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Due pensieri veloci, all’indomani dal mio ritorno da Roma.

Quando sono in Italia mi sento sempre un pesce fuor d’acqua a vivere altrove, con due gatti per figli, e due ex a completare la famiglia allargata. Però anche l’Italia si fa strana nel senso che piace a me, nonostante le difficoltà.

Ieri ho incontrato due rappresentanti di Oxfam sotto la Coin di San Giovanni in Laterano: uno era “romano di Caianello”, come si è definito, e a 10 anni passava l’estate dai nonni giù. L’altro doveva essere figlio di romani di Quito, ma voleva venire a Barcellona ad aprire una consulenza di marketing. Attento alla concorrenza, gli ho detto. Intanto, proprio da Barcellona, mi arrivavano i messaggi disperati di una romagnola che rischiava di dormire sotto un ponte ieri sera, finché un paio di consigli miei e un trait d’union di napoletani a Barcellona le hanno trovato una sistemazione.

In quel momento, chiamatemi illusa, ho vissuto l’Italia come quello che vorrei fosse sempre: un’entità più che un territorio, o una bella parte della mia terra che si chiama Europa, e non è quella che vediamo in TV. In questa Europa che conosco io, l’inquilino ucraino ospita conterranee in fuga per València, e nel mio paese si apre un progetto per la numerosa popolazione che proviene dalle zone di guerra, compreso Massimo/Maxim, 11 anni, che odiava la casa di fronte alla mia perché era “in costruzione da quando lui era alle elementari”.

In realtà, si diceva, quella casa era in costruzione da quando io andavo all’asilo.

Ma questa è la volta buona, Maximino: stavolta la stanno costruendo davvero. E sì, pare tutta storta, troppo grande in certi punti e troppo scoperta in altri. Ma intanto cresce, ora che di fronte non ci sono più io.

Per fortuna la vedo anche da qua.

Sono contenta: c’è il sole, Roma è Roma, domani ci vediamo qui.

Con Sam, che vi racconta la sua vita da senzatetto.

Con Serena che, in attesa di capirlo, lo ama a modo suo.

E con me, che da questa avventura sto imparando a confrontarmi con voi.

Vi aspettiamo!

Mi dicono che sono classista, quando guardo in questo modo il mio paese d’origine.

Sembro un’antropologa che osserva il soggetto della sua tesi di laurea, e invece è tutta gente che è stata a scuola con me, quando non si tratta della sua progenie.

È che non conosco altra maniera di guardare: ho sempre fatto così, da quando ho imparato. È il paradosso di credersi in un’enclave italiana in una società divisa, ahimè, quasi per etnie, a seconda della lingua parlata o della musica che ascoltiamo.

Ieri sera vedevo cose nuovissime e antiche, mescolate in modo strano: ragazzine con gli stivali al ginocchio poggiavano il cellulare su un muro per scattarsi un selfie, ma a giudicare dai graffiti lì intorno si chiamavano sempre Mena o Anna, come una nonna che, fino a pochi giorni prima, doveva essere occupata a cuocere un cuofano di pastiere.

A proposito di “cuofani” ed espressioni territoriali, il localino davanti a cui sono approdata aveva il nome geniale di Stritt’ food (nel senso che era “stretto”), e uno dei ragazzetti che ci passavano davanti ha dichiarato che oggi faceva addirittura “cÒvero”: un termine che è due volte minoritario, né italiano, né napoletano standard (càvero, con la schwa finale).

Poi i vicoletti intorno al corso si sono aperti in un luogo che sembrava la villa comunale, solo che era nel posto sbagliato. Invece ero io a sbagliare posto. Alla villa si accede anche da lì, chissà da quanto. Se ad allucinarmi non è bastata Peppa Pig trasmessa nell’anfiteatro (e in originale con sottotitoli!), ci ha pensato la visione dei… fujenti! Ma non erano stati proibiti? In ogni caso, per antica abitudine ho fatto il mio dovere e ho lasciato passare la Madonna!

“Facite passa’ ‘a Maronna!” è una delle litanie allucinogene che si ascoltano spesso nelle processioni mariane. Stavolta lo strillone della paranza appostata all’ingresso della villa (quello che ricordavo io!) era occupato a redarguire un collega, impegnato in una conversazione telefonica: se non “metteva le mani” per sollevare il catafalco, la Madonna non gli avrebbe fatto “bÈne”.

