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Image result for house alarm meme Stanotte non ho dormito per la tempesta perfetta.

Poco male, però: almeno è vento. Come fai a prendertela col vento?

Pensate che, tra le amenità del mio ritorno in paese per le feste, c’era l’allarme.

Quella volta che riuscivo a prendere sonno… Zac! Scattava a orari comodi tipo le cinque del mattino, e buonanotte ai suonatori (e solo a loro). Proveniva da una casa vicina, ma capirete, nel dormiveglia il timore che suonasse da noi era duro a morire.

Infatti, nonostante i miei sfottò (“Sembriamo Fort Knox!”), riconosco che non è paranoia, quella dei miei e di altre famiglie in zona che cercano di proteggersi: c’è un lungo record di intrusioni, piante da giardino rubate, cantine private dei migliori vini… Un vicino, a suo tempo, ha sentito nei fumi del sonno la sua auto che si metteva in marcia, e si è reso conto un istante dopo che non era lui a guidarla. E non vi dico quando riescono a infiltrarsi direttamente in casa! Ricordo un ritorno post-cenone, con un’anziana che urlava legata dalla villetta di fronte, e delle ragazze che saltavano la cancellata per andarla a liberare.

Quindi ok, ben vengano questi allarmi, specie ora che sto riflettendo su quelli, più metaforici, che ci suonano quando ci mettiamo in brutte situazioni. Avete presente? Quelli da… “Io avevo detto che non avrei mai più condiviso un appartamento con inquilini scombinati, e invece questa casa è un disastro…”. Oppure: “Questa volta volevo una persona che mi rispettasse, e invece non mi risponde ai messaggi da un’ora!”. Ogni tanto è un ottimo segno, che ci suoni un’intera orchestra di campanelli nelle testoline recidive.

Però, appunto, quant’è sensibile quest’allarme che abbiamo interiorizzato? Perché vi confesso una cosa: la sirena che mi scoppiava nelle orecchie in paese, non erano quasi mai i ladri a farla scattare. Il più delle volte, si trattava di un colpo di vento. Esopo, sei tu? “Al lupo, al lupo”: lo stai facendo benissimo.

Riguardo ai campanelli interni, per quanto siano state brutte le esperienze pregresse, le faide ai coinquilini non dovrebbero scattare al primo bicchiere non lavato in cucina, e se non visualizza subito il WhatsApp non vuol dire che già non ci pensa più!

Se un allarme è troppo sensibile, passa da essere la soluzione a diventare parte del problema.

Infatti i vicini affetti da sensore… ultrasensibile, si allontanano solo per fare la spesa, sapendo che di lì a poco l’intero quartiere potrebbe ascoltare quella sinfonia estremamente monocorde, e solo perché un pipistrello sta cercando di socializzare con la telecamera di sicurezza.

Al che la domanda, non filosofica ma proprio pratica, è: a che servono gli allarmi?

A tenerci al sicuro! Ma quando diventano una minaccia alla nostra stessa mobilità, tanto che non osiamo allontanarci da casa – o, tornando alle metafore, dare confidenza a un nuovo amico – si verifica quel caso che Watzlawick spiega molto bene: la soluzione diventa il problema. Si trasforma in un feticcio che veneriamo di per sé: non fidarsi di nessuno al lavoro, decidere che un certo stile o un’espressione tipica qualificano un intero individuo… Invece dovremmo valutare, prima di tutto, se sono efficaci. Se servono a qualcosa.

Ma un allarme troppo sensibile non serve più a niente. Invece di farci star bene, ci complica la vita. È questo che vogliamo?

Stiamo alla larga, quindi, dalle paure feticcio. Ricordiamoci sempre perché facciamo le cose, che funzione hanno nella nostra vita.

Se no basta un niente a far scattare, rendendoli perfettamente inutili, i nostri costosi sistemi di autodifesa.

E adesso, ja’, fatemi dormire.

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Dolce sirena che vieni dal mare…

Settimana 1 di ritorno, e di ritrovamento: gli shock culturali.

