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Dolce sirena che vieni dal mare…

Settimana 1 di ritorno, e di ritrovamento: gli shock culturali.

I miei:

  • faccio per sciacquare la macchinetta del caffè che si è fatto da solo, e mi dico: “Ehi, dov’è il resto della posa? … Ah, già, è inglese”. Problem posing, problem solving.
  • Nel gelo notturno della stanza, la cui finestra non cambio mai (550 patane!), gli allungo un braccio avvolto nel pigiama di pile: “Tutto ok? Ti muovi molto…”. “Ho solo caldo”. E. Dorme. Senza. Maglia.

Quelli della dottoressa della famosa clinica a cui avevo chiesto appuntamento un mese e mezzo fa, come possibile madre soltera:

  • “Lui chi è? Come mai l’hai portato con te? Il suo ruolo, mi spieghi, qual è? Io volevo incontrarti da sola, semmai…”.

I suoi:

  • donna si diventa.

Cara Simone, hai voglia di ripeterlo, ma anche noi “esotiche sirene del Mediterraneo” (cit., e lasciamo perdere quell'”esotiche”…) ci mettiamo un po’ di lavoro per esserlo. Chiamalo pressione estetica, chiamalo Mito della bellezza (grazie, Naomi Wolf). Intanto è tempo, denaro… e lavoro, appunto. Come vi ho già detto, nei limiti della “libera scelta”, o qualsiasi cosa significhi, mi piace pensare che faccia tutte queste cose perché mi ci diverto, e perché ho imparato a farne a meno. Però non dimentico che in un programma di livelli altissimi come Temptation Island, che sto scoprendo su YouTube con ammirata compassione, Nathalie Caldonazzo può dire del compagno una cosa tipo: “La donna sono io, lui deve solo darsi un’occhiata allo specchio e uscire”. E Geppi Cucciari può fare una gag sul fatto che una donna, prima di un appuntamento, va dal parrucchiere, dall’estetista, in profumeria… mentre un uomo spende giusto venti centesimi di SMS (il monologo è vecchio): “Oh, domani trombo”.

Il nostro britannico dal caffè “sciacquariello” e dalle caldane improvvise non è stato circondato da molte figure femminili, quindi è rimasto tra il sorpreso e il divertito quando la dolce sirena che viene dal mare (vedi video più sotto) ha fatto le seguenti cose, in ordine sparso:

  • bombardarsi la zona sotto gli occhi con curiose lucette di dubbia efficacia, provenienti dal laserino antiocchiaie vinto coi punti della farmacia (oh, mica lo sprechiamo, hai visto mai!).
  • Bombardarsi con un laser ben più grande – e costosetto – la parte inferiore delle gambe, o credeva che le sirene vengono così au naturel senza squame? (L’annetto di pelo libero che ho celebrato tempo fa mi ha confermato che vorrei che fossimo lisci come totani, ma in paranza proprio.)
  • Rimuovere dagli occhi, con un panno già chiazzato di mascara, quei riflessi violacei sfumati di blu che tutte noi sirene abbiamo proprio per natura. Non c’entra niente quella palette di Urban Decay a metà prezzo su Wallapop.
  • Avere dolori lancinanti dieci giorni al mese senza che freghi niente a nessuno, e pronunciare frasi misteriose come: “Devo svuotare la coppetta“. E no, quella di reggiseno è già vuota da sempre, riprova a indovinare.
  • Sentirsi dire in uno studio caruccio e dipinto di fresco che con i tuoi valori del test antimulleriano non sarà facile trovarti ovuli buoni, ma bisognerà solo stimolare un po’ di più ormonalmente – con 700 euro di farmaci – e forse è meglio fare due interventi di fila, che dopo due settimane paghi solo 1800 e non 2.400 di nuovo. Per quattro anni il congelamento è gratis.

Donne si diventa, Simone. Ed è una lunga strada, tutta da costruire.

