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azzurritàIl bello di stare a Barcellona è che le mie vite ritornano.

Di solito lo fanno ogni estate, ma non sempre aspettano l’aumento del biglietto, o il Primavera Sound, per incrociare le mie faccende di adesso e chiedermi dov’eravamo rimasti. Più che altro, dov’ero rimasta io.

Mi avevano lasciata entusiasta nel Raval, e adesso faccio loro da guida nel “nuovo” quartiere. Mi ricordavano litofaga (cioè, “magnavo pure le pietre”) e mi sorprendono a rimpinzarmi di verdurine. Dopo aver sbalordito con questi dettagli gli amici che popolavano le mie vite passate (giacché sono loro, ovviamente, a ritornare per un po’, le vite passate mica lo fanno), li lascio ai loro treni, o ai biglietti d’aereo da stampare, e me ne torno al mio presente. Senza rimpianti.

O quasi.

Perché a volte ritornano vite che abbiamo bistrattato, trascurato, lasciato andare.

Non che la cosa conti più: anche noi, col tempo, diventiamo aneddoti nelle vite altrui. Com’è giusto che sia.

Ma quando ci prendiamo un caffè, con queste vite abbandonate insieme alla terra in cui siamo nati, o perse per strada in un momento difficile, a volte siamo presi dall’impossibile impulso di tornare indietro. Di cambiare le cose, di applicare a ritroso la placidità che intanto, magari, abbiamo strappato centimetro a centimetro alla nostra antica incapacità di vivere.

Ovviamente non possiamo. Possiamo andarci vicini. Con la compassione, col perdono reciproco e, soprattutto, con la voglia di fare bene qui e ora.

Ma questo posso dire: c’è chi merita il nostro rimorso.

E la peggior vendetta della vita, presente e passata, è trasformarlo in rimpianto.

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Da vesuviolive.it

Dico per dire, eh, non è che mo’ vi arricchisco coi miei distici elegiaci.

Volevo solo sottolineare quanto sia buffa la vita: uno dei simboli della “mia” infanzia non l’ho mai posseduto, e mi sa che non sono la sola.

” ‘Mbe’ “, mi diranno dal pdf della mia tesi le donne della Prima Guerra Mondiale, “noi ci potevamo stare, in trincea? Però la guerra l’abbiamo vissuta, eccome”.

Vabbe’, qua si cercava di parlare di qualcosa di vagamente più soft, tipo la Pasquetta e quello che si mette nello zaino per passarla fuori porta.

E il Super Santos per me era roba da maschi. Non che mi fosse precluso, intendiamoci. Proprio non mi piaceva usarlo. Qui potrebbero insorgere giustamente delle coetanee a dirmi: “Parla per te, io ci giocavo e volentieri”. Ecco un’altra cosa buffa: non puoi manco pretendere di parlare a nome della tua palazzina, figurati se riesci a farti portavoce di una generazione.

Sono ancora convinta che il Super Santos sia come i robot dei cartoni: un simbolo universale perché la categoria che lo preferiva viene identificata ancora con l’universalità. So che la realtà è diversa, che in tante guardavano Mazinga, in tanti Candy Candy. Ma la temibile decostruzione del GENDER!11!!! era di là da venire.

La Barbie è comunque tollerata (in fondo è pure un sogno erotico), insieme a quell’incestuosa di Georgie (Lady Oscar, invece, era maschio o femmina?!11!). Però ogni tanto ci sta quello che nelle discussioni tra trentenni sui cartoni sfotte un po’, invitando a tornare alle alabarde spaziali. Magari in pagine che poi, a Pasqua, postano il nonno di Heidi che si appresta a scannare Fiocco di Neve, nel shimpatico festival dell’insicurezza che è diventata in Italia la caccia ai vegani.

Ma, dal Super Santos alla minestra maritata, mi ripeto quanto sia strano, ancora una volta, il gioco delle simbologie e delle tradizioni, festive e non.

Come le Pasque terrone assurte a simbolo di massima celebrazione, ma oh, il ragù “per antonomasia” è bolognese (spiegatomi da una povera crista su Dissapore).

Eppure non c’è simbolo che non abbia una storia, e quindi un inizio, e quindi una possibile fine.

Nel caso delle specialità pasquali è una storia di prodotti alimentari di stagione, da sfruttare fino all’ultima molecola per non sprecare nulla. È bello conservarla, ma se si cambia qualche virgola, non sarò io a piangere. Di “variazioni familiari” sono pieni i ricettari scritti in grafie incerte su quaderni precari.

