Archivi per la categoria: e comunque…
Rete pesca Archivio Fotografico | k16676147 | Fotosearch

Costruiamo reti non per imprigionare, ma per unirci

Ho inseguito a lungo la normalità. Mi sembrava molto esotica.

Ma lei, che ve lo dico a fare, è stata sempre più veloce di me.

Eppure. In un articolo in spagnolo ho letto che, ad appoggiarci e sostenerci durante la quarantena, sono stati in buona misura i rapporti informali. Le famiglie allargate, o quelle che ci scegliamo in età adulta, o le persone che secondo una visione rigida della società non dovremmo neanche frequentare, come un ex o il mendicante sotto casa. Alcuni di questi “alleati atipici” sono accorsi in caso di necessità a darci sostegno o… “portarci la medicina”, come facevano in Napoli milionaria in una nottata ben più difficile da passare.

Com’è possibile? Breve storia triste: un maestro buddista ordinò ai discepoli di legare il gattino del convento durante l’ora di meditazione, perché il micio, con la sua esuberanza, disturbava i monaci. Quella norma proseguì per inerzia anche quando il felino era ormai vecchiotto e poco propenso a muoversi troppo. Intanto morì il maestro, ma il suo sostituto continuò a legare la bestiola, per consuetudine: finché non morì anche il gatto, e il nuovo maestro, per tradizione, mandò a procurarne “un altro da legare”.

Le norme seguono dunque una logica loro, magari imperfetta (#freemicetto), per risolvere una serie di problemi, o presunti tali: poi, però, sopravvivono spesso anche a questi ultimi.

Eppure. È sufficiente mettersi in contesti diversi da quello in cui si è nati per scoprire che le regole sono relative, che altrove ne vigono altre, magari considerate altrettanto assolute. E noi le trasgrediamo, sempre di più e di continuo. Perché ci rendiamo conto che la logica che le ha fatte nascere non sempre sussiste ancora. Il rischio uguale e contrario è fingere che tale logica sia sparita del tutto: così, l’economia informale che tende a mettersi in tasca il diritto del lavoro diventa spesso un nuovo pretesto di sfruttamento, o il poliamore si trasforma a volte nell’opportunità di avere un harem senza accollarsene anche gli oneri (come accade a uomini contrari alla monogamia, ma non al maschilismo). 

Io, nei rivolgimenti degli ultimi mesi, mi sono ritrovata il compagno di quarantena con l’esigenza di cambiare aria, e l’ex con quella di trovare un posto in cui attendere gli esiti della precarietà lavorativa da covid. Così adesso incontro il primo all’esterno, in occasioni ben più amene di una convivenza forzata, e mi ritrovo il secondo a dividere la spesa e gli spazi comuni di casa mia.

Ha un senso, tutto questo? A me sembra di sì. Ciascuno ha seguito i suoi bisogni secondo le sue capacità, e ha condiviso le sue risorse: io una stanzetta libera, il fidanzato l’amore per gli spazi aperti (che con la quarantena io avevo messo da parte) e l’ex la capacità di pulire casa prima ancora che io mi renda conto che sia sporca!

Confesso che continuo a desiderare una stabilità molto più convenzionale e noiosa di questa, ma intanto non abbiamo idea delle proporzioni della crisi economica che potrebbe aspettarci a settembre, i cui prodromi agiscono già ora. Non sappiamo neanche se una nuova quarantena possa costringerci di nuovo tutti a casa.

Così navighiamo a vista, seguiamo nuovi fili e nuove logiche: lo facciamo con lo scoraggiamento di chi deve iniziare daccapo una volta di più, e con la fiducia nel fatto che, in caso, saremo ancora tutti lì, pronti ad aiutarci.

L’unica norma da ribadire fino allo sfinimento resta sempre questa: ci salveremo solo insieme.

 

(Dell’amore non si butta niente.)

 

 

 

FB_IMG_1591866869874 Si torna alla vita normale!

Infatti martedì scorso, verso le nove e mezzo di sera, scendevo da Plaça Sant Jaume in direzione della Rambla, nel secondo giorno utile per godersi la fase 2 della quarantena barcellonese (il giorno prima pioveva a dirotto). Non avevo più limiti di tempo e d’orario, e me ne andavo in giro con la mascherina e la tenuta pantacollant/scarpe da ginnastica che riservo alle passeggiate lunghe.

Imbruniva ma non troppo sul carrer Ferran, che percorrevo a passo spedito circondata da gruppi e coppiette, e qualche passante che, come me, circolava solo. Era stato proprio a me, però, che si era rivolto un tizio che andava in direzione opposta alla mia. Aveva voluto confidarmi ad alta voce una cosa che, a dirla tutta, non avevo capito bene, per via dell’accento italiano e della scarsa padronanza della lingua spagnola: ripensandoci resto indecisa tra “me falta la cabeza” e “te falta una carezza”. In ogni caso avevo risposto: “Sì, sì, hai ragione”. Quello allontanandosi mi aveva gridato dietro altre cose, tra l’ironico e il condiscendente: non capiva perché m’innervosisse essere interrotta nella mia passeggiata da uno che, boh, voleva solo assicurarsi di poterlo fare.

Proseguivo perplessa. Un altro tizio mi veniva incontro, anche lui in direzione opposta alla mia: pelle scura, t-shirt color oliva, lattina di birra in mano. Vedendomi mi aveva lanciato un “Hola, guapa” ubriaco, e la sua improvvisa virata a 180 gradi era diventata un inseguimento quando avevo cambiato marciapiede.

Quando gli avevo intimato di lasciarmi stare, si era arrestato e mi aveva replicato, traduco letteralmente: “Stai zitta! Ricchione!”. Quindi era tornato sui suoi passi. A quel punto, esasperata, costeggiavo ormai Plaça Reial, quando un ragazzo in bicicletta che aveva al massimo una ventina d’anni s’era staccato dal compagno ciclista, con cui sostava fuori al KFC all’angolo con la Rambla. Quindi, pedalando con una certa esitazione, mi si era avvicinato apposta. “No, eh” avevo pensato.

Ma lui: “Stai bene?”. Me l’aveva ripetuto due volte, perché capissi: doveva aver assistito almeno al secondo alterco e, suppongo, voleva davvero confortarmi. Aveva l’accento del posto. Credo percepisse la mia perplessità iniziale, la chiusura a riccio che già cominciavo a mettere in atto: poi spero che il mio sorriso gli sia arrivato anche da sotto la mascherina.

Finalmente, la Rambla. Mentre riflettevo su quanto mi fosse accaduto nello spazio di pochissimi metri, un tizio con la brillantina e i tratti che davo per latini (anche lui veniva in senso opposto al mio) mi lanciava un suadente: “Adéu…”, che pareva più un “Hola, cosa ci fai fuori dal mio letto?”.

