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Ok, non col piumone, ma la sua felpa è uguale!

Giuro che, quando ho visto il quaderno, mi sono quasi commossa.

L’aveva trovato alla tabaccheria dove compra le sigarette, già che si allungava verso il Veritas: il Coaliment di fronte alla nostra strada ha perfino la farina e il riso, ormai rari quanto l’araba fenice, ma è – era – un negozio per turisti, di qualità varia e prezzi maggiorati.

Va anche detto che, ieri, la sola lista della spesa sembrava un’improbabile battaglia navale Italia-Inghilterra, da disputarsi su qualche scogliera artificiale della Barceloneta, che rivedremo chissà quando: se andava al Coaliment, la pasta lunga doveva essere solo Barilla, e solo capellini, tra i pochi formati che tollero di quella marca… “Se non è Barilla, desisti”.

Lui scrutava la mia grafia sul retro della tovaglietta Sandwichez scovata tra le sue cianfrusaglie, visto che non ero disposta a cedere neanche un pezzetto di carta.

“E la trovo, questa marca al Veritas?” mi aveva chiesto infine.

“No! Al Veritas puoi prendere la pasta lunga che vuoi, magari non proprio quella che costa tre euro… però la qualità è superiore“.

“Ma sempre capellini? E poi che significa ‘passata di pomodoro’? Cos’è un pomodoro?”.

Gli stavo per fare un disegnino: se mi avessero detto che un giorno avrei difeso l’acquisto della Barilla, mi sarei messa a piangere. Ma le alternative al Coaliment sono la Gallo e poco altro, chi vive da queste parti sa e capisce. Avessi un po’ di semola di grano duro, altro che farina introvabile!

È finita che è tornato con le bavette Barilla, il latte d’avena e non di soia (ma la marca era Yosoy, che ne sapeva?), e i pomodori da pa amb tomàquet, ma lì è colpa mia: do per scontato che tutti li prendano di default del tipo che serve a fare le pellecchie. Poi, però, c’era il quaderno.

Io i racconti preferisco scriverli su carta. Se il racconto deve vincere per knock out, voglio pestare i quadretti con le mie penne a punta retrattile, finché le parole non fanno quello che dico io.

Sto facendo il classico errore di produrre cattiva letteratura su qualcosa che sta succedendo in questo preciso momento: roba che la gente non vuole leggere per anni, neanche se sfornata da grandi penne (non quelle lisce, dico in senso metaforico). Se Primo Levi non trovava un editore con il bel popò che gli era successo, figuriamoci io, che devo solo starmene a casa e ho il privilegio di starci pure bene, intenta come sono a leggere, scrivere e far di conto… o meglio, farmi due conti.

Non voglio cadere nell’errore di magnificare la vita che ho lasciato, ricordo che c’erano cose che volevo correggere ed ero in una fase di cambiamento. Certo che rimpiango l’uscita del pomeriggio, dopo la mattinata passata a scrivere, ma non al punto di magnificare il mio percorso ozioso tra Fnac e Cafè Costa, in cerca di un bar in cui prendere appunti su quanto avrei scritto il giorno dopo. Sono anche meno concentrata sulle ultime bozze del libro che doveva uscire ad aprile, e ora chissà.

Non importa. Ho ritrovato qualcosa che spesso si dimentica, quando si ha il privilegio di trasformare la propria passione in attività quotidiana: il perché. Come mai ci muove proprio quella passione? Quale piacere ci regalava prima dell’ansia, metti caso, di spostare quella virgola risolutiva? O prima dei dubbi su quanto le descrizioni – di cui non mi è mai fregata una ceppa neanche come lettrice – convinceranno l’editor, l’amica scrittrice, e tutto quello stuolo di gente che si può risentire se accosto due parole che iniziano uguale.

Anche questa può essere una distorsione di quanto accadesse prima: quando sarà tutto finito potrebbe tornare la mia ansia da prestazione, anzi, da descrizione. Ma se la realtà è diventata quest’alternarsi continuo di giornate, cos’è che ci definisce davvero? Forse, quello che nonostante tutto riusciamo ad amare, in tutte le sue rappresentazioni.

Fosse anche un quaderno dalla copertina verde transgenico, che a giudicare dalle dimensioni non mi basterà a scrivere la metà dei racconti che ho in mente.

Di buono c’era che si abbinava alla felpa di chi me l’aveva scovato: allora ho deciso che in tabaccheria l’aveva servito una commessa, annoiata come tante dipendenti che non possono permettersi di essere spaventate e basta. La ragazza aveva visto come gli stesse bene quel cappuccio verde ancora odoroso di lavanderia a gettoni, alzato sui riccioli rossi che si riprendono il loro spazio, e gli aveva scelto proprio quella copertina lì.

E invece, ho saputo poi, alla cassa c’era un tizio di mezza età, che gli ha sbattuto sul bancone il primo quaderno che ha trovato sullo scaffale.

Almeno mi sono ricordata perché mi piace inventare storie.

 

Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

Image result for la merma i chingSì, credo di avervi già parlato della mia passione per l’I Ching, o Libro dei mutamenti (oracolo cinese del IX secolo a. C.). È il mio scaricatore di ansia preferito!

