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Intanto  a Madrid… Da eitb.eus

Almeno una cosa l’hanno imparata.

Perché a chiudere in bellezza un mese dedicato al femminismo e alla tutela dell’ambiente non ci pensa solo il WCF di Verona (e giuro che continuo a leggere WTF), ma anche questa grande manifestazione “pro-vita” a Madrid, ieri pomeriggio, mentre Bolsonaro proponeva di basare l’istruzione scolastica (proprio la matematica e la geometria) sulla Bibbia.

Tutti questi eventi hanno una caratteristica in comune: sono “pro” qualcosa e non “contro” qualcos’altro. Sarà che a finanziarli ci sono tanti ‘mericani, da sempre alle prese con il pensiero positivo, o sarà che una delle frasi attribuite a “Maria Teresa di Calcutta” (sic), suonava tipo: “Non parteciperò mai a manifestazioni contro la guerra. Chiamatemi quando organizzerete una manifestazione per la pace!”.

Infatti non ho visto suore alla manifestazione “No Vox” di sabato. Sarà che era “no-qualcosa”? Scherzi a parte, le idee furbette ce le facciamo sempre sottrarre da chi, “per il nostro bene”, vuole il nostro male.

Una curiosa sintesi di questo mese d’impegno che volge al termine è che l’ultima lotta si gioca sull’eterno feticcio: la famiglia. Anche in Spagna a quanto vedo, tra dibattito sui congedi di paternità e proteste di femministe con i figli, è come se la cosa si polarizzasse: o difendiamo la famiglia tradizionale con tutti i crismi, o ci facciamo la vasectomia “per non inquinare l’ambiente” (sic).

Io capisco come sia successo: se qualcuno dice che il tuo destino biologico è avere figli, lo mandi a cagare e vai avanti per la tua strada. Ma credo che prima di spacciarci per gli eroi delle famiglie prolifiche, o quelli che “i bambini inquinano”, dovremmo farci una domanda importante: ‘sti figli li vogliamo o no?

Perché in tanti mi hanno spiegato (senza che io chiedessi nulla) i motivi per cui non possono avere figli: “non ho l’ascensore” (sentito da gente che viveva in affitto), “ho troppo sonno”, “il mondo è troppo marcio”, “sono troppo vecchio” (sentita da più di un uomo sotto i quaranta). Inevitabile il “come li mantengo”, in questo momento storico, e non tutti devono avere la costanza dei miei ex vicini pakistani, che vivevano con moglie e figli piccoli in una casa di ben cinquanta metri quadri con soli due coinquilini. Qualche donna ha evidenziato un sacrosanto “non possiamo sentirci realizzate solo se abbiamo figli”.

Perfetto, ma li vogliamo o no?

Io vorrei una bambina per la verità, cioè mi piacerebbe, ma poi ovvio che è a come viene. A suo tempo una tizia che dà conferenze sulla violenza della polizia si è sentita in dovere di dirmi che “i sogni possono anche non realizzarsi” e “todo el mundo es infiel“, e comunque “i pakistani come quello che ti fa il filo hanno il cazzo piccolo, ti presento un amico”. Non so se questa fine pensatrice mi abbia portato sfiga: fatto sta che, per motivi estranei alla mia volontà (più che altro ho rispettato com’era giusto quella altrui), mi ritrovo senza figli a trentotto anni, e senza un compagno all’orizzonte. Per cui non è che rinuncio all’idea, ma so che le cose possono non filare come speravo, cioè senza provette o adozioni di mezzo. Tanto più che, se la scelta fosse tra uomini che difendono la “famiglia tradizionale” e uomini che hanno deciso com’è legittimo di viversi i quaranta come i venti, aspetterei tranquilla la menopausa. Anche se amiche più creative di me mi dicono “magari non ti serve un marito ma un padre”: in effetti qualcuno si è offerto, a patto però di non doversi curare della creatura (almeno gli etero).

In ogni caso, se finirò per fare “l’eterna zia” come un po’ sospettavo, preferisco sapere che figli ne avrei voluti, ma non come pretendono a Verona: almeno l’idea sarebbe stata crescerli nel rispetto della loro identità, qualunque sentissero propria.