E pure da decostruire, mi sa.

 

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Il diretto interessato, poco entusiasta all’idea

“Ah, mica male” mi ha detto al telefono quello della clinica di fecondazione assistita, quando gli ho spiegato che dall’Italia sarei tornata il 9 gennaio.

Credo avesse l’accento veneto, e che quel giorno d’inizio dicembre stesse facendo due conti in tasca a questa potenziale madre soltera che viveva in centro e poteva farsi ‘ste lunghe vacanze: mica come lui, costretto a darmi appuntamento a metà gennaio per un secondo parere che, ormai, è quasi inutile. La fabbrica di bambini dell’altra volta mi ha inquietata: o congelo o pace. Come dice un’esperta in congelamenti: “Let it gooo, let it gooo…”.

Ok, ci do un tagl… insomma, smetto! Ma che volete: vi scrivo con un giorno d’anticipo, e se leggerete questo post sarà perché mi sarò svegliata per miracolo, e avrò schiacciato il ditino sul pulsante “Pubblica” (sempre che il cellulare non si sia scaricato sul comodino). Torno stanotte e la Vueling mi fa sempre atterrare dopo l’ultima navetta: dunque, questo venerdì spero di passare la giornata “a quattro di bastoni”, possibilmente in buona compagnia. Tanto mi restano solo due capitoli da tradurre, per la versione spagnola del libro che pubblico ad aprile, e ho rivoluzionato per la quarta volta il mio manoscritto sull’Erasmus ai tempi della crisi: o lo butto, o lo rimando in giro.

Prima di ripartire, però, mi sono venute in mente le proteste di chi dice che noialtri “brontoloni del Natale” siamo guastafeste, ci boicottiamo da soli, abbiamo perso lo spirito dell’infanzia… A me la cosa più intelligente sembra festeggiare quando vogliamo, perché vogliamo. Non essere costretti a fare indigestione di gente, a cui dedicare non più di un’oretta affollata, e di cibi che non amavo, in buona compagnia, neanche prima di essere vegana (a proposito, sodali: anche ‘sto Natale se lo semo…). A chi dice che non siamo costretti, spiego che l’anno in cui non tornai a Pasqua per impegni di studio, mia nonna morì un mesetto più tardi. La generazione precedente alla mia mangia ancora capitoni, festeggia con entusiasmo gli onomastici, pensa che le donne siano felici di smazzarsi per venti invitati alla volta. Assecondarla per cent’anni “cu’ ‘na bona salute” è il compromesso a cui arrivi quando vuoi bene a qualcuno che non la pensa come te.

Io so che ho il privilegio di poter scegliere quando tornare, ma a ben vedere non sono un caso isolato: un amico che lavora nell’Est Europa si fa in Italia i giorni tra vigilia e Santo Stefano, per poi lavorare a stipendio più alto fino alla fine delle ferie. A me questo sembra il contrario di boicottarsi, e poi in un altro periodo il biglietto costa meno, non ci si mette mezz’ora a percorrere Via dei Tribunali (meno male che avete smascherato le trappole del turismo), e paradossalmente siete più liberi per incontrarmi. Se no, tanto, tutti per Barcellona passate!

Insomma, oltre a un’altra visita nel magico mondo degli ovociti, ho lasciato tante cose in sospeso nella mia casa catalana – tipo la cassetta della posta strapiena, ma col lucchetto nuovo, le cui chiavi sono raccolte tutte in un mazzo solo: il mio. Per alcune questioni, una distanza improvvisa e prolungata non era una sfida scontata: tuttavia, tra i vari propositi di inizio anno, ho aggiunto quello di assecondare più o meno il percorso che mi trovo davanti. Quindi ho coltivato i rapporti fecondi grazie alla parte buona dei social (che esiste) e ho orchestrato un’uscita digitale, dunque più soft, da progetti che non m’interessano più.