Confesso che il primo istinto era stato osservare i miei indumenti: in fondo così ci addestrano, no? A pensare che c’entri qualcosa ciò che indossiamo. Embe’, i pantacollant erano sempre neri e un po’ larghi, la maglia abbinata cadeva morbida sui fianchi e il foulard mi scendeva ancora sul petto: un accorgimento che mio malgrado prendo da quando, tra portare un reggiseno e respirare, scelgo la seconda opzione. Avevo pensato allora che la mascherina mi copriva i segni del tempo: sospetto da un po’ che l’età che avanza mi stia proteggendo in parte da episodi del genere. Non tanto perché a vent’anni si rientra più facilmente negli standard di bellezza diffusi, ma perché, chissà per quale motivo, da più giovani si è considerate anche più disponibili e fragili: un bersaglio facile, insomma.

E poi, oh, che dicevo all’inizio? Si torna alla normalità. A marcare il territorio, a fermare una perché al massimo, specie se hai il colore di pelle giusto, passerai per maleducato e non per un molestatore. In una parola: perché puoi farlo.

Ed è ovvio che “non tutti gli uomini lo fanno”, però forse è su questo che non ci capiamo: il ragazzo in bicicletta, per quanto ne sapessi io, avrebbe potuto regalarmi anche lui qualche fantastica confidenza o frase insinuante, oppure avrebbe potuto solo informarsi del mio stato d’animo, come poi aveva fatto. Il punto è: era una decisione sua, non mia. Poteva fare entrambe le cose. Io potevo al massimo aspettare a vedere cosa facesse e, se fosse andata male, compiere un’esaltante scelta tra subire e reagire, con tutti i rischi del caso.

Quindi non è: “gli uomini sono”… Ma è: gli uomini possono essere.

Prenderla sul personale è una tentazione che ha solleticato anche me quando, nei film americani, sentivo che “white man”, o “gringa” era usato come un insulto. Peccato che poi la polizia mi ha sempre trattata coi guanti, a me. Forse ci diamo troppa importanza, quando la buttiamo sul personale: siamo parte di una categoria che può discriminare  le altre, con esiti anche letali, e può farlo senza tutte le conseguenze che la legge prevede o dovrebbe prevedere. Non approfittare di questo privilegio è fare la metà del nostro dovere. Per capirci: il giovane ciclista del mio terzo incontro non è una brava persona perché non ci ha provato, ma è una persona gentile perché mi ha chiesto come stessi.

Quando mio padre, nella sua ultima visita, mi consigliava “prudenza” sull’ora di rincasare (di nuovo il controllo delle donne!), gli ho chiesto se lui avrebbe accettato delle limitazioni di movimento per il solo fatto di essere qualcosa (mettiamo, un napoletano in un quartiere leghista, o un signore anziano in una zona famosa per le rapine frequenti).

Papà non sapeva cosa rispondere, capisco che voleva solo sapermi sana e salva. Ho letto le testimonianze di diversi padri che si sono posti il problema solo quando hanno avuto figlie femmine.

E sì, meglio tardi che mai, ma non è questo il punto.

In fondo, essere ciechi ai problemi altrui è un privilegio che funziona così: se non lo vediamo, con ogni probabilità ce l’abbiamo. E possiamo permetterci di fregarcene.

E allora, che vi devo di’? Buona passeggiata.

,

marcheseQuando vennero a Barcellona dei delegati di Potere al Popolo, andai alla riunione con piacevoli aspettative e una grande curiosità: e mo’, che ci dicevano?

Quelli che… “noi non siamo scappati dalla nostra terra”, che argomentazioni avrebbero usato mai con noi scappati di casa?

Forse avrete già indovinato. Il discorso s’incentrò su un cauto: “Voi ve ne siete dovuti scappare”.

Era proprio imbarazzante l’idea che volessimo essere lì: perché “la terra”, banalmente, è pure un pianeta, dove purtroppo le ingiustizie sono di casa un po’ dappertutto. Anche le fatidiche radici sono vissute in modo diverso da ogni singolo individuo. Quando rivedo bene La ragazza con la pistola, espatriata per onòre, mi chiedo se io, in realtà, non sia inglese, rispetto a una strepitosa Monica Vitti che rifiuta la birretta con la ex del fidanzato e sembra stare sempre lì a chiedere: “Ma voi non avete sangue nelle vene?”. Sta’ a vedere che io, oltre che inglese, sono anche vampira. E sono sicura che, cinquantadue anni dopo, “vampiri” che sfuggano agli scanzonati cliché da commedia all’italiana si trovino eccome, nella mia terra d’origine. Per questo ripeto che c’è chi parte proprio perché ha coraggio, e chi per coraggio resta.

Dei miei tre espatriati preferiti (e sì, torno al romanzo), Irene è partita per amore, Marco per lavoro, e Tati per “cambiare il mondo” (cosa che d’altronde, con scarso successo, provava a fare anche in Italia). Riescono a trovare quello che cercavano? Non spoilero, ma diciamo che dipende molto da quante aspettative avessero, e da un’illusione diffusa: che le condizioni esterne facciano il grosso del lavoro. Io dico scherzando che fanno il 90%, specie in una città cosmopolita come quella in cui abito: ma, secondo me, ad avere l’ultima parola è quel 10% costituito dal nostro modo di vedere il mondo.

Se quello non funziona, facciamo poco ovunque siamo. La buona notizia è che questa visione del mondo cambia, specie se propiziata da una serie di botte di culo: tipo quella di avere tempo a disposizione, e risorse per utilizzarlo.

C’è gente infatti, non dimentichiamolo, che sembra avere l’incredibile colpa di non possedere il passaporto giusto. E che, agli occhi di chi le dovrebbe rilasciare quest’ultimo, non sembra mai fare abbastanza per ottenerlo, che si tratti di cambiare pannoloni o spaccarsi la schiena in un campo di pomodori.

Alla prima riunione del Sindacato delle inquiline (plurale inclusivo catalano), un signore anziano prese la parola e tuonò contro questi “ragazzini” che trascorrono un anno a Barcellona e quello dopo a Berlino, e intanto fanno lievitare gli affitti nelle zone in cui si concentrano. A una riunione al Pati Llimona sul turismo che distrugge i quartieri, un’infermiera di mezza età sosteneva che certi abitanti italiani e francesi del Barrio Gótico vivevano come eterni turisti: si ubriacavano e drogavano senza aggiungere molto alla vita sociale del quartiere.

Peccato che, a parte la sindrome da Little Italy che pure detesto, in tanti espatriano un po’ allo sbaraglio a vent’anni, perché non trovano lavoro in Italia. Allora si fanno un lavapiatti tour in varie città europee, oppure si fermano nel primo posto in cui arrivino a superare i 1000 euro al mese: senza però considerare che un giorno potrebbero non vedersi rinnovato più il contratto per raggiunti limiti d’età. Non di sola droga vive l'”expat”, che poi significa “migrante col passaporto giusto”.

Per fortuna, almeno al signore indignato del sindacato è stato risposto che viaggiare è un diritto, con tutti i problemi che comporta. Io avrei aggiunto che, se non si riesce a istituire un calmiere per gli affitti, la colpa non è di questi presunti hipster internazionali, che non possono neanche votare alle elezioni politiche.

Se vedete bene, per quanto ci sia un abisso tra passaporti giusti e sbagliati, è molto difficile che la colpa dei problemi di una società sia attribuibile a chi ne faccia parte da poco. Il fatto è che viaggiare porta allo scoperto i problemi strutturali: la voglia di “accogliere” nuovi membri nei periodi di bonaccia, a patto che se ne stiano al posto loro, per poi straparlare di radici e d’identità solo quando è rimasto poco da spartire.

Sono storie che troviamo dappertutto, e dappertutto curiamo insieme.

Che si vada o si resti, “insieme” è la parola.

 

Per spiegarvi il nuovo romanzo, ve ne racconto uno che ancora devo scrivere.

Parla di una tizia che si è fatta un punto d’onore di trasformare tutte le sue sfighe in capolavori. È un po’ ossessionata con quella storia, sapete? La questione dei cocci giapponesi che si rimettono insieme con l’oro fuso. Un metodo di riparazione senz’altro spettacolare, che però, come suggeriscono in BoJack Horseman, non sembrerebbe particolarmente efficace. Ma la nostra eroina che non c’è (o non c’è ancora) è proprio ossessionata: non riesce ad accettare che, oh, le cose a volte vanno storte e basta. Accettarlo e passare oltre è la migliore delle riparazioni possibili.

Eppure. Questo libro mi prova che la mia protagonista inesistente un po’ ha ragione: quasi tre anni dopo aver scritto la prima bozza, mi rendo conto che da tutta quella faccenda complicata e a tratti angosciante ho ricavato “almeno” Una via dritta, che da ieri potete prenotare o, addirittura, trovare in libreria.

E la storia, mi sa, la conoscete: anzi, grazie ancora a chi mi contattava sui social per assicurarsi che fossi tutta intera! Il romanzo inizia quando Mariano Rajoy prende bene i preparativi per il nuovo referendum indipendentista (il terzo da quando sono a Barcellona, e all’inizio, mi dicevano, neanche il più votato al successo). Ai tempi nel porto barcellonese, decorata da una surreale effigie di Titti, era arrivata una nave carica carica di… polizia!

Sarebbero scesi, gli agenti? Avrebbero risposto con le manganellate a quell’insolita occupazione fuori stagione? Ero rimasta col dubbio fino al 30 settembre 2017, mentre osservavo le famiglie che riempivano di cartelli e tapitas da spizzicare le scuole e i centri culturali al cui interno, intanto, si preparavano le urne. Adesso, dalle parti della mia nuova casa fin troppo centrale, c’è un negozio che pretende di vendere ai turisti alcune di quelle scatole di plastica bianca, con sopra una bandiera catalana stilizzata: mi dicono che le originali, però, sono patrimonio dei centri che le hanno custodite, nascoste e, all’occorrenza, difese con la propria pelle.

Perché di questo si trattava: della pelle. Quel primo ottobre in cui io cominciavo la carriera di spettatrice perplessa di fatti che mi avrebbero sempre vista un po’ in disparte, gli agenti avevano abbandonato fin dalle prime ore notturne la “nave di Titti”. Anche a casa mia, qualcuno sarebbe sgusciato fuori qualche ora prima che uscisse il sole, con indosso il gilet fosforescente degli osservatori dei diritti umani.

L’unica scena che non inserisco nel libro, perché è solo mia, è proprio quella dell’abbraccio tra me e il… gilet di cui sopra, avvenuto a mezzogiorno fuori all’associazione in cui quel piccolo esercito pacifico e un po’ fluo faceva un rapporto pieno di speranza, ma anche di brutte notizie: un manifestante aveva perso un occhio (ancora proiettili ad aria compressa!). Inoltre, tra le immagini di feriti che circolavano in quelle ore c’era una signora anziana con la testa spaccata, parente lontana della Pepita del libro. E intanto, alcune testate internazionali più realiste del re provavano a dimostrare che quelle dei pestaggi erano immagini di repertorio, che meno persone di quelle dichiarate s’erano presentate in ospedale… Una blogger italiana, che aveva vissuto a Barcellona decenni fa, formulava giudizi molto seguiti su una città un po’ da cartolina, in cui non riconoscevo quella che abitavo io nel presente. A me tutto questo sembrava confuso e alienante.

Ma nei giorni successivi avevo assecondato un mio antico difetto: sorridevo a tutti, provavo a mediare. All’improvviso tanta gente, presa dall‘incertezza politica, dal clima di violenza e dall’esodo delle banche verso altri lidi, sembrava avere una gran voglia di litigare.

Quando m’ero ricordata che non si può sempre sorridere, avevo mandato un po’ tutti aff…, m’ero messa al computer e avevo inventato Irene, Marco e Tati. O meglio, li avevo assemblati come una sorta di Dottor Frankenstein interrotto a ogni piè sospinto da una telefonata in lacrime (“Esco dal gruppo!”, manco parlassero di una rock band), o da una rabbiosa incursione dal vivo (“Di’ ai tuoi amici italiani che sparano cazzate su Facebook…”).

Insomma, come già col primo romanzo, avevo preso delle angosce vere e le avevo fuse come oro “riparatore” per affidarle a tre corpi inventati, ma in movimento: quelli di Irene, Marco e Tati. Dove vanno i nostri eroi, il giorno del referendum? A salvare una vecchietta, solo che non lo sanno. In un romanzo più serio si direbbe che vanno incontro al loro destino. E in questo incrocio di destini, nella conciliazione impossibile e imperfetta che provoca, si è giocato quello che restava della mia sanità mentale. Troppo drammatico? Ok, facciamo “della mia lucidità“, allora. O anche solo “della voglia di fare”.

Per credere che ci potesse essere una pace non apparente, tra me e una Barcellona gentrificata e contraddittoria, ho dovuto cercare questa tregua tra le righe, tra le parole che il buon Andrea mi ha estorto di revisione in revisione, quando il papocchio iniziale era diventato una cosa seria, e toccava dare movimento a prime bozze troppo statiche, o drammatizzare situazioni di coppia che, chissà perché, non volevo esplorare fino in fondo.

Era paura, la mia? Forse. La paura del cambiamento, che tanto avviene lo stesso e, che ci piaccia o no, si lascia dietro un sacco di cocci rotti. Possiamo “ripararli” con tutto l’oro fuso del mondo, ma non funziona tutte le volte.

Raccogliere i cocci, però, è un buon esercizio.

Sono contenta che questo romanzo, che ora affido a voi in tutte le sue crepe nude, mi abbia aiutato nell’operazione.

Continua.

 

(Una canzone che all’epoca mi agghiacciava.)

Bell’ e buono aggio visto ‘nu rummore, e se n’è caruto ‘o Palau…

Ok, ricomincio.

Alla fine de L’Amante di Marguerite Duras, “l’esplosione di un valzer di Chopin” fa capire alla protagonista che in fondo lei un po’ lo amava, quel signore cinese che si era appena lasciata dietro per partire.

Circa novanta anni dopo, l’esplosione di una rumba di Peret mi fa capire che ‘sta quarantena non mi ha tolto l’amore per la musica, le sorprese e le figure di…

No, scherzi a parte: tornavo a casa dopo la passeggiata serale 1×1 (un chilometro per un’ora massimo) e, all’incrocio tra via Laietana e una stradina afferente al Palau de la Música, noi passanti ci fermavamo di botto, ci facevamo due domande, non credevamo alle nostre orecchie. La qualità del suono che ci giungeva dal vicolo del teatro poteva essere quella arrangiata di un palco da festa di quartiere, oppure la registrazione era perfetta al punto di riprodurre la sensazione della folla che canta in coro El muerto vivo. Quasi quasi c’era da accontentarsi di questa eco e non andare a controllare: era inconcepibile, l’idea di uno scenario montato davanti al Palau, con il pubblico intento a cantare con la mascherina e ballare mantenendo la distanza di sicurezza!

Infatti, con la cocciutaggine che a volte farei bene a lasciare a casa, mi sono avventurata nel vicoletto con altri curiosi, e salió la verdad: il bar del Palau aveva ripreso le sue attività. Al piano terra dell’edificio c’era una sorta di fascia elastica a fare da barriera tra i clienti e il cortile in cui, fino a tre mesi prima, si affollava la gente in tenuta da sera, con un bicchiere di cava in mano. Adesso, invece, un tavolino che sembrava un banco di scuola tagliato a metà era sormontato dal sifone del vermut, e affiancato da un trespolo che reggeva il menù della serata. Sotto i due fogli zeppi di bibite, e tapas da portar via o consumare in piedi, campeggiava l’offerta mangia & bevi a quindici euro. Perfetto, ma… la musica di prima? Mi sono sporta un po’: in effetti, sul palchetto montato in un angolo di cortile alla mia sinistra, c’erano due musicisti con strumenti tipici da rumba: chitarra e cajón. Avevano però finito di suonare, e delle casse riproducevano in stereofonia un effetto simile a quello che avevo sentito poco prima: una folla intenta a godersi un’altra canzone mitica del genere rumbero. Insomma, non capivo se i due musicisti erano in pausa da tempo, e io avevo ascoltato una registrazione fin dall’inizio, oppure il casino arrivato fin sulla strada principale era stato opera della potenziale clientela che passava in mascherina, e che adesso, a ogni buon conto, chiedeva: “Ma poi tornate a suonare, sì?”. Gli interpellati sono scesi dal palco con lo sguardo rivolto a noi che eravamo dall’altra parte del trespolo col menù: sì, sì, hanno assicurato.

Allora mi sono tornate alla mente due immagini uguali e contrarie, di normalità che sfida la crisi.

Un articoletto di Zucconi, quasi vent’anni fa, descriveva un angolino centralissimo di New York, paralizzato per una mezz’ora da un allarme bomba. Credo fossimo al massimo nel 2002, e capirete, ogni zaino incustodito per strada scatenava una puntata dal vivo di Ris. Ma ormai la paura era diventata ordinaria amministrazione, e la piccola folla bloccata in attesa dei controlli sorbiva caffè lungo, chiacchierava… Certi ragazzi che tornavano dal lavoro scambiavano qualche parola con le infermiere di un vicino ospedale: qui non m’era piaciuto il “Forse si rimedia” buttato lì dall’autore dell’articolo, che s’immedesimava in quel rimorchio estemporaneo, ma ne avevo colto la connotazione di vita che prosegue al di là dell’orrore, eccetera.

Quanto alla seconda immagine che mi è balenata in mente, spero la conosciate: è quella dei ciclamini! Quasi sessant’anni fa, un certo filobus numero 75, guidato dalla penna di Gianni Rodari, aveva deciso di uscire dai binari e andarsene a zonzo nelle campagne romane, insieme al suo affollato carico di pendolari ansiosi di arrivare in tempo al lavoro. Si erano ritrovati invece ai margini di un boschetto, e avevano cominciato a litigare tra loro senza neanche scendere da quel mezzo di locomozione così indisciplinato. Era finita però che una signora, osservando bene il prato fiorito che per un giorno sostituiva cattedre, banconi e aule di tribunale, aveva adocchiato dei ciclamini, fiori che adorava e che non coglieva da tempo. Così avevano finito per scendere tutti, e allora c’era chi “adottava” una fragola, chi giocava a pallone accartocciando dei giornali, chi condivideva un panino con la frittata… finché il filobus non si era messo in testa di ripartire, e i passeggeri erano saltati su di nuovo col timore di aver fatto ormai tardissimo. E invece le lancette non s’erano spostate di un millimetro: era il 21 marzo, primo giorno di primavera, e si sa che il 21 marzo tutto è possibile.

Rodari non poteva sapere che il 21 marzo del 2020, a Barcellona, sarebbe stato impossibile godersi, mettiamo, il ramen del Grasshopper (“Il… che?”) senza dover sfruttare gli schiavi di Uber Eats, e allora noi che avevamo ancora il lusso di fare la spesa dovevamo arrangiarci con quel poco di pasta scadente che non era stato saccheggiato nei supermercati insieme alla carta igienica.

È a questo che servono la rumba e i ciclamini, e le altre esplosioni improvvise di eccezionale normalità (lo zaino di New York, va da sé, è una fortuna che non sia esploso!). Servono a ricordarci che sì, anche quando ci sembra quasi un affronto voler andare avanti, può scoppiare nell’aria un motivo che una volta ci era parso pure scontato, e che adesso, invece, salutiamo come ‘o rummore che forse (grattatevi) non avremmo più “visto”.

E allora, che volete farci? Allora tocca proprio ballare.

 

 

Peret

 

 

 

 

 

Ovviamente, ho visto cose che voi umani.

Vestiti al 50% con mascherina abbinata; cappuccini all’aperto pagati quanto il PIL di un paese in via di sviluppo; gente che dopo aver bevuto si cerca in borsa la mascherina che aveva solo abbassato all’altezza del mento (ok, parlo di me).

E sto imparando a farmi bastare la passeggiata di un’ora, un solo chilometro per volta. Sto perfino meditando di infrangere la regola andandomene in spiaggia (a due chilometri da casa mia), ma alle sei del mattino: a Barcellona non si riempiono i tavolini di un bar prima di mezzogiorno, figurarsi quanta gente ci trovo là a quell’ora…

Ok, ok, non vado. Ma questa ripresa gradualissima della quotidianità (nella capitale catalana siamo appena in fase 1) è strana: noi che possiamo permettercelo, ci godiamo quel momento di sollievo tra la reclusione globbale totale e lo tsunami economico, che aspettiamo con la trepidazione riservata alla hit dell’estate di Enrique Iglesias (speriamo che almeno quella, quest’anno, ci venga risparmiata). Per dire, il mio bar fighetto preferito non ha ancora riaperto, nonostante due o tre tavolini, fuori, li mettesse sempre: sarà che non ne vale la pena, per loro, visto che secondo le nuove regole si può occupare solo il 50% dei posti all’aperto permessi in condizioni normali. Già immagino un’orda di hipster intenti a menarsi a colpi di monopattino per aggiudicarsi un latte caramel all’unico tavolino disponibile! (A parte quello piccolo con l’immancabile disinfettante per le mani.)