Le domande senza risposta sono tristi, quando sono evitabili.

E forse, se siamo un po’ più onesti con noi stessi, smettiamo anche di farci la guerra.

(Una canzone pro-vita, feat. Mangoni)

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Da tvynovelas.com

Oggi farnetico più del solito, perché mi manca il mare.

Dico il mare che da ragazzina significava solo vacanze, e al massimo era pieno di alghe e odorava strano – ma a quello, sul litorale domizio, eravamo abituati.

È vero, allora sui giornali c’erano barconi straripanti di ragazzi dalla pelle bianca, che attraversavano l’Adriatico anche perché guardavano la Rai, secondo i giornalisti Rai. Ma a dodici anni non leggevo i giornali. Al massimo sbirciavo in TV l’altra immagine del mare che avevo quando le vacanze erano finite, e cenavo prima di preparare lo zaino per la scuola: quella di Juan del Diablo a torso nudo sulla prua del Satán.

Che mi è sempre sembrata un po’ comica, ma allora la telenovela Cuore selvaggio era una follia! Le telespettatrici di mezza Italia erano innamorate del compianto attore Eduardo Palomo (“Che omo!” recitava una gag). A doppiare in prima serata lui e i suoi compari c’era il fior fiore: Luca Ward, Giuppy Izzo… In realtà io, quando eludevo il bando familiare su “queste sciocchezze”, preferivo il fratello señorito di Juan, perché almeno sullo schermo, da Anthony di Candy Candy a Brandon di Beverly Hills, m’innamoravo sempre del buono e noiosetto a cui le altre preferivano il bello e dannato. E Andrea Aleardi della Valle non faceva eccezione.

Lo ritrovo ventisei anni dopo come Andrés Alcázar y Valle, nella serie caricata tutta in lingua originale da qualche fan storico. Lottando un po’ con l’accento messicano, ho scoperto pure che:

  • l’angelica Beatrice (come altro si poteva battezzare, in Italia?) in realtà si chiamava Mónica, così il diabolico Juan poteva sfotterla “Santa Mónica”, invece che “Suor Beatrice”: lo siento, señor Puccini;
  • la perfida Anna (interessante da un punto di vista GENDER!1!1) si chiamava Aimée, pronunciato malissimo, ma più coerente con la tendenza a riferirsi a lei col solo nome, senza il rischio di equivoci;
  • la storia è un classico, e ha più di mezzo secolo!

Infatti è l’ennesimo rifacimento (quello entrato nel mito) di un romanzo del 1957, della prolifica scrittrice Caridad Bravo Adams, ambientato però nella Martinica francese: l’ultima versione, dieci anni fa, era più fedele all’originale ma è stata un insuccesso clamoroso, con tanto di sfottò per l’età e il peso dell’attore che interpreta il nuovo Juan del Diablo… E sia dai critici (che lo chiamano direttamente “feo”, brutto) che dalle fans! Il mondo delle telenovelas non finisce mai di sorprendere.

Il mondo reale nemmeno: mi sarebbe piaciuto chiudere in caciara questo post su vecchi ricordi e pirati con l’orecchino, e invece devo tradurre questo appello della ProActiva Open Arms, che da due mesi è attraccata nel porto di Barcellona per ordine delle autorità spagnole. E se il Mare Nostrum diventasse Mare Omnium?

Siamo ancora bloccati in porto.

Più di due mesi e centinaia di morti nel Mediterraneo.

Impediscono che salpiamo a proteggere vite, a denunciare le violazioni dei diritti umani. Se i paesi europei bloccano le navi umanitarie, che portano sempre con sé luce e tachigrafi, sarà che preferiscono dei morti invisibili piuttosto che affrontare e rispettare le leggi che difendono il diritto più elementare: la vita.

 

 

Ragazza_somala

Un felafel e doppia razione di patatine.

Così mi ha premiato ieri sera il ragazzo somalo al fast food, per la mia lunga attesa mentre rimpiazzava le vaschette vuote d’insalata (non sapeva che volessi solo las papas).

