seguendo percorsi mentali più rapidi della logica comune.

Per tutto il resto, ho una confessione da farvi: considerando che ogni scelta è una rinuncia a qualcos’altro, devo ammettere che a dire di no mi sarei risparmiata molti casini, ma mi sarei anche persa momenti belli: la festa a sorpresa per un organizzatore redivivo, il momento di solidarietà che non mi aspettavo…

Però, sapete qual è il grande assente, in considerazioni del genere? Tutto. Il. Resto. Tutto ciò che avremmo potuto fare non ficcandoci in un progetto che prometteva qualche bel momento, e un indicibile spreco di tempo ed energia. Perché non pensiamo mai a quello che ci perdiamo, quando prendiamo decisioni affrettate? Per puro buonsenso, o così crediamo: Martin Seligman sostiene che al giorno d’oggi “pensare al futuro” è quasi una maledizione, anche la psicoterapia moderna si sofferma o sul passato, o sul presente a tutti i costi.

E invece io, quando ho cominciato a credere nel “tempo che vorrei“, mi sono migliorata la vita un bel po’. Anche perché questo tempo in realtà è uno spazio: un posticino che ci apriamo giorno per giorno, per metterci dentro qualcosa che vogliamo sul serio, e che nella peggiore delle ipotesi non riusciremo a ottenere. Non so voi, ma io preferisco “fallire” in qualcosa che mi piaccia, piuttosto che in un’attività che non mi interessa nemmeno, così da non godermi neanche il percorso!

Dai, concedetevi questo spazio anche voi, se ancora non lo fate.

A volte ci vogliono davvero nove secondi per darsi l’autorizzazione, e in palio ci sono giorni, mesi, anni di reale serenità.

E non so voi, ma io con la serenità prenderei volentieri un caffè: magari, stavolta, uno che non sia bruciato.

(In fondo, Tom Yorke riprende il concetto napoletano di: “Fuje sempe tu!”).

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Foto di Foschini Libraio, che ha avverato il sogno di una vita!

La faccia che fa la gente.

Ieri, intanto che cercavamo un Veggie Garden non troppo affollato, abbiamo incontrato degli amici per strada. A un certo punto si parlava di azioni in borsa, e il compagno di quarantena si è lasciato scappare che era laureato in economia. Panico generale: com’è possibile? Come può avere una laurea in economia, questo tipo con un arbusto rosso al posto dei capelli e uno zaino sempre in spalla, con cui ogni tanto piglia e sparisce per mesi?

Beh, risponde lui di solito, mi sono laureato in quello perché sembrava la cosa più sensata da fare. Non quella giusta, la più sensata: per lui la facoltà di economia era la naturale continuazione del college fighetto da cui aveva ricavato solo bullismo, e un’infarinatura di Shakespeare che consisteva nel guardare Romeo + Juliet insieme alla sua classe di piccoli milionari.

Di cosa ci sorprendiamo, poi? È laureato in psicologia il ragazzetto che dorme sotto il mio palazzo e, ogni tanto, mi chiede una coca cola con ghiaccio e limone, salvo offrirmi lui un caffè se passo per di là il giorno dopo (e passo sempre troppo tardi, quindi non lo trovo mai). Ecco, quella è una storia diversa: magari lui voleva laurearsi proprio in quello, ma la maniera ossessiva con cui parla mi fa pensare che, oltre alla teoria, gli ci voleva anche la pratica, sotto forma di una terapia gratuita ed efficace.

Ma funziona così, lo sappiamo: tu scegli di fare qualcosa nella vita, poi chissà come andrà. Tanto vale, scusatemi, scegliere qualcosa che ti piace sul serio. Ve lo dice una che a vent’anni ha accantonato la scrittura per la ricerca, e poi si è ritrovata a fare i conti con la crisi economica e i tagli all’università. Per fortuna, i corsi di counselling che sto seguendo ora insegnano a distinguere tra il nostro “io ideale” e l'”io imposto” (traduzione mia di Ought Self).

Un esempio della differenza tra i due? Mia nonna mi diceva sempre che avrei vinto il Premio Nobel. Adesso il Nobel lo vince Bob Dylan, e io… Sono una tipa da Nobel, io? Ammesso che fosse possibile accontentare la buonanima di nonna, se mi sbattessi a scrivere libri “pesi” nella speranza di conoscere il re di Svezia, sarei un’infelice a vita.