Nel caso del Super Santos, era il pallone più economico di tutti, e sì, il più arancione.

Ma quello come simbolo l’adotto volentieri, la macchia d’arancione in mezzo al blu.

Sempre meglio del logo di Easy Jet, che ormai, guarda un po’, non ti fa imbarcare più manco una borsetta.

Si vede che la comodità di averne una non è abbastanza universale.

Immagine correlataCome ogni anno, sono andata a trovare un’amica di ritorno in paese per le festività. E come ogni anno ho avuto modo di salutare anche le sue dirimpettaie, un tempo “le figlie della vicina”, anche loro in visita da Milano per portare i loro bambini dai nonni.

Da piccole, la mia amica e io eravamo un po’ confuse da questa grande famiglia che ogni tanto incrociavamo sulle scale del palazzo: la raccomandazione della mamma di lei era quella di scambiarci giusto un saluto, “perché non parlavano bene”. Tradotto per chi non fosse della nostra zona: parlavano solo napoletano. Quelle bambine “proibite” ci consideravano a loro volta delle soggettone (sempre per come parlavamo), e quando giocavamo nel parco ci crivellavano di schizzi con la pistola ad acqua.

Inutile dire che adesso i figli di queste impresentabili (sono ironica) hanno un accento del Nord che, considerate le circostanze, mi provoca una certa ilarità.

E con la mia amica salutiamo volentieri queste ex ragazzine che in nostra presenza si sforzano di sfoggiare il miglior italiano possibile, mentre noi ne approfittiamo per tirar fuori tutto il napoletano che intanto abbiamo imparato per dispetto. Da questa babele inenarrabile abbiamo tratto una conclusione divertente: quando torniamo in paese siamo risucchiate dai ricordi.

La mia amica ripensa agli allegri ma un po’ ingessati Natali di famiglia, con le donne tutte ingioiellate tranne la padrona di casa, che si andava “a rinfrescare” solo quando era ormai cotto il capitone. Per i bambini era una festa del regalo (e del riciclo, ma doveva essere un segreto, Babbo Natale semplicemente amava il risparmio).

Le vicine ricordano i loro Natali caciaroni, con più tavole unite a contenere tutti i parenti, e il tavolo dei bambini che finiva sempre per rovesciarsi da un lato, essendo il più precario della casa. Rievocano la puzza di baccalà fritto che non si toglieva mai e gli immancabili botti, col cugino maschio più grande che si accaparrava per consuetudine, e omonimia col nonno patriarca, il Pallone di Maradona.

Io rido di questi racconti così differenti e mi lascio prendere da un dubbio esistenziale: se ciascuna di loro ricorda la sua infanzia come la migliore possibile, e aborre quelle delle altre come noiose o caotiche, come la mettiamo? Forse la nostra infanzia è stata irripetibile e perfetta solo perché così ci piace ricordarcela. E lo sarebbe stata anche se fossimo state totalmente diverse da come siamo. Fa parte del nostro mito di fondazione.

Qualsiasi esperienza non proprio orribile avessimo fatto agli albori della nostra vita, nella nostra fase più fragile e mutevole, sarebbe stata portata in palmo di mano e preferita alle altre. Quello che conta, ancora una volta, è la nostra percezione del passato.

Il che mi porta a chiedermi: e se interpretassimo in modo diverso anche il presente?

Continua.

 

