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Chiamiamola così, va’.

L’importante è che l’abbia trovata. Ci provavo ogni anno, da quando Facebook ce l’hanno quasi tutti. Non lei, però. E non perché fosse di quelle persone che ascoltano il walkman, e quando vengono all’appuntamento con quell’ora di ritardo sono raggiungibili solo al fisso della nonna. Più che altro temevo che, qualunque cosa fosse stata della sua vita, interagire con esseri umani non facesse parte del quadro.

Perché era timida, Iris, e se ne restava muta nel grembiule dalle maniche un po’ a sbuffo, che indossava sempre immacolato: sedeva all’ultimo di una fila di banchi individuali, disposti ad H. Rispetto alla cattedra, noi eravamo l’estremità superiore della mazzarella di sinistra, perché accanto al suo banco c’era il mio. Per guardare l’insegnante dovevamo inclinare un po’ la testa.

Lei lo faceva poco, o guardava dritta, senza mai interagire. Doveva essere sollecitata a farlo, soprattutto quando si trattava di riferire a sua madre che la maestra doveva farci due chiacchiere.

Quel poco che Iris diceva, rivelava qualcosa che allora non capivo bene: non stava parlando nella sua prima lingua. Sapevo che c’era gente che in casa usava solo l’indialetto, ma quelli, stando a quanto mi spiegavano, mica erano puliti come lei. E poi giravano in canottiera, e vivevano al piano terra dei palazzi, con la porta aperta: d’estate cacciavano le sedie fuori, e i più piccoli andavano in bicicletta in mutande. L’idea generale era che “si doveva fare qualcosa” perché quei ragazzini non finissero con una pistola in mano, o un ago nel braccio: soprattutto, perché non minacciassero la gente perbene con queste due armi. Insomma, ricevevano un’attenzione simile a quella dei bambini africani di Uiardeuold, con cui io immaginavo di ballare in mezzo alle scale – e per qualche curioso fenomeno, in questi voli di fantasia torreggiavo su di loro. Immaginavo pure, ogni tanto, di rimproverarli, con tanto di indice alzato che si agitava nell’aria. Perché lo facevo? Boh, forse seguivo una mia logica per cui, quando stavo male (tipo, finivo in castigo) era perché mi ero comportata male. Me l’ero meritato, insomma. Magari era andata così anche per loro.

Iris non era mai in castigo, semplicemente non parlava. Leggeva, ma a fatica, e faceva i compiti, ma li sbagliava sempre.

Credo che sotto sotto gliene facessero una colpa, qualcosa a che vedere con gli sforzi che avrebbe potuto fare.

Perché, trent’anni dopo, cercavo Iris con tanto accanimento? Beh, perché sul serio volevo sapere che ne fosse di lei, se la vita l’avesse trattata meglio di “quando era colpa sua”.

E poi perché in colpa mi ci sentivo io: a un certo punto, non so bene per quale motivo, mi venne lo sghiribizzo di aiutarla. Così costringevo la poveraccia a sacrificare i dieci minuti di merendina alla flessione del verbo – in cui zoppicavo anch’io, ma mio nonno mi aveva regalato un libro magico, zeppo di coniugazioni. Spero di ricordare male, ma credo che le dessi anche qualche assegno extra.

Insomma, facevo la più strana forma di bullismo che si possa immaginare: quello umanitario. Ebbene sì, sarei dovuta finire alla guida del Fondo Monetario Internazionale.

In effetti, nella repubblica dei nostri banchi – governata da rigide regole grammaticali, e da qualche ceffone – avevamo già imparato che vivevamo nel mondo libero. Dall’altra parte di un certo muro, infatti, producevano tipo cento cappotti all’anno, e solo quelli: se facevano male i conti, o se tu non andavi in tempo alla distribuzione, ti sparavi un bell’inverno siberiano senza cappotto.

Perché imponevo il mio aiuto a Iris? Se rispondo “perché lei non faceva niente per ribellarsi”, mi radiano dall’albo delle femministe, e con ragione (devo dire che qualche compagna provò a farmi notare che c’era qualcosa di storto, nel mio senso di giustizia). Se rispondo “perché mi piaceva esercitare lo stesso potere della maestra” dico la verità, ma non tutta. Credo abbia più a che vedere con un mio strano senso dell’ordine: vivo le ingiustizie come un oggetto fuori posto, in una grande stanza ordinata. Io, che sono capace di lasciare un pacchetto di gomme a terra per una settimana di fila, m’ero messa in testa di raccattare quello che un sistema asfissiante, e classista fino allo spasimo, si lasciava dietro senza troppi problemi.