E invece, altro che Nobel! Non faccio per vantarmi (ok, mi sto proprio vantando!), ma il mio primo romanzo ha ricevuto un biasimo dal Beato Bartolomeo Camaldolese, mentre il secondo è finito in bella mostra nella libreria storica del paesello, insieme al capolavoro di Tony Tammaro.

Ecco, il mio Io ideale si sente arrivato! Controllate un po’ cosa vuole il vostro: magari è roba che ha già ottenuto, ma non se n’è neanche reso conto perché era troppo occupato a raggiungere gli obiettivi di qualcun altro.

Adesso, nella vita, non mi resta che un solo obiettivo: lottare perché il Nobel se lo aggiudichi Tony Tammaro!

(Sentite che poesia… Nobel subito!)

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La lungimiranza dei negozianti pakistani sotto casa

A proposito di prendere il meglio dell’Italia, di cui parlavo la settimana scorsa.

Su via Laietana ci sono due locali, a pochi metri l’uno dall’altro. Uno è un bar della catena Cappuccino, fa angolo con una strada stretta ma importante, e ieri sera era pieno di gggioventù italiana. L’altro è un pub irlandese, poco affollato per la vicinanza con Dunne e l’enorme George Payne, e ieri sera ospitava la tifoseria inglese: la marmorea buttafuori e il suo collega, bruno ma longilineo, avevano pure fatto lo sforzo di dipingersi il tricolore sulle guance, ma diciamo che non risultavano molto convincenti.

Io passavo di là perché l’amico scozzese dell’altro post mi aveva dato buca. Anche l’inglesissimo compagno di quarantena, da che fantasticavamo di metterci in fila al George Payne e tifare lui Italia e io Inghilterra, non si era sentito molto bene e se n’era andato a spasso per fatti suoi.

Così, lungo la passeggiata che avevo programmato in alternativa al “tifo incrociato”, ho sgamato questa situazione Cappuccino vs Pinta, e sono rimasta a vedere almeno gli inni nazionali. La tifoseria italiana era sparsa per tutto il bar, che in assenza di aria condizionata aveva i vetri spalancati. Davanti a uno schermo ruffiano, decorato sia dalla bandiera inglese che da quella italiana (la versione con le repubbliche marinare!), l’intero locale è saltato in piedi per cantare l’inno di Mameli: devo dire che pronunciavano bene pure “stringiamci a coorte”.

Al momento del God Save the Queen, sono corsa fuori al pub, sperando di assistere a qualcosa di altrettanto spettacolare. Ma il locale aveva i vetri doppi e oscurati: intravedevo solo delle braccia bianchissime, e la chioma afro del tipico ragazzo che potrebbe essere di qualunque posto del mondo, quindi è di Londra (l’avevo sentito parlare mentre fumava la sigaretta pre-partita).

Ho poi sentito i caroselli, la cui rumorosità mi dava più di un indizio sulla squadra vincitrice, ma ho scoperto il risultato solo grazie al compagno di quarantena, che mi è tornato a casa tutto esaltato dopo la mezzanotte: “Scusa, ero a festeggiare un paese fantastico e pieno di bella gente!”. Era l’Italia, raccontata da uno che non l’ha mai vista. L’insospettabile tifoso era finito nel pub in cui un tempo lavorava, e nonostante la maggioranza inglese aveva tifato imperterrito per l’altra squadra. Stava rivalutando pure il motivetto di Seven Nation Army, che di solito non ama: dice che la versione ultrà italiana è “più elettronica”, e ho preferito non indagare.

Gli ho chiesto, piuttosto, perché ci tenesse tanto all’Italia, e lui ha capito che era arrivato il momento di scoccarmi uno sguardo appassionato: “Beh, per ovvi motivi”. Ma non mi illudevo, dopo un po’ ha vuotato il sacco. Lungo il cammino di Santiago, in un momento in cui era triste e pure in bolletta, era stato invitato a pranzo da una turista italiana, che poi l’aveva abbracciato con fare materno. Niente a che vedere con la sua fredda Oxford, e il collegio antidiluviano in cui era stato rinchiuso per otto anni.

Allora sono stata contenta che il Belpaese, per lui, abbia avuto il volto di una che capisse fino in fondo le parole di Elsa Morante: “La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.