I miei:

  • faccio per sciacquare la macchinetta del caffè che si è fatto da solo, e mi dico: “Ehi, dov’è il resto della posa? … Ah, già, è inglese”. Problem posing, problem solving.
  • Nel gelo notturno della stanza, la cui finestra non cambio mai (550 patane!), gli allungo un braccio avvolto nel pigiama di pile: “Tutto ok? Ti muovi molto…”. “Ho solo caldo”. E. Dorme. Senza. Maglia.

Quelli della dottoressa della famosa clinica a cui avevo chiesto appuntamento un mese e mezzo fa, come possibile madre soltera:

  • “Lui chi è? Come mai l’hai portato con te? Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Io volevo incontrarti da sola, semmai…”.

I suoi:

  • donna si diventa.

Cara Simone, hai voglia di ripeterlo, ma anche noi “esotiche sirene del Mediterraneo” (cit., e lasciamo perdere quell'”esotiche”…) ci mettiamo un po’ di lavoro per esserlo. Chiamalo pressione estetica, chiamalo Mito della bellezza (grazie, Naomi Wolf). Intanto è tempo, denaro… e lavoro, appunto. Come vi ho già detto, nei limiti della “libera scelta”, o qualsiasi cosa significhi, mi piace pensare che faccia tutte queste cose perché mi ci diverto, e perché ho imparato a farne a meno. Però non dimentico che in un programma di livelli altissimi come Temptation Island, che sto scoprendo su YouTube con ammirata compassione, Nathalie Caldonazzo può dire del compagno una cosa tipo: “La donna sono io, lui deve solo darsi un’occhiata allo specchio e uscire”. E Geppi Cucciari può fare una gag sul fatto che una donna, prima di un appuntamento, va dal parrucchiere, dall’estetista, in profumeria… mentre un uomo spende giusto venti centesimi di SMS (il monologo è vecchio): “Oh, domani trombo”.

Il nostro britannico dal caffè “sciacquariello” e dalle caldane improvvise non è stato circondato da molte figure femminili, quindi è rimasto tra il sorpreso e il divertito quando la dolce sirena che viene dal mare (vedi video più sotto) ha fatto le seguenti cose, in ordine sparso:

  • bombardarsi la zona sotto gli occhi con curiose lucette di dubbia efficacia, provenienti dal laserino antiocchiaie vinto coi punti della farmacia (oh, mica lo sprechiamo, hai visto mai!).
  • Bombardarsi con un laser ben più grande – e costosetto – la parte inferiore delle gambe, o credeva che le sirene vengono così au naturel senza squame? (L’annetto di pelo libero che ho celebrato tempo fa mi ha confermato che vorrei che fossimo lisci come totani, ma in paranza proprio.)
  • Rimuovere dagli occhi, con un panno già chiazzato di mascara, quei riflessi violacei sfumati di blu che tutte noi sirene abbiamo proprio per natura. Non c’entra niente quella palette di Urban Decay a metà prezzo su Wallapop.
  • Avere dolori lancinanti dieci giorni al mese senza che freghi niente a nessuno, e pronunciare frasi misteriose come: “Devo svuotare la coppetta“. E no, quella di reggiseno è già vuota da sempre, riprova a indovinare.
  • Sentirsi dire in uno studio caruccio e dipinto di fresco che con i tuoi valori del test antimulleriano non sarà facile trovarti ovuli buoni, ma bisognerà solo stimolare un po’ di più ormonalmente – con 700 euro di farmaci – e forse è meglio fare due interventi di fila, che dopo due settimane paghi solo 1800 e non 2.400 di nuovo. Per quattro anni il congelamento è gratis.

Donne si diventa, Simone. Ed è una lunga strada, tutta da costruire.

E pure da decostruire, mi sa.

 

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Una volta ho rubato la sporta a una senzatetto.

Sì, è stato uno dei momenti bassi della mia vita, oltre a una delle più grandi figure di merda. Perché ero convinta che lei stesse derubando me.

Stavo distribuendo panini e zuppa in strada con quest’associazione, e le nostre sporte erano simili a quelle che adottavano gli assistiti più anziani. Metteteci pure che ‘sta signora cercava ogni volta di curiosare nelle nostre provviste, convinta com’era che nascondessimo qualcosa a lei o ai suoi compagni.

Un volontario ben più paziente di me l’avrebbe ripresa in un documentario sul Raval, mentre scherzavano insieme. Nel mio caso, una sua unghiata mi fece mollare la presa, e il mio ex, lì con me, mi indicò dove fosse finito il carrellino che trasportavo io. Al che lei, prima che sgomberassimo lo spiazzo, venne apposta da me a dichiarare:

“Ehi, io non ho mai rubato mai niente a nessuno in vita mia, eh?”.

Ma con una voce solenne, diversa da quella dispettosa che le conoscevo.

Ve lo racconto perché è un tipico esempio di situazione in cui la peggiore delle ipotesi non è affatto la più probabile, ma la si dà per scontata. Buonsenso? No: pregiudizio e, in definitiva, paura.

Quante volte lo facciamo? Quante volte sbagliamo i nostri calcoli per paura che gli altri ci freghino? E magari finisce che ci fregano davvero.

Il signore che mi sgridò all’aeroporto perché saltavo la fila dei controlli, mi rivolse lo sguardo soddisfatto di chi aveva sventato un crimine internazionale: “a me non la si fa”. Non si rendeva conto che: 1) la serpentina disordinata che aveva contribuito a formare ci stava confondendo in tanti; 2) ero solo rintronata perché mi avevano appena rubato il portafogli, e rubare a lui cinque minuti di vantaggio era proprio l’ultimo dei miei pensieri.

E vi coinvolgo in tutto questo perché ieri, nel mio trionfale ritorno al gruppo di scrittura, l’esercizio psicologico aveva qualcosa a che vedere col cosiddetto worst case scenario: la peggiore delle ipotesi, appunto. Il nostro guru preferito ci elencava una serie di situazioni che si verificano quando pensiamo ai nostri problemi in termini catastrofici: vediamo tutto o bianco o nero (“se il mondo non è fantastico, fa schifo”), oppure generalizziamo (“tutti mi odiano”), e poi, va da sé, diamo per scontato che l’esito più nefasto in una vicenda sia anche il più probabile, e ci sentiamo intelligenti per questo. Insomma, dalle nostre parti opponiamo all’ottimismo ipertrofico dei ‘mericani un pessimismo cosmico che crediamo furbizia pura, e che invece ci rende fessi senza accorgercene. Prendiamo l’emotional reasoning, o ragionamento emotivo: scambiamo l’emozione che proviamo in quel momento per il frutto di un ragionamento. Come suggerisce questa terapeuta, un esempio tipico è: “Sono arrabbiata con te, quindi mi stai facendo sicuramente un torto”.

Come me con la signora della sporta, che non sopportavo per problemi pregressi. Come qualcuno che comincia una nuova relazione, e per la paura di soffrire pensa che l’altra persona lo voglia lasciare: per cui si comporta in modo così paranoico e sgradevole che la nuova fiamma lo lascia davvero. Perché sì, avete indovinato: la peggiore delle ipotesi ha il vizio di generare profezie, che poi si avverano da sole. Il bello è che, dopo, ci diciamo pure che avevamo ragione noi!

E invece, a dare per buona la peggiore delle ipotesi, la soluzione più probabile ci passa davanti inosservata. Ma quella è antipatica, perché comporta una sana autocritica sul nostro ruolo nella questione, e la spaventosa constatazione che in realtà non possiamo immaginare tutti i fattori, perché la vita è imprevedibile.

Solo che a volte preferiremmo immaginarla orrenda, piuttosto che fuori dal nostro controllo. Facendo così, riusciamo a controllare l’ansia, ma perdiamo opportunità: fossero anche quelle di capire come una persona, o una situazione, ci farà davvero del male.

Molti anni fa temevo rappresaglie al lavoro per aver partecipato allo sciopero generale in un giorno di riunione col capo: invece il mattino dopo licenziarono non solo me, ma tutto il dipartimento, e per una questione di malfunzionamento del sito aziendale che aveva abbassato i profitti. Nei documenti già pronti da chissà quanto mi avevano conteggiato la giornata d’assenza tra quelle lavorative. Una volta in strada, un collega mi confessò ridendo che avrebbe anche voluto partecipare allo sciopero, ma aveva paura del licenziamento: invece io, almeno, avevo fatto quello che volevo, e la situazione che ci aveva rispediti a casa era stata tutt’altra. Una che lui, per le sue mansioni, aveva anche intravisto, confidandosi con noi in pausa pranzo: ma per una mente allarmata un licenziamento da sciopero fa più Dickens, rispetto al classico “Sono finiti i soldi”.

Quindi, siate intelligenti. Non immaginatevi la peggiore delle ipotesi, ma la più probabile.

Se no la vita ci frega sul serio, e non ce ne accorgiamo neanche.

 

(I miei nuovi idoli di sempre)

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Il diretto interessato, poco entusiasta all’idea

“Ah, mica male” mi ha detto al telefono quello della clinica di fecondazione assistita, quando gli ho spiegato che dall’Italia sarei tornata il 9 gennaio.

Credo avesse l’accento veneto, e che quel giorno d’inizio dicembre stesse facendo due conti in tasca a questa potenziale madre soltera che viveva in centro e poteva farsi ‘ste lunghe vacanze: mica come lui, costretto a darmi appuntamento a metà gennaio per un secondo parere che, ormai, è quasi inutile. La fabbrica di bambini dell’altra volta mi ha inquietata: o congelo o pace. Come dice un’esperta in congelamenti: “Let it gooo, let it gooo…”.

Ok, ci do un tagl… insomma, smetto! Ma che volete: vi scrivo con un giorno d’anticipo, e se leggerete questo post sarà perché mi sarò svegliata per miracolo, e avrò schiacciato il ditino sul pulsante “Pubblica” (sempre che il cellulare non si sia scaricato sul comodino). Torno stanotte e la Vueling mi fa sempre atterrare dopo l’ultima navetta: dunque, questo venerdì spero di passare la giornata “a quattro di bastoni”, possibilmente in buona compagnia. Tanto mi restano solo due capitoli da tradurre, per la versione spagnola del libro che pubblico ad aprile, e ho rivoluzionato per la quarta volta il mio manoscritto sull’Erasmus ai tempi della crisi: o lo butto, o lo rimando in giro.

Prima di ripartire, però, mi sono venute in mente le proteste di chi dice che noialtri “brontoloni del Natale” siamo guastafeste, ci boicottiamo da soli, abbiamo perso lo spirito dell’infanzia… A me la cosa più intelligente sembra festeggiare quando vogliamo, perché vogliamo. Non essere costretti a fare indigestione di gente, a cui dedicare non più di un’oretta affollata, e di cibi che non amavo, in buona compagnia, neanche prima di essere vegana (a proposito, sodali: anche ‘sto Natale se lo semo…). A chi dice che non siamo costretti, spiego che l’anno in cui non tornai a Pasqua per impegni di studio, mia nonna morì un mesetto più tardi. La generazione precedente alla mia mangia ancora capitoni, festeggia con entusiasmo gli onomastici, pensa che le donne siano felici di smazzarsi per venti invitati alla volta. Assecondarla per cent’anni “cu’ ‘na bona salute” è il compromesso a cui arrivi quando vuoi bene a qualcuno che non la pensa come te.

Io so che ho il privilegio di poter scegliere quando tornare, ma a ben vedere non sono un caso isolato: un amico che lavora nell’Est Europa si fa in Italia i giorni tra vigilia e Santo Stefano, per poi lavorare a stipendio più alto fino alla fine delle ferie. A me questo sembra il contrario di boicottarsi, e poi in un altro periodo il biglietto costa meno, non ci si mette mezz’ora a percorrere Via dei Tribunali (meno male che avete smascherato le trappole del turismo), e paradossalmente siete più liberi per incontrarmi. Se no, tanto, tutti per Barcellona passate!

Insomma, oltre a un’altra visita nel magico mondo degli ovociti, ho lasciato tante cose in sospeso nella mia casa catalana – tipo la cassetta della posta strapiena, ma col lucchetto nuovo, le cui chiavi sono raccolte tutte in un mazzo solo: il mio. Per alcune questioni, una distanza improvvisa e prolungata non era una sfida scontata: tuttavia, tra i vari propositi di inizio anno, ho aggiunto quello di assecondare più o meno il percorso che mi trovo davanti. Quindi ho coltivato i rapporti fecondi grazie alla parte buona dei social (che esiste) e ho orchestrato un’uscita digitale, dunque più soft, da progetti che non m’interessano più.