No, per fortuna adesso non mi troverete su Instagram, a troneggiare sorridente su dei bimbi neri perplessi: poi si cresce.

Non subito, però. In seguito sarei stata accusata di “esportare la democrazia” da gente che mi rovesciava addosso i suoi problemi per essere commiserata, ma non aiutata. È una differenza che ci avrei messo un po’ a capire, così come quella tra odiare la propria vita ed essere disposti a cambiarla. Oppure, qualcuno che mi rinfacciava: “Sembri mia madre”, mi trattava esattamente come se fossi stata sua madre. E vi giuro che resisto da un po’ alle tentazioni di fornire aiuto non richiesto.

In ogni caso, ieri ho scoperto che Iris sta bene, è felice.

O almeno così dichiara sul suo profilo mezzo chiuso, che deve essersi aperta da poco. Sotto l’immagine di due bei bambini, scrive che sono “il suo tutto”.

Si mette i like sotto le sue stesse foto: Iris vestita da sposa, Iris innamorata che bacia il marito, Iris che augura buongiorno e buonanotte, e scommetto che ha preparato lei quella torta incredibile con la glassa fuori, e una candelina a forma di numero.

In un paesone come il nostro, il fatto che non abbiamo neanche un contatto in comune parla più di tre enciclopedie Treccani, di quelle in cartaceo che si usavano ai tempi nostri.

Vorrei inviarle una richiesta d’amicizia: alla fine, noi che viviamo lontani dal posto in cui abbiamo imparato a leggere e scrivere sappiamo che i social schifo non fanno, o sono meglio che niente.

Però non oso.

Cosa ricorderà di me, Iris? Ero la bulla che la costringeva a correggere “ci ho detto” con “le ho detto”, invece di dividerci la merendina? O una bambina che aveva una sua idea di come dovesse andare il mondo, e cercava di condividerla?

Magari si è proprio scordata, e meglio così.

Adesso che i cappotti ce li abbiamo tutti – tranne i figli dei bambini di Uiardeuold, che lasciamo morire in mare – ho perfino imparato i congiuntivi della lingua che ha vinto la guerra, ma so che è stato pure perché avevo un nonno laureato, con un libro magico da regalarmi.

Avevo anche un bisnonno, operaio socialista, che diceva “‘e libre so’ comme ‘e muntagne”, ma purtroppo non ci siamo incrociati.

Magari mi avrebbe insegnato un po’ di cose su quella storia del mondo in disordine.

(Sentite, io come sapete mi commuovo con poco, ma succede davvero spesso quando, dopo trent’anni, mi accordo che capisco tutte le parole di una canzone. Ed è oltraggioso pensare che, se Iris aveva problemi con la mia prima lingua, io ne avevo di peggiori con la sua. La conoscenza è libertà, quasi sempre: doniamo conoscenza). 

 

 

 

 

 

 

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Image result for maruzza musumeci Ho conosciuto un ventenne napoletano che odia Maradona.

Niente di personale, l’ho capito subito. “È che tu non c’eri” gli ho detto. “Io sì”.

Ha assentito: si sentiva escluso da tutto il casino che facevamo noi “anziani” sull’argomento. Non aveva sperimentato nessuno dei momenti di gloria, o di tifoseria assatanata, che descrivevamo, tra caroselli in Alfa Sud e partite seguite alla radio.

Come un coetaneo mio che non coglieva le citazioni dei film di Totò (e pure io, a parte quelle clamorose, sono una mezza schiappa), quindi nella comitiva era scoppiata un po’ la moda di infliggergliele all’improvviso, ridendone tra noi e aspettando che lui facesse il sorriso di circostanza di chi non poteva partecipare allo scherzo.

Con Camilleri, invece, non ho potuto partecipare al lutto. Di lui ho letto solo Il ladro di merendine e Maruzza Musumeci: mi sono piaciuti entrambi senza trascinarmi, il secondo mi ha fatto sorridere e riflettere sul concetto di “avere una bella vita”. Il protagonista era il tipo più normale del mondo: si ubriacava ai battesimi, sbarcava il lunario come poteva… L’unica era che aveva sposato una sirena. Non c’era il mistero impenetrabile della Lighea di Tomasi di Lampedusa, che mi aveva impressionata, ma pure lasciata col magone.