Millenni di sapienza cinese al servizio delle mie (per fortuna occasionali) paturnie, e dei dubbi della situazione. Perché l’I Ching, corteggiato da Jung e pure dal fisico Pauli, amato da Confucio e pieno di fans altrettanto hipster in tutto il mondo, è un oracolo che, ai miei occhi di analfabeta in psicologia, fa un po’ Rorschach: ciascuno ci vede un po’ il cavolo che gli pare. E la reazione più frequente è quella di tirare fuori il meme di Gerry Scotti con le mani al petto, e dichiarare: “Mio Dio, ma parla di me!”.

In realtà, parla di tutti: dice cose chiariiissime tipo “È propizio attraversare le grandi acque” (come sapevi che mi perde la lavatrice?!), oppure “È opportuno incontrare il grande uomo” (non esageriamo, mo’, al massimo è un quaqquaraqquà). È come con la Pizia, ma senza pagare manco una dracma. Semmai prendi prestate tre monetine uguali, che torneranno al mittente, e decidi tu che significato vuoi dare a ‘sta zuppa cinese di parole. Quello che ne ricavi, magari, è il senso che ti aiuta di più.

Ora, tra gli esagrammi che formi lanciando le monetine di cui sopra per sei volte (non ho la testa per usare il metodo tradizionale), uno dei più belli è il numero 41, riprodotto nell’immagine sopra: in spagnolo, “la merma”. Sarebbe “la diminuzione”, ma vuoi mettere? Lo penso proprio in romanesco: ‘a merma. Che, alle mie orecchie di analfabeta in romanesco, suona tipo come “la melma”. Sarebbe a dire: auguri! Comincia per te un bel periodo demmerda. Ma se lo affronti con stoicismo e moderazione, tanto ‘a ruota gira e torni a crescere, e infatti l’accrescimento è giusto l’esagramma successivo! Pure la ruota, dev’essere quella della fortuna nei tarocchi, anche se il nostro caro Libro dei Mutamenti je fa ‘na pippa, perché ci ha quei milletrecento annetti in più. Ma intanto, come si dice in mandarino, so’ cazzi. Si sta come d’estate, dopo la pioggia sul Parc Güell, ‘a melma. Indovinate che numero mi è uscito, l’altro giorno? E secco, eh, senza le “linee mobili” che portassero a qualche altra soluzione.

Mo’ lo so, non ci voleva l’I Ching: riconoscevo i sintomi. Lo fareste anche voi, se la banca non vi dà ‘sto mutuo, e se pure il secondo test di fertilità si mette a predirvi il futuro: quello di zia gattara, a cui sbolognare i bambini d’estate per poi lamentarsi se gli insegni il GENDER!1!! (Lasciate che i/le pargol* vengano a me…) Metteteci l’editor, sparita col manoscritto – e a proposito, è irreperibile pure quello che, fino a due settimane fa, voleva presentarvi pure a sua nonna. A volte ‘sta melma diventa sabbie mobili: più entri in ansia, più non ci puoi fare una beneamata. Tanto vale seguire i saggi cinesi e starsene lì, dire terra agghiotteme (scusate sempre il mandarino) e aspettare che la tempesta di stallatico la smetta di profumarti tanto i capelli.

Io, non so se si è capito, ho un forte problema con le cose che sfuggono al mio controllo: devo agire, devo muovermi, devo… Ma ‘ndo vai, interviene allora l’I Ching, all’unisono coi miei amici rassegnati: che tu ti sbatta tanto o poco, sempre una ceppa ci puoi fare.

Allora, sapete che c’è? La soluzione è proprio rassegnarsi. Accettare, come dice il mio amico guru di Hospitalet – così scomodiamo proprio tutto l’Occidentali’s karma – che non possiamo fare niente. Per un motivo praticissimo: così ci dedichiamo prima a quello che, invece, possiamo fare.

Che spesso va a risolvere proprio le questioni che non abbiamo sotto controllo. Mandare il manoscritto ad altre case editrici, o a un concorso che non sia proprio farlocco, o tradurlo in un’altra lingua con l’aiuto di qualche fida alleata. Fare una donazione per l’ecografo dell’Ex Opg: ecco, voi che ci avete l’antimulleriano buono, prendete e guardatene tutte (le ecografie, dico). Rendere carina la parte di casa che abito (e che, quella sì, fa un po’ antro della sibilla) visto che come garanzia la banca, al contrario di quanto accade per le ecografie di cui sopra, non la vuole vedere manco in foto. Raccogliere tutta la roba che quell’altro sparito dai radar ha lasciato in giro e stiparla in tre comode buste di carta, da conservare nell’armadio in corridoio e buttare in caso di mancato reclamo.

Insomma, cin cin, e melma sia. Dice che le bollicine torneranno.

Mai per comando, caro I Ching, sottolineerei di nuovo che l’esagramma dell’accrescimento sta giusto dopo ‘a merma. Quindi, la prossima volta, già sai.

Forza, che offro una cena al cinese.

 

(Ho scoperto che hanno dedicato un album all’I Ching! I soliti europei rosiconi… :p )

 

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Le manie di grandezza di quando ho il ciclo. Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Rhiannon

Insomma, sono assediata tra il Natale e il ciclo.

Così, un giorno sì e uno no me ne resto a letto con Furia, Pegaso e Ronzinante. Che come avrete intuito non sono tre civette: smentiamo le malelingue che attribuiscono alle figlie di medico certi atti di zoofilia! Sono i tre cavalli che mi pestano il basso ventre fin da quando mi vengono i primi crampi premestruali, che un ginecologo ottimista, a suo tempo, ha paragonato alle doglie del parto.