A volte, devo ammetterlo perfino io, il cammino che abbiamo davanti è preferibile alle deviazioni auspicate, ma non auspicabili, che a volte comportano più tempo e fatica.

Dopo anni passati a fingere di riuscire bene in progetti più dispendiosi che piacevoli, il “proposito da ritorno” che vi suggerisco resta: scegliamoci le nostre battaglie.

Le vittorie di Pirro, quelle sì, congeliamole una  buona volta.

 

 

L'immagine può contenere: 6 persone, testo Buon 1820! Siccome i diritti del lavoro e le sobrie reazioni all’uguaglianza vanno in quella direzione, direi di cominciare con… Jane Austen! Vediamo cosa dice – almeno sullo schermo – il suo Edmund, ennesimo bonazzo che sta per sposarsi con una pereta, invece di filarsi la brillante protagonista. Per fortuna l’amata gli mostra un lato superficiale che lui non aveva notato prima, e allora le dice papale papale:

“Siete un’estranea per me. Non vi conosco e, mi spiace dirlo, non ho nessun desiderio di conoscervi”.

Sì, l’avete individuato, l’attore era Sick Boy di Trainspotting, ma il punto non è questo: come nel meme di Gerry Scotti, quell’uomo parla di me! Tra tutti i bilanci di fine anno che mi sono piombati addosso, mi sono resa conto che una grande cosa che ho imparato l’anno scorso è: essere selettiva col mio tempo e le mie energie. Ma esserlo sul serio.

Le volte che ho fatto qualcosa che in realtà non desideravo, le conseguenze sono state inutilmente spiacevoli: vedi la lezioncina di buone maniere che mi forniva questo individuo. Dalla scarsa solidarietà che ne è seguita in circoli a me più vicini, mi sono resa conto che un collettivo a cui debba spiegare cosa ci sia di sbagliato, in tutto ciò, non m’interessa né m’incuriosisce: ce ne sono altri che sul GENDER!1!! sono già ferrati. Dunque, per fortuna, ho di meglio da fare.

E gli esempi sono tanti.

Poche ore dopo il brindisi di Capodanno, una pagina Facebook piuttosto divertente cancellava anche il mio secondo post: era uno spazio di riassunti “pecorecci” di figure di merda. Mi ero sforzata di mantenere un linguaggio semplice, anche se purtroppo, quanto a sonorità e durata, non sono brava a esprimermi a rutti, e non mi sembrava fosse richiesto dalla netiquette. Così questa è stata la prima cosa di cui mi sono sbarazzata nel 2020. Avrei potuto indagare, o ascoltare il paraculissimo invito dei moderatori a “scrivere meglio” (o peggio?) se i post venivano cancellati. Ma, per fortuna, ho di meglio da fare.

Dopo la visione del simpaticissimo trailer di Zalone, mi sto rendendo conto che la gente che vede il film segue due correnti opposte: o si crede furbissima a trovarci della satira politica, o si scopre indignata, specie a destra, per questo “ritratto della società italiana” (azz!). A me tutto ciò fa sospettare la paraculata che strizza l’occhio a tutti i tipi di pubblico, ma il problema non è quello. È che non ho nessuna curiosità di scoprire se ho ragione. Mi chiedo se chi si sbatte su ‘sta roba non sappia ancora lavorare d’immaginazione, per scoprire che c’è quasi sempre un’alternativa positiva a un argomento di discussione così modesto. Se no, per fortuna, avrebbero di meglio da fare.

Mentre scrivo questo post, ho ricevuto un messaggio di un tipo del Bangladesh, che con curioso tempismo mi scrive dopo il mio intervento sotto questa denuncia delle condizioni di alcune lavoratrici: se leggete nei commenti, un gruppo di uomini s’era messo a insinuare che un motivo per il licenziamento ci fosse (qualcuno ha detto victim blaming?). Ora, un hashtag comune ai vari commentatori (a cui ho chiesto “KITTIPAKA?11!”) riconduceva a un’associazione che Google mi dà per chiusa in via definitiva (boh), e che voleva che l’imprenditoria del paese “filasse nel più liscio dei modi”. Già. Da queste personcine non m’interessa ascoltare lezioni, quindi ho eliminato il messaggio: per fortuna, come ormai intuirete, ho di meglio da fare.