Invece di Camilleri, e la cosa mi piaceva, mi arrivavano solo spunti divertenti, o tutt’ al più agrodolci: i vari “Montalbano sono”, l’imitazione dell’agente che parla strano, l’imitazione dello stesso autore che faceva Fiorello. So che ultimamente diceva cose importanti sui migranti, come vedrete giù, e meno male. Lo scotto di scegliersi il paese, invece di nascerci, è anche sentirsi un po’ come il ventenne di cui sopra: vedere tutti tristi o concentrati su qualcosa che non hai vissuto, e non capisci.

Poi lo so, c’è chi sceglie il paese in cui nasce, e chi, direbbe Camilleri, non ha il lusso di scegliere.

Io quando è morto De Crescenzo ho capito. Non perché fossi una grande fan dell’autore, che avevo visto da adolescente in funicolare a Capri, e riconosciuto proprio dal suo affanno di nascondersi dietro un cappello di paglia (la sua accompagnatrice mi aveva insegnato che una potesse essere di una bellezza indescrivibile, e pure di una classe squisita). Ho capito, perché è difficile prescindere da lui nella cultura pop che è toccata in sorte a me. Anche lui ha i suoi tormentoni, e quello che ripeto più spesso, grazie al mio espatrio, è la conclusione del professor Bellavista: “Si è sempre meridionali di qualcuno“. Oppure, di fronte a ignari catalani, grido “Resistete!” a un amico costretto a compagnie poco simpatiche, manco fosse bloccato in ascensore con Cazzaniga. Mio padre, del discorso al camorrista, cita sempre: “Ma vi siete fatti bene i conti?“. Invece, quando penso a cose tipo: ” ‘Nu milione… Uh aneme d’ ‘o Priatorio!”, ” immagino i miei amici trentini o veneti con lo stesso sorriso di circostanza dell’amico che non coglieva Totò. Che poi loro sarebbero uomini di libertà e io una “donna d’amore”, nell’unica distinzione che, per citare un ragioniere molto poco libero, mi sembra una cagata pazzesca.

In effetti De Crescenzo parla a pezzi di me che non esistono più, eppure li devo avere ancora da qualche parte, insieme alle curiose convinzioni che mi hanno inculcato: nel 1991 avevano regalato a mio nonno, che festeggiava l’onomastico d’estate, il libro Elena, Elena, amore mio, e io avevo cercato d’impossessarmene, ma mi era stato subito proibito. Erano letture poco adatte a una bambina di dieci anni.

L’anno dopo, il volumetto rosso era finito nella vecchia stanza di mia madre, che tra le varie cianfrusaglie ospitava anche i libri per cui non c’era spazio sugli scaffali della biblioteca. Detto fatto: mi chiudevo lì dentro e mi mettevo a leggere con avidità quelle pagine proibite. Mi sembrava di essere presente a una conversazione di quelle che in mia presenza s’interrompevano, e allora o si cambiava argomento o mi si mandava a prendere qualcosa di là.

Non ero sicura che mi piacesse, ma certamente mi affascinava. Quel tamarro di Paride s’innamorava di Elena dalla sola descrizione di Afrodite, che diceva tipo “le sue gambe sembrano fatte apposta per essere accarezzate da mani maschili” – e la cosa, non sapevo bene perché, mi irritava alquanto. Soprattutto mi stupiva la furia con cui questo pastore dal pedigree reale volesse ‘sta donna. “E che è?!” avrei commentato anni dopo, quando avrei scoperto il duo Troisi-Benigni alle prese con una lettera a Savonarola.

Devo essere stata l’unica della mia classe ad amare di più l’Iliade tradotta da Monti, che quella parodiata da De Crescenzo. È che la foia di Paride non m’interessava: volevo la famiglia di Ettore, finale a parte.

Ma quelle letture proibite fatte di nascosto hanno molto a che vedere con la donna che sono diventata, e questo lo capisco.

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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)

 

 

Ieri era il compleanno di mio padre, e siamo andati a farci un aperitivo insieme.

Capirai, direte voi.

Invece la frase di sopra ha almeno due particolarità, riassunte da quell’ “insieme”: la prima è che ci trovavamo nello stesso pezzo di mondo, nella fattispecie il paese che ci ha cresciuti entrambi.