Dopo un po’ il catafalco, retto da uomini di ogni età, ha iniziato la sua processione verso… Peppa Pig, e l’anfiteatro. Ma era una finta: dopo gli oscillamenti di rito, e una serie di abili piroette, la pesante effigie della Vergine col Pupo si è girata nella direzione che dovevo prendere io, per uscire da quella bolgia!

Poco male: ho cambiato strada. La Madonna aveva sempre la precedenza.

E io avevo tante cose da guardare.

Una lettrice della prima ora (al punto che si leggeva pure le mie ciofeche di dieci anni fa!) mi ha detto che con Sam è tornato nei boschi finisce l’epoca dei romanzi divertenti: stavolta uso l’ironia per trattare tematiche più profonde.

In realtà, Sam è stato il mio compromesso storico. Leggendo durante il lockdown, ho capito quali libri piacessero in Italia, e mi sono chiesta: quale, tra i miei manoscritti, si avvicina di più a quello stile? Non l’avrei concepito apposta in quel modo, ma non l’avrei neanche lasciato indecifrabile ai più, come nella prima bozza!

Sto facendo qualcosa del genere col bagaglio a mano per il mio viaggio in Italia, dove il 21 presento Sam a Napoli (vedi locandina in alto) e il 22 lo faccio a Frattamaggiore. Dopo due anni passati in tuta e stivaletti (spesso abbinati!), sto cercando un compromesso tra i vestiti che ho riesumato dalle mensole più alte: quali visualizzo di più in un contesto come quello in cui, ehm, sono nata?

Sì, è una questione frivola, che però si aggiunge a quelle meno frivole sull’identità di noi che viviamo altrove. E mi viene subito il mente “Bill”, nel film di Tarantino, che spiega a Uma Thurman che Clark Kent, nella sua parodia dell’impiegato perfetto, è il modo in cui Superman vede gli umani.

Trasferite questo discorso a una che, più che Superman, si è sempre sentita la Rana dalla bocca larga, e che dal suo acquitrino ha sempre avuto, a sua volta, qualche difficoltà a interpretare gli umani. Le mie tenute di oggi rischiano di essere la parodia di ciò che ricordo passasse per “informale ma non troppo”, quando tornavo a Napoli e ancora potevo avere una vita sociale senza mascherina. Ed è curioso, perché per le mie presentazioni in altri posti (stei tiund!) già mi vedo in stile Priscilla, la regina del deserto. È il posto in cui sono venuta al mondo, e sono stata sfottuta per la mia personale interpretazione di un essere umano, che mi genera tutte queste pippe mentali.

Vabbè, venite alla presentazione e scoprirete quale parodia di me stessa avrò messo insieme!

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Questa è la volta buona.

Ecco a voi un panorama che ho ammirato fin da quando non ero più alta di quella ringhiera rossa. Solo che, ai tempi, l’eterna casa in costruzione era molto più in malarnese: nella sua campagna selvaggia cacciavano alcuni gatti che amavo, e una volta, in mezzo agli sterpi, si depositò un pallone gonfiato a elio, di quelli a forma di verme che si vendevano alle sagre paesane. Mi fece una pena infinita, col suo tentativo di staccarsi da lì e volare: sapevo che era destinato a ondeggiare nella brezza estiva, fino a sgonfiarsi tra l’erba. Osservandolo, ci scrissi su un racconto in una sera sola, dove lo facevo innamorare della prima stella. Poi, da grande, mi staccai io da lì, ma la casa rimaneva incompiuta.

Me l’ha ricordato in tempi recenti Massimo, dieci anni, chiamato Maxim dalla madre ucraina: nell’accento paesano con cui parla anche il russo, il bambino mi ha spiegato sbuffando che quella casa “insopportabile” è in costruzione da quando lui andava in terza elementare. Non ho osato dirgli la verità.

E poi, ci ho sempre scherzato su: crescere di fronte a una casa incompiuta è un terribile auspicio, specie perché… sapete qual è il peggio? Ogni tanto venivano dei muratori, e allora una nuova fila di mattoni si univa alle due o tre che c’erano già. Ma poi tornava tutto come prima. Una volta che i muratori stazionavano più del previsto, dalle viscere del terreno spuntò perfino un garage. Rimase poi lì, inutile, a sporcarsi. I miei mi parlavano di un problema di licenze (alle spalle del terreno sorge la mia antica scuola elementare), e di passaggi di proprietà, che però sfociavano sempre nello stesso risultato: il frastuono di un tosaerba, poi un andirivieni di operai, poi più nulla. Madonna, l’ansia.