Adulatore, hanno commentato gli equini. E hanno colto l’occasione per ringraziare del totale disinteresse verso fenomeni, sindrome premestruale e dismenorrea, che hanno il tremendo difetto di non riguardare gli uomini. Con i miei tre amicici correggo alle 6 del mattino, quando mi vengono a svegliare con una zoccolata a testa nei reni, gli ultimi capitoli del libro che pubblico ad aprile. Quando ho finito la revisione, circa cinque ore dopo, si vanno a fare una passeggiata nella bolgia qui descritta. Li raggiungerò presto, ma solo dopo un dormiveglia estenuato di mezz’ora.

Intanto, però, avrò sognato. O dormivegliato, che so io. Le cose di sempre: questo periodo, si diceva, è fatto di attese.

Ormai è pacifico che il tipo che doveva “farmi sapere” quando sarebbe andato a vedere quel film promettente ha perso, nell’ordine: il mio numero; la memoria; un’occasione! Oppure aspetta che la pellicola si proietti solo in un cinema d’essai sull’Everest, dove alla fine porterà ‘n’ antra zzzoccola (cit.).

Invece, dalla banca del prestito ipotecario mi fanno gli scherzi: mi chiamano che ancora sonnecchio con l’orribile maschera di nuvolette verde acqua, si presentano col tono di chi mi sta per dire qualcosa d’importante, e poi mi annunciano per l’ennesima volta che gli mancano documenti miei. Stavolta posso mandargli il mio contratto di lavoro? “Già ce l’hai nella richiesta di prestito, cara” rispondo più o meno “la tua collega sta ancora ridendo su quanto faccia schifo!”. “Ah, quand’è così grazie, buona giornata”.

Si è fatto attendere per i motivi sbagliati anche il WhatsApp dell’amico avvocato, troppo occupato per illuminarmi su un argomento a caso (il prestito ipotecario, giacché di cinefili rapiti dagli alieni non se ne intende), che infine mi risponde: Mission Impossible, ma parliamone a voce, uno di questi secoli.

Insomma, i miei dormiveglia premestruali e prenatalizi sono interessanti. Soprattutto quando mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di interrompere la vita tranquilla, “no alarms and no surprises” (cit.), che mi succedeva fino all’anno scorso. Ne deduco che il corso di sceneggiatura mi ha fatto male, e maledico il prof. che mi ha insegnato il concetto di “rispondere alla chiamata“: succede quando la protagonista (cioè io!) decide di rompere la sua routine per intraprendere un viaggio che, in fondo, la porta alla scoperta di se stessa.

Però mi mancava questa, di scoperta: le visioni mistiche della mia mezz’ora di dormiveglia sono divise tra ah, se il passato tornasse (leggi “quello che rimpiango”), e ah, se la banca capisse che nel 2019 il tempo indeterminato esiste quanto Babbo Natale (leggi “quello che vorrei”).

C’è un grande assente: quello che potrei. Ovvero, quello che potrebbe essere, che potrei scoprire e godermi se la smettessi di pensare a cose che non possono tornare, o che non sono del tutto nelle mie mani (semmai sono in quelle, forse afflitte da paralisi temporanea selettiva, del tipo del cinema!).

E pare una grande banalità, ma non è facile essere abbastanza attenti a quello che ci circonda, annusare l’aria e carpire opportunità, fossero anche riassumibili in quella di goderci ciò che abbiamo.

Ebbene sì: ci vuole lavoro anche per quello. Ci vuole un’attenzione che, se siamo impegnati a concentrarci sul nostro passato, o su un futuro ideale, non avremo mai la forza e il tempo di mettere insieme.

Per questo, secondo me, le cose sembrano succedere più facilmente quando crediamo nelle coincidenze, o in un destino benevolo: siamo attenti a tutto per carpire chissà che nesso, e invece, secondo me, lo vediamo solo noi. E finché ci è utile va bene, il cervello si allena a trovare risorse non ovvie. Poi, però, rischiamo l’errore di crederci troppo, e finire per fare autentiche minchiate perché “i segni c’erano tutti” (quelli della nostra demenza, senz’altro!).

Però ci resta l’attenzione. E si coltiva con tempo e pazienza, come tutto il resto. Non lasciandoci distrarre neanche da quello che siamo sicuri di volere, più di quanto non ci lasceremmo rovinare una bella passeggiata da Google Maps. A volte, la fretta di raggiungere la nostra meta ci toglie la curiosità di esplorare i dintorni.

A me, nel giretto lungo che poi ho fatto al posto della spesa – ho depistato pure i cavalli! – è successo di vedere il consueto suonatore africano del Parc de la Ciutadella, che strimpellava uno strumento a corde che come vedrete sotto si chiama kora, mentre cantava canzoni in un francese fiorito. Stavolta, però, era in compagnia: accanto a un connazionale che danzava in onde dinoccolate, s’era messa a zompare in maldestre imitazioni una schiera di bambini biondissimi e pallidissimi, che seguivano entusiasti il ritmo.

“Voglio vedere come balli, Barcellona!” gridava il suonatore, arrotando le erre.

Devo dire che adesso lo voglio anch’io.

Soprattutto, voglio proprio vedere se riesco a stare al passo.

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La protagonista indiretta di tutta la faccenda

No, non del karma, ma di Karma, la mascotte filiforme dei video nella metro di Barcellona, che allungando le braccia snodate dà lezioni di educazione civica ai passeggeri. Il concetto gioca con la pronuncia identica, in catalano, della parola “karma” e del nome “Carme” (Carmela), e il messaggio è: comportati bene – anche in metro – e la vita ti premierà.