La seconda è che mio padre non fa mai l’aperitivo, non fuori casa. Sono anni che cerco di convincere lui e mamma, ma l’usanza è recente – dieci anni o giù di lì sono l’altro ieri, in una cittadina con velleità di capoluogo – e loro sono pantofolai come me, con la differenza che io non lo do troppo a vedere.

Quanto alla prima particolarità, sì, avevo preso l’aereo apposta per il compleanno di papà, perché mio fratello era in viaggio di lavoro: andasse almeno la figlia senza orari fissi, che i manoscritti si possono consegnare invano un po’ dappertutto!

A differenza di quelli programmati, questi ritorni improvvisi e improvvisati sono un ricettacolo di bilanci imprevisti, e non proprio auspicabili, come una foto scattata a tradimento.

Magari vengo immortalata in un vestito carino e fresco, e sembro pronta per uscire, il tempo di ravviarsi i capelli legati all’insù. E invece quello è l’abito che uso in casa – non si vede lo strappo proprio sul… ? – e i capelli sono intrisi di olio per impacchi.

Altre volte l’obiettivo impertinente mi sorprende con i capelli bagnati e un unico asciugamani a rivestirmi, tipo toga romana: in tal caso cominciate a bussare, che scendo. D’estate non asciugo i capelli, indosso tuniche leggere e sono pronta in tre ditate di correttore e due di ombretto (il lucidalabbra lo metto in ascensore).

Insomma, spesso sono tornata in paese con tutto un elenco di “risultati” (case, relazioni, lavori dall’aria stabile) e in realtà era un’impasse che chiamavo movimento. Altre volte, come adesso, sembro in pausa ma mi muovo.

“Hai finito il libro, allora?” mi aveva chiesto con accento texano il tipo che mi aveva vista scrivere per tutto il volo. Non era il primo nonnetto che in inglese si diceva strabiliato dalla velocità con cui scrivo, e sentiva il bisogno di farmelo sapere.

“Sono al terzo quaderno, ci siamo, credo” gli avevo sorriso.

“Hai scritto più di me in tutta la mia vita, devi essere una che pensa veloce” aveva concluso, prima di recuperare il bagaglio a mano.

Sto scrivendo un saggio strano, un po’ diario e un po’ GENDER, sul fatto di voler essere madre a trentotto anni, e di essermi ritrovata single qualche tempo fa. Tra “técnicas de reproducción asistida”, e amici gay (e non) che si propongono, sto scoprendo un sacco di cose di me, e degli altri.

Ieri sera ci siamo alzati dai tavolini all’aperto, che davano sul corso senza però toccarlo, e abbiamo aggirato un coetaneo di mio padre che cullava un bimbo paffutello nel passeggino:

“Sei stanco, a nonno?”.

“Ghghgugh” rispondeva il bimbo.

Stavo per spiegare a mio padre il contenuto dei miei quaderni, poi ho pensato che non avrebbe capito: in fondo aveva respinto anche il concetto di “qualcosa da stuzzicare” a cui l’aveva iniziato la cameriera, così ci erano arrivati al tavolo due miseri sanbitter e un’acqua minerale, mentre gli altri avventori s’ingozzavano di panini e cosette salate.

Portare mio padre a fare un aperitivo è stata un’impresa, e la cosa più facile del mondo. Un’impresa perché ci provavo da anni, e la cosa più facile perché stavolta mi ero limitata a proporglielo sicura di un no, mentre già mi avviavo verso la doccia per fare un giro almeno io, col fresco della sera. E aveva accettato.

Al ritorno mia madre, la più riluttante a scendere (e grazie, gli uomini della generazione di papà sono pronti in due mosse, per le donne è diverso), ha detto che l’avevamo colta alla sprovvista, ma che la prossima volta, magari, viene anche lei.

E niente, le cose succedono solo quando devono succedere.

O quando possono.

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Un felafel e doppia razione di patatine.

Così mi ha premiato ieri sera il ragazzo somalo al fast food, per la mia lunga attesa mentre rimpiazzava le vaschette vuote d’insalata (non sapeva che volessi solo las papas).

E io che credevo fosse una sottile vendetta sua o del karma, per Gigiotto.