Adesso, si diceva, pare sia la volta buona. Il che è un grande cambiamento, come lo è d’altronde avere un vicino che ti insegni il russo con accento paesano: anche ciò che crediamo immobile va avanti, il che è allo stesso tempo una banalità, un rammarico e un sollievo.

Quando sono volata via al posto del palloncino, ho scoperto terreni in cui crescere non è invecchiare, fermarsi non è ristagnare, e una fila di mattoni può trasformarsi in due file, tre, una parete.

La casa non ha avuto bisogno di spostarsi, per scoprire le stesse cose.

Sarà che siamo invecchiate tutte e due, eppure cominciamo adesso.

Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.

Image result for house alarm meme Stanotte non ho dormito per la tempesta perfetta.

Poco male, però: almeno è vento. Come fai a prendertela col vento?

Pensate che, tra le amenità del mio ritorno in paese per le feste, c’era l’allarme.

Quella volta che riuscivo a prendere sonno… Zac! Scattava a orari comodi tipo le cinque del mattino, e buonanotte ai suonatori (e solo a loro). Proveniva da una casa vicina, ma capirete, nel dormiveglia il timore che suonasse da noi era duro a morire.

Infatti, nonostante i miei sfottò (“Sembriamo Fort Knox!”), riconosco che non è paranoia, quella dei miei e di altre famiglie in zona che cercano di proteggersi: c’è un lungo record di intrusioni, piante da giardino rubate, cantine private dei migliori vini… Un vicino, a suo tempo, ha sentito nei fumi del sonno la sua auto che si metteva in marcia, e si è reso conto un istante dopo che non era lui a guidarla. E non vi dico quando riescono a infiltrarsi direttamente in casa! Ricordo un ritorno post-cenone, con un’anziana che urlava legata dalla villetta di fronte, e delle ragazze che saltavano la cancellata per andarla a liberare.

Quindi ok, ben vengano questi allarmi, specie ora che sto riflettendo su quelli, più metaforici, che ci suonano quando ci mettiamo in brutte situazioni. Avete presente? Quelli da… “Io avevo detto che non avrei mai più condiviso un appartamento con inquilini scombinati, e invece questa casa è un disastro…”. Oppure: “Questa volta volevo una persona che mi rispettasse, e invece non mi risponde ai messaggi da un’ora!”. Ogni tanto è un ottimo segno, che ci suoni un’intera orchestra di campanelli nelle testoline recidive.

Però, appunto, quant’è sensibile quest’allarme che abbiamo interiorizzato? Perché vi confesso una cosa: la sirena che mi scoppiava nelle orecchie in paese, non erano quasi mai i ladri a farla scattare. Il più delle volte, si trattava di un colpo di vento. Esopo, sei tu? “Al lupo, al lupo”: lo stai facendo benissimo.

Riguardo ai campanelli interni, per quanto siano state brutte le esperienze pregresse, le faide ai coinquilini non dovrebbero scattare al primo bicchiere non lavato in cucina, e se non visualizza subito il WhatsApp non vuol dire che già non ci pensa più!

Se un allarme è troppo sensibile, passa da essere la soluzione a diventare parte del problema.

Infatti i vicini affetti da sensore… ultrasensibile, si allontanano solo per fare la spesa, sapendo che di lì a poco l’intero quartiere potrebbe ascoltare quella sinfonia estremamente monocorde, e solo perché un pipistrello sta cercando di socializzare con la telecamera di sicurezza.

Al che la domanda, non filosofica ma proprio pratica, è: a che servono gli allarmi?

A tenerci al sicuro! Ma quando diventano una minaccia alla nostra stessa mobilità, tanto che non osiamo allontanarci da casa – o, tornando alle metafore, dare confidenza a un nuovo amico – si verifica quel caso che Watzlawick spiega molto bene: la soluzione diventa il problema. Si trasforma in un feticcio che veneriamo di per sé: non fidarsi di nessuno al lavoro, decidere che un certo stile o un’espressione tipica qualificano un intero individuo… Invece dovremmo valutare, prima di tutto, se sono efficaci. Se servono a qualcosa.