Ed ecco cosa intendo per prendere il meglio dell’Italia.

All’improvviso, mentre sto facendo colazione nella veranda del Buenas Migas, le casse del locale anglo-italiano passano una canzone che conosco bene, per usare un eufemismo.

Era un mio tormentone. Era il tormentone. Lo era diventato anche per i miei amici, che un po’ mi schifavano per questo. Prendete il commento tipico del mio migliore amico: “‘A gente fa primma a se scurda’ ‘e muorte!“. Per chi ci legge da fuori Napoli, “Le persone tardano meno a obliare i cari estinti”.

Perché la canzone parlava di un amore che sconfiggeva pioggia e sole, e che sopravviveva a tutto, specie al tempo. Credevo (più che altro, temevo) che sarebbe successo a me con un tizio che, inso’, forse un pochetto mi piaceva. Ma giusto un po’.

Oggi ho preso la canzone come un regalo inaspettato, e mentre la canticchiavo per la gioia dell’unico spettatore (un catalano filiforme che sorbiva un frappuccino con la cannuccia), mi sono divertita a vedere come i rumori di Barcellona partecipassero a modo loro al mio “momento nostalgia”:

Pioggia e sole abbaiano e mordono (wrooom!)

ma lasciano (din don) lasciano il tempo che trovano (din don, ripetuto altre otto volte)

E il vero amore può (“Bueno, acompánala en este proceso desde el amor.”) nascondersi, confondersi (“Nadie es eterno.”)

ma non può perdersi mai… (“Ahora te dejo que tengo que desayunar”)…

Nonostante le campane e i clacson, mi sono resa conto di una cosa: la canzone aveva ragione. Quando la ascoltavo spesso, ero troppo giovane e scema per capire che l’amore si trasforma, cambia qualità e funzione, e pure intensità. Forse l’unico modo che ha di sconfiggere il tempo è trasformarsi.

Con la persona che associavo alla canzone ci sentiamo anche a distanza, e ci sosteniamo ancora nei momenti più epici, nel bene e nel male. Altrimenti, il mio mondo sarebbe stato orfano di un pezzo importante del suo passato, e del presente.

Se questa pandemia mi ha insegnato qualcosa, è che le distanze non cancellano tutto, e che a volte non vedersi non cambia niente. Ci si ritrova sempre lì. Sempre e per… tutto quello che si vuole ancora condividere, con gioia rinnovata e con una sola certezza.

Mi troverai.

Non si sa come, né dove, ma mi troverai.

Breve storia triste.

Mi arriva l’SMS con le istruzioni per fare il vaccino. Compilo i dati sulla pagina apposita di CatSalut (la sanità pubblica catalana), e scopro che ho due opzioni: vaccinarmi al Cap (cioè l’Asl) di riferimento nella mia zona, oppure andare in un centro di vaccinazione di massa.

Seleziono la prima opzione, e mi si apre il seguente ventaglio di scelte:

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

(ripetere per venti volte).

Non ci crederete, ma scelgo Cap Raval Nord. A quel punto, un pop-up mi annuncia che non ci sono appuntamenti disponibili. Va bene, reinseriamo tutti i dati e proviamo il centro di vaccinazione di massa… Eccallà: tra i papabili, il più vicino si trova comunque fuori Barcellona, anche se è a portata di metro. Ma no, protesto con la mia sfiga: conosco due autoctone che si sono vaccinate a Plaça Espanya! E che facciamo, figli e figliastri? Ritenterò nei giorni successivi!

Risultato: è scomparsa anche l’opzione a portata di metro. Ora mi toccherebbe il treno, magari uno di quelli pieni di turisti che si scocciano di tenere su la mascherina… Ma le mie amiche si sono vaccinate a Plaça Espanyaaa! È una cospirazione contro di me. È evidente.

Poi, curiosando su Facebook, finisco su un post di “Tedeschi a Barcellona“, scritto in tedesco ovviamente. Dopo tre anni di studi seri e approfonditi (Duolingo), capisco solo “vaccino”, “fuori Barcellona” e “mannaggia la…” (qui non sono sicura di aver afferrato). Allora sono un po’ Kalimeren pure loro, con CatSalut! E io non sono speciale nemmeno nella sfiga.