Gigiotto (nome di fantasia) è il parente che durante la Seconda Guerra è andato a combattere nell’Africa Orientale Italiana, e se n’è tornato con foto come quella che potete ammirare qui sopra. Lui non c’è più: le foto me le ha date la sua famiglia per la mia antica tesi di laurea sulla letteratura coloniale italiana e inglese. Ancora devo decidere se alcune delle ragazze nude avessero raggiunto la pubertà.

Ma purtroppo non ho una voce per loro. Vorrei allora far parlare dei connazionali che loro devono aver conosciuto bene: gente che è stata in colonia e c’è tornata, mettendo per iscritto mirabolanti avventure, romanzate e non.

Cominciamo con Augusta Perricone Violà, che in Ricordi somali (1935) si lamenta del fatto che noi italiani non abbiamo civilizzato abbastanza queste donne nere:

Dentro i grigi tucul, dai tetti spioventi di paglia, non abbiamo ancora saputo trarre che la femmina; l’anima della donna, la sua vera personalità, il suo vero cuore, ci restano ancora, se ci sono, ignoti.

Da notare il “se ci sono”. Una donna somala le dice di essere “sua cognata”, intendendo probabilmente di essere la madama di un suo parente. Lei si scompiscia:

Sì, queste piccole anime di donne ci fanno sorridere e sorridere sempre, come di fronte a bambini graziosi e divertenti che dicono tante cose carine ed enormi, perché sovente non sanno ciò che dicono, che ci distraggono e ci piacciono, pur sentendo però una distanza come un abisso.

D’altronde Campana suona, canzone fascista del 1935, rassicura le “ariane” di Casapesenna o di San Vittore Olona:

Noi strapperem gli schiavi alle catene / e il loro gran paese arricchiremo / se poi le negre ci vorranno bene / le nostre belle no, non scorderemo.

La precisazione è d’obbligo: il “meticciato” diventava una minaccia per la pura razza italica (scusate l’ossimoro), e la stessa Faccetta nera non era vista benissimo.

Però, care italiane bianche, sapevatelo: siete cesse. Almeno rispetto alle somale che, quasi a compensare il fatto che non abbiano un’anima, vantano un corpo perfetto. A quanto pare sono anche propense a lasciarlo inerte sotto le mani del maschio italico (scusate l’ossimoro):

“I seni per essere perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”.

“Eh! Via! Come sei complicato…”.

Ma Serra, imperturbabile, tracciando con la destra l’immaginaria linea, sfiorando i due capezzoli, continuò: “… deve tagliare le braccia passando pel punto d’innesto del bicipite col deltoide…”.

“Ma bravo! Ma bravo!”.

“… e devono esser modellati in modo che la loro turgidezza deve entrare tutta nel cavo d’una mano e non deve giungere, naturalmente, fino alle ascelle né deve crear piaghe alla loro attaccatura inferiore. […] Vedi, questi seni sono impeccabili, seni che difficilmente trovi lassù da noi, specie nelle metropoli ove l’avvizzimento del corpo umano è in ragione diretta del grado di civiltà raggiunto. […] Guarda questi” e così dicendo il capitano-medico-pittore Serra, con le dita semitese carezzò lievemente le mammelle della somala con lento movimento rotatorio, premendo un poco, come li plasmasse sulla creta.

Il corpo delicomorfo di Elo sembrava un fuso pronto a prillare. La fanciulla, coperta solo al grembo da una lieve “futa” bianca, lasciava fare silenziosa.

La lezione di anatomia “delicomorfa” è gentilmente offerta da Gino Mitrano Sani, e dalla sua Femina somala (1932): nel romanzo, Elo si getta tra le braccia del protagonista perché lui è proprio irresistibile, e poi la razza bianca la protegge dai selvaggi della sua (tipo lo stregone che l’ha resa vedova, ma vabbe’). Spoiler: non finisce benissimo. Innanzitutto deve prendersi cura della spia tedesca Meta Bauer, che è la vera amata del suo padrone com’è giusto che sia:

Ma l’uomo bianco ora ha vicino una femina bianca [sic] ed ella ha visto sempre accoppiarsi bestie simili…

Ma tanto non c’è storia, la biondina è meglio: infatti la somala, approfittando del sonno della rivale, si avvicina e le sfiora i capelli che sembrano brillare di luce propria. Fortuna che le toglie in tempo le… zampe di dosso!

Rassicuratasi che nessuno l’ha vista, Elo torna al suo posto con lo stesso passo felino e flessuoso, torna alla sua immobilità, lieta di non essere stata sorpresa in quella sua curiosità.