Ne parlavamo ieri, domenica, nel confronto finale del gruppo di scrittura, e la nuova venuta ci ascoltava perplessa.

Noi, per la verità, eravamo perplessi da lei. Si era presentata troppo presto per le due ore di scrittura silenziosa, e troppo tardi per l’ormai noto angolo dell’esercizio (aveva pure tentato di accaparrarsi il nostro guru, per “parlargli un momento”, ma quello le aveva chiesto di aspettare la fine della dettatura e mi aveva lanciato uno sguardo sorpreso).

Arrivato il suo turno di confrontarsi sulle due ore di scrittura, la signora dal portamento elegante e dal sorriso gentile, le rughe addolcite da una cascata di capelli tinti di biondo, aveva spiegato con accento misterioso che parlare in inglese non era il suo forte, e che non aveva capito bene la finalità del gruppo: era lì solo per chiederci se conoscessimo “an editor“, per il suo romanzo.

Al che io, fidandomi incauta dei suoi… false friends, mi ero offerta di fornirle un contatto.

Ricostruisco a beneficio vostro quello che è successo dopo.

Visto che stentiamo a capirci, e lei ha problemi di vista col cellulare, acconsento a seguirla nel bar più vicino – i tavolini all’aperto della snobissima Fábrica Moritz – per verificare bene cosa cerchi in realtà: un editore, con la “e” alla fine. E dire che la confusione tra editor e publisher (editore, appunto) era segnalata perfino nel manualetto d’istruzioni per la mia tesi di laurea! La signora a sua discolpa può dire di essere iraniana, di parlare un francese perfetto e di scrivere in ottimo spagnolo, tant’è vero che il suo mini-manoscritto, parte del lavoro finale della sua scuola d’arte, è stato distribuito in molte copie su richiesta della commissione. E si dice grata dell’incontro “miracoloso” con me: l’universo – o in questo caso, si diceva, il karma – le porta sempre cose incredibili!

Io non provo a contraddirla, anche se da un po’ riabbraccio un approccio scettico verso la sincronicità junghiana: le coincidenze sono davvero tali, ma se il cervello le nota, magari, è perché gli possono essere utili. Piuttosto mi permetto di dirle che, più di quel suo grazioso libercolo di undici pagine, mi sembra interessante la sua autobiografia, che pure ha scritto, di donna fuggita sia da Khomeini che, soprattutto, da un marito indesiderato: le consiglio quindi di contattare comunque l’editor che conosco, specificando che lavora per una casa editrice che non nomino anche a voi, ma che sarebbe l’equivalente spagnola della Mondadori.

A quel nome s’inchina perfino il karma, o Karma, o chi per loro, perché il nostro vicino di tavolo – un incrocio tra Sick Boy e Billy Idol, con davanti uno sciampagnino frizzante – ci interrompe. Il nome che ci offre non suona affatto familiare alle nostre orecchie straniere, così deve spiegarsi meglio: è un cadetto della famiglia che controlla la casa editrice. È come se fosse un figlio minore di Paolo Berlusconi, tanto per capirci. La mia accompagnatrice è ancora più sorpresa dei doni dell’universo.

Per la verità, il tipo ci ha prese per aspiranti venditrici di libri porta a porta, o qualcosa del genere, e vuole segnalarci che quel tipo d’impiego è un mezzo imbroglio – infatti ce lo descrive come una sorta di schema piramidale. Quando preciso che no, si parlava di manoscritti, l’altro s’informa sul nome del contatto che ho con la casa editrice: ah, sì, la conosce, una tipa molto in gamba, una vera scopritrice di talenti. Buon per me allora, aggiunge: se il mio libro “funziona”, la pubblicazione è certa! E io lì a precisare che ho incontrato quella persona in altri ambienti: magari pubblicassero me, gli squali di “casa” sua!

Ma il tipo non vuole sentire ragioni e, intanto che distribuisce tabacco e cartine a dei passanti che gliene chiedono, parla a manetta: per lui sono solo affari, i manoscritti manco se li fila, gli interessa solo quanto possa guadagnarci. Parla così tanto che dimentica anche di bere, e a un certo punto ci fa notare che gli è sparito il calice mezzo pieno che aveva davanti: io penso a uno dei numerosi passanti, mentre il cameriere sembra ricordare che gliel’ha sottratto un collega, e gliene porta un altro. Intanto il “derubato” fornisce dettagli curiosi sul processo di selezione dei manoscritti: storie di commissioni nazionali ed estere, percentuali di guadagno… La signora è scioccata, io so che le case editrici so’ così e quindi, dopo un’oretta di conversazione surreale, me ne vado per fatti miei: sono divertita dalle circostanze ma non mi piace parlare con quel tipo, e ho già spiegato tutto quello che dovevo alla mia nuova amica, che invece rimane lì a chiacchierare.

Qualche ora dopo, mando un messaggio veloce all’aspirante scrittrice per assicurarmi che vada tutto bene, senza lanciarmi in osservazioni sullo sconosciuto per timore che sia ancora in sua compagnia: mi arriva in risposta un pippone dalla sintassi precaria, in cui lei mi annuncia che il giovane rampollo le presenterà mezzo mondo. Ok, rispondo, buon per lei: in quel momento l’ipotesi più probabile per me è che il tipo sia reduce da una sbronza o da un surplus di acidi, e che si dimenticherà di lei al momento stesso di lasciare il bar. Certo, se lui le ha dato il suo numero tentar non nuoce, dico alla signora quando mi chiama per scusarsi del messaggio (scopro che l’ha scritto per scherzo il ragazzo stesso): lei, al contrario di me, ha apprezzato la conversazione, dunque non vedo troppe controindicazioni se si presenta a un eventuale appuntamento in pieno giorno, e accompagnata, e dopo aver verificato che il luogo in questione sia davvero una sede della casa editrice. In fondo, la sua storia è molto più “vendibile” delle mie. Rifiuto però l’ipotesi di andare con lei.

Attenzione, perché i problemi arrivano adesso.

Io, nel bar più fighetto di Sant Antoni, posso incontrare anche Jason Momoa sbronzo che si vanta di essere Khal Drogo (ah ah ah). Posso perfino – e qui altro che karma, vado a piedi a Pompei – ottenere il suo numero, nella speranza che, chiamandolo, si ricordi di me.

Fin lì non è del tutto implausibile, ed è pure un buon aneddoto. Il problema sorge se dopo è Jason stesso a chiamarmi, anzi, a martellarmi senza ritegno.

In effetti, mentre mi appresto finalmente a cenare – in tutto quel casino non ho neanche pranzato – mi arriva un WhatsApp della signora che mi informa che il tizio l’ha contattata di nuovo, con messaggi insistenti: le sta chiedendo in tono sempre più aggressivo di dargli il mio numero.

A questo punto divento Super Saiyan, e faccio azzeccare gli spaghetti mentre, al telefono, cerco di convincere la mia gentile interlocutrice che: stando così le cose il tizio può essere un truffatore, o uno stalker; nella migliore delle ipotesi è chi dice di essere, ma ha evidenti problemi di varia natura, e non è comunque attendibile; siccome afferma di conoscere la mia amica editor, meglio chiedere riscontri a lei. In ogni caso, insisto, le conviene restare in contatto con uno zotico che quasi la minaccia? Per fortuna lei, che scrive per hobby e come la sottoscritta non vuole mica pubblicare “a qualunque costo”, si dichiara d’accordo con me.

Questa storia al momento finisce qui: l’amica editor è in vacanza, e quando la gente di qua va in vacanza butta più o meno il cellulare nel cesso. Non so se la signora abbia bloccato il numero del tipo o abbia almeno disattivato le notifiche, come le consigliavo.

Lungi da me penetrare i misteri del karma, o di Karma, ma continuo a sospettare che certe coincidenze abbiano spiegazioni molto chiare: a parte l’insondabilità dell’animo umano, questa è una città complicata, ve lo dico spesso.

E come tante città complicate, attira ogni tipo di disagio: da quello “acido” del milionario che si degna di conversare con due sconosciute al bar, ai mezzucci a cui ricorre un tipo che si vede aumentare l’affitto a dismisura mentre, magari, vive sul serio di lavoretti. Che possono essere precari quanto quello da cui, all’inizio della conversazione, il nostro “facoltoso amico” cercava di metterci in guardia: un impiego che sembrava conoscere benissimo, e magari ti consente l’accesso a informazioni reali su una casa editrice di cui puoi addirittura arrivare a fingerti erede.

Beh, almeno ringrazio per quel consiglio lì.

E ringrazio l’universo – o “la ciorta”, preferisco – per non aver bisogno né di soldi, né del numero di una sconosciuta, né di diversioni per sopravvivere a una vita da “bella e dannata”.

Insomma, a conti fatti, non so come mi comporto io col karma, ma almeno lui (o lei) si comporta bene con me.

 

(Aggiornamento: l’amica editor mi conferma via mail che non ha mai sentito parlare di questo individuo…)

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Un libro che vorrei leggere

In prima media avevo lo stesso fisico di adesso, ma per allora ero una pin-up!

È uno scherzo che faccio spesso e che dalla realtà si allontana poco, diciamo una decina di centimetri, mezza misura di reggiseno e un paio di taglie di abbigliamento (il piede è rimasto uguale). Per la verità mi era venuto il ciclo a nove anni e, a parte che crescere mi spaventava, certe dolcezze infantili passavano già sotto la morsa dello sviluppo, nelle parti sbagliate. La cosa mi angosciava perché, a quanto avevo capito, ‘sta storia di essere belle era fondamentale perché il mondo ti cacasse.

Se eri bella dentro dovevi esserlo anche fuori: in effetti, detto fra noi, la matrigna di Biancaneve mi sembrava un po’ cessa, non capivo che ci trovasse lo specchio per darle almeno la medaglia d’argento.

Quindi la prendevo come un’offesa personale quando, di qualche personaggio femminile, leggevo l’evidente traduzione dall’inglese: “Non era una bellezza”. Succedeva soprattutto in libri scritti da donne, che in realtà porelle cercavano di dirmi: “Tranquilla che non devi essere l’ottava meraviglia del mondo per essere brava, e felice”. Le protagoniste degli uomini che mi era consentito di leggere allora erano perlopiù altissime, purissime, levissime, come una pubblicità dell’epoca.

Dunque, quando in classe abbiamo letto “La mia Ilaria” di Giovanni Papini (nome che ho rimosso, per ritrovarlo dieci anni dopo accanto a una bella scrittrice) il racconto del nonno che descrive la nipote mi faceva paura quando recitava:

Forse chi la incontra non la vede neanche bella. Per me invece più bella di Ilaria non c’è.

Ma come, “Per me”? Anche mio nonno si chiamava Giovanni e mi trovava la bambina più bella del mondo, e tutti… tutti erano d’accordo. Vero? Vero? L’autore infieriva: “Eppure, non riuscirò mai a dire perché Ilaria a me sembra bella…”.

Perché lo è, a nonno! Che nonno sei, che lo dubiti pure?

Insomma, mentre perdevo il mio trono di bella bambina un po’ “pereta” per trasformarmi in una preadolescente con macchinetta e ciuffo anni ’90, mi godevo con sentimenti alterni questa descrizione di un nonno orgoglioso.

Poi sulla bellezza ho riflettuto, letto libri, e scritto vari post tra cui uno ancora in bozza, ideato quando è morta Virna Lisi. Intanto “la mia Ilaria”, cioè Ilaria Occhini, era un’attrice che ammiravo nelle sale ma che non collegavo alla protagonista di quel lontano racconto bello e inquietante. Oltre a fare bene il suo lavoro mi ha fornito alcune delle definizioni più scanzonate della bellezza: un mistero che, con qualche eccezione, è una sfida e un carico (e a volte un’arma) che grava soprattutto sulle donne.

La mia bellezza è come se fosse una cosa, una borsetta, un foulard che porto con me, non ne parlo con nessun vanto.

Non vale la pena dipingersi migliori di quello che si è. Io sono stata, si dice, bellissima. Non credo di esserlo più. Ma non è ridicolo tutto questo affannarsi?

E certo che è ridicolo, ma me ne sono accorta tardi. Il tempo di sentire uomini in strada discutere su se fossi “papabile” o no, o di sentirmi dire “I tuoi compagni una femmina tengono in redazione, ed è così” (sarò sempre grata al bambino che in un parco di Aversa mi difendeva con l’amichetto: “Pe’ mme, è bellella”). Già migrata in terre più critiche con la pressione estetica, ho riso con gli altri dell’aneddoto di un attore americano, letteralmente un “ex Romeo“, che per vincere un Oscar ha dovuto, tra le altre cose, mettere su qualche chilo e due rughe.

Quando ho scoperto che la brava attrice morta ieri era l’Ilaria del mio racconto, sono stata contenta della vita che ha fatto, della carriera e dei successi.

Ed è stato quasi comico rendermi conto pure, adesso che ho imparato a dare il giusto peso alla cosa, che era bella davvero.

L'immagine può contenere: 6 persone, persone sedute e spazio all'aperto

SUBBACQUI!1! (Dal Facebook di Mediterranea BCN)

Adesso, dire “Io c’ero” è un parolone.

In una scena degna di Benny Hill mi sono messa a inseguire il corteo di Open Arms dal Passeig de Gràcia, a un incrocio di distanza, quando mi sono accorta che stava andando in direzione opposta rispetto a me, ancora diretta verso il punto di partenza (un Consolato a caso…).

Si vede che è stato il Karma. O l’Universo. O qualsiasi lettura semplificata di filosofie orientali vi venga in mente: solo per dire che l’altro giorno ho espresso un desiderio, e nel giro di ventiquattr’ore si è avverato.

Mi sono detta che la mia asocialità di fatto faceva che da anni, ormai, non mi sedessi a un tavolino all’aperto con un’allegra brigata, per restarci ore come si fa da queste parti (lo so, anche da noi, ma qui di più, giuro). Il pensiero mi è dispiaciuto.

Ed ecco che nell’arco di ventiquattr’ore, subito dopo la manifestazione per la libertà di soccorrere vite in mare, ero seduta con una ventina di persone di Mediterranea, e tutta la paranza che si era tirata dietro: avevamo invaso l’esterno di un bar di fronte al cosiddetto Museu del Born, col sant’uomo del cameriere che si affannava a trovarci sedie. Le terrazas, cioè i tavolini all’aperto, devono avere un numero limitato di posti a sedere.

Visto? Basta chiedere al destino!

Oppure basta muovere il culetto: andare alla manifestazione; cercare l’organizzazione italiana che non si rassegna a come il suo governo stia trattando la questione migranti; resistere fino ai comunicati finali, gracchiati dal megafono giocattolo (a dispetto dei finanziamenti di Soros, sic, i potenti mezzi sono quelli). E poi è fatta, anche perché il coefficiente siculo del gruppo aveva fatto estendere l’invito alla birretta anche a me e agli altri due che si erano accollati.

Di fatto, che il nostro tavolo post-manifestazione fosse tricolore (o meglio, ehm, “trinacrio”) era svelato da un particolare: invece del tipico quadretto locale di birre vuote a centrotavola, con un corrispettivo di panini nella stagnola ammacchiati sottobanco, sulle nostre due panche unite sono fioccati crocchette, patatine, curiosi intingoli al sapore di mare… Non si finiva più di mangiare! E di parlare di cibo, ovvio. “Riusciamo sempre a parlare di cibo!” piagnucolava una veneta.

Ma per una volta, queste idiosincrasie nazionali non mi dispiacevano: l’Universo mi aveva ascoltata, o meglio avevo alzato il culo.

Un po’ come l’oggetto della manifestazione, no? Non è che preghi “per le anime di chi non tocca mai più terra” (quando non auguri affondamenti assortiti). Ti metti in mare e vedi cosa puoi fare, capendo che l’affondamento di un barcone non ti trova un lavoro, ma ti distrae dal nulla che sta facendo chi dovrebbe garantirtelo.