Con questa risoluzione, a volte, posso perdermi delle cose belle: è un rischio da considerare. Il ritardo di una potenziale collega, in un pomeriggio davvero complicato, mi stava persuadendo a mandare a monte tutto il progetto di cui avevamo discusso sui social. Accettare comunque la collaborazione ha portato a risultati ambivalenti: il mio “istinto” non si sbagliava sui problemi che avrei affrontato con una persona poco organizzata, ma devo dire che i vantaggi sono di fatto superiori ai grattacapi.

Così come sono stata fiera di me quando ho individuato subito il momento difficile vissuto da qualcuno che avrei voluto conoscere meglio, ma che ero pronta a mettere da parte per la mia consolidata avversione alla sindrome di Wendy: come nel caso della collega, però, altre cose che ho visto – tipo la dignità con cui venivano affrontati i problemi immaginati – mi hanno spinto ad andare avanti, con senno e prudenza, e non sono rimasta delusa dalla decisione.

Il fatto è che “Ho di meglio da fare” non deve diventare una canzoncina da opporre a qualsiasi circostanza che si presenti problematica. Io la porrei sempre come domanda: quest’attività, questo film, questa persona, mi può interessare nonostante le premesse poco incoraggianti?

Se la risposta è sì, avanti tutta. Se no, lavoriamo d’immaginazione e pensiamo a tutte le cose migliori da fare che abbiamo. E allora, per chiudere con un’altra immagine iconica, si fa come il buon Jep Gambardella: si arriva in paranza alla conclusione che “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

 

 

 

Image result for carlton xmas jumper E ti pareva che, ora che torno per le feste, non cominciava la qualunque!

A Barcellona, infatti, è stato un tripudio di progetti iniziati a poche ore dalla mia partenza con solo bagaglio a mano, e due cappotti addosso da togliermi al check-in.

Mi lascio dietro gruppi appena formati di “co-working in biblioteca” (cosa non s’inventano i guiris troppo lontani da casa per tornare con le feste!), ed è da quelli che mi sono arrivati i primi auguri: non di Natale, ma di una buona Hanukkah.

Lascio la vecchia amica che ho incontrato in camice alla reception quando sono andata a farmi la diagnosi di fertilità, e che quando ha saputo cosa facessi lì mi ha proposto di prendere un caffè.

Già che ci sono mi lascio pure indietro, non so con quanto rammarico, la dottoressa un po’ “ursulesca” (avete presente la Sirenetta?) che con la voce arrochita dalle sigarette mi diceva tipo che du ovuls is megl che uan, o non credo che il suo inglese andasse troppo più lontano. Dopo un’ora di discorsi su embrioni da scongelare a comando, e test genetici che costano più di rimanere incinte, sospetto che la rassegnazione iniziale non fosse una cattiva idea, tanto più che il risultato delle analisi è stato un prevedibile “bene, non benissimo”: ma ho già appuntamento per un secondo parere. Anche se lascio il pensiero a Barcellona, visto che in valigia non ci sta.

Mi lascio dietro desaparecidos che ricompaiono all’ultimo momento, mentre già sto con un piede sul predellino dell’Aerobus, e vediamo se reggeranno alla sfida delle feste. Così come m’incuriosisce scoprire al ritorno se alcune potenziali coppie che ho presentato io – quindi sanno chi picchiare – saranno ancora allo stadio delle punzecchiature reciproche sui gruppi WhatsApp, o si saranno decise a prendersi quella “birretta dopo il lavoro”.