Elo ha guardata l’altra come un cane che annusa una cosa sconosciuta. Ora la bestiola è tornata al suo posto di guardia, alla sua consegna.

Alla fine ci lascia direttamente le penne, uccisa dal nuovo “compagno” somalo mentre appicca un incendio per attirare l’attenzione delle truppe italiane. D’altronde lei, “una madonna a cui qualcuno si è divertito a dare una tinta di mogano”, non era nient’altro che “una cosa del capitano, una serva, una schiava senza valore che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Peraltro, queste citazioni ve le risparmio, ma nella letteratura coloniale italiana le descrizioni di donne nere morte sono quasi pornografiche.

Sopravvive nella vita reale Diu-là, che il giornalista Mario Appelius s’era comprato come schiava (no, non è una prerogativa della categoria). La ragazzina si era concessa sua sponte (…), e alla fine, anche se lui non la poteva amare, era diventata parte del paesaggio:

Forse un qualsiasi nero, brutale e manesco, è oggi il rozzo padrone di quella africanella che fu per venti mesi l’idoletto barbarico della mia camera di bianco. Un idoletto che non amavo, che non potevo amare, ma che mi piaceva vedere al mattino nel vano della finestra, sullo sfondo della foresta vergine, sullo sfondo dell’oro solare, sullo sfondo della natura selvaggia…

Io direi di fermarci qui, e di riflettere un po’ sulle parole contemporanee di Giara Cagn:

Non vogliamo fare processi ai morti.
Vogliamo le pagine di storia che parlano di noi, di quello che abbiamo subito e di come ne siamo uscite.
Perchè dimenticare è un atto di violenza bello e buono.
E non so voi, ma io non ho il coraggio di dimenticare.

Related image E anche questo gennaio, se lo semo tolto ecc. Dai, che a volte sembra perfino peggio di Natale (e so che siamo alla fantascienza). Ma per me, forse per i tempi un po’… movimentati che l’hanno preceduto, il primo mese dell’anno è stato piacevole come l’odore di vernice fresca, che manco a dirlo io adoro.

E non so voi ma, se non ho adorato anche questo gennaio, almeno l’ho stimato cordialmente. Il periodo trascorso in paese mi ha visto ormai riabituare al pensiero, che credevo obsoleto, di essere quella strana, magari perché non credevo che “gli zingari rubano”, o non sempre sorridevo paziente quando mi si offriva un pezzo di carne, o addirittura non prendevo bene un “Quando sarai madre capirai”, e in tal caso ero perfino convinta che l’intollerante non fossi io. Ma attendo al varco i miei detrattori tra i “ricchiuncielle” di Sitges e le lasagne vegetali, poi parleremo di nuovo di chi sono “quelli strani”.

Anche perché la parte trascorsa a Barcellona è stata la prima tranquilla dopo tanto tempo, quella in cui ho raccolto i frutti delle acrobazie fatte in precedenza, e ho atteso con relativa serenità notizie sulla mia preoccupazione del momento: le tasse sulla casa! Ed è un lusso, lo so, specie di questi tempi, avere quelle come pensiero più inquietante.

E poi, a farmi compagnia nelle insonnie post-labirintite, c’è stato Pierre di Guerra e Pace, che descritto così pare un personaggio della De Filippi. Ma a lui, per imparare a campare, ci è voluto “ben altro” che i consigli di Tina Cipollari (“No, Maria, io esco!”). A dir la verità, a momenti non gli bastavano l’esercito napoleonico, l’incendio di Mosca, la deportazione, e la morte dei suoi migliori amici, tra cui il saggio – e mefitico – Platon Karataev, che ho scoperto essere un idolo degli eccentrici anarchici russi. Ma lo ringrazio di cuore per aver affrontato tutta ‘sta roba al posto mio, perché adesso, bontà sua, mi consente di prendere nota dei risultati:

Proprio ciò che prima lo angosciava, ciò di cui era costantemente alla ricerca – lo scopo della vita – ora per lui non esisteva. […] Prima lo aveva cercato negli scopi che si prefiggeva.  […] Ora invece aveva imparato a vedere il grande, l’eterno e l’infinito in tutto e perciò, per vederlo, per godere della sua contemplazione, in modo del tutto naturale aveva gettato via il cannocchiale con cui sino ad allora aveva guardato al di sopra delle teste degli uomini, e contemplava con gioia intorno a sé la vita eternamente mutevole, eternamente grande, incomprensibile e infinita. E quanto più da vicino la guardava, tanto più si sentiva tranquillo e felice.