Perché questi si stanno aiutando a casa loro, senza chiedere permesso a nessuno.

E noi, quando ci aiutiamo a casa nostra?

 

(Immagini della manifestazione. Non vi perdete uno sfavillante “Salbini Mussolini”, sic, e mettete like, che hanno fatto prima gli amargaos)

 

 

 

“Scusa, mi faresti da albero di Natale?”.

Il tipo di TEDx mi guarda speranzoso, prima di cominciare a spiegarci come si faccia il perfetto discorso motivazionale. Rassegnata mi alzo, e succede questo:

  • il mio corpo (il fusto) diventa il messaggio del discorso;
  • le braccia (i rami e le decorazioni) diventano lo stile, gli aneddoti e gli esempi con cui lo veicolo;
  • i piedi (le basi/radici) diventano il contatto col pubblico;
  • il puntale (ebbene sì, sono finita con una stella di carta in testa) diventa lo spunto finale di riflessione.

Cicerone da qualche parte sorride, anche se non aveva un albero di Natale. Dopo mi fanno anche i complimenti per come sia stata al gioco, e qualcuno da allora mi chiama “Christmas Tree”. È in questi momenti che ripenso agli amici che mi chiedono chi me lo fa fare, ad andare a incontri del genere.

Potrei rispondere: la curiosità, che fa figo ed è vero, anche ora che ho più o meno tolto dalla mia vita le indigestioni d’irrazionalità che mi sono concessa negli anni passati. Ormai sono persuasa che, se c’è un disegno “dietro tutto questo”, somiglierà a uno di quelli che facevo da piccola, con la gente che aveva le spade al posto delle mani perché le dita mi sembravano “antiestetiche”.

Però ho imparato che la logica comunemente intesa non sempre risolve tutto, che l’intuizione è solo la sua figlia “frettolosa”, e che la glorificazione del pessimismo fa tanto vecchio qualunquista in cerca di… piccole fans (lo spagnolo ha la definizione perfetta: pollavieja).

Quindi mi sono divertita a fare l’albero, e mi sono goduta i complimenti del tipo carino che era seduto troppo lontano da me per interagirci. Peccato che se ne andasse prima del gioco finale, che è quello che mi è piaciuto di più.

Il pubblico era diviso in due cerchi concentrici, fatti in modo che ci guardassimo negli occhi, e noi della circonferenza esterna dovevamo spiegare al compagno di fronte quale fosse la nostra miglior qualità. L’altro, a sua volta, doveva spiegarci come questa qualità potesse “cambiare il mondo” (ma andava bene anche la palazzina).

Io sono andata per: “Credo di essere brava a risolvere i problemi pratici della gente, quando me li confida”.

È semplice: sto qui da undici anni, se qualcuno cerca casa conosco spesso altri che la offrono, se cercano lavoro magari mi hanno proposto qualcosa di recente, se vanno a Napoli conosco B&B autorizzati, ecc. A volte ti sbatti tanto per aiutare qualcuno nei suoi problemi esistenziali, e poi ti accorgi che la cosa migliore che potessi fare era trovargli un lavoro.

I “cerchi umani” ruotavano, così ho ricevuto ben tre commenti entusiasti su come potessi cambiare il mondo (o la palazzina). Un avvocato sottolineava che risolvere problemi pratici era di per sé complicato, un ecologista poliglotta mi nominava addirittura “presidentessa del mondo”, perché il solo fatto di ascoltare le persone è un gran pregio.

Ma quella che mi ha veramente stupito è stata l’olandese venuta al seguito dei TEDx – la più alta della stanza, quindi dovevamo sembrare davvero una coppia fantastica. Lei ha ribaltato la questione: risolvere i problemi non è la fine, è l’inizio. È una volta risolti i problemi che la gente comincia a vivere sul serio. La mia qualità, quindi, aiuta la gente a (ri)cominciare.

Adesso no, non illudetevi che vi sappia risolvere la vita, ma il resto è vero. Di solito abbiamo tanti di quei problemi, o “pochi ma buoni”, che crediamo sul serio che senza quelli sarebbe il paradiso. E invece no: senza quelli restiamo noi con la nostra vita in mano, e spesso, parlo per esperienza, la sensazione di non sapere più che farcene. Come chi va in pensione dopo un lavoro usurante. O le donne che si sanno pensare solo come ausiliatrici e quando, per motivi luttuosi o anche allegri (come il matrimonio dei figli), si trovano la vita davanti, e vivono una vera e propria crisi d’identità.

Quindi brava, signora olandese: ci identifichiamo nei nostri problemi, e ci sembra così complicato risolverli che lo vediamo come un traguardo.

E invece è solo il “via”.

 

Da The Flight Deck, su Twitter

Ricordate il pilota stronzo del salto alla nuvola?

Ebbene, quello di ieri notte non so se era stronzo, ma di sicuro era un po’ sadico: “Ciao, passeggeri, siamo fermi perché stiamo cercando invano di contattare la torre di controllo per il via libera, visto che ci sono brutte tempeste su Valencia e Madrid: infatti, una volta in volo, alla vostra sinistra potrete vedere dei lampi…”.