E io che credevo fosse una sottile vendetta sua o del karma, per Gigiotto.

Gigiotto (nome di fantasia) è il parente che durante la Seconda Guerra è andato a combattere nell’Africa Orientale Italiana, e se n’è tornato con foto come quella che potete ammirare qui sopra. Lui non c’è più: le foto me le ha date la sua famiglia per la mia antica tesi di laurea sulla letteratura coloniale italiana e inglese. Ancora devo decidere se alcune delle ragazze nude avessero raggiunto la pubertà.

Ma purtroppo non ho una voce per loro. Vorrei allora far parlare dei connazionali che loro devono aver conosciuto bene: gente che è stata in colonia e c’è tornata, mettendo per iscritto mirabolanti avventure, romanzate e non.

Cominciamo con Augusta Perricone Violà, che in Ricordi somali (1935) si lamenta del fatto che noi italiani non abbiamo civilizzato abbastanza queste donne nere:

Dentro i grigi tucul, dai tetti spioventi di paglia, non abbiamo ancora saputo trarre che la femmina; l’anima della donna, la sua vera personalità, il suo vero cuore, ci restano ancora, se ci sono, ignoti.

Da notare il “se ci sono”. Una donna somala le dice di essere “sua cognata”, intendendo probabilmente di essere la madama di un suo parente. Lei si scompiscia:

Sì, queste piccole anime di donne ci fanno sorridere e sorridere sempre, come di fronte a bambini graziosi e divertenti che dicono tante cose carine ed enormi, perché sovente non sanno ciò che dicono, che ci distraggono e ci piacciono, pur sentendo però una distanza come un abisso.

D’altronde Campana suona, canzone fascista del 1935, rassicura le “ariane” di Casapesenna o di San Vittore Olona:

Noi strapperem gli schiavi alle catene / e il loro gran paese arricchiremo / se poi le negre ci vorranno bene / le nostre belle no, non scorderemo.

La precisazione è d’obbligo: il “meticciato” diventava una minaccia per la pura razza italica (scusate l’ossimoro), e la stessa Faccetta nera non era vista benissimo.

Però, care italiane bianche, sapevatelo: siete cesse. Almeno rispetto alle somale che, quasi a compensare il fatto che non abbiano un’anima, vantano un corpo perfetto. A quanto pare sono anche propense a lasciarlo inerte sotto le mani del maschio italico (scusate l’ossimoro):

“I seni per essere perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”.

“Eh! Via! Come sei complicato…”.

Ma Serra, imperturbabile, tracciando con la destra l’immaginaria linea, sfiorando i due capezzoli, continuò: “… deve tagliare le braccia passando pel punto d’innesto del bicipite col deltoide…”.

“Ma bravo! Ma bravo!”.

“… e devono esser modellati in modo che la loro turgidezza deve entrare tutta nel cavo d’una mano e non deve giungere, naturalmente, fino alle ascelle né deve crear piaghe alla loro attaccatura inferiore. […] Vedi, questi seni sono impeccabili, seni che difficilmente trovi lassù da noi, specie nelle metropoli ove l’avvizzimento del corpo umano è in ragione diretta del grado di civiltà raggiunto. […] Guarda questi” e così dicendo il capitano-medico-pittore Serra, con le dita semitese carezzò lievemente le mammelle della somala con lento movimento rotatorio, premendo un poco, come li plasmasse sulla creta.

Il corpo delicomorfo di Elo sembrava un fuso pronto a prillare. La fanciulla, coperta solo al grembo da una lieve “futa” bianca, lasciava fare silenziosa.

La lezione di anatomia “delicomorfa” è gentilmente offerta da Gino Mitrano Sani, e dalla sua Femina somala (1932): nel romanzo, Elo si getta tra le braccia del protagonista perché lui è proprio irresistibile, e poi la razza bianca la protegge dai selvaggi della sua (tipo lo stregone che l’ha resa vedova, ma vabbe’). Spoiler: non finisce benissimo. Innanzitutto deve prendersi cura della spia tedesca Meta Bauer, che è la vera amata del suo padrone com’è giusto che sia:

Ma l’uomo bianco ora ha vicino una femina bianca [sic] ed ella ha visto sempre accoppiarsi bestie simili…

Ma tanto non c’è storia, la biondina è meglio: infatti la somala, approfittando del sonno della rivale, si avvicina e le sfiora i capelli che sembrano brillare di luce propria. Fortuna che le toglie in tempo le… zampe di dosso!