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Una scena della presentazione (foto di Claudia Crescenzo)

Stamattina mi sono svegliata alle 6 e mi sono messa a leggere Guerra e pace, per giunta in formato elettronico. A mia discolpa posso dire che ho un po’ di labirintite, e che ho rimandato la lettura a quest’età perché a vent’anni mi ripromettevo ancora di farlo, un giorno, in lingua originale. Poi il mio russo si è fermato a frasi come “Io amo la mia nonnina”, e soprattutto: “Quanto costa un chilo di mele?”, che mi dicono essere molto utile a Mosca, dove le mele sarebbero ottime.

Sono arrivata a metà lettura, quando l’esercito francese avanza proprio verso Mosca, e una dama di questa città si sforza di non parlare la lingua del nemico, pena una multa a favore delle truppe russe. A un certo punto, però, la pettegola non si trattiene e, riferendosi a due conoscenti, insinua nella lingua di Napoleone: “Lei si è pure un po’ innamorata di lui…”. “Multa! Multa Multa!” protestano dal suo seguito. E la signora, indispettita: “Ma come si fa a dire questo in russo?”.

È paradossale che abbia letto tutto ciò dopo la presentazione del libro di ieri sera (qui le foto, grazie ancora a tutti i presenti!): in quella sede avevo giusto spiegato che mi ero “impadronita” del napoletano alla veneranda età di sedici anni (comunque troppi per parlarlo come il mio eroe Nino D’Angelo). Le lingue, dicevo, compiono percorsi tortuosi nel loro intreccio con le nostre vite, e io, rispetto al napoletano, devo essere qualcosa come una “madrelingua passiva”. Va da sé che l’italiano è molto più “mio” del francese parlato dalle dame moscovite d’inizio Ottocento: ma mi piaceva recuperare quest’altra lingua, quella casalinga dei nonni (una maestra e un dirigente statale, fieri del loro italiano), e quella che i genitori mescolavano senza problemi nelle loro comunicazioni quotidiane.

Un po’ come il catalano: forse è vero, a Barcellona, secondo gli standard dei puristi, lo parliamo male (e dopo dieci anni mi butto nel calderone anch’io). Magari lo “sporchiamo” di spagnolo e inglese più che nel resto della Catalogna, ma, delle serie girate tutte in catalano, un amico argentino sosteneva: “I dialoghi suonano falsi, perché un po’ di spagnolo ogni tanto scappa”. Così come, nello spagnolo che ascolto a Barcellona, la parola “ahora” (ora), diventa quasi sempre “ara” (l’equivalente in catalano). Vero: ci sono espressioni intraducibili nell’una e nell’altra lingua, anche se le serie più popolari contaminano un po’ troppo la lingua a beneficio del pubblico (salvo mettere in una famiglia barcellonese doc una bimba con accento di Girona, che è come mettere una salernitana a Napoli, o una napoletana a Salerno). Però, amici del posto che studiano un italiano scolastico con prof. non madrelingua, avanti a un caffè usano ancora termini come “certuni”, “codesto”, o “Vai forte!”, che magari, a seconda della regione d’origine, ci sembrerebbero un po’ artificiali.

Adesso i figli dei miei vicini mi svegliano d’estate coi loro accenti del Nord, e le espressioni tipo: “Eh, ma non ci sono le robe!”, al che mi ricordo di quando le loro mamme e zie si rimproveravano nel dialetto paesano gli errori fatti giocando a molla.

Insomma, le lingue compiono giri affascinanti, e capisco ogni tentativo di difenderle dagli “eserciti invasori”: tic linguistici, espressioni alla moda, e gli errori che facciamo noi all’estero, che finiamo per parlare male tutte le lingue sul curriculum.

Ma niente, quando devo esprimere il fastidio supremo di interagire con determinati individui mi lascio scappare il sempiterno: “Non voglio mettermi a competere con quello là”. Al che i non napoletani in ascolto mi rimproverano per l’ambiguità semantica. E allora mi viene da parafrasare quella dama russa impicciona che, con Napoleone alle porte, si ostinava a parlare francese: “E questo come si esprime, in qualsiasi altra lingua del mondo?”.