Inoltre, sempre più articoli sottolineano le difficoltà del lavoro di cura con i bimbi reclusi in casa: una questione che grava soprattutto sulle madri, e non solo “da Trieste in giù”, ma anche dagli USA alla Spagna, senza scordarsi il resto del mondo. Così i miei recenti tentativi di soffermarmi sugli aspetti positivi del non figliare stanno diventando sempre meno all’insegna de “la volpe e l’uva”, e sempre più un lungo “fiuuu”. Non fraintendetemi, non credo abbiate più dubbi sulla mia voglia frustrata di avere bambini, ma riconosco che diventa complicatissimo in una società che non dà il giusto valore al lavoro di cura: spero che l’attenzione maggiore al problema porti anche a delle soluzioni giuste (tipo, non chiamiamo mammo il papà che addirittura va a comprare gli omogeneizzati!).

Intanto mi formo sempre di più, come fanno altri che provano ad approfittare dei corsi online per specializzarsi o aggiornarsi nel loro campo: la speranza è non rimpiangere questi soldi sottratti all’affitto o addirittura a un difficile rimpatrio (si parla di voli di stato e navi che riprendono a funzionare). Però vi confesso la mia insofferenza per certe formazioni “letterarie” intraprese prima della quarantena (che fossero un seminario o l’incarico di un lavoro di editing), e abbandonate quando tutto mi sembrava troppo tecnico e preconfezionato. Specie se considerate che intanto mi sto sparando i filmoni d’autore che avevo ancora in sospeso: immaginatemi mentre, dopo l’ennesima lezione sulle unità aristoteliche, mi somministro insieme alla cena le due ore abbondanti de L’Avventura di Antonioni. Già mi vedo a fare una seduta spiritica e chiedere: scusi, signor Michelangelo (non il pittore, il regista!), qual è il vero tema del suo film? Mi saprebbe dire a che punto ha messo il climax? Ora, non mi meraviglierei se il fantasma, per tutta risposta, facesse sparire anche me come la sua Anna: magari sulle scogliere artificiali che volevo raggiungere aumm’ aumm’ alle sei del mattino!

Ma, ribadisco, a me va di lusso. Il compagno di quarantena, invece, è andato a fare la quarantena altrove. Ha cominciato prima a restarsene zitto per giorni, poi si è messo a sostenere con insistenza che in autunno “saremmo tornati tutti dentro”. Infine, quando gli ho proposto di trasferirci in una zona migliore, con più verde e possibilità di passeggiare, ha balbettato che aveva tanta paura del futuro che non riusciva neanche a prendere una decisione del genere. Risultato? Si è preso una stanza da solo nella stessa zona che avevo proposto io! E quanto mi piacerebbe considerarlo solo un altro stronzo che non vuole impegnarsi sul serio in una relazione! Quelli, dopo una certa età e una ricca… formazione in fatto di casi umani, impari a lasciarli senza troppi rimorsi. Invece, a parte i rischi di intrecciare relazioni con un genere più privilegiato del tuo, so che il contraccolpo psicologico della quarantena dovrebbe sensibilizzarci di più e portarci alla domanda: è proprio sicuro che un problema mentale sia tanto meno grave e debilitante di un problema fisico? Siamo abituati a considerare la psicologia un lusso, e io per prima, dopo tanto praticare, ho qualche riserva sulla disciplina (o meglio, su qualche esponente della stessa). Però cacchio, se il problema c’è, bisogna dare la possibilità di porvi rimedio!

Insomma, prendiamo nota e agiamo di conseguenza: ci sono tante di quelle ragioni per sentire che non possiamo respirare (e, come insegnano i recenti fatti americani, rispetto ad altre categorie abbiamo i polmoni in piena funzione!).

Come diceva uno: forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

E non mi riferisco certo al paventato singolo di Enrique Iglesias.

 

(Un esempio di ciò che rischiamo, che trovate anche qui in una decostruzione esilarante!)

Ok, succede anche a me.

La mia versione preferita del nuovo scherzo che circola è questa del Falzo Vegano:

L'immagine può contenere: cibo

Ma ne ho viste di simpaticissime, tipo il meme con un Jack Nicholson prima neoassunto come guardiano di un certo hotel (my plans), e poi letteralmente congelato (2020). Oppure quello con una Margaery Tyrrell prima radiosa e poi, mettiamola così, esplosiva… Insomma, si scherza sul fatto che quest’anno dalla numerazione curiosa (i due venti accostati) sia stato dapprima celebrato dai media e da Paolo Fox, e poi sia andato appena appena un po’ in malora: chi per fortuna sta scampando alla pandemia si ritrova già fino al collo in una crisi economica che, come da sottotitoli di Netflix, può solo intensificarsi.

E sì, a volte lo sconforto prende perfino me che ho la fortuna di non dover fare la fila fuori alla chiesa di Sant’Anna, per mettere il piatto a tavola: dunque, è con lo stomaco fin troppo pieno che in questi due mesi ho finito di leggere dodici romanzi, e ne ho iniziato a scrivere uno. Però ho anch’io la mia bella serie di progetti a cui ho dovuto dire, una volta per tutte, arrivederci a mai più. D’altronde, in tempi non sospetti (e con buona pace di Fox) avevo appurato che questo era l’anno d’ ‘a merma, come la definiva la mia versione spagnola dell’I Ching. E se non masticate lo spagnolo aulico o il mandarino antico, cambiate una sola consonante a “merma” e vi farete un’idea.

Però, sapete che c’è? L’altro ieri stavo passeggiando per strada nell’orario serale consentito, e mi sono resa conto di una cosa, che farà anche un po’ uovo di Colombo, ma appunto, a volte si fatica ad arrivarci: non ci posso fare proprio niente, tanto vale pensare ad altro. Cioè, sul serio: posso mai mendicare un volo di stato tramite il Consolato, per tornare a Napoli e presentare il nuovo romanzo a un massimo di quindici persone per volta, tutte in mascherina? E magari restare bloccata in paese per chissà quanto. Posso mai tornare indietro nel tempo e acquisire per miracolo le informazioni che ho adesso su un paio di progetti che avevo cominciato, a scatola chiusa, alla fine dell’anno scorso? In questo momento mi è perfino difficile arrivare a vedere il mare, visto che la Barceloneta è a due chilometri da casa (uno in più di quelli percorribili in fase 1). Inoltre, a giudicare dai viandanti, il quartiere marittimo sembra avere in questi giorni la stessa densità di New York, quindi finisce che arriva Sánchez e dice: “Tutti a casa!”. Ma in un senso meno speranzoso rispetto al titolo di Comencini (perché sto pure recuperando i film italiani storici che mi mancavano).

Però ci posso fare qualcosa? No. Voi ci potete fare qualcosa? No. E allora di che ci preoccupiamo? Pensiamo piuttosto a come evitare che questa impasse diventi ancora peggio.

Il primo passo è: smettere di preoccuparsi di quello che non possiamo cambiare. Tipo: il modo in cui le persone a noi vicine reagiscono alla quarantena; la “data da destinarsi” del concorso pubblico in cui speravamo; le restrizioni alla circolazione. Una volta ingoiato questo boccone amaro, arriva una specie di sollievo, ed è lì che succede un miracolo, sempre che non ci aspettiamo proprio… il miracolo! (Chi trovasse oscura la mia frase, chiedesse a Lello Arena.) Succede che mettiamo fine al logorio mentale che causano certi tarli senza rimedio, e a quel punto facciamo spazio a soluzioni inedite. Che nove su dieci non sono quelle che volevamo, ma spesso la volontà è abitudine, e quando cambiano le abitudini cambiano anche certe volontà.