Rassicuratasi che nessuno l’ha vista, Elo torna al suo posto con lo stesso passo felino e flessuoso, torna alla sua immobilità, lieta di non essere stata sorpresa in quella sua curiosità.

Elo ha guardata l’altra come un cane che annusa una cosa sconosciuta. Ora la bestiola è tornata al suo posto di guardia, alla sua consegna.

Alla fine ci lascia direttamente le penne, uccisa dal nuovo “compagno” somalo mentre appicca un incendio per attirare l’attenzione delle truppe italiane. D’altronde lei, “una madonna a cui qualcuno si è divertito a dare una tinta di mogano”, non era nient’altro che “una cosa del capitano, una serva, una schiava senza valore che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Peraltro, queste citazioni ve le risparmio, ma nella letteratura coloniale italiana le descrizioni di donne nere morte sono quasi pornografiche.

Sopravvive nella vita reale Diu-là, che il giornalista Mario Appelius s’era comprato come schiava (no, non è una prerogativa della categoria). La ragazzina si era concessa sua sponte (…), e alla fine, anche se lui non la poteva amare, era diventata parte del paesaggio:

Forse un qualsiasi nero, brutale e manesco, è oggi il rozzo padrone di quella africanella che fu per venti mesi l’idoletto barbarico della mia camera di bianco. Un idoletto che non amavo, che non potevo amare, ma che mi piaceva vedere al mattino nel vano della finestra, sullo sfondo della foresta vergine, sullo sfondo dell’oro solare, sullo sfondo della natura selvaggia…

Io direi di fermarci qui, e di riflettere un po’ sulle parole contemporanee di Giara Cagn:

Non vogliamo fare processi ai morti.
Vogliamo le pagine di storia che parlano di noi, di quello che abbiamo subito e di come ne siamo uscite.
Perchè dimenticare è un atto di violenza bello e buono.
E non so voi, ma io non ho il coraggio di dimenticare.

L’alternativa è un paese in cui una redazione conosca l’abc dei diritti civili, per averlo imparato alle elementari. Un’umanità normale, insomma. E quindi perdonateci tutte* per il nostro sbadiglio senza la mano davanti

Da minn.com

Ti amiamo moltissimo, a qualsiasi costo, povero paese che l’8 marzo con tante italiane in piazza schiaffa in prima pagina Salvini e i missili coreani, mentre El País (nota rivista anarchica) mostra foto di trecentomila persone in marcia a Madrid, e agguerrite pagine di controinformazione (tipo quella di Aljazeera) scodellano le immagini di quelle femminazi caricate a Istanbul

Invece tu, Italietta dei bomberoni, di solito sorprendi noi che, ogni Giornata internazionale delle donne, abbiamo questo friccico ner core di chiederci “cosa s’inventeranno stavolta” per confermare di non averci capito una ceppa, o di aver capito benissimo, ma di far finta di niente. E, fino a oggi, non siamo mai rimaste deluse.

Ecco puntuali quelli che “l’8 marzo dev’essere ogni giorno!”, che ogni giorno infatti spiegano al bar che quando una dice no, sotto sotto… La coerenza innanzitutto.

Poi ci sono quelli che “le donne sono superiori agli uomini”, che non abbiamo ancora capito se con questa frase siano mai riusciti a rimorchiare.

Non possono mancare quelli che “non sono né maschilista né femminista”, che non aprono un dizionario di sinonimi e contrari dall’esame di terza media.

E come non ricordare quelli che twittano “ok per la manifestazione, ma torna presto che la cena non si prepara da sola”, prima di farsi portare il sushino dallo schiavo di Just Eat: immagino le loro amiche ridere a denti stretti per dimostrare che “non sono né maschiliste né femministe” (vedi sopra).