A volte, devo ammetterlo perfino io, il cammino che abbiamo davanti è preferibile alle deviazioni auspicate, ma non auspicabili, che a volte comportano più tempo e fatica.

Dopo anni passati a fingere di riuscire bene in progetti più dispendiosi che piacevoli, il “proposito da ritorno” che vi suggerisco resta: scegliamoci le nostre battaglie.

Le vittorie di Pirro, quelle sì, congeliamole una  buona volta.

 

 

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La firma di uno che avrebbe risolto il mistero – ah, no, quello era inglese!

Vi giuro che ci stavo scrivendo un giallo.

Già vedevo il titolo: “La dedica mancante”. Sì, lo so, questa volta era Nobel.

Fatto sta che, quando Jen ha salutato il gruppo di scrittura per tornarsene in Austria, l’americana dalla gentilezza inarrivabile le ha consegnato un libro “a nome di tutti noi” – anche se l’aveva comprato di tasca sua – e l’ha fatto girare perché lo firmassimo. Ora, io volevo leggere la dedica di Tim, che è un ragazzo che scrive benissimo, in lingua inglese. Non la trovavo: eppure aveva avuto il libro in mano prima di me! Però il suo nome non compariva sotto le dediche degli anglosassoni, e sapevo che non poteva figurare tra quelle in spagnolo. Per non parlare di un chilometrico pippone in tedesco, di cui decifravo giusto “Meine Liebe” (Duolingo ci ha provato, ma non è che ci capisca molto di più…).

Che avesse scritto la dedica misteriosa nelle ultime pagine?

Solo a seduta sciolta ho avuto il sorpresone, grazie a una chiacchierata sui nostri accenti: Tim, l’uomo che avrebbe potuto insegnare l’inglese alla regina (sul serio, ha un accento “posh” irritante!), era nato a Dresda, e si era trasferito ancora piccolo nella perfida Albione. Dunque, “Elementare, Watson!” (da leggersi con la “w” di water): era lui l’autore dell’interminabile dedica in tedesco, quella di “Meine Liebe”…

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Ecco qua, mistero risolto!

A ben vedere, le sorprese diventavano due, perché dopo i saluti finali lui e la partente si erano allontanati insieme, allacciati in atteggiamenti più attribuibili – ma sono pregiudizi – a noialtri mediterranei, che alla schiatta nordica… Come avevo fatto a non accorgermi prima dell’idillio?

Beh, lui ha vuotato il sacco solo dopo averla accompagnata all’aeroporto. In attesa che lei ritorni, come gli ha promesso, dopo le feste, ha un modo tutto suo di ricostruire questa storia d’ammore… E devo dire che non sono da meno neanche i resoconti che ora mi fa la “Liebe” in chat! Confermano un’idea che devo aver letto da Watzlawick, e dal suo allievo Nardone: la vita è narrazione, e le storie d’amore sono un esempio lampante di interpretazione “parziale” – e un po’ pilotata – dei fatti.

Perché non dubito che l’incontro tra Jen e Tim, che si erano attardati a parlare un giorno che ero assente, sia stato magico come lo raccontano: sono tutti e due di bell’aspetto, e in un’età che, specie a Barcellona, è forse più propensa al rimorchio. Proprio per questo, però, ricordo anche gli occhi a cuoricino di lui per questa o quella cliente fissa del bar in cui ci riuniamo, e la propensione di lei a farsi servire solo da un certo cameriere – guarda caso alto e atletico, col combo pelle ambrata & occhi azzurri…

Dunque, come accade di solito alle relazioni, comprese le mie, sono state in buona parte le circostanze a favorire proprio quell’unione, tra tutte le possibili: per dire, nel corso di una collisione tra vassoi, una delle fanciulle ammirate da Tim aveva protestato in un inglese tremendo, e lui, a sua volta, si era scusato in uno spagnolo che Pieraccioni, al confronto, era Cervantes.

Ma già, è questione di circostanze. Un altro classico è mitizzarle: pensate che strano, Jen era già in fila alla cassa lo stesso giorno in cui Tim s’era anticipato tantissimo per l’esercizio psicologico, e come per magia tutti gli altri non si erano presentati… Io, che ricordo bene la data, so anche che una sorta di festival aveva trasformato la città in un grande mercato, un po’ al di là dei soliti giri turistici: un’informazione che gente che parlasse non dico il catalano, ma almeno uno spagnolo da combattimento, conosceva benissimo!

Va anche detto che, quando ricordiamo “come ci siamo conosciuti” – argomento a cui, com’è noto, vengono dedicate anche serie televisive – tendiamo a eliminare tutta la parte di “lavoro”: inteso nel senso di sforzo, tensione verso l’altro, necessario bisogno di trovare un terreno comune per scoprirsi a vicenda. La parte pallosa, insomma. Per questo, una delle battutacce più frequenti su Tinder è: “Sono disposto a mentire su come ci siamo conosciuti!”.

Perché è figo scontrare il vassoio con qualcuno al bar – specie se parlate la stessa lingua! È meno figo ammettere che, mettiamo: la prima volta avete parlato mezz’ora, ma solo dell’esercizio di scrittura; la volta dopo hai notato qualcosa in lui che ti dava da pensare, e te la sei svignata prima; poi l’hai incontrato fuori al Mercat del Born e ti sei detta “Perché fermarlo, tanto…”; poi l’hai rivisto la domenica successiva e gli hai chiesto se tornava verso il Mercat, ti ha risposto di no e hai fatto da sola la strada di casa; poi lo hai invitato a chiamarti quando passava dalle tue parti – cosa che ha fatto con cinque giorni di ritardo; poi gli hai chiesto d’inviarti il link del suo blog – cosa che ha fatto con dieci giorni di ritardo, dopo esservi visti di nuovo di persona come niente fosse; e questo balletto di vedervi più per caso che per altro è continuato finché non l’hai invitato a prendere un caffè napoletano da te, e alla terza volta che veniva era fatta!

Ehm, quello di sopra era un esempio inventato di sana pianta, ogni riferimento a fatti o persone di origine napoletana e (davvero) albionica frequentanti il gruppo di scrittura è puramente casuale. E come vedete, è una ricostruzione romanticissima.

In bocca al lupo a Jen e Tim! Quello che stanno vivendo non è meno bello e importante solo perché appartengono alla stessa specie animale: una che ama raccontarsi storie, e raccontarsele bene, e ogni tanto imparare da quelle.

Sono altri i casi in cui si debba cercare, per forza, una verità “obiettiva” su come siano andati i fatti.

Per tutto il resto, c’è la voglia di crederci. Ma proprio tanta.

 

 

L'immagine può contenere: 6 persone, testo Buon 1820! Siccome i diritti del lavoro e le sobrie reazioni all’uguaglianza vanno in quella direzione, direi di cominciare con… Jane Austen! Vediamo cosa dice – almeno sullo schermo – il suo Edmund, ennesimo bonazzo che sta per sposarsi con una pereta, invece di filarsi la brillante protagonista. Per fortuna l’amata gli mostra un lato superficiale che lui non aveva notato prima, e allora le dice papale papale:

“Siete un’estranea per me. Non vi conosco e, mi spiace dirlo, non ho nessun desiderio di conoscervi”.

Sì, l’avete individuato, l’attore era Sick Boy di Trainspotting, ma il punto non è questo: come nel meme di Gerry Scotti, quell’uomo parla di me! Tra tutti i bilanci di fine anno che mi sono piombati addosso, mi sono resa conto che una grande cosa che ho imparato l’anno scorso è: essere selettiva col mio tempo e le mie energie. Ma esserlo sul serio.

Le volte che ho fatto qualcosa che in realtà non desideravo, le conseguenze sono state inutilmente spiacevoli: vedi la lezioncina di buone maniere che mi forniva questo individuo. Dalla scarsa solidarietà che ne è seguita in circoli a me più vicini, mi sono resa conto che un collettivo a cui debba spiegare cosa ci sia di sbagliato, in tutto ciò, non m’interessa né m’incuriosisce: ce ne sono altri che sul GENDER!1!! sono già ferrati. Dunque, per fortuna, ho di meglio da fare.