Quanti di quei progetti che abbiamo perso erano davvero desiderati? Io ne conto un paio, ma devo ammettere che nella maggior parte dei casi mi ci ero trovata in mezzo per forza di cose o spirito di adattamento, più che volerli con tutte le mie forze. A voi non succede lo stesso?

Vediamo allora, in questo cambiamento sventurato di circostanze, quali nuovi progetti potremo inseguire e quali, in fin dei conti, erano il nostro modo di accontentarci delle circostanze in cui versavamo.

È difficile, lo so, parlare adesso di sogni e speranze.

Ma vi assicuro che sono lì e, se glielo permettete, venderanno cara la pelle.

(Una serie che ho finito ieri, e mi mancherà.)

KEEP CALM AND MAGICABULA CHITESENCULA Poster | NICK J | Keep Calm ...

Intendiamoci: ci siamo dentro, insieme.

Anche se c’è un abisso tra me che scrivo tranquilla e una colf straniera, che magari abbia figli a carico e datori di lavoro che si pongono queste domande qui.

Ma io intendo dire che da tutta questa faccenda, per citare il bel titolo di un romanzo che non ho letto, “nessuno si salva da solo”. Pensiamoci un attimo: dalla pandemia e conseguente crisi economica ci potremmo salvare noi ma, se non lo fa anche il resto del mondo, sempre in una società di merda ci ritroveremo a vivere, quiiindiii…

Esprimo l’ovvio perché a volte pare che qualsiasi cosa succeda sia un affronto diretto a noi, proprio a noi: la pandemia è arrivata perché avevamo deciso di svoltare proprio quest’anno! Per una volta che volevamo avviare un’attività, fare quel viaggio a lungo posticipato, conoscere proprio una persona speciale… E finché ci ridiamo su in videochat va benissimo, ma, potenza del mainagioia-pensiero, sta’ a vedere che un pochetto ci crediamo davvero.

Inoltre, sondaggio: quanta gente conoscete che è strasicura di essersi presa il virus, magari mesi prima che si diffondesse? Io, modestamente, ho una vicina che mi ha onorato della miglior giustificazione di sempre per non essersi presentata al mio compleanno: aveva il covid già il 12 febbraio! Ce l’aveva da una settimana, peraltro: la prima malata della penisola iberica? Avrebbe perfino contagiato il suo povero gatto, che è morto per quello. Una conoscente, invece, pensa che la malattia sia venuta prima a suo nonno, che come conseguenza ha avuto un infarto (noto effetto del virus, ma per fortuna il signore adesso sta bene), e poi ha infettato lei, che si sente “una schifezza” da settimane. La ammiro sul serio, perché è coscienziosa: si sveglia ogni giorno alle 6 del mattino per poter girare un po’ da sola e non contagiare nessuno. Tanto, pure nel suo caso, è roba di mesi fa.

Con tutto il rispetto per i degenti veri, e i fenomeni più che comprensibili di autosuggestione, quando sento tanti potenziali malati che non hanno potuto fare mai un tampone (purtroppo), mi viene da pensare a chi crede nella regressione, cioè nella possibilità di riscoprire le sue vite passate: fateci caso, le signore sono state tutte Maria Antonietta e Cleopatra, non so in che ordine (ah ah ah). Mai nessuno che fosse l’incarnazione di Tre Palline, mitico personaggio del paesello vicino al mio! (L’origine del soprannome non mi è del tutto chiara, e forse è meglio che resti avvolta nel mistero.) Mi sa che, nella mia scalcinata metafora, la cosa più vicina a Tre Palline sarebbe la mia curiosa allergia che mi rendeva sensibile agli odori, e che, faccio sommessamente notare, è piuttosto diffusa con una gran varietà di sintomi, alcuni simili a quelli provocati dal covid.

Precisiamo: è importantissimo pensare a noi, alle conseguenze che un qualsiasi fenomeno abbia sulla nostra vita. Uno dei problemi che abbiamo riscontrato durante la fase di reclusione totale è una visione distorta dello spirito di sacrificio, che fatichiamo a scrollarci di dosso: usciamo a fare una passeggiata nelle ore previste, rispettando le distanze? “Zoccola (o coglione), è per colpa tua che sono chiuso in casa!” E no, non fingiamo: il semplice messaggio “rispettiamo le norme di sicurezza” è sconfinato spesso nella paranoia totale. Insomma, l’abnegazione che ci hanno inculcato fin dalle elementari col crocifisso in aula, e che seguiamo fedeli alla linea specie se siamo donne, diventa una scusa per misurare le azioni altrui. Una rivalsa, se vogliamo. Perché, “come sempre”, la gente onesta fa il suo dovere e subisce solo torti, signora mia. E chi si permette di cercare un minimo di conforto in questi tempi difficili sta facendo un torto proprio a me, persona perbene.

Ecco, forse è di questi tempi difficili che possiamo fare un uso ponderato dell’espressione romana del titolo, che per la verità in lande partenopee ho sempre sentito sotto la forma più gender neutral: “Ma chi ti caca!”. O “Chi ti calcola”, se proprio non siamo per il turpiloquio. Fatto sta che, come ho detto altrove, uno degli insegnamenti più importanti che mi abbia trasmesso mio padre riguardava un’occasione in cui, da ragazzina, temevo di fare una figuraccia*. Al che il mio genitore 2 mi rassicurò con questo pensiero di grande conforto per un’adolescente: “Il mondo ti caca meno di quanto immagini”. Oddio, magari “l’autore dei miei giorni” (come si definisce lui, prima che lo mandi a quel paese) usò espressioni più forbite: ma questa versione, francamente, ci piace.

E infatti secondo me dobbiamo cercare la quadratura del cerchio, l’apostrofo rosa tra le parole chi te se ‘ncula (che poi è aferesi, ma vabbe’): dobbiamo, cioè, essere consapevoli degli effetti del mondo su di noi, senza pensare in ogni momento che il mondo giri intorno a noi. Ce la si fa? Diciamo che ce la si può fare.

Ma oggi sono riconoscente a mio padre (che per qualcuno, invece, avrei ammazzato nel primo capitolo del mio romanzo), e voglio raccontare un altro suo insegnamento. Me lo trasmise davanti allo scivolo acquatico che, alla veneranda età di quindici anni, avevo paura di affrontare: “Se una cosa la possono fare tutti a prescindere da caratteristiche personali e preparazione previa, puoi farla anche tu”.

Quindi posso anche scrollarmi il mondo dalle spalle, come fanno altri più illuminati, e salvarmi dall’illusione di reggerlo io sola! E, già che ci sono, posso anche smettere di prendere tutto sul personale e considerare che il mio problema è in realtà collettivo. Come ne usciamo, insieme?