Finisce che ieri vado a cena con due amici, a orari quasi tedeschi, ma scopriamo che nel locale c’è il piano bar in arabo: allora, quella che doveva essere una cenetta veloce al ristorante libanese si trasforma in un concertone con annessa fumatina di shisha (vedi foto sul mio Instagram), e cliente entusiasta che improvvisa la danza del ventre in jeans.

Torno a casa distrutta dalla shisha, desiderosa di esibire presto anche io il mio penoso shimmy, e incapace di dormire. Dunque, mi metto al pc e… sorpresa! Stavolta, tra le opzioni per il vaccino c’è Plaça Espanya! E l’unico appuntamento papabile è per martedì prossimo. Dov’è il tasto “Certo!”?

E niente, non imparo mai la lezione: pure la sfiga cronica è un lusso. Per accanirsi contro la stessa persona, la vita dovrebbe almeno avere un senso.

E invece si sta come d’estate, sul sito di CatSalut, i non vaccinati.

(In anteprima, la mia prossima coreografia al libanese.)

Finalmente ho provato il Green Spot! Ormai avevo perso ogni speranza di farlo in compagnia.

Vedete, il Green Spot è il classico ristorante su cui i gruppi vegani a Barcellona dissentono “con molto namastè”. Avete capito? No? Intendo dire che a proporre di andarci sono le Karen anglosassoni, che di solito stanno bene a soldi e vivono in un paesello immerso nella natura. Allora le Montse, che prendono sui 1000 euro e valutano per mezz’ora anche l’acquisto di un arancino, non sono disposte a spendere 25 euro in una botta sola, e rilanciano proponendo un picnic al parco. A quel punto sono le Karen a non volersi mettere in treno solo per trovarsi davanti dieci tupperware di hummus “fatto in casa”, una terrina di guacamole del discount, e qualche salatino. Saranno anche vegane, ma conoscono i loro polli…

Insomma, intanto che Karen e Montse si mettono d’accordo, la vostra Maria è andata al Green Spot con l’amica che mangia pure i trichechi ‘mbuttunati, ma apprezza comunque questo ristorante. Ci voleva: era un po’ che non ci facevamo una chiacchierata solo noi due, dopo tanti mesi senza vederci!

Sì, perché l’amica è impegnatissima in mille progetti, come me d’altronde. Così, mentre sgranocchiavamo le chips di kale (le Karen approverebbero, anche se io di solito le faccio al forno!), ci siamo immerse in una conversazione sul perfezionismo: una malattia a cui è difficile sfuggire.

“Che inseguiamo a fare degli ideali irraggiungibili?” mugugnava l’amica davanti alla sua insalata con formaggio di anacardi (la prima volta nel locale le era sembrato un’idea aberrante, ma adesso aveva ordinato l’insalata solo per quello!).

A quel punto io, che intanto apprezzavo il tempeh della casa, ho ripensato a tutti gli esempi di pressione estetica che ho trovato sul mio cammino, o all’immensa ammirazione di certi amici ingegneri per Elon Musk. In questi casi è ricorrente la parola “irraggiungibile”, ma a me non ha mai convinto. Così ho annunciato all’amica:

“Sai? Credo proprio che, con i tuoi risparmi, tu non ti possa comprare una Mini Cooper!”.

Ho usato quest’esempio perché non capisco un cacchio di macchine, e la Mini mi è sempre piaciuta. L’amica ha fatto una faccia allibita. Non guida da secoli, come me: Barcellona non è una città per automobili.

“Eh, no” ho continuato. “Non so quanto costino adesso le Mini Cooper, ma mi sa che, sia per me che per te, sarebbero un’aspirazione irraggiungibile. Adesso, dimmi pure: te ne frega qualcosa?”.

“Una ceppa di niente” ha ammesso l’amica.

“Brava! Magari te ne fregherebbe se, a un certo punto della tua vita, ti avessero fatto credere che per te la Mini Cooper fosse una necessità. Così come stanno le cose, invece, puoi constatare da te che l’irraggiungibilità dell’articolo non è l’informazione più rilevante!”

L’amica si è fatta versare un altro bicchiere di vinello.

“Insomma” ha soppesato l’idea insieme al calice “certi ideali che ci inculcano non sono irraggiungibili: sono inutili”.

“Sono entrambe le cose” ho precisato io, finendo la limonata. “Irraggiungibili e inutili. La questione è: perché ci soffermiamo sulla prima caratteristica, se la seconda ci dovrebbe interessare molto di più?”.