E gli esempi sono tanti.

Poche ore dopo il brindisi di Capodanno, una pagina Facebook piuttosto divertente cancellava anche il mio secondo post: era uno spazio di riassunti “pecorecci” di figure di merda. Mi ero sforzata di mantenere un linguaggio semplice, anche se purtroppo, quanto a sonorità e durata, non sono brava a esprimermi a rutti, e non mi sembrava fosse richiesto dalla netiquette. Così questa è stata la prima cosa di cui mi sono sbarazzata nel 2020. Avrei potuto indagare, o ascoltare il paraculissimo invito dei moderatori a “scrivere meglio” (o peggio?) se i post venivano cancellati. Ma, per fortuna, ho di meglio da fare.

Dopo la visione del simpaticissimo trailer di Zalone, mi sto rendendo conto che la gente che vede il film segue due correnti opposte: o si crede furbissima a trovarci della satira politica, o si scopre indignata, specie a destra, per questo “ritratto della società italiana” (azz!). A me tutto ciò fa sospettare la paraculata che strizza l’occhio a tutti i tipi di pubblico, ma il problema non è quello. È che non ho nessuna curiosità di scoprire se ho ragione. Mi chiedo se chi si sbatte su ‘sta roba non sappia ancora lavorare d’immaginazione, per scoprire che c’è quasi sempre un’alternativa positiva a un argomento di discussione così modesto. Se no, per fortuna, avrebbero di meglio da fare.

Mentre scrivo questo post, ho ricevuto un messaggio di un tipo del Bangladesh, che con curioso tempismo mi scrive dopo il mio intervento sotto questa denuncia delle condizioni di alcune lavoratrici: se leggete nei commenti, un gruppo di uomini s’era messo a insinuare che un motivo per il licenziamento ci fosse (qualcuno ha detto victim blaming?). Ora, un hashtag comune ai vari commentatori (a cui ho chiesto “KITTIPAKA?11!”) riconduceva a un’associazione che Google mi dà per chiusa in via definitiva (boh), e che voleva che l’imprenditoria del paese “filasse nel più liscio dei modi”. Già. Da queste personcine non m’interessa ascoltare lezioni, quindi ho eliminato il messaggio: per fortuna, come ormai intuirete, ho di meglio da fare.

Con questa risoluzione, a volte, posso perdermi delle cose belle: è un rischio da considerare. Il ritardo di una potenziale collega, in un pomeriggio davvero complicato, mi stava persuadendo a mandare a monte tutto il progetto di cui avevamo discusso sui social. Accettare comunque la collaborazione ha portato a risultati ambivalenti: il mio “istinto” non si sbagliava sui problemi che avrei affrontato con una persona poco organizzata, ma devo dire che i vantaggi sono di fatto superiori ai grattacapi.

Così come sono stata fiera di me quando ho individuato subito il momento difficile vissuto da qualcuno che avrei voluto conoscere meglio, ma che ero pronta a mettere da parte per la mia consolidata avversione alla sindrome di Wendy: come nel caso della collega, però, altre cose che ho visto – tipo la dignità con cui venivano affrontati i problemi immaginati – mi hanno spinto ad andare avanti, con senno e prudenza, e non sono rimasta delusa dalla decisione.

Il fatto è che “Ho di meglio da fare” non deve diventare una canzoncina da opporre a qualsiasi circostanza che si presenti problematica. Io la porrei sempre come domanda: quest’attività, questo film, questa persona, mi può interessare nonostante le premesse poco incoraggianti?

Se la risposta è sì, avanti tutta. Se no, lavoriamo d’immaginazione e pensiamo a tutte le cose migliori da fare che abbiamo. E allora, per chiudere con un’altra immagine iconica, si fa come il buon Jep Gambardella: si arriva in paranza alla conclusione che “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

 

 

 

Image result for new year resolution list Buone notizie! Il guru degli esercizi psicologici ha questo sito, che, a dirvi la verità, nessuno di noi adepti/scrocconi spirituali aveva ancora visitato.