Mai come in questo momento, dunque, bisogna pensare alla salut… No, scusate, l’italiano non restituisce tutto il senso polemico, ma distaccato, che vorrei trasmettere alla frase.

Insomma, allora: da Trieste in giù, penzate ‘a salute!

 

(Per restare in tema)

 

 

 

*in realtà ero una figuraccia ambulante, ma mi pareva di capire che diventare “una persona normale”, come mi consigliavano certe sollecite compagne di classe, passasse per avere un sacro terrore delle figure di m…

 

Italiano Medio, finalmente online il trailer del film di Maccio ... Il compagno di quarantena ha delle questioni da risolvere altrove, e allora riscopro per qualche giorno quanto è bello starmene per conto mio.

Rifletto su ciò che mi sta insegnando questa reclusione forzata (perché non bisogna romanticizzarla, ma a me sì che sta insegnando molto), sulla vita che vorrei e gli errori che non mi va di ripetere. Per esempio, mi sto rendendo conto di un particolare odioso: in dodici anni a Barcellona mi sono ritrovata spesso a rassicurare il compagno di turno su qualcosa che lui non voleva e io sì.

Nomi inventati a parte, queste frasi le ho pronunciate quasi alla lettera:

“Ma no, Loris, tra di noi non c’è niente di serio! [È solo che ci frequentiamo da un anno e non vediamo nessun altro, ma vabbe’]“.

“Dai che usciamo solo un’oretta, Yusuf: ti prometto che il venerdì sera a Barcellona non è Satana! [E ci imbattemmo in una coppia ubriaca, che copulava contro la facciata di una chiesa]“.

“Ma figurati se sono rimasta incinta, Bob! [Peccato che ti mancava qualche lezione sulle api e sui fiori, facevi tanto l’intrepido e adesso *Lucarelli intensifies* paura, eh?]“.

Già vi vedo con la diagnosi pronta: questa mia passione per la solitudine mi ha portato a scegliermi compagni che mi garantissero di tornare single nell’arco di qualche mese. Anzi, parafrasando il post precedente, troncare in tempi record era solo il best case scenario!

Vi deluderò, psicologi della domenica: ho fatto un’analisi sociologica (prrr) delle mie conoscenze barcellonesi, e in effetti tutto dipende da chi mi capiti di frequentare quando interrompo la mia sostanziale, e sottovalutata, asocialità.

  • All’inizio, quando non avevo ancora trent’anni, mi ritrovavo per coinquilini dei nordici di passaggio o delle artistoidi della domenica, che mi presentavano amici affini a loro: immaginerete la stabilità di questi ultimi, su tutti i fronti!
  • In seguito, per questioni di associazionismo, sono stata costretta a frequentare di più la comunità italiana: per esperienza diretta vi garantisco, dunque, che non esportiamo solo i cervelli, che in realtà si saranno dati alla fuga per conto loro molto prima che i loro proprietari prendessero l’aereo.
  • Adesso, da quando per opportunismo sono finita in centro, sto avendo un regresso ai nordici di passaggio, che spesso di politica e questioni di genere ne capiscono tanto quanto habblan espanniowl.

In terre catalane non ho avuto occasione, dunque, di trovare la quadratura del cerchio: un uomo che fosse politicamente impegnato o intellettuale  q.b., senza avere i progetti di vita di un ragazzino di sedici anni anni. Intendiamoci, è sempre bello conservare il fanciullino interiore, ma forse non è auspicabilissimo girarsi tutti i chiringuitos del mondo e trombarsi pure i cannolicchi a mare (ma giusto per dimostrarti che puoi), finché non ti fermi dove t’impone la sciatica e ingravidi una trentenne a cinquant’anni.

Allora ho pensato che fosse questione di stare a Barcellona. Scriverò un post a parte sulla differente percezione del tempo e delle priorità tra paese di nascita e paese d’adozione: per il momento ammetto che, quando si espatria, è un sollievo evitare in parte la pressione sociale che si respirerebbe nella comunità d’appartenenza. Peccato che all’estero rischi di fare a quarant’anni la stessa vita che conducevi a venti, ma con la metà dei lavoretti di merda a tua disposizione. Finisce quindi che torni in Italia a “dare una mano” nell’attività di famiglia, e a fare da baby-sitter ai figli, ormai quasi adolescenti, dei congiunti rimasti là.

E se fossi rimasta io, invece, in Italia? In quel caso, secondo un rapido sondaggio tra le conoscenti che non sono emigrate, l’alternativa statisticamente più gettonata allo scenario di prima sarebbe stata: convolare a giuste nozze con un Tranquillone.

Non è un rischio che m’invento così, perché prima di partire ero circondata da esponenti di questo incrocio tra il “bravo ragazzo” e il bomber  (due figure in fondo sovrapponibili). Un tipo simpatico e praticissimo, con la vita tutto sommato programmata: magari se lo fa, il viaggetto “senza le fidanzate” a Cuba, però non ci vivrebbe mai. È un mito nel darti una mano con automobili scassate e mobili IKEA, che da sola, va da sé, non ti sapresti montare. Senza contare, si diceva, la simpatia!

Che ne so, è alto un metro e una vigorsol e pesa cento chili? Il dettaglio non lo scoraggia dallo sfottere la tua altezza e il tuo peso (che poi, “magari avessi qualche chilo di troppo nelle parti giuste“…) e sindacare sulla quantità di pelo che porti addosso. Anzi, studiando le coppie miste tipa sveglia-Tranquillone (che di solito all’estero resistono poco), noto un interessante fenomeno: quanto più la tipa supera il compagno per avvenenza e qualifiche, tanto più sarà bombardata di battutine passivo-aggressive, diventate ormai un elemento del gioco di coppia.

Ma tranquilla, tipa sveglia che ci sei cascata: il Tranquillone mica lo fa solo con te! Quando parla con gli amici ed è sicuro che tu non senta, poco ci manca che si abbassino tutti la cerniera dei pantaloni e ingaggino duelli di “gomorriana memoria” (popopo). Non manca qualche accenno, en passant e tanto per ridere, alle “nere in tangenziale”, però le più gettonate sono le svedesi immortalate su Instagram quella volta a Mykonos, prima che scappassero ridendo dall’inglese atroce di questi piccoli mediterranei chiassos… ehm, di questi latin lover! Perché il Tranquillone questo è, a sentire il resoconto delle sue vacanze: anche quando, sbiadita l’abbronzatura, passa di nuovo per il timido della comitiva. E se le straniere sono bone, gli stranieri sono quasi sempre delle mezze calzette, specie se neri e giovani, con il fisico scultoreo: quella è costituzione, buona al massimo per comprarsi un giocatore “potente ma senza tecnica” al Fantacalcio. Niente, infatti, ha il fascino della stempiatura precoce del Tranquillone, e della panza che mammà si assicura di mantenere della stessa misura da quando il Nostro aveva cinque anni, intanto che la sorella rifaceva il letto anche a lui. E non ci sarebbe niente di male almeno su stempiatura e panza, se il nostro Eroe della strada non fosse così pronto, ribadiamo, a giudicare i presunti difetti della ragazza di turno: però “glieli perdona”, ci mancherebbe, vista la fatica fatta nel conquistarla! All’inizio, infantti, se l’è dovuta lavorare per bene, a botta di messaggini strategici e conti pagati al ristorante. Pure dopo, comunque, lei “non ha mai finto l’orgasmo”, perché il Tranquillone ci sa fare. Mica è come l’amico (è sempre un amico a fare ‘ste cose) che l’estate scorsa ha incassato con la testa nella sabbia quella turista ubriaca a Barceloneta: si vedeva che il troione (ma è un modo di dire, fattela ‘na risata) era sceso dall’albergo con quel pensiero, e in ogni caso il Tranquillone sarà anche l’ultimo dei gentiluomini, ma certe cose non le fa. Lui sì che sa come si tratta una donna: ci provasse pure, la fidanzata di turno, a trovarne un altro che non la butti direttamente nell’indifferenziato! Anche se, sospira il Tranquillone, dovrebbe provare anche lui ogni tanto a “fare come gli altri”: a essere troppo buoni, ci si rimette sempre, e lui è stato cattivone solo con “quelle che se lo meritavano”.