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  1. Non importa quanti anni io abbia, in paese funziono come i vecchietti del film Risvegli. Ho sempre la stessa età di quando sono partita: 22 anni. Perché non faccio la vita sociale di una ventenne? Semplice: a vent’anni non ne avevo una! Il problema è quando mi metto a dire cose tipo: “Carino, il ragazzo del bar! Come mai non lo conoscevo?”. E poi, facendo due calcoli, scopro che potrebbe essere mio figlio.
  2. VeramÈnte! Hai voglia a barcamenarti tra l’accento spagnolo e l’italiano regionale, epurato da un vecchio corso di dizione… Quando c’è da cantare insieme al coro della parrocchia, sgamato in azione durante una passeggiata, le mie “e” aperte ritornano bassoliniane.
  3. Davanti a qualche vecchio cancello mi giro ancora guardinga, presagendo minacce ormai inesistenti. Probabilmente mi ricordo d’istinto di qualche antico cane ‘e canciello, figura mitologica metà loppide e metà fauci spalancate. Requie e pace, vecchio mio. Insegna agli angeli a latrare con gli stessi decibel di un allarme antifurto.
  4. Nun me piace, ‘o presepio. Niente, le tradizioni natalizie continuo a schifarle non poco. Fortuna che, per sopraggiunta anzianità dei “piccoli” di famiglia, non dobbiamo più seguirle come un tempo. Per esempio, i dessert mi sono sempre piaciuti morbidi e cioccolatosi (canditi o uvetta no, grazie), mentre i dolci di Natale che compra papà possono essere usati come corpo contundente per i ladri di capitoni (e questi ultimi, fosse per me, potrebbero campare cent’anni).
  5. Mi piace il paesello! (Che poi in fondo è un paesone). Non sono cieca, mi rendo conto che cambia, perfino in meglio. Ci sono portici, giardinetti, bar carini. Una coppia gay può addirittura passeggiare per il corso e tornare a casa con tutte le articolazioni a posto. C’è pure un commerciante pakistano che mi vende le spezie e il riso che piacciono a me, meravigliandosi del fatto che li conosca. Anche la mia vecchia chiesa si è data la ripulita del “Tutto cambia perché niente cambi”, portata da questo papa porteño che qui piace tanto. Ma i bambini del coro sembrano divertirsi un sacco, a cantare Tu scendi dalle stelle col berretto di Babbo Natale.
  6. Non sono la sola! Neanche i miei parenti conoscono tutte le strade del paese. Ok, nel mio caso è proprio ignoranza, mentre nel loro, magari, via Cavour è meglio nota come “addo’ sta ‘a baccalaiola”. Bel contrappasso per Cavour! Resta il fatto che a volte, per indicarmi una via precisa (il civico continua a essere pleonastico) devono cercarla su Google, come i comuni mortali. Non era possibile, che sapessero anche quelle stradine minuscole intorno al corso, col marciapiede ridotto a una base per i pali della luce. A proposito…
  7. Non riesco a camminare! Il suolo barcellonese sarà spesso monotono, ma in genere è comodissimo. In paese, qualunque paio di stivali indossi, rischio sempre di sbattere a terra come gli “amichetti del mare” che mi venivano a trovare con le scarpe buone. Ormai. per passare tra la barriera di auto e i marciapiedi ristretti di cui sopra, mi puntello contro il palo della luce in un accenno di lap-dance, che dicono mi riesca piuttosto bene.
  8. Ricordi! Si rivelano ancora più invadenti dei simpatici insettini neri nella mia dispensa barcellonese. Eventi di 8 anni fa mi sembrano risalire all’altro ieri. Ripenso all’improvviso a interrogazioni di grammatica sostenute con gente che adesso porta i figli a scuola. E che fine ha fatto quel vestito Phard per cui ho fatto la dieta un anno, pur d’indossarlo l’estate seguente? … Ovvio che mi starebbe ancora bene, malpensanti!
  9. Non sono più arrabbiata. Quando temevo di non partire mai, vivevo ogni cosa come una gabbia. Maledicevo chi non capisse che a 16 anni volessi uscire anche senza la scorta perenne del mio ragazzo (poi dicono il “mondo arabo”). Sorridevo avvelenata a chi mi offriva ridendo il suo casco, quando ero l’unica in auto con la cintura di sicurezza. E scherzavo sarcastica sull’ammore segreto che, piuttosto che finire con me, mi avrebbe piantata davanti all’altare, scappando col testimone gay. Adesso li guardo tutti con un sorriso indulgente, lo stesso che mi riservo specchiandomi, e mi dico che, anche a distanza, ne abbiamo passate delle belle. E ancora ne passeremo. Se no cosa avremmo da raccontarci, al prossimo struscio di Natale? Ma il prosecchino per brindare proprio no, mi ubriaco subito. Infatti, per chiudere in bellezza, bisogna ammettere che…
  10. Certe cose non cambiano mai. Tipo le figure di merda.

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The Jackal, ovviamente

Quando ero piccola, più o meno ai tempi dell’Unità d’Italia, gli alberi di Natale coi desideri sopra non c’erano. O almeno non ne ero al corrente.

Scrivevo la solita letterina a Babbo Natale, e gli chiedevo Bebi Mia.

Non so bene perché non l’ebbi mai. Forse Babbo (in questo caso, Mamma) dubitava delle mie capacità di mantenerla “sana” e intatta per più di un’oretta. Ma tant’è.