E che cavolo, già ci facciamo trovare allineati e coperti alle 10.15 di domenica mattina, al Sandwichez di Sant Antoni (ho già detto che io faccio sempre un po’ tardi?): e solo per fargli da cavie disinteressatissime per il libro che vorrebbe pubblicare! Adesso vuole che scrocchiamo pure online?

Allora lui ha avuto una bella idea: l’esercizio di fine anno l’ha postato proprio sul blog, così dovevamo proprio andare a controllare. E che esercizio!

Sì, è la solita lista di bilanci & propositi di anno nuovo, ma con in più due dettagli “a cazzimma”: la voce “bilanci” dev’essere proprio un elenco di obiettivi raggiunti, e da stilare in cinque lunghi minuti; la questione “propositi”, invece, è tassonomica al massimo, nel senso che il tedescun naturalizzato inglese ci chiede proprio stime, tempistiche, e scadenze.

Vuoi andare a fare quella visita da zia Genzianella per chiederle un prestito? Scrivimi la data esatta in cui andrai, oppure, se proprio hai strizza, specifica entro che mese.

Io, per esempio, mi sono data fino a marzo per sistemare i due-tre manoscritti con cui cazzeggio da un annetto a questa parte, e dedicarmi finalmente al best seller che rivoluzionerà la letteratura mondiale! Aspettate seduti, mi raccomando. Anche se il guru, per sicurezza, ha preteso che alla data limite delle nostre imprese aggiungessimo un messaggino per noi stessi in quel giorno: roba tipo “Ueue’, a che stiamo? Guarda che l’impegno, ormai, l’hai preso…!”.

Insomma, Nightmare Before New Year. Però questa doccia fredda di buonsenso e meri calcoli mi ha fatto bene!

Per esempio, ho scoperto che l’elenco degli obiettivi raggiunti non è mica male, e scommetto che capiterà lo stesso anche a voi! Non fate il mio errore di misurare unicamente i successi evidenti (successi, po’): nel mio caso i libri pubblicati, cioè zero, visto che il romanzo nuovo mi è slittato da novembre di quest’anno ad aprile 2020. Invece, l’anno in cui sono tornata a vivere da sola è stato pieno di sorprese e novità. Di processi avviati o continuati, di quelli che fanno poca scena, ma funzionano e, alla lunga, portano a risultati tangibili.

Il fatto è che, con la filosofia diffusa del mainagioia, quando una gioia ci capita sul serio la vediamo tardi, e la facciamo passare sotto silenzio: ok, l’associazione espatriata si è rivelata un covo di fighetti, ma andandomene ho ereditato un paio di amiche interessanti, viaggiatrici, curiose di tutto. Ho pure avuto la conferma che, più che buttarmi in marmaglioni accomunati da qualcosa di molto blando (vivere all’estero, tipo), preferisco condividere passioni e interessi, come scrivere e svolgere strani esercizi psicologici…

E ben vengano le applicazioni che propiziano questo genere di attività! Infatti ho disinstallato le app d’incontri in tempi che, almeno in un caso, arrivano al record di tre minuti d’orologio: a me non piaceva nessuno, e come over 35 con più titoli universitari non rientravo negli standard femminili dell’app, rimasti più o meno all’Inquisizione spagnola. Per fortuna, ormai, non ci serve niente: come si diceva, “A volte ritornano”, in barba ai due sfigati che hanno scritto La verità è che non gli piaci abbastanza. Con buona pace del fan club dell’uomo cacciatore (grazie, sono vegana), a volte le scuse di uno per non farsi avanti sono più complesse, e una mano tesa da parte nostra fa tutta la differenza tra il chiedersi “come sarebbe stato” e scoprirlo ogni giorno, pure in questa distanza forzata che io chiamo follia collettiva, e altri feste di Natale.

Sì, insomma, se quel mascalzone di un guru mi perseguita pure da lontano con i suoi bilanci, mi porto questo, di proposito, nell’anno che verrà: quando ci tengo, tocca farmi avanti.

Cominciare le cose.

Ce ne sono alcune che, dopo la spinta iniziale, arrivano da sé.