D’altronde, una volta trovata “la ragazza giusta”, quella acqua e sapone della porta accanto, al ritorno dalla luna di miele il Tranquillone scoprirà all’improvviso che i letti non si rifanno da soli, stirare una camicia non è facile come sembra, e una cosa è gratinare un risottino alla Cracco per cinque amici una domenica all’anno (d’altronde i migliori chef sono uomini) e un’altra buttare la pasta per due ogni santo giorno: quindi sarà il primo ad ammettere che in casa “la sua signora fa di più”, senza per questo porre rimedio alla cosa. Lui, comunque, “ha sempre dato una mano”.

Ma la “signora” strizzerà l’occhio alle amiche e darà un bacio alla bambina che mantiene in braccio, e che è “la gioia di papà”: alla fine si sente fortunata, perché il Tranquillone è un pezzo di pane. Fa tanto lo sbruffone ma poi è un tipo “a posto”, che parla parla, ma intanto è lavoratore e ci tiene alla famiglia. Che fa, se qualche volta torna alle due di notte dalla “partita di calcetto”? I ragazzi si saranno fermati a bere una cosa, l’importante è che lui torna ogni volta. E comunque, in caso, la zoccola è sempre l’altra.

Lo so, la disparità economica tra donne e uomini è tale che il Tranquillone è sempe ‘na sistemazione, direbbe un comico salernitano, e nel paese dimenticato dal femminismo meglio uno tutto fumo e niente arrosto, rispetto a uno che ti fa arrosto. So pure che, con questa verità inoppugnabile, la discussione per molte finisce lì.

Beh, che dire: io che ho il privilegio di permettermi una casa vuota e un frigo pieno, in un aut aut tra il Peter Pan con la valigia e il Tranquillone con l’auto in leasing, sceglierei il silenzio.

È meraviglioso, il silenzio.

So però che le pressioni sociali ed economiche non sempre concedono a tutte una decisione ponderata: spero comunque che scegliamo la cosa più vicina alla nostra felicità.

Ma una felicità che non passi per essere te stessa e per circondarti di gente che ti rispetta, invece di “amarti a modo suo”, mi chiedo proprio che felicità possa essere, e spero di non scoprirlo mai.

 

 

 

 

 

Ho un po’ di amici in fissa col worst case scenario.

In chat lo nominano proprio in inglese, anche se è ovvio che lo “scenario”, a Shakespeare, gliel’abbiamo prestato noi! In ogni caso, specie di questi tempi, ci si sente meglio a prefigurarsi la peggiore delle ipotesi, in ogni situazione. Lo capisco e a dirla tutta mi sembra un’operazione ottimista, quasi rilassante: come si suol dire, ci si prepara al peggio, nella speranza evidente che non si verifichi.

Vi ho già spiegato che il mio unico problema con questo modo di fare è che si finisce per confondere la peggiore delle ipotesi con quella più probabile: se il worst case scenario diventa ai nostri occhi il finale più plausibile, non solo non ci stiamo facendo un favore, ma rischiamo anche di avere ragione! Perché, come vi spiega il link su cui avrete senz’altro cliccato, generiamo una profezia che si autoavvera.

Adesso mi chiedo: e se il vero coraggio consistesse nel pensare al best case scenario?

Perché, vedete, immaginarsi il meglio di una situazione (ma un esito attendibile, eh, non un miracolo!) vuol dire anche avere il coraggio di ammettere che questo quadro così ottimistico potrebbe comunque non coincidere con ciò che speravamo! Esempio stupido: se ho un manoscritto da pubblicare, nella peggiore delle ipotesi posso temere che non ci riuscirò mai (probabilissimo!) e nella migliore… che ci riuscirò! Però, a sentire ciò che mi predicava la buonanima di mia nonna, dovrei aspirare direttamente a vincere il Nobel per la letteratura (ogne scarrafone è bello a nonna soja). Converrete con me che non sarebbe una mossa molto scaltra, immaginare quello come migliore esito possibile per il mio manoscritto. Magari farei prima ad aspirare a vincere Miss Universo (a quanto ammonta il premio?) o ad ammettere qualcosa che, scommetto, rode anche a voi: amiamo tanto pararci il culo con la peggiore delle ipotesi, perché la migliore che abbiamo in mente non è realistica. Quindi, se rischiamo di scambiare la peggiore delle ipotesi per la più probabile, l’errore che facciamo più spesso col best case scenario è confonderlo con la soluzione che desidereremmo (e già fidarci del nostro giudizio in merito mi sembra ottimistico!), quando si tratta di un’operazione più complessa e ponderata.

Pensate alle coppie che sono state provate da questi mesi, che si trattasse di un allontanamento forzato, di una convivenza prematura o, peggio ancora, di una convivenza e basta! Scherzi a parte, in alcuni casi la migliore delle ipotesi e la peggiore potrebbero coincidere: una bella rottura strategica e passa la paura! Solo le persone coinvolte potranno sapere se restare insieme a oltranza sia lo scenario migliore, o il peggiore. Certo, a volte è difficile guardarsi con gli occhi di prima, specie quando siamo stati costretti a vederci al massimo su Zoom, oppure quando, al contrario, abbiamo scoperto cosa sia capace di fare l’altro pur di aggiudicarsi l’ultimo panetto di lievito al supermercato

Quindi, ecco a voi un esempio di best case scenario che, lungi dall’essere ottimista, mi diventa coraggioso anziché no: a volte, nella migliore delle ipotesi, possiamo giusto restare amici. E ci vuole un bel coraggio ad ammetterlo!

Insomma, voglio proprio vedere cosa combiniamo se ci troviamo alle prese con una situazione che magari è la migliore possibile, ma non è quella che volevamo: anzi, a ben vedere non ci contempla proprio nel quadro!

Davanti a siffatti scenari, worst o best che siano, lascio perdere le espressioni in inglese o le previsioni più o meno azzardate, e auguro a voi e a me un magnifico, tempestivo cambio di scenario!

(Qualche suggerimento, con licenza, su dove recarci in paranza…)