“Già. Come la storia di avere la stessa pelle a 15 e a 30 anni, o di fare i salti mortali per comprare la seconda casa. Ci sembrano ideali, e irraggiungibili, solo perché ce li hanno venduti così.”

Ecco: venduti è la parola giusta.

Dopo ho controllato, eh. La Mini Cooper che piaceva a me costa 23.100 euro come prezzo di base. Ricordavo peggio!

Invece, i miei spiedini in compagnia dell’amica sono costati circa 15 euro. Eccoli.

Nessuna descrizione disponibile.

Se permettete, il mio ideale irraggiungibile è questo qua, nel senso che non riuscirò mai a fare altrettanto bene il tempeh in casa. Ma a questo punto ve la dico tutta: non ci provo nemmeno!

E se siete della serie: “Ma non era meglio una bella pizza cu’ ‘a pummarola ‘n coppa?”, meglio per voi! Costa ancora meno, e pensate a quante pizze potete divorarvi con i soldi di una Mini Cooper.

(No, vabbè, ho scoperto questa canzone punjabi e all’improvviso la Mini Cooper è diventata un’ideale imprescindibile! In un’altra versione, lei viaggia in trattore senza scompigliarsi il velo sul petto. Respect!)

Le mie Collaborazioni

Stamattina, ancora in preda al sonno, cercavo l’occorrente per la colazione nella penombra della cucina, e mi sono ritrovata a pensare che mi conviene vivere con un uomo almeno per questo: mi serve qualcuno che lavi i piatti.

Alt. Stop. Avevo un sonno di pazzi. Odio lavare i piatti. In realtà odio lavare, e basta. Quando c’è il compagno di quarantena, io cucino e lui lava: il delitto perfetto, anche perché lui al massimo scalda al microonde certe pastine istantanee su cui schiaffa una scatoletta di sardine. Il bello è che lui odia lavare quanto me, e diciamo che non è attentissimo ai dettagli… Quindi la gente che ci viene a trovare, se è fissata con la pulizia, se ne va con tanti di quei numeri da giocare che potrebbe fare tombola piena.

Ma tant’è: avrete intuito che il compagno di quarantena è partito di nuovo. Si è pure anticipato, rispetto all’anno scorso: ogni tanto, quello lì prende lo zaino e se ne va, senza sapere neanche lui dove (lo so io: si farà per la trentesima volta il cammino di Santiago). Soprattutto, non sa quando tornerà, e non ritiene che ciò sia un grande problema, in una relazione, così come per lui non è un problema spegnere il cellulare e riaccenderlo solo al ritorno.

Intuirete che l’anno scorso ero piuttosto incazzata perfino io, che non sono nota per la mia convenzionalità nelle interazioni umane. Quest’anno, invece, non so come spiegarvelo, ma sono piena di speranze: come vi ho già detto, la quarantena mi ha fatto rivedere le mie priorità, ma saprete meglio di me che anche la più bella e tranquilla delle relazioni comporta un bel po’ di lavoro, che si tratti di decidere chi lava i piatti o di affrontare lo scoglio della comunicazione efficace. Quindi, diciamo che finora ho avuto poco tempo per esplorare come avrei voluto le seguenti questioni:

  • Flessibilità nei progetti: a 35 anni avevo una relazione un po’ più, ehm, convenzionale, e volevo essere madre. Adesso ho 40 anni, il sospetto di essere lithromantica, e una fertilità che, stando a certi test pure datati, potrebbe essere battuta pure da Maga Magò al decimo anno di menopausa. Cos’altro potrei fare della mia vita, senza la croce e delizia di mettere al mondo un altro essere umano? Come metto a frutto le risorse che l’altra opzione mi avrebbe succhiato via, benché per una giusta causa?
  • Metamorfosi: sfumato il progetto delle tette a fiori, mi sto trattando le occhiaie e sto considerando la possibilità di farmi i capelli lavanda. Mi ha divertito il fatto che la dottoressa del trattamento alle occhiaie girasse come un’anima in pena per la sala d’aspetto, alla ricerca della sua nuova paziente quarantenne, e non la trovasse da nessuna parte, perché lì c’ero seduta solo io. E non si tratta di assecondare la pressione estetica che ci vuole giovani per sempre. Si tratta di non assecondare i pregiudizi, duri a morire, su come si debba essere a quarant’anni.