Perché un’amica catalana sostiene che non cambia niente, in due settimane, ma i tempi di chi parte e di chi resta mi sembrano sempre un po’ sfasati. E poi a Barcellona le cose si fanno e disfano in fretta, che si tratti di uno sfratto eseguito con uno schieramento di forze da derby allo stadio, o di una startup che nasce e che muore prima che la gente se ne accorga.

C’è l’accelerazione tipica dei rapporti che hanno poco tempo per formarsi, e solidificare, e allora bruciano le tappe tra una pausa caffè e un appuntamento pomeridiano al bar col wifi… E poi, va da sé, c’è la fiesta! Però ormai sappiamo che crea più sbronze epocali che grandi amicizie, e allora le si può dare quel pizzico di impegno: evento “peso” al CCCB con annesso brindisi, oppure ci schieriamo nel dibattito tra cultura “istituzionale” e finanziamenti, e finiamo in un’amabile bettola a sentire le poesie degli avventori.

Sono storie che s’incontrano, più che intrecciarsi: belle, di gente girovaga e poco disposta a restare, ma alla fine storie, come tutte quelle che ormai vengono condivise più spesso delle speranze, nel miracolo conosciuto come “rapporti umani dopo l’università”.

Io spero che mi aspettino lì, e che siano, a questo punto, più feconde di me.

Intanto, nel poco tempo che ho, voglio scoprire qui cosa ritrovo.

 

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Chiamiamola così, va’.

L’importante è che l’abbia trovata. Ci provavo ogni anno, da quando Facebook ce l’hanno quasi tutti. Non lei, però. E non perché fosse di quelle persone che ascoltano il walkman, e quando vengono all’appuntamento con quell’ora di ritardo sono raggiungibili solo al fisso della nonna. Più che altro temevo che, qualunque cosa fosse stata della sua vita, interagire con esseri umani non facesse parte del quadro.

Perché era timida, Iris, e se ne restava muta nel grembiule dalle maniche un po’ a sbuffo, che indossava sempre immacolato: sedeva all’ultimo di una fila di banchi individuali, disposti ad H. Rispetto alla cattedra, noi eravamo l’estremità superiore della mazzarella di sinistra, perché accanto al suo banco c’era il mio. Per guardare l’insegnante dovevamo inclinare un po’ la testa.

Lei lo faceva poco, o guardava dritta, senza mai interagire. Doveva essere sollecitata a farlo, soprattutto quando si trattava di riferire a sua madre che la maestra doveva farci due chiacchiere.

Quel poco che Iris diceva, rivelava qualcosa che allora non capivo bene: non stava parlando nella sua prima lingua. Sapevo che c’era gente che in casa usava solo l’indialetto, ma quelli, stando a quanto mi spiegavano, mica erano puliti come lei. E poi giravano in canottiera, e vivevano al piano terra dei palazzi, con la porta aperta: d’estate cacciavano le sedie fuori, e i più piccoli andavano in bicicletta in mutande. L’idea generale era che “si doveva fare qualcosa” perché quei ragazzini non finissero con una pistola in mano, o un ago nel braccio: soprattutto, perché non minacciassero la gente perbene con queste due armi. Insomma, ricevevano un’attenzione simile a quella dei bambini africani di Uiardeuold, con cui io immaginavo di ballare in mezzo alle scale – e per qualche curioso fenomeno, in questi voli di fantasia torreggiavo su di loro. Immaginavo pure, ogni tanto, di rimproverarli, con tanto di indice alzato che si agitava nell’aria. Perché lo facevo? Boh, forse seguivo una mia logica per cui, quando stavo male (tipo, finivo in castigo) era perché mi ero comportata male. Me l’ero meritato, insomma. Magari era andata così anche per loro.

Iris non era mai in castigo, semplicemente non parlava. Leggeva, ma a fatica, e faceva i compiti, ma li sbagliava sempre.

Credo che sotto sotto gliene facessero una colpa, qualcosa a che vedere con gli sforzi che avrebbe potuto fare.