A Barcellona, invece, l’unico alberello dei desideri che abbia mai visto si trovava nello spiazzo accanto al negozio del MACBA, costeggiando la parete su cui era coniugato il verbo “ravalejar” (dal mio ex quartiere, l’adorato Raval). Era una pianticella striminzita a cui qualcuno aveva appeso desideri sparsi. Ve lo spoilero subito: gli stessi nostri.

E quelli delle maghe dei tarocchi: amore, salute, fortuna, denaro. Non necessariamente in quest’ordine.

Al massimo come desideri erano un po’ più hipster, che quella è zona di skaters e, ovviamente, appassionati di arte moderna.

In effetti quest’albero lo dovevi o sgamare per caso, o cercare apposta.

Io, fedele alla linea, ci appesi un foglietto con una sola parola. Nome proprio di persona, maschile, onnipresente. E persistente, nel tempo, proprio.

Credo che rischiai di ricevere finalmente una missiva di Babbo Natale che mi comunicasse: “Piuttosto ti porto Bebi Mia”.

Ma, ripensandoci a distanza di qualche annetto, devo dirgli “Grazie, Babbo”.

Certi regali fanno bene se li ricevi e benissimo se non succede.

Sono come la Coca Cola a disposizione quando hai sete, ma tra un momento dovrai stringere la mano a tua suocera, con lo stomaco in preda a borborigmi allarmanti. Regali che in quel momento vuoi, si capisce. Ma a non riceverli, col senno di poi, ti chiedi se “meglio così” sia una magra consolazione o, semplicemente, la verità.

Mi spiace per Babbo, ma devo confessare l’ovvio: i migliori regali me li sono fatti da sola, arrangiando quello che avevo in casa. Ricavando mantelline da gomitoli vecchi e belle serate da litigi domestici. Rimediando a vecchi errori e commettendone di nuovi, ma un po’ diversi. Traendo insomma il miglior vantaggio possibile da momenti più o meno propizi.

È questo che vi auguro, a bocce ferme e regali consegnati.

Insieme a Buone Feste, per quello che rimane.

 Risultati immagini per panettone canditi Netflix mi ha insegnato zen e tolleranza. No, tranquilli, non è l’ennesimo post in cui cerco di convincervi a fare mindfulness, che da un po’ sto saltando pure io.

Volevo solo dire che grazie a sto maledetto abbonamento, che sarò l’unica al mondo a pagare per intero, sto avendo un’idea empirica di come funziona il consenso.

Al pubblico piacciono le storie di detective, meglio se surreali? Diamogliene a profusione! Buona parte degli spettatori è formata da donne over 30 con figli e lavoro? Mettiamoci dei belloni assetati di petting (meglio se in una serie in costume), e mariti infedeli spolpati vivi dal divorzio. Ai nerd offriamo qualche simpatico hacker sociopatico, innamorato di una biondina pereta che gli preferisca gli uomini sbagliati.

Per non parlare della roba stile spiritualità 2.0, per noi amanti del mindfulness e delle religioni fai-da-te.

Insomma, quando i soldi ci sono, ce n’è anche per tutti i gusti.

La pubblicità di un panettone, ahimè, non ha tutto sto budget. E allora, a fare il pari e spari, meglio puntare sul pubblico che sto panettone se lo compra più facilmente: i tradizionalisti. Gli amanti (o odianti) del Natale che devono fare un regalo al portiere senza spendere troppo. Che alla merenda della parrocchia vogliono portare “almeno un simbolo”. Che al cenone della vigilia non sono ancora morti affogati da un capitone (che poi bando alla faida Nord/Sud stile “mustacciuolo vs uvetta”, basta che non fingiamo che esistano cassate lontano dalla Sicilia).

E la pubblicità si rivolge proprio ai clienti giusti, cioè li capisce. Li coccola, li rassicura. Ride con loro del tofu e delle bacche di goji come di una pericolosa e costosa moda alimentare. Se i consumatori dei prodotti di cui sopra chiedono cortesemente: “Volete anche cagarci in testa? Solo per sapere, così non ci laviamo i capelli”, c’è tutto un team creativo messo lì apposta per partorire una risposta originale. Nella fattispecie: “E fatevela, una risata!”.