Ci ha anche tenuto a mostrarceli, quando poi ci siamo passati vicino: spero che l’abbassamento delle luci non fosse per quello! Ovviamente, mentre nella fase finale ci muovevamo come uova sbattute per una tortilla, con voce allegra avvertiva il personale di bordo: “Venti minuti all’atterraggio!”, come se fosse stato Carlo Conti che annunciasse “Trenta secondi all’anno nuovo!”.

Ma chi se ne frega, tanto io stavo facendo un viaggio astrale. No, non fraintendetemi, avevo preso una compressa di melatonina (e nient’altro, malfidati!), quindi tenevo gli occhi chiusi da mezz’ora, in un insperato dormiveglia: ragion per cui cominciavo a vedere cose. La prima è stata Gesù Cristo, o uno che gli somigliava. A parte i lineamenti un po’ yankee che ci spacciano per credibili da almeno un millennio prima di sapere cosa fosse uno yankee.

Fatto sta che quando, deliziata da un video di YouTube, allacciai cinture immaginarie per un viaggio astrale (meicojoni, e quando mi ricapita, pensai), scoprii che più che altro è una specie di dormiveglia in cui entri dopo mezz’ora passata a sentire dei suoni ripetitivi, che pretendono di essere misticheggianti. Su un aereo non mi ci voleva neanche quello: mi bastava la fifa blu.

E niente, ho ripreso l’interrogativo su cosa sia un posto sicuro, e ho capito ancora una volta che non è un posto, è un momento: quello in cui, nonostante un pilota un po’ sadico e un aereo che fa Twist and Shout (allo “shout” ci pensavano i bambini a bordo), tu stai nel tuo mondo tranquillo, complice anche dell’innocua melatonina (che aiutarsi un po’ non fa male, il dolore superfluo è anche inutile). E vedi Gesù Cristo o uno che gli somiglia.

Sono sempre più convinta che il posto sicuro sia un momento: quello in cui riusciamo a essere noi, nonostante tutto.

Una volta, da adolescente, presi un aereo che partiva all’alba, e doveva passare tra due banchi di nubi, rosati al punto giusto. Allora, beata gioventù, decisi che il posto sicuro era quello: la farcitura a motore in un sandwich di nuvole.

Chissà se tornerò ad avere quel coraggio lì.

Risultati immagini per rose bud Giovedì scorso sono andata a un incontro per ricordare Katia, regista e attrice italiana che viveva a Barcellona ed è venuta a mancare all’improvviso, lasciando tantissima gente costernata e incredula, ma con la voglia di ricordarla ridendo. Sì, perché nel corso dell’affollato pomeriggio sono state rievocate la sua ostinata passione per l’uvetta nelle verdure, o le sviste come quella di non togliere il cartellino del prezzo all’abito da sposa di una cugina, o l’indifferenza al mondo del calcio che la portava magari a fissare gli spettacoli il giorno di Napoli-Juve

Sapete come vanno queste cose: tra una risata e l’altra ci si asciugava la lacrima o la si lasciava lì, a piacere, in attesa che cominciasse il piccolo video commemorativo dei ragazzi della Compagnia teatrale.

Io conoscevo poco Katia, abbastanza da apprezzarne energia e dedizione. L’ho rivista nel volto del fratello che, in particolare, ha fatto un discorso timido e conciso, che difficilmente dimenticherò. Ringraziando gli astanti per il sostegno ricevuto nei difficili giorni passati a Barcellona, ha detto più o meno così:

“Come vedete sono più avanti negli anni, eppure sono qui io a ricordare mia sorella, e non viceversa. È una cosa che va contro natura. Ma il tavolo dove avvengono queste negoziazioni nessuno sa dove sia, e non ho avuto occasione di parteciparvi e dire la mia”.

Ecco, il tavolo dei negoziati per trattare chi viene e chi va, e quando, e come. Che bella immagine. Sembrava presa dal libro di Queneau che il fratello di Katia stringeva in mano senza mai aprirlo, consegnatogli da una cugina (quella dell’abito da sposa) che vi aveva letto un brano prima di dover scappare in aeroporto.

Non servivano libri per quelle poche parole che mi hanno “risolto” una riflessione ben più astratta, frullatami in testa un pomeriggio che tornavo a casa pensando al terribile mestiere di mio padre (curare bambini leucemici), e mi si era parato davanti un ragazzino minuscolo, cicciotto, pieno di salute, la corsetta resa barcollante dal piacere di giocare.

Forse, avevo pensato allora, dovremmo farlo al contrario. Invece di pretendere di mettere tutto il tempo possibile tra noi e il ritorno al nulla, forse dovremmo ricordarci di quanta strada abbiamo fatto dall’essere nulla a essere noi. Di quanto ci sia voluto perché fossimo lì a respirare, camminare, riflettere su quello che stiamo facendo, e capire che, letteralmente, già è tanto che lo stiamo facendo.

Se ci riesce di continuare per cent’anni, tanto di guadagnato. Ma il tavolo dei negoziati in cui possiamo pretenderlo non ha un indirizzo rintracciabile su Google. Quello che possiamo fare è usare questo regalo strano, spesso sgradito, che ci troviamo tra le mani, e ricavarne il meglio che possiamo. Provare a farlo.

E riuscirci.

Per quanto sta in noi.

Katia ci ha potuto provare per poco tempo, e non per sua scelta. Ma avreste dovuto vedere quanta gente ci fosse a spiegare quanto avesse lasciato dietro, quanta energia, quanta ispirazione.

Mi sa che ci è riuscita, no?