Invece quest’anno ci avete annoiate al punto che quasi quasi era meglio la mimosa, figuratevi un po’. Eccheccazzo, tutto quello che avevate da offrirci era l’italiano medio? E non in senso statistico, ma proprio come creazione autopoietica, un self-made man che è una caricatura, e felice di esserlo.

Insomma, in questo momento di recessione vi avanzava giusto il tipo che pensa che, perché è morto di figa lui, lo sono tutti quanti (e “chi non lo ammette mente”, altro classico da sbadiglio in falsetto).

Questo qui, dell’8 marzo, ha capito solo che ci sono donne, dunque figa (le trans ringraziano). Quindi langia una provogazzione che, per dirla in hipsterese, è un win-win: se non passa il messaggio (più o meno, “gli uomini o sono bavosi o sono ricchioni”), si può sempre rifugiare dietro al fatevi-una-risata, parente stretta del sono-stato-frainteso. Se passa, invece, è il paladino della verità: perché è importante oggigiorno, tra tanti che vogliono solo “coccoline sul collo”, che qualcuno riprenda lo stuzzicadenti e la canottiera macchiata di sugo per “dire la verità” sul genere maschile.

(Spoiler: “diciamoci la verità” è la seconda causa di cazzate al mondo dopo “non sono razzista, ma…”, perché di solito è seguita da perle come “aiutiamoli a casa loro”, “ho tanti amici gay, il problema è quando ostentano”, e altre amenità da… film di Albertone, che adesso mi verrà in sogno solo per darmi i numeri sbagliati.)

Il Nostro, però, a una cosa ci arriva. Piuttosto che essere perseguibile per legge (ma tanto gli dimezzano la pena), è meglio appellarsi a una testosteronica incapacità d’intendere e di volere, finché qualcuno gliela appoggia ancora: che ci può fare, lui, se non riesce a esimersi dal fischiare a una passante? O a lasciare il numero di telefono su uno scontrino, o addirittura fare la mano morta a un’amica (ma la denuncia è mai scattata?).

Ciò che non tanto afferra sono le ragioni di quegli altri che perfino in Italia sanno che non si tratta di “aiutare in casa” ma di dividersi il lavoro di cura, che i privilegi legati a genere, classe e provenienza sono “posti al sole” che alla lunga ustionano. E se lei non vuole, francamente, non vogliono neanche loro.

L’italiano medio, invece, è di poche pretese: si accontenta di essere la succursale del suo pene.

E in un paese i cui giornali, l’8 marzo, mostrano foto di piazze piene, forse non avrebbe pubblicato il compitino che avrebbe voluto scrivere alle elementari, se la maestra fosse stata Edwige Fenech. O sarebbe lì a implorare di non perdere il lavoro. O almeno chiederebbe scusa. O addirittura, visto che “ormai è difficile dire che cosa possa suonare maschilista” (dicono i maschilisti), tormenterebbe l’unico neurone ancora funzionante, orgogliosamente collegato a un organo solo, per chiedersi cosa abbia scritto di “tanto strano”.

Non fa niente, dai, se ne parla il prossimo 8 marzo. Stavolta veniamo già annoiate.

* Tutte tutte no, va’. Il coraggio una non se lo può dare, o non sempre, e ce ne saranno alcune che pensino vabbe’, questo passa il convento, facciamoci una risata e diciamo ancora un altro sì. Perché sarebbe assurdo, pretendere di parlare per un’intera categoria. Eh, già.

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Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

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“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

L'immagine può contenere: una o più persone, vestito elegante e spazio al chiuso

Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

Image result for cartolina napoli Il ragazzo arriva che il gioco è già iniziato, così decidiamo che il prossimo ad andare sotto è lui.

Non se lo fa ripetere due volte. Siede al tavolo nel suo metro e settanta scarso, e ci rivolge un sorriso timido – in fondo siamo in dieci a guardarlo – che gli trasforma gli occhi in due virgole. O questa è l’impressione che ho io, e mi chiedo subito se non sia un paragone razzista. Anche la carnagione che sembra cotta dal sole è di quelle che ti fanno almeno capire, e mai giustificare, perché una volta si dicesse “pellerossa”.