Perché, trent’anni dopo, cercavo Iris con tanto accanimento? Beh, perché sul serio volevo sapere che ne fosse di lei, se la vita l’avesse trattata meglio di “quando era colpa sua”.

E poi perché in colpa mi ci sentivo io: a un certo punto, non so bene per quale motivo, mi venne lo sghiribizzo di aiutarla. Così costringevo la poveraccia a sacrificare i dieci minuti di merendina alla flessione del verbo – in cui zoppicavo anch’io, ma mio nonno mi aveva regalato un libro magico, zeppo di coniugazioni. Spero di ricordare male, ma credo che le dessi anche qualche assegno extra.

Insomma, facevo la più strana forma di bullismo che si possa immaginare: quello umanitario. Ebbene sì, sarei dovuta finire alla guida del Fondo Monetario Internazionale.

In effetti, nella repubblica dei nostri banchi – governata da rigide regole grammaticali, e da qualche ceffone – avevamo già imparato che vivevamo nel mondo libero. Dall’altra parte di un certo muro, infatti, producevano tipo cento cappotti all’anno, e solo quelli: se facevano male i conti, o se tu non andavi in tempo alla distribuzione, ti sparavi un bell’inverno siberiano senza cappotto.

Perché imponevo il mio aiuto a Iris? Se rispondo “perché lei non faceva niente per ribellarsi”, mi radiano dall’albo delle femministe, e con ragione (devo dire che qualche compagna provò a farmi notare che c’era qualcosa di storto, nel mio senso di giustizia). Se rispondo “perché mi piaceva esercitare lo stesso potere della maestra” dico la verità, ma non tutta. Credo abbia più a che vedere con un mio strano senso dell’ordine: vivo le ingiustizie come un oggetto fuori posto, in una grande stanza ordinata. Io, che sono capace di lasciare un pacchetto di gomme a terra per una settimana di fila, m’ero messa in testa di raccattare quello che un sistema asfissiante, e classista fino allo spasimo, si lasciava dietro senza troppi problemi.

No, per fortuna adesso non mi troverete su Instagram, a troneggiare sorridente su dei bimbi neri perplessi: poi si cresce.

Non subito, però. In seguito sarei stata accusata di “esportare la democrazia” da gente che mi rovesciava addosso i suoi problemi per essere commiserata, ma non aiutata. È una differenza che ci avrei messo un po’ a capire, così come quella tra odiare la propria vita ed essere disposti a cambiarla. Oppure, qualcuno che mi rinfacciava: “Sembri mia madre”, mi trattava esattamente come se fossi stata sua madre. E vi giuro che resisto da un po’ alle tentazioni di fornire aiuto non richiesto.

In ogni caso, ieri ho scoperto che Iris sta bene, è felice.

O almeno così dichiara sul suo profilo mezzo chiuso, che deve essersi aperta da poco. Sotto l’immagine di due bei bambini, scrive che sono “il suo tutto”.

Si mette i like sotto le sue stesse foto: Iris vestita da sposa, Iris innamorata che bacia il marito, Iris che augura buongiorno e buonanotte, e scommetto che ha preparato lei quella torta incredibile con la glassa fuori, e una candelina a forma di numero.

In un paesone come il nostro, il fatto che non abbiamo neanche un contatto in comune parla più di tre enciclopedie Treccani, di quelle in cartaceo che si usavano ai tempi nostri.

Vorrei inviarle una richiesta d’amicizia: alla fine, noi che viviamo lontani dal posto in cui abbiamo imparato a leggere e scrivere sappiamo che i social schifo non fanno, o sono meglio che niente.

Però non oso.

Cosa ricorderà di me, Iris? Ero la bulla che la costringeva a correggere “ci ho detto” con “le ho detto”, invece di dividerci la merendina? O una bambina che aveva una sua idea di come dovesse andare il mondo, e cercava di condividerla?

Magