Archivi per la categoria: L’amore ai tempi del Raval

 Ultimo post su Marsiglia, ok? È che in questa città sono successe troppe cose, e una è che mi sono accorta che non avevo il dentifricio. Né il sapone.

Oh, non sapevo come funzionasse, nell’appartamento che avevo prenotato! Inoltre, come già detto, per motivi estranei alla mia volontà l’itinerario di viaggio mi cambiava davanti agli occhi in maniera surreale, lasciandomi bloccata in una città che non conoscevo, senza sapere cosa avrei fatto dopo.

Ma, niente paura! Ho scoperto ben presto che, per compensare a queste e altre mancanze, bisogna procurarsi:

  • sapone di Aleppo! Ok, è un po’ viscido, ma fa da docciaschiuma, shampoo, e pure da detersivo per bucato: provare per credere. Solo che sui capelli ne va una puntina, o ve li ritrovate ‘nzevati (unti) che manco con quel gel azzurro puffo degli anni ’90;
  • aceto e bicarbonato! Per lavare casa e farsi maschere capelli, dentifrici di fortuna (ma poi ne ho preso uno all’argilla da Naturalia), creme depilatorie ecc.;
  • frutta fresca! Da tagliare a pezzetti e mettere in una bella caraffa d’acqua, così da averla sempre aromatizzata e risparmiare su bottiglie di plastica e succhi a peso d’oro. E dopo tre giorni, mangiate la frutta o fate una marmellatina veloce, la colazione ne guadagnerà;
  • incontri inattesi: scaricatevi Meetup e scoprite quanta gente ha i vostri stessi gusti, o due ore da spendere per chiacchierare. A Marsiglia, agli incontri “internazionali” c’erano più marsigliesi che stranieri, e non mancavano gli (e le) over 50: questo è un grande merito, specie per me che ho la sensazione di vivere in una città divisa in compartimenti stagni;
  • incontri (molto) attesi.

Questa ve la spiego bene. Il mio, di incontro, era con una di quelle persone che conosci una sera a una festa, perennemente in viaggio, e da allora riesci ad averci solo rapporti di lavoro a distanza, benedetto Internet, ma ti manca una chiacchiera in carne e ossa. Tra le varie cose dette a un tavolino all’aperto, tra me che aprivo di continuo la valigia (“I soldi, dove li ho messi?!”) e lei che andava a comprare i filtri, la mia interlocutrice mi ha regalato una chicca per il mio libro strano: quello un po’ memorie e un po’ self-help su come sia uscita dalla peggiore crisi della mia vita.

Adesso, il disagio di allora era globbbale totale, perché avevo fatto scelte discutibili su più fronti (lavorativo, accademico e finanche immobiliare…), ma sarei ipocrita a non ammettere che “la crisi”, innanzitutto, aveva un nome e un cognome. Che l’altra, a sorpresa, conosceva perfettamente.

Non ho fatto in tempo a riprendermi dal colpo (credo la controparte si vergognasse di me), che lei ha aggiunto:

“Un amico comune mi ha detto che l’ha visto bene soltanto con te. Solo che con te non ci voleva stare”.

Io credo che in questa frase postuma si racchiuda la mia vacanza, e molto della mia vita. E mi sa che sono in buona compagnia. Perché a volte è inutile cercare spiegazioni, le persone o si amano o no. Ma è vero che, sempre a volte, c’è questo paradosso dello stare “troppo bene” per funzionare secondo i propri standard.

Quando qualcuno la pensa così, non resta che rifare la valigia e vedere cos’altro succede.

(Ascolta e fai ascoltare… Jordi Pèlach!)

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Risultati immagini per immigrati non lasciateci soli con gli italiani

Dalla pagina di Abbatto i muri

Come ultimo post sulla tristissima pagina di storia italiana (e umana) che è stata la vicenda Aquarius, condivido il comunicato dell’associazione che da cinque anni è parte integrante della mia vita barcellonese. Se vi va, condividete:

NON CI RAPPRESENTANO

L’Associazione Altraitalia Barcelona, costituita da italiane e italiani residenti in Catalogna, esprime la propria approvazione rispetto alle scelte del governo spagnolo e della Generalitat valenciana sulla questione Aquarius. Siamo felici di vivere in una città che non ci fa sentire “immigrati”, e che per volontà della sindaca Ada Colau ha aperto fin dall’inizio del suo mandato le porte ai rifugiati. Siamo orgogliosi di toccare con mano il fatto che tutti quei valori che, a detta della destra italiana, porterebbero alla disgregazione dell’identità, sono invece il fondamento di una città aperta e inclusiva, dove persone di ogni provenienza e credo hanno potuto trovare una nuova casa.

Non possiamo che guardare con preoccupazione agli ultimi sviluppi della politica italiana, caratterizzati dall’allarmante centralità di un discorso identitario che ha creato le premesse per le desolanti prese di posizione razziste del ministro dell’interno Salvini. Ci preoccupa che queste posizioni sembrino essere condivise da buona parte di questo governo, e da una porzione significativa della popolazione.

La Spagna e la Catalogna non sono un paradiso libertario, contrariamente a quello che vorrebbe far credere una certa lettura superficiale della realtà. Ma crediamo che Barcellona in particolare, pur con tutti i suoi problemi, rappresenta la realizzazione dei peggiori incubi di Salvini e dei suoi sodali: famiglie LGBTI numerose e attive, lotte femministe che sono diventate coscienza collettiva, il razzismo populista che, persino in un contesto identitario come quello catalano, è inesistente.

È per questo che, forti della nostra esperienza, possiamo dire, ora più che mai: restiamo umani.

Barcellona, 18 giugno 2018.

Associació AltraItalia Barcelona

info@altraitaliabcn.org

Nota
L’associazione Altraitalia Barcelona è nata nel 2009 da un gruppo di italiane e italiani residenti in Catalogna appartenenti a diverse tradizioni della sinistra nostrana. L’intenzione, da subito, fu quella di interagire con il contesto politico della nostra patria d’adozione: da qui derivano le molteplici iniziative attraverso le quali, nel corso degli anni, abbiamo cercato di lavorare alla costruzione di una memoria storica condivisa tra Italia e Catalogna.

 

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!

Immagine correlata Ho un’amica che dove c’è il dolore c’è lei.

La sua storia è da telenovela: sua madre è morta per problemi legati in qualche modo alla sua nascita e, qualche tempo dopo, il padre si è sposato con la badante. Latina, per la cronaca, ma tranquilli, stesso razzismo che per le slave: “Questa chissà da quanto tempo progettava il colpaccio”, hanno sentenziato le zie. E invece la mia amica sospetta che la signora si fosse fatta molto apprezzare, nelle cure all’assistita, e che la vicinanza tra due persone sole avesse fatto il resto. Avendo osservato personalmente i legami che si possono creare al capezzale di un moribondo, mi sento di crederle.

In ogni caso la mia amica (che per una tradizione tutta ispanica ha il nome di sua madre) è cresciuta con quest’idea: l’amore è sofferenza. Grazie al ca’, direte voi. Insomma, non puoi amare nessuno con la certezza che resti, che continui ad amarti con la stessa intensità (a un certo punto le è nata una sorellina…), e che duri non dico per sempre, ma per un periodo di tempo prevedibile.

Suppongo sia per questo che la vedo infilarsi in storie assurde che mi suscitano un’invidia genuina. Che cavolo, fino a qualche anno fa detenevo il primato assoluto!

La guardo con sincera ammirazione mentre si prende l’unico collega depresso al lavoro, o l’unico compagno di yoga neodivorziato, o, soffiandomi il record mondiale, “l’unico che non sorride” alle jam session del Big Bang.

Io il mio dovere lo faccio, eh, come i bambini che da sempre, con encomiabile senso del dovere, provano a svuotare il mare col secchiello. Le dico:

– Beata te. Relazioni come le tue sono un atto di fede. Sai che non puoi fare altro che amare e aspettare un miracolo, e ami abbastanza da aspettarlo sul serio! Tanto la storia non ti tocca mai nel profondo, tranne che per la patina di tristezza costante tra te e il mondo. Ma ha un vantaggio anche quella: ti fa sperare in un domani migliore, senza che questo dipenda in niente da te.

Lei ovviamente mi manda affanculo e ordina un’altra birra.

Non le confesserò mai che ogni tanto lo rimpiango anch’io, il patto col diavolo. Quello in cui:

  • IO ci metto tutto il sentimento (ma proprio tutto, eh);
  • il fallimento non è colpa mia (dipende dalla depressione/dal divorzio/dalla scontrosità dell’altro);
  • conservo una speranza un po’ folle che “domani migliorerà”. Come? Che domanda prosaica!

In realtà nella mia esperienza “domani” migliora davvero. Viene un’altra a prendersi il frutto degli sforzi fatti perché gli tornasse il sorriso. La buona notizia è che spesso glielo toglierà di nuovo. Ma intanto.

La salvezza arriva, solo non come sperato. Non chiamatemi cinica, tuttavia, se ammetto che sono molto fiacchi, i miei tentativi di riscattare l’amica innamorata dell’amour fou. Perché sono fedele a un principio filosofico imparato in lunghi anni d’esperienza e meditazione: la gente deve farsi i cazzi suoi.

Non c’era nessuno che riuscisse a farmi ragionare quando tutto questo succedeva a me. Dicevano tutti cose molto ragionevoli, di cui non me ne fregava niente.

Abbiamo questa tendenza a seguire il nostro stomaco anche quando, come si dice a Napoli, ci porta a sperdere. Credo che questo autore qui qui la chiami “emozione primaria non salutare”. Sì, avete tradotto bene: “cagata pazzesca”.

E per chiuderla in bellezza m’immagino a scrivere un WhatsApp alla mia amica con le parole della Yourcenar:

A volte mi chiedo: contro quale scoglio farà naufragio tutto ciò? Poichè si fa sempre naufragio! Sarà una sposa? Un figlio troppo amato? Uno di quei tranelli legittimi in cui rimangono impigliati i cuori più timorati e puri…

Qualunque cosa sia, speriamo che una scialuppella la trovi pure lei.

E che la usi per arrivare in un porto migliore.

 

 

 

 

 

 

 

Risultati immagini per ritratto picasso All’università c’era questo ragazzo che dipingeva. Lo chiamavamo Picassó. Non per lo stile pittorico, ma per una nota gag di Totò. Oh, che volete, eravamo a Napoli.

Lui si metteva nel Chiostro di Lettere a fare schizzi sull’interessante fauna tutt’intorno (altro che Animali fantastici e dove trovarli!), e nella pausa tra le lezioni del mattino e quelle pomeridiane ci piaceva giocare a riconoscere i suoi soggetti.

Mi attraeva, Picassó, in quel residuo di tempesta ormonale ereditato da un’adolescenza recente. Ma aveva una vera e propria passione per tizie che, dopo qualche tempo, si rivelassero degli autentici guai. E aveva sempre sottovalutato il mio potenziale in tal senso.

Così, cominciò a guardarmi con occhi diversi solo in concomitanza con una mia partenza, una delle tante. Se proprio non sembravo disposta a cambiare all’improvviso gusti sessuali, o a finire in galera per spaccio, almeno che fosse un tormentato rapporto a distanza, meglio se abboffato di corna.

Non si arrivò a tanto, ma di Picassó conservo un bel ritratto che mi fece alla vigilia della partenza. Mi colpì perché la mia prima reazione, vedendolo, fu dichiarare: “Questa non sono io”.

E non mi aveva per niente fatto sfigurare, anzi. Ero simpatica, nella gonnellona abbinata a un maglione di filo un po’ cascante, e a degli occhiali pre-hipster, più grandi che al naturale. Però era riuscito a trasformarmi in una delle ragazzette nervose, un po’ nerd, che piacevano a lui. Non che non fossi nervosa o nerd, ma il resto del mondo, me compresa, tendeva a notare altre mie caratteristiche. Era come se Picassó si stesse allenando a vedermi in un modo che potesse apprezzare anche lui. Mi divertì abitare il suo mondo per quel breve momento concessoci, e gli perdonai subito la “customizzazione”, diremmo oggi con una brutta parola ibrida, ai suoi gusti.

Molti anni dopo, come ho già scritto qui, doveva succedermi d’incontrare un pittore sulla Rambla del Mar, vicino al Porto di Barcellona. Ero andata a fare una lunga passeggiata, prima di uno dei numerosi tentativi di tira e molla con un tizio che non mi tirava, né mi mollava.

Mentre ero seduta su una panchina di legno a guardare dritto davanti a me, dando l’impressione di star contemplando il mare, questo sconosciuto aveva tracciato in pochi schizzi un ritratto tondeggiante del mio viso (riconosco che allora avevo qualche chilo in più). È quello che potete ammirare nell’articolo che vi ho linkato, pigroni!

Non mi ero soffermata tanto sulla somiglianza con la biondina che questo qui credeva di vedere (o voleva farmi credere di crederlo). Piuttosto c’era qualcosa nella mia espressione del momento, tra angosciata e malinconica, che l’artista aveva colto perfettamente. E, come un imitatore poco somigliante rievoca il suo personaggio in una smorfia sola, anche quel volto di carta riusciva a somigliarmi in un paio di linee.

Una volta a casa, il tizio che aspettavo aveva studiato lo schizzo, che gli avevo mostrato in foto con una punta d’orgoglio (della serie “Vedi? Io ispiro gli artisti e tu non mi vuoi”). Ma aveva sentenziato: “Questa non sei tu”.

Rispetto a Picassó, che si allenava troppo tardi a vedermi secondo i suoi gusti, questo mio sfortunato amore espatriato era più che disposto a non vedermi mai. O meglio, a vedere sempre ciò che non ero. Doveva avere in mente un ritratto della sua donna ideale, e lo comparava a me solo per rassicurarsi che no, non fossi io. Che potesse sperare ancora d’incontrare quella che gli spezzasse così bene il cuore da innamorarsene perdutamente.

Però mi rimase, di quello strano pomeriggio di ritratti regalati, rinnegati, ricordati, la sensazione che quella di come ci vediamo noi e come ci vedono gli altri è una storia affascinante, che spiega tanto.

Nonostante il relativismo in cui sono cresciuta, mi piace pensare che esista da qualche parte un ritratto fedele che ci immortali esattamente come siamo, nella nostra inesorabile umanità.

Non sono sicura, però, di volermici specchiare.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn un libro che non cito, perché per il resto è pallosetto, ho trovato una metafora del dolore che mi piace alquanto: è come un ospite molesto ma educato, se gli presti attenzione a un certo punto si stanca e se ne va.

E invece non so voi, ma io ci ho passato la vita, a evitare il dolore. Vi è mai capitato di stare a lavorare fino a tardi senza accorgervi della fame, del sonno, della stanchezza? Normale, è il flusso. E di cadere come me ieri, fare un bel volo, prendervi una storta a mano e piede e accorgervi solo molto dopo di quanto male vi faccia? È fisiologico, se capissi una ceppa di anatomia umana ve lo spiegherei pure.

Ebbene, a me tutto ciò succedeva sistematicamente. Mi ero resa immune da tutto, e tutto per evitare il signor Dolore. Che non è di quegli ospiti che, trascurati, se ne vanno e ti tolgono il saluto. No, è uno di quei vicini recidivi che bussano e ti chiedono zucchero, e già che ci sono si siedono, e “Avete appena fatto il caffè? Sento l’odore”, e allora una tazzina, e un pettegolezzo sulla figlia della portiera… Non se ne va più.

Ma tra me e il dolore è una bella guerra a colpi di cazzimma, e il problema di queste guerre è che alla fine le dichiari a te stesso, quindi vinci e perdi insieme.

Il problema però è che trascura che ti trascura, il trascurato passa alle maniere forti. Pretende l’attenzione che non gli diamo, e lo fa per noi. Sì, per noi. Che sia fisico o meno il dolore assolve alla stessa funzione: segnalarci che qualcosa non va. Non è un problema in sé, è sintomo di un problema. Ed è ridicolo cercarcelo, ma se tocca, la manera più sicura di avercelo sempre tra i piedi è evitarlo.

Perché allora non è più come un ospite seduto in salotto. Diventa il salotto stesso. Diventa una stanza, enorme e brutta e buia e puzzolente, e lunga che non finisce mai. Ma la devi attraversare, è l’unica cosa da fare per non restare in un angolino della casa e anelare quello che c’è dall’altra parte.

Perché una volta attraversato, il dolore ti mostra qualcosa d’insospettato, in cui non credi più, mentre lo attraversi. Che esiste un dopo.

E non è il Paese delle Meraviglie, eh, è un dopo di quelli della vita, lontani dai paradisi artificiali che solo la nostra mente sa costruire.

Ma una volta raggiuntolo ti chiedi solo perché quel caffè al dolore non l’avessi offerto prima.

taroluna
Il titolo alternativo era “Lo zen e l’arte del pane e puparuole”. Poi ho pensato che fosse un titolo poco serio, per una che sta per annunciare, a chi non abbia di meglio da leggere, che il blog è tornato, ma un po’ cambierà.

Perché è cambiata, e molto, l’autrice.

L’oscuramento era dovuto proprio a questo, in fondo, all’oscura notte dell’anima, come direbbe San Juan de la Cruz, che poco dopo il trasloco alla “mia” casa, a un passo dalla realizzazione di tutto ciò che volessi, mi ha trascinato via con un colpo di vento tutto il castello di carte che avevo costruito su chi fossi e cosa volessi fare.

Perché erano tutte bugie.

Quante bugie ci raccontiamo, per paura di essere delusi? Quante volte ci diciamo che va bene lavorare male purché si lavori, tenersi questa relazione anche se non siamo più innamorati, uscire con gli stessi amici di sempre per non ammettere che ormai siamo cresciuti e parliamo lingue diverse?

Mentirsi è facile: basta spegnere il filo invisibile che collega gli occhi alla pancia, e non vedere più di cosa abbiamo bisogno.

Finché una carta del castello di menzogne crolla, e allora ci ritroviamo a bocca aperta davanti a un tavolo pieno di carte, sparse in disordine.

E quel tavolo è la nostra vita.

Possiamo alzarci e costruire altri castelli, dare un calcio al tavolo o cominciare a farci cose utili, tipo preparare la cena e riflettere davvero su ciò che vogliamo.

Cos’è che vuoi, davvero, in questo momento? Proprio adesso. A parte andare in bagno, e chiedermi indietro i due minuti passati a leggere sta cosa.

Io, per esempio, adesso lo so. E non sono tutte cose che mi piaccia volere. Troppi bisogni, troppe smentite all’assioma “mi basto da sola”. Ma è buono a sapersi, meglio che far finta di niente e pagare il conto tutto insieme.

C’è una carta, nei tarocchi, che è la Luna. Non La Luuunaaaa Neeeraaa, quella l’ho cercata anch’io, ma non c’era negli Arcani Maggiori. I tarocchi non raccontano il futuro, raccontano storie. Anche su di noi, se le vogliamo vedere.

E questa carta parla di un viaggio, illuminato da una luna enorme accompagnata da latrati di cani e chele di molluschi, con due torri in lontananza e molta, molta strada da fare.

Come notte non è poi così oscura, ma ti ci perdi lo stesso. Il tratto più difficile è quello in cui si è troppo lontani dalla partenza per tornare indietro, ma c’è ancora molta strada da fare per arrivare da qualsiasi parte.

È allora che bisogna ascoltare quel brontolio nello stomaco che per una volta non ci dice solo che è passato un po’ dall’ultima birra, dall’ultima sigaretta, dall’ultima chiamata a chi è stat@ capace solo di farci mangiare bile.

Per una volta ci dice che ne vale la pena.