Ci parla in catalano, perché il gioco è semplice: si tratta di indovinare la città da cui proviene ognuno, facendo una domanda a testa nella lingua che vogliamo perfezionare. Solo io, che coordino il tavolo, faccio un misto tra il catalano che dovrei ripetere e lo spagnolo che capiscono quasi tutti. A questo scambio linguistico in particolare, di solito o sono italiani o vengono per l’italiano.

“Nella tua città c’è il mare?” è una delle domande classiche del gioco, rivolta in molti modi, con tante sgrammaticature.

Il nuovo arrivato spiega di sì, e all’inizio dobbiamo pensare tutti a qualche posto sull’Atlantico, in America Latina. Qualche razzista su Youtube direbbe anzi che ha la “faccia da indio”, come fanno con Thalia (e allora la fan di turno protesta non mandandoli affanculo, ma affermando che la cantante sarebbe mestiza). Man mano che il gioco va avanti, però, le cose si complicano, e i conti non tornano più: i piatti tipici che il ragazzo descrive alla lontana, per non farci indovinare subito, fanno molto Mediterraneo. Quando ormai è il mio turno di fare congetture, lui afferma che nel suo paese ci sono molte regioni, venti, gli sembra. Gli altri sono ancora spaesati.

“Sei italiano” non chiedo, affermo.

Allora quello caccia un accento di Rimini come non ne ho mai sentiti prima. Poi si affretta a precisare che suo padre è cileno. Deve farlo spesso, come il collega nero con cui parlavo inglese da mezz’ora, a Manchester, prima che una supervisor ci rivelasse che eravamo connazionali, e subito lui: “Mia madre è giordana e mio padre del Ciad“. Più che rivendicare origini multiculturali, mi sembrava preso da una necessità di spiegare, che almeno io non sentivo.

Anche il coordinatore del gioco di cui sopra, passato un momento a curiosare al nostro tavolo, si accorge del nuovo arrivato e fa la battuta: “Tu hai l’aria di uno che è venuto a imparare l’italiano!”.

Ma il gioco non finisce lì. Adesso tocca a me. Devono indovinare la mia città.

E, come sempre in questi casi, la gente comincia a squadrarmi: biondiccia ma non alta, occhi chiari ma di colore incerto, non proprio le curve di Sofia Loren. Con me una volta si è sbilanciato solo un amico catalano, convinto di conoscere bene l’Italia: “Lei si vede lontano un miglio che è del Nord!”.

I connazionali intorno al tavolo giungono alla stessa conclusione, perché, quando comincio a parlare di “impasti d’acqua e farina” pensano a focacce e pani estrosi, e quando infine menziono il mare non hanno più dubbi: “È di Genova!”, bisbigliano tra loro.

Soprattutto il ragazzo di Rimini è proprio convinto, aspetta solo il suo turno per smascherarmi.

Vi racconto tutto questo perché dovremmo tenere a mente quello che mi disse un amico del Forum di Lettere, per consolarmi di una gaffe che avevo fatto con un collega gay che credevo etero: “Mai dare per scontato che non daremo qualcosa per scontato*.

Alla fine del gioco, col ragazzo ritardatario ci mettiamo a chiacchierare un po’: la genovese e il latino. Ci troviamo piuttosto simpatici.

(Ok, ve l’ho raccontato al presente, ma l’episodio è avvenuto un anno fa. Ci ho ripensato quando ho letto l’avventura di questa ragazza, che beccata a Roma senza biglietto insieme a mezzo autobus, al contrario degli altri si è vista chiedere il permesso di soggiorno. “Non ce l’ho”, ha dichiarato, e già la stavano portando in questura. “Non ce l’ho perché sono italiana” ha specificato poi. In un’altra occasione aveva scritto un commento sul corazziere nero e lo stupore generale che l’aveva accolto, e aveva concluso con uno scherzo su una pelliccia animalier. Quando un’amica nei commenti le aveva chiesto “dove potesse trovare la pelliccia”, lei aveva risposto: “T’ ‘a vuo’ accatta’, eh? Vrenzulooo’!”. Avevo dunque capito che eravamo conterrOnee.)