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a36b369f1a05f3a434cdd8d784e1c075Quando in tasca ho più biglietti da visita di agenti immobiliari che biglietti della metro, lo sto rifacendo: cerco la svolta. Tipo una casa da  abitare e affittare per metà, in una città che costruisce le case o per viverci o per farci i soldi. Di solito finisco per rinunciare e prendermi un gelato, in attesa di tempi migliori.

Ma intanto imparo molte cose sulla specie animale a cui appartengo.

Stavolta ho scoperto una cosa che già mi aveva segnalato Dostoevskij: anche un bigliettaio del treno si dà importanza per quel minimo di potere che ha. Se consideriamo che genere di biglietti ho in tasca in questi giorni, capirete chi altro abbia questo vizio.

E mi dispiace, perché so che tanti agenti immobiliari sono pagati uno schifo, e fomentati tipo i teleoperatori di Tutta la vita davanti. Mi fa tenerezza la bellissima tedesco-russa-rumena che mi fa le imboscate WhatsApp alle dieci di sera per vendermi un appartamento caro e impersonale, creato per farci i soldi e non per viverci. Mi verrebbe da “risolverle la vita”, come a volte mi viene in testa di fare, senza mai riuscirci ovviamente (però spesso procuro contatti e indirizzi utili).

Quello che non posso più ascrivere a coincidenza, invece, è il senso d’importanza che si danno quelli che operano in zone esclusive (Avinguda Diagonal, carrer Enric Granados…), dove, mi sono accorta ben presto, i soldi per svoltare non ce li ho. Può succedere che in un caso o due confonda la ragionevolezza con l’arroganza, se un agente respinge un’offerta con la frase “È pur sempre la Diagonal!” (purtroppo non so tradurgli il napoletano “e tiritittittì“). Ma m’incuriosisce il fatto che, per un appartamento accanto a Plaça Catalunya (cioè, caro e centralissimo), nell’arco di 24 ore abbia un architetto a illustrarmi gratis eventuali migliorie, e per un piano terra accanto alla Diagonal (con giardinetto, ma sempre un vascio) la responsabile che accompagna l’agente dichiari che chiamerebbero l’architetto “solo se fossi realmente interessata, perché è un pomeriggio di lavoro!”. Che il rispetto per il lavoro altrui sorga solo in simili situazioni? D’altronde, nel caso specifico, il… soldato semplice, al momento di salutarmi, mi ha trattenuto la mano e mi ha rivelato con curiosa confidenzialità che “i proprietari avevano rifiutato un’offerta più bassa”: insomma, mi era sembrato di tradurre, facessi pochi scherzi e pagassi subito, o lasciassi la casa a chi capisse il russo! Alcuni annunci in zona, infatti, sono unicamente in questa lingua. La domanda è: chi capisce il russo si compra forse un vascio, fosse anche sulla Diagonal?

Ovviamente non si parla di lotta tra poveri, ma ripenso a quel bigliettaio che si credeva chissà chi perché in quel momento, e solo allora, aveva qualcosa che gli altri volevano.

E di cui lui, badate bene, era solo custode e non padrone.

Vabbe’, almeno ha riaperto la mia gelateria preferita.

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soldiersQuando ancora facevo il dottorato, con un amico trapiantato in Germania passavamo le intere giornate collegati dagli archivi delle rispettive città, mentre io sfogliavo gli enormi volumi del Comitato catalano che durante la Grande Guerra mandava gli aiuti ai connazionali che combattevano nelle trincee francesi.

Questi soldati sono ora presentati dagli indipendentisti come eroi dimenticati e dagli anti-indipendentisti come quattro gatti interessati solo a ricevere tabacco. Spesso scrivevano da un ospedale militare. Per ognuno c’è un lungo fascicolo con tutte le sue lettere al comitato, o alla madrina di guerra (una che mandava roba). Io leggevo la data delle lettere, davo una scorsa rapida al testo, scritto spesso in un catalano improbabile per compiacere l’interlocutore, e chiedevo in chat all’amico:

– Secondo te questo se lo mangia, il panettone del ’18?

Naaa, rispondeva invariabilmente lui, che aveva adottato quei soldati teutonici che i miei sembravano schifare tanto (e che ancora dovevano invadere la Rambla in sandali ortopedici!).

Molti se lo mangiavano, il panettone, o la versione catalana non pervenuta. Qualcuno che pareva particolarmente dedito alla causa improvvisamente disertava, allora non potevo saperlo ma ci speravo poco.

Con qualcun altro, invece, succedeva. Nell’ultima pagina del suo fascicolo trovavo una lettera formale e tecnica di un funzionario che ne annunciava in francese il decesso “nei Campi d’Onore“. Quando succedeva qualche mese prima del sospirato panettone, m’incazzavo sul serio.

Perché questi, che lo scrivessero per il tabacco o perché ci credevano davvero, sembravano molto convinti, di star lottando per la libertà dei popoli. Ovviamente, digerito il famoso panettone, sarebbero stati ringraziati con disoccupazione, crisi e un’altra guerra da subire e basta, troppo vecchi per combatterla (quando andava bene).

Questa versione della Grande Guerra, raccontata da un coetaneo su una brandina improvvisata, mi ha fatto riflettere molto sulle illusioni.

Su quando siamo proprio convinti di star facendo la cosa giusta, e intanto ci siamo fatti tutto un disegno preconfezionato su come dovrebbe andare.

“Dalla trincea lotterò per la mia patria, e per la mia famiglia amata”, recitava in francese una cartolina, raffigurante un barbuto cherubino in divisa, con la testa rivolta a una donna che pure sembrava volare dal cielo, il bimbo (per la verità molto ariano) in braccio. Eppure sti soldati diventavano isterici, piangevano, gridavano, tanto che gli alleati inglesi si erano inventati pure un termine per dare una “dignità” virile alla loro malattia: shell-shock. No, stava lì, e gli è esplosa vicino una mina. Mica è stato fare un centinaio di metri sotto il tiro dell’artiglieria nemica senza neanche poter cominciare a sparare (ma se ti giravi ti sparava il tuo superiore). Mica è stato farsi tutta la notte, come Ungaretti, vicino a un compagno morto. Mica è stato ricevere lettere da gente che era in pena per lui e doveva continuare a scrivere vinceremo, maledetti crucchi, invece di veniteme a piglia’, non ce la faccio più.

Davanti a questa follia, le mie piccole morti quotidiane mi sembravano più accettabili, ma meno accettabili gli errori che portavano a quelle.

La presunzione di sapere già come andrà a finire, di essere meglio di qualcun altro perché sì, di non avere mai bisogno di incantare qualcuno con belle parole sperando di spremergli un po’ di tabacco.

È quello che mi succede quando mi faccio aspettative su un lavoro che non viene. Quando per rassicurarmi come straniera mi butto a criticare gli autoctoni. Quando un senzatetto durante il giro di volontariato mi bacia la mano e dice te quiero mucho e non so mai se è perché ci crede o se perché ha bisogno che ci creda io.

E il bisogno, ho imparato nelle giornate in archivo a sfogliare vecchie lettere scritte in catalano strano, il bisogno è il peggiore dei moventi.

Il più efficace, dice qualcuno, l’unico che funzioni.

Il peggiore, ribadisco.

Per quanto sta in noi, non riduciamoci mai a quello.