Io, per esempio, sono contenta. Contenta che il compagno di quarantena sia andato a cercare sé stesso, anche perché, rispetto all’anno scorso, ho molte più informazioni. So per esempio che da sola, nonostante le circostanze dell’anno scorso, ho passato un’estate incredibile: un giorno al mare e uno al parco, con letture importanti, e amici costretti dalla pandemia a scoprire com’è Barcellona, quando la abita solo chi le vuole bene per davvero.

Ormai so che la conoscenza è l’anticamera della soluzione, e il resto è esperienza: il modo migliore per assimilare ciò che crediamo di conoscere, è arrivare a “sentirlo”.

Io sento una noia infinita al pensiero di dover lavare tutti quei piatti di là.

Ma vabbè, si tratta solo di cambiare la spugnetta, rimpiangere Mastro Lindo, e darci dentro.

Polyamory Is Growing—And We Need To Get Serious About It – Quillette

Ah, ma non vi ho detto tutto, di quella volta.

Quando vi ho raccontato della prima fiera vegana dall’inizio della pandemia, sono stata imprecisa: il gruppo che mi aspettava lì non era esattamente una comitiva.

C’era il mio ex, e fin qui tutto bene. Andare d’accordo con l’ex comincia a non essere una rarità perfino in Italia.

C’era anche una nuova compagna del mio ex, e anche qui, andare d’accordo con l’ex passa pure per accettare le sue nuove relazioni.

Con loro c’era, però, la convivente della compagna del mio ex. Non la coinquilina: la convivente. Questa convivente e il mio ex non sono gli unici vincoli affettivi della compagna del mio ex. D’altronde, il mio ex non ha solo quella compagna. Se state pensando a scenari da harem e ammucchiate senza fine, ricredetevi: i vincoli in questione sono in rapporto 1:1, così come ve li ho descritti, e da monogama di fatto trovo pure che sia una faticaccia mantenerli, come spiego in questa serie di post sul poliamore.

Perché vi dico tutto questo, adesso? Perché, in quel momento, non capivo che quella situazione (un gruppo di persone adulte che scherzavano tra loro a una fiera), sarebbe stata quantomeno curiosa nel posto in cui sono nata. Anche se le cose stanno cambiando perfino lì.

Che tutto ciò potesse essere “strano”, me ne sono ricordata solo quando è arrivata l’ora di salutarci per andare a casa: a quel punto, mentre il mio ex e la compagna erano tutti picci picci, e occhi a cuoricino, la timidezza della convivente nel chiacchierare con me mi ha ricordato quelle festicciole al liceo, in cui io e un’altra malcapitata reggevamo il moccolo a una qualche coppietta formatasi da poco. Quella situazione così familiare e aneddotica mi aveva ricordato, per contrasto, la singolarità di quest’altra situazione.

In realtà, all’inizio ero scettica anch’io sui risvolti del poliamore. Poi li ho visti coi miei occhi, e sembrano la cosa più tranquilla del mondo.

Ecco, ho la sensazione che succeda con tutto. Perfino l’italica ostilità per i vegani diventa più ragionevole quando, invece di pensare a un fantomatico tizio che mangia erba e “impone agli altri le sue scelte” (ma dove?) i miei amici ricordano me che, da ‘O cerriglio a Piazza Dante, chiedo se la pizza fritta me la possono fare solo con le scarole. E allora il pizzaiolo scopre che si sottovalutava, perché il risultato è divino, e il resto della comitiva si mette pure ad assaggiare!

E non finisce qui! Questo video spiega che il “matrimonio gay”, negli USA, era considerato un tabù finché non si era passati dal discutere un’idea astratta al vedere in TV, e in giro, sempre più coppie LGBTQIA+. Così la sensibilità delle persone era cambiata in tempi record.

Quando un’idea che ci sembra campata in aria assume fattezze umane, e anzi, adotta un volto familiare, ci è tutto più chiaro. Non importa se quel tipo di relazione, quella filosofia di vita ci riguardi o meno in prima persona: ci è molto più difficile respingerla a priori come se fosse una stronzata megagalattica. Viene meno l’elemento più importante perché il pregiudizio resti in piedi: l’ignoranza dei fatti.

Scongiurata quella, il resto è una passeggiata alla fiera.