Ma un allarme troppo sensibile non serve più a niente. Invece di farci star bene, ci complica la vita. È questo che vogliamo?

Stiamo alla larga, quindi, dalle paure feticcio. Ricordiamoci sempre perché facciamo le cose, che funzione hanno nella nostra vita.

Se no basta un niente a far scattare, rendendoli perfettamente inutili, i nostri costosi sistemi di autodifesa.

E adesso, ja’, fatemi dormire.

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Dolce sirena che vieni dal mare…

Settimana 1 di ritorno, e di ritrovamento: gli shock culturali.

I miei:

  • faccio per sciacquare la macchinetta del caffè che si è fatto da solo, e mi dico: “Ehi, dov’è il resto della posa? … Ah, già, è inglese”. Problem posing, problem solving.
  • Nel gelo notturno della stanza, la cui finestra non cambio mai (550 patane!), gli allungo un braccio avvolto nel pigiama di pile: “Tutto ok? Ti muovi molto…”. “Ho solo caldo”. E. Dorme. Senza. Maglia.

Quelli della dottoressa della famosa clinica a cui avevo chiesto appuntamento un mese e mezzo fa, come possibile madre soltera:

  • “Lui chi è? Come mai l’hai portato con te? Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Io volevo incontrarti da sola, semmai…”.

I suoi:

  • donna si diventa.

Cara Simone, hai voglia di ripeterlo, ma anche noi “esotiche sirene del Mediterraneo” (cit., e lasciamo perdere quell'”esotiche”…) ci mettiamo un po’ di lavoro per esserlo. Chiamalo pressione estetica, chiamalo Mito della bellezza (grazie, Naomi Wolf). Intanto è tempo, denaro… e lavoro, appunto. Come vi ho già detto, nei limiti della “libera scelta”, o qualsiasi cosa significhi, mi piace pensare che faccia tutte queste cose perché mi ci diverto, e perché ho imparato a farne a meno. Però non dimentico che in un programma di livelli altissimi come Temptation Island, che sto scoprendo su YouTube con ammirata compassione, Nathalie Caldonazzo può dire del compagno una cosa tipo: “La donna sono io, lui deve solo darsi un’occhiata allo specchio e uscire”. E Geppi Cucciari può fare una gag sul fatto che una donna, prima di un appuntamento, va dal parrucchiere, dall’estetista, in profumeria… mentre un uomo spende giusto venti centesimi di SMS (il monologo è vecchio): “Oh, domani trombo”.

Il nostro britannico dal caffè “sciacquariello” e dalle caldane improvvise non è stato circondato da molte figure femminili, quindi è rimasto tra il sorpreso e il divertito quando la dolce sirena che viene dal mare (vedi video più sotto) ha fatto le seguenti cose, in ordine sparso:

  • bombardarsi la zona sotto gli occhi con curiose lucette di dubbia efficacia, provenienti dal laserino antiocchiaie vinto coi punti della farmacia (oh, mica lo sprechiamo, hai visto mai!).
  • Bombardarsi con un laser ben più grande – e costosetto – la parte inferiore delle gambe, o credeva che le sirene vengono così au naturel senza squame? (L’annetto di pelo libero che ho celebrato tempo fa mi ha confermato che vorrei che fossimo lisci come totani, ma in paranza proprio.)
  • Rimuovere dagli occhi, con un panno già chiazzato di mascara, quei riflessi violacei sfumati di blu che tutte noi sirene abbiamo proprio per natura. Non c’entra niente quella palette di Urban Decay a metà prezzo su Wallapop.
  • Avere dolori lancinanti dieci giorni al mese senza che freghi niente a nessuno, e pronunciare frasi misteriose come: “Devo svuotare la coppetta“. E no, quella di reggiseno è già vuota da sempre, riprova a indovinare.
  • Sentirsi dire in uno studio caruccio e dipinto di fresco che con i tuoi valori del test antimulleriano non sarà facile trovarti ovuli buoni, ma bisognerà solo stimolare un po’ di più ormonalmente – con 700 euro di farmaci – e forse è meglio fare due interventi di fila, che dopo due settimane paghi solo 1800 e non 2.400 di nuovo. Per quattro anni il congelamento è gratis.

Donne si diventa, Simone. Ed è una lunga strada, tutta da costruire.

E pure da decostruire, mi sa.