Loro sanno far ridere, dico sul serio. Giocano bene con le convinzioni dell’italiano medio che va a comprare il panettone, che l’anno che va declinando ci ha insegnato essere:

  •  timoroso verso ogni novità nel suo piccolo mondo antico, specie se si tratta di una novità d’oltremare e non sia fasciata in un costumino di scena Mediaset;
  • informatissimo sull’apporto proteico necessario al nostro corpo, che si trova solo nei cibi che consuma lui (il resto sono mode costose, tipo il seitan fatto in casa a 90 centesimi);
  • talmente rassegnato alla propria impotenza di fronte alla crisi economica e politica, che l’unica cosa che riesce a fare è ridere: delle cagne, dei vegani, dei mainagioia, anche perché lui è ciarlì.

Con questo tipo di pubblico, non c’è spot che tenga: la pubblicità è carina, anche se non proprio originale, e centra l’obiettivo.

Che ovviamente è vendere quanti più panettoni possibile a un paese che odia la diversità, ma ama i canditi.

(Per gli amanti dei canditi: e fatevela, una risata!)

welcomebackOra ci tocca un lungo gennaio. Pronti? Si parlava degli occhi infantili con cui ci siamo guardati durante le feste. La domanda è: riusciremo a conservarli, senza che il ritorno alla routine li offuschi?

Due estati fa andai a una specie di seminario a Parigi, attirandomi le ire della mia prof. catalana, per cui stavo facendo delle ricerche in archivio. Non fu un’esperienza folgorante, ma tornai rinnovata. Trascinando la mia valigia sul marciapiede di fronte all’Estació del Nord, ebbi la sensazione che la parte più importante di quel viaggio fosse il ritorno, perché avrei messo in pratica le cose importanti che pur avevo imparato interagendo coi compagni di corso.

Quante volte abbiamo avuto una sensazione del genere, al ritorno? Quella di essere diversi da come eravamo partiti e voler applicare questa diversità alla routine a cui torniamo. Eppure, a un certo punto, questa routine ci assorbe e non conserviamo che due o tre cose, quando va bene, del cambiamento che volevamo procurare. Succedeva fin da quando, tornati dal mare con tutti gli indirizzi dei nostri nuovi amici, ci scordavamo di scrivere oppure mandavamo, dopo tanto tempo, una lettera che non riceveva risposta. Al primo mese di scuola potevamo ancora scrivere “fuori uno” sulla Smemo, ma al secondo ci eravamo già fidanzate con quello dell’ultimo anno, con buona pace del milanese dell’ombrellone affianco.

Ebbene, vi dico che il cambiamento di quel seminario, in un certo senso, me lo porto dietro ancora adesso. Perché? Perché allora ho intuito come conservarlo: il cambiamento dev’essere miele, nella nostra vita, e non olio.

Dal mare tornavamo compatti e densi, come olio, e la marea della nostra vita quotidana ci travolgeva a poco a poco finché del cambiamento non rimaneva una lunga macchia sozza, sempre più piccola man mano che ci immergevamo nella normalità. Fino a perdersi nella pallida scia del ricordo.

Le lezioni di quel seminario, invece, furono per me come miele. Le mescolai pian piano nella vita di tutti i giorni, goccia a goccia, dosando bene: crediamo di non poter fare qualcosa da soli finché non lo facciamo (riferito al trasporto in aula di certi banchi a due posti); le persone sono arroganti con noi solo finché glielo permettiamo (litigai con un galletto italiano in classe che voleva sempre meic a provochescion); se non ci piace una cosa meglio smettere di farla, che perdere tempo per non scontentare nessuno (abbandonai una sessione particolarmente ridicola di Teatro dell’oppresso e me ne andai in giro per Parigi).

Certo, i primi momenti del ritorno sono i più ricchi di energia, e questo va usato a nostro vantaggio: io affrontai definitivamente un ex il pomeriggio stesso, nonostante i suoi ricatti morali. Poi, pian piano, lasciai che le mie nuove convinzioni si fondessero dolcemente con le ore di lavoro che mi aspettavano in archivio, per la gioia della prof. incazzata.

Facciamolo sempre, coi ritorni. Non pretendiamo di trapiantare la vita altrove in quella di sempre, senza anestesia. Lasciamo che si fondano pian piano.

A saperlo, quando tornavo dalle vacanze sporca di sabbia, che a portare il mare dolcemente tra i marciapiedi del paese l’avrei tenuto più a lungo con me…

Ora che so, invece, nessuno me lo può levare.