(Questa canzone è strepitosa!)

Jamie Dornan and Matthew Rhys on Eugene McCabe's Death And Nightingales -  The Irish News

Sì, a Barcellona è finito lo stato d’allarme, ma intanto il tempo fa schifo.

Risultato: passo le serate in casa, a seguire corsi online e guardare serie.

Ieri stavo per fare una delle cose che più amo al mondo: guardare la trasposizione sullo schermo di un romanzo che avevo appena letto. Era un appuntamento che avevo preso tre anni fa, quando avevo visto una versione sintetizzata di Death and Nightingales: una miniserie della BBC ambientata nell’Ulster del 1883. Avevo sospeso la visione proprio sul finale, perché Google mi comunicava che il romanzo da cui era tratta la storia (tradotto in italiano come Morte e usignoli) terminava in un altro modo. E no, m’ero detta, adesso voglio prima leggere il libro! Me l’ero procurato quasi subito, peraltro, ma per motivi vari avevo rimandato la lettura all’infinito.

Ieri sera, però, avevo ormai rimediato alla lacuna, e mi apprestavo a terminare la visione della serie con tre anni di ritardo, quando il compagno di quarantena se n’è uscito con: “Purtroppo, la popolarità delle serie va a detrimento delle buone letture. Niente può emozionare quanto un romanzo letto in solitaria, con te che ti identifichi nel protagonista”.

Ah, sì? Per tutta risposta, gli ho raccontato quella scena di Piccolo Buddha in cui un monaco nepalese spiega a un papà yankee la reincarnazione, usando del tè: se la tazza cade a terra e si rompe, il liquido che si versa tutto intorno resta tè. Se lo pulisci con uno straccio, la sostanza di cui è imbevuta ora la stoffa è sempre tè. Se strizzi lo straccio, cadranno gocce di… Ok, avete capito. Ho confessato al compagno di quarantena: sai a cosa penso, io, quando vedo quella scena? Alle storie. Tutte.

Penso a un tizio seduto in piazza con uno strumento a corde, e con una folla intorno. Penso a quegli accordi che diventano l’Iliade in una pergamena greca, poi in un manoscritto medievale in cui Achille sembra un signorotto della Linguadoca. Poi passano mille anni e Achille diventa Brad Pitt, mentre Patroclo diventa suo cugino, che è forse la reincarnazione più mirabolante di tutte.

Le storie, ho spiegato in un mashup tra Bertolucci e Tyrion Lannister, sono quello che ci accompagna, che ci insegna a vivere. Nel Medioevo si leggeva perlopiù insieme, anzi, leggeva uno ad alta voce e gli altri ascoltavano. E che libri! Petrarca era fissato col tipo di scrittura che dovessero presentare i manoscritti: pensate a quanta arte si è persa con l’invenzione della stampa! Altro che tuonare contro gli ebook, e decidere che gli audiolibri non sono lettura…

E invece le storie cambieranno sempre scrittura, formato o scenario: a Napoli, dopo una lunga pausa covid il teatro ha riaperto i battenti con una trasposizione de Le relazioni pericolose, composta negli anni ’80. Le storie sono fatte così: vogliono essere raccontate ancora, di nuovo, con parole ed espressioni diverse. Ma sembrano fatte apposta (e mi sa che lo sono) per restarsene lì ad aspettare qualcuno che, con o senza cetra, le dipani un’altra volta.

Col mio scettico interlocutore mi sono giocata l’asso nella manica. Quando ho partecipato a una lettura per bambini del Centro Euro-Arabo di Barcellona, mi sono resa conto che il caro Giufà, siciliano che pare sciocco ma non lo è, si chiama Giuha nel mondo arabo, e magari è un po’ più anzianotto e moralista, ma fa le stesse cose di sempre: ruba uova in Sicilia e olive in Libano, vivacchia come può… Tira a campare, insomma.

A questo punto si è emozionato anche il mio ascoltatore, che pure ha tirato a campare per un po’, e pure ha raccontato la sua storia qui, intanto che ci scrive su un libro (io ho già dato, e sto pure inviando in giro il manoscritto!).

Nel frattempo che parlavamo, però, si era fatto tardi: addio morte e usignoli, addio rivelazione del nuovo finale.

Ho rimandato la visione a stasera. Voglio proprio vedere che storia mi raccontano.