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Una scena della presentazione (foto di Claudia Crescenzo)

Stamattina mi sono svegliata alle 6 e mi sono messa a leggere Guerra e pace, per giunta in formato elettronico. A mia discolpa posso dire che ho un po’ di labirintite, e che ho rimandato la lettura a quest’età perché a vent’anni mi ripromettevo ancora di farlo, un giorno, in lingua originale. Poi il mio russo si è fermato a frasi come “Io amo la mia nonnina”, e soprattutto: “Quanto costa un chilo di mele?”, che mi dicono essere molto utile a Mosca, dove le mele sarebbero ottime.

Sono arrivata a metà lettura, quando l’esercito francese avanza proprio verso Mosca, e una dama di questa città si sforza di non parlare la lingua del nemico, pena una multa a favore delle truppe russe. A un certo punto, però, la pettegola non si trattiene e, riferendosi a due conoscenti, insinua nella lingua di Napoleone: “Lei si è pure un po’ innamorata di lui…”. “Multa! Multa Multa!” protestano dal suo seguito. E la signora, indispettita: “Ma come si fa a dire questo in russo?”.

È paradossale che abbia letto tutto ciò dopo la presentazione del libro di ieri sera (qui le foto, grazie ancora a tutti i presenti!): in quella sede avevo giusto spiegato che mi ero “impadronita” del napoletano alla veneranda età di sedici anni (comunque troppi per parlarlo come il mio eroe Nino D’Angelo). Le lingue, dicevo, compiono percorsi tortuosi nel loro intreccio con le nostre vite, e io, rispetto al napoletano, devo essere qualcosa come una “madrelingua passiva”. Va da sé che l’italiano è molto più “mio” del francese parlato dalle dame moscovite d’inizio Ottocento: ma mi piaceva recuperare quest’altra lingua, quella casalinga dei nonni (una maestra e un dirigente statale, fieri del loro italiano), e quella che i genitori mescolavano senza problemi nelle loro comunicazioni quotidiane.

Un po’ come il catalano: forse è vero, a Barcellona, secondo gli standard dei puristi, lo parliamo male (e dopo dieci anni mi butto nel calderone anch’io). Magari lo “sporchiamo” di spagnolo e inglese più che nel resto della Catalogna, ma, delle serie girate tutte in catalano, un amico argentino sosteneva: “I dialoghi suonano falsi, perché un po’ di spagnolo ogni tanto scappa”. Così come, nello spagnolo che ascolto a Barcellona, la parola “ahora” (ora), diventa quasi sempre “ara” (l’equivalente in catalano). Vero: ci sono espressioni intraducibili nell’una e nell’altra lingua, anche se le serie più popolari contaminano un po’ troppo la lingua a beneficio del pubblico (salvo mettere in una famiglia barcellonese doc una bimba con accento di Girona, che è come mettere una salernitana a Napoli, o una napoletana a Salerno). Però, amici del posto che studiano un italiano scolastico con prof. non madrelingua, avanti a un caffè usano ancora termini come “certuni”, “codesto”, o “Vai forte!”, che magari, a seconda della regione d’origine, ci sembrerebbero un po’ artificiali.

Adesso i figli dei miei vicini mi svegliano d’estate coi loro accenti del Nord, e le espressioni tipo: “Eh, ma non ci sono le robe!”, al che mi ricordo di quando le loro mamme e zie si rimproveravano nel dialetto paesano gli errori fatti giocando a molla.

Insomma, le lingue compiono giri affascinanti, e capisco ogni tentativo di difenderle dagli “eserciti invasori”: tic linguistici, espressioni alla moda, e gli errori che facciamo noi all’estero, che finiamo per parlare male tutte le lingue sul curriculum.

Ma niente, quando devo esprimere il fastidio supremo di interagire con determinati individui mi lascio scappare il sempiterno: “Non voglio mettermi a competere con quello là”. Al che i non napoletani in ascolto mi rimproverano per l’ambiguità semantica. E allora mi viene da parafrasare quella dama russa impicciona che, con Napoleone alle porte, si ostinava a parlare francese: “E questo come si esprime, in qualsiasi altra lingua del mondo?”.

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I miei progetti per il 2019 (capolavoro di Rosanna Eroico)

Niente, non esiste. Ho cercato pure tra i diversi sinonimi che mi dava il dizionario, ma non ho trovato il contrario di “bilancio”. Potrei dire che la Legge di Bilancio appena approvata sia una buona approssimazione, ma sarebbe una battuta facile, e non me ne tiene di litigare proprio di 31 dicembre.

Forse il contrario del bilancio di fine anno è il panettone, se ne resta un po’: divorarlo sarebbe un classico esempio di “vivere alla giornata”, sprezzanti del pericolo che prima o poi si presenterà insieme alle analisi del sangue.

Io non ho paura: la cosa che più mi ha spaventato quest’anno è stata quella picchiata assassina del mio aereo per Granada, con tutti i passeggeri a urlare tranne me. O così mi pareva, mentre ascoltavo i gorgheggi del mio vicino e, con le mani sudate sui braccioli, gli rivolgevo un’espressione da: “Queste turbolenze non sembrano affatto normali, ma che ci possiamo fare?”.

Così, per chiudere l’anno, mi sto guardando tutti i disastri aerei della storia su questo canale. Ci credereste? Mi sento molto meglio. Capisco che, perché succeda qualcosa, deve prodursi una reazione a catena di sfortune che neanche io al meglio di me. Tipo che il pilota decida di far giocare il figlio con i comandi, o si perda tra le montagne colombiane per aver contato su un radar distrutto tre anni prima dalle FARC. E un aereo che perda la strada non è proprio cosa di ogni giorno.

Ecco, forse io mi sento così: un po’ persa in quella che mi sembrava una rotta consolidata. Contenta delle cose buone che ho fatto quest’anno (come l’ingresso improvvisato nel mondo che volevo abitare davvero), sfiancata dai passi che ho mosso per farle, e già stanca al pensiero del lavoro che mi aspetterà per rimediare agli errori, almeno a quelli rimediabili.

Ma vabbe’, questo bilancio giuro che non volevo neanche farlo.

Allora prometto che solo oggi, per chiudere in bellezza l’anno, vivrò alla giornata. Cioè: andrò di panettone in panettone.

Voi che farete?

Buon 2019!

(In anteprima, la hit dell’estate 2019!)

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Con voi che mi leggete (grazie!) la buona azione di Natale la faccio ogni giorno: non mi lamento. Non vi confesso quanto schifi anch’io l’inverno, fosse solo per gli strati su strati che devo frapporre tra me e le mie braccia: infatti aspetto con ansia l’invenzione di una “bolla termica” isolante, che mi faccia andare in giro nuda a dicembre, e già che ci siamo m’impedisca di baciare mezzo mondo a Natale… Ah, ecco, per esempio: cerco di non stracciarvi troppo le gonadi su quanto schifi le feste! Ma dalla lettura di vari post ho scoperto che noi migranti, e in particolare noi terroni fuori sede, non siamo sinceri su questo punto! Ovvio che devono piacerci le seguenti cose:

  • la nonna che scodella struffoli ogni minuto! Anche se mia nonna si prendeva in giro da sola su quanto cucinasse male;
  • ingozzarci di specialità risalenti a un periodo in cui questo avevamo, e questo cucinavamo (e perfino Alessandro Siani è d’accordo con me);
  • parenti e amici di famiglia (ma quelli sono universali) che ci fanno “bonariamente” tutte quelle domande ottuse sulla nostra vita privata, invece di farsi i fatti loro.

È per questo che, dichiarandomi fedele seguace di Pulecenella e di Funiculì Funiculà (che spiegava a Troisi che Napule nun adda cagna’), propongo alle donne in ascolto un giochino per far fronte a quest’ultima piaga. Tradurremo liberamente i “botta e risposta” in catalano dell’immagine postata, omettendo quelli che mi sembrano meno divertenti. In corsivo scriverò le mie risposte alternative. Attendo le vostre!

Ancora non sei sposata? 

  1. No, vado di fiore in fiore.
  2. No: non ho né marito, né figli, né voglia di ascoltarti.
  3. No, ma ti prometto che stasera vado allo struscio solo per rimediare.

Ma vieni conciata così al pranzo di Natale?

  1. Ma vieni a rompere le semenzelle anche al pranzo di Natale? (Ok, questa traduzione era molto libera.)
  2. Dici che faccio ancora in tempo per un look gotico?
  3. Eh, col freddo che fa qua dentro, in minigonna e calze a rete non potevo. Ma gli infissi ve li ha montati il nonno di Garibaldi?

Non dire questo a papà / a nonno / a [amico fascio di nonno] perché si arrabbia…

  1. Veramente? E pensare che qua fuori c’è un esercito di femministe armate di torce e forbici tagliapene che aspetta solo che dica: “Al mio segnale, scatenate…”.
  2. (Starnuto) Scusa, è che sono allergica ai commenti di merda.
  3. Sarò muta come un pesce! (Caccio la lavagnetta e i colori e gli vado a fare un disegnino.)

E quando avrai dei figli? Guarda che non fai in tempo, perdi il treno!

  1. Li avrò per quando avrai smesso di chiedermelo.
  2. Non ho bisogno di figli, mi occupo già di tutte le domande che nessuno ti ha richiesto stasera.
  3. Anche i tuoi neuroni non hanno fatto in tempo, eppure sei qui.

Dici così perché sei giovane…

  1. Tranqui, dirò la stessa cosa quando avrò la tua età.
  2. Dici così perché sei vecchio (o vecchia).
  3. Dici così perché non hai un cazzo da fare.

Ma che ci hai, il ciclo?

  1. Sì. Vuoi vedere?
  2. No, sono in menopausa, ricordi? Ho perso il treno!
  3. In effetti ho bollito la coppetta mestruale nella pentola della minestra. Era buona, vero?

Se non sanno cosa sia una coppetta mestruale (d’altronde in certi ambienti anche il Tampax è visto con sospetto) riprenderei la lavagna del disegnino. In ogni caso, anche senza la corrispettiva domanda, mi terrei l’ultima rivelazione per quando comincia la tombola. Così, almeno quest’anno, non sentiremo lo zio simpatico dichiarare “Ambo!” al primo numero.

 

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Secondo me no :p . (Visitate la pagina Facebook “Man who has it all”!)

Natale 2008: vado a consegnare un regalo a un’amica di famiglia. La trovo in stato confusionale mentre vaga per la sua cucina carica di cibo, tra il forno ormai spento e le pentole inerti sul fuoco. Nell’altra stanza, tutti gli uomini della sua famiglia sono davanti al televisore, mentre le nuore cercano d’inseguire i numerosi marmocchi. Ogni tanto se ne affaccia una per far notare, con discrezione, che il suo pargolo ha fame: potrebbero organizzare un pranzo veloce almeno per i bambini? La padrona di casa dà risposte inintelligibili. Vado via incerta se farla visitare da mio padre, che mi ha accompagnata.

Natale 2018: un amico mi spiega candidamente che ha già ordinato il pranzo del 25, perché non vuole che sua madre “muoia tra i fornelli”. Non ero sicura fosse possibile, dalle nostre parti, ed esulto non poco.

Scrivo questo perché ho visto due post in un giorno solo sull’eroismo delle mamme del Sud, più organizzate di Mary Poppins e paragonabili persino alle dee mitologiche. A parte che sospetto che le mamme del Nord non siano così diverse (posso aggiungerci un “ahimè”? È Natale!), io riconosco sul serio l’eroismo al profumo di pizza c’ ‘a scarola che invade la casa da qualche giorno prima, e lo sforzo che fanno queste donne nell’unire intorno a una tavola: i ragazzi che sono rimasti a inseguire un lavoro precario; quelli che se ne sono partiti per avercelo sempre precario, ma in un’altra lingua; i parenti più anziani che vogliono meno panettone e più mustacciuoli; i nipotini che vogliono più pandoro e Nutella e meno capitone…

A queste impavide dovrebbero dare una medaglia al valore il 7 gennaio! Però m’importa molto che le loro figlie e nipoti possano scegliere se seguire questo modello di abnegazione, fondato tutto sull’amore incondizionato, o provare altri percorsi di condivisione del lavoro, di riconoscimento di sé, fondati su un’autostima che non si misura nei chili di menesta ammaretata che riescano a scodellare a venti persone.

È per questo che cercherò di condividere con voi alcune delle campagne più interessanti che ho trovato nel mondo iberico (chiamiamolo così) perché ciò sia possibile.

Per il momento, buon panettone, e per lavare i piatti fate un po’ a turno!

 

 

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Ok, scuorno di post.

Facendo del becero familismo amorale, il blog del basilico v’invita alla presentazione del libro della sua autrice – o basileia, o basilicata, non lo sapremo mai. Sarà questo venerdì 14, alle 19.00, alla Libreria italiana Le Nuvole, con rinfresco e musica, e tanto ammore.

Ecco l’evento:

https://www.facebook.com/events/990278361172509/

L’autrice (che ormai parla di sé in terza persona, come il Divino Otelma) vi lancia quest’invito dal suo natio borgo urbanizzato: è stata convocata a Napoli per la presentazione della raccolta Airport Tales (per chi si fosse perso i dettagli, e i bicchierini di limoncello, ecco qua…).

Nota di colore: la presentazione di Airport Tales è l’11 alle 11. Alla stessa ora, dopo due mesi di attesa e telefonate al comune, dovevo incontrare l’avvocatessa che mi avrebbe delucidato la questione affitti in Ciutat Vella, di questi tempi difficili. Insomma, mentre inizia la presentazione a Napoli, l’impiegata del Servei d’Habitatge chiamerà l’utente successivo.

Continuo a pensare che la vita sia un capolavoro: quando non succedono guai seri, riesce sempre a regalarti una risata.

O un’arrabbiatura: ieri provavo a vedere Quelli che… , quando un “esperto in studio” ha spiegato all’inviata (moglie di un calciatore) che non doveva lamentarsi di una decisione arbitrale: l’arbitro era vangelo, lei pensasse piuttosto a descrivere la partita!

Ho suggerito a mia madre che il fenomeno per cui un cinquantenne spiega a una trentenne cosa dire, e come, si chiama mansplaining, o se preferite minchiarimento, ma a quanto pare questo concetto ancora non passa facilmente, da noi. D’altronde una chat improvvisata in studio tra glorie del calcio esprimeva giudizi sull’aspetto fisico delle ragazze presenti…

Sì, sì, è una gag, ma è dura “farsi una risata” adesso che vivo in un posto in cui per avere una vita sociale, e rimediare un po’ d’ammore ogni tanto, non è necessario.

Rispolvero dunque un’espressione non proprio femminista delle mie parti, che magari è tornata in voga con L’amica geniale:

Rire ‘n faccia a ‘stu

Sipario.

(Una canzone che cito nel libro. E ringraziatemi perché l’altra che nomino è dei Take That.)

L'immagine può contenere: tabella e spazio al chiusoEro indecisa tra questo titolo e “La ragazza con la valigia”. Che poi era un omaggio a uno che mi chiamava così, quando appunto ero ragazza.

D’altronde, lo confesso, pensavo che oggi fosse giovedì. E del mancato post di lunedì scorso non me n’ero neanche accorta, intenta com’ero a fare Super Maria alla conquista dell’aeroporto, tra gli alberi crollati a Roma (uno dei quali mi aveva bloccato il binario per Fiumicino).

Il giorno dopo sarebbe cominciato il mio peggior trasloco, ma ero nell’Urbe per colpa di Tip, la mia “fatina trans” di questo concorso. Vi dico solo che mio padre, a premiazione avvenuta, si è alzato per chiedere “da uomo di scienza” perché la gente s’inventa mondi fantastici, con tutto quello che succede in questo qua.

Vabbuo’. Se c’è qualcosa che ho imparato in questi giorni, è che con la mia valigia ci sto bene. Quella da cappelliera che mi ha accompagnato per l’estate più solitaria della mia vita. Ho scoperto che contiene tutto quello che mi serve.

È anche vero che mio nonno a tavola mi faceva ripetere, quando magari volevo solo finire la cotoletta e scappare a vedere i cartoni: “Omnia mea mecum porto“.

Miii, se non è vero. Infatti, i millemila vestiti che ormai non indossavo ce li ha la santa donna che mi ha aiutato a pulire casa, che parlava solo georgiano ma capiva benissimo il paradiso Wallapop che le offrivo. Tutti i miei reggiseni (tranne due che ho conservato “per sicurezza”) finiranno addosso a donne asiatiche più minute di me, o a ragazzine poco convinte dalle marche pedofile che adesso, ahimè, infestano il mercato.

Fatto sta che ho seguito una regola d’oro: la roba che non usavo da più di un anno, via.

Ed è vero che ci si sente meglio, a liberarsene. Anche del vestito cinese che ormai non mi va più, o della parure sbriluccicante regalo di un’ex suocera del Kashmir. O dei quaderni ormai inutili che, mi spiace, ma esistono.

Casa nuova non mi concede sentimentalismi: ne abito solo una parte, per affittare il resto e poter così scrivere. Tutto il resto è spazio occupato male.

La mia non è una critica a priori alla voglia di cose inutili che ci viene ogni tanto, e che non trovo né immorale né sciocca.

Ma è vero che, tutto quello che è nostro, lo portiamo già con noi. Ed è bello aprire una credenza e scoprirci dentro solo quello che mi serve, o andare in camera ancora in accappatoio, sicura di trovarci solo abiti che mi piacerà indossare.

Il miglior modo di venderci qualcosa è farci credere che ne abbiamo proprio bisogno.

È così che le cose s’impossessano di noi.

 

 Prima di raccontarvi il mio trasloco – che ovviamente è stato tragicomico – vorrei accennare a quello di Fatima e Anna, passate da un quadernone sballottato tra una casa e l’altra a un ebook che racconta la loro storia, in attesa che venga stampata.

Anche se almeno Fatima ci è abituata (vedi titolo), non è stato carino da parte mia trascurarle così a lungo: ma oggi è un anno dal referendum catalano, e in questi mesi la mia energia è andata tutta a tre italianini che, stavolta in un documento Word, hanno avuto la sfiga di ritrovarsi davanti a un seggio caricato dalla polizia, e la fortuna di salvare un’anima bella. A quanto pare, però, a loro è più difficile affezionarsi: sono troppo “politici” e parlano tanto. Spero di riuscire a rimediare almeno sulla loquacità.

Fatima e Anna neanche scherzano, eh, anzi: i loro litigi sono la parte che più mi diverte, della loro convivenza improvvisata. Perché anch’io vorrei, in circostanze più amene di un lutto in famiglia, conoscere l’altra me: quella che sarei diventata se a quel bivio avessi preso un’altra strada, o se i casi della vita non mi avessero piazzata in quella situazione speciale. O tragica, come nel caso delle donne meravigliose che mi hanno aiutato a dare vita ad Anna.

Se scrivete vi sarà capitato questo: di finire un testo e non ricordare cosa abbiate raccontato, come se non fosse opera vostra. Ecco, quando mi succede so di aver fatto la cosa più importante: di aver smesso di parlare di me, di aver dato ai miei personaggi la libertà di abbandonarmi.

Lo faccio anche ora con queste stralunate compagne di viaggio, sperando arrivino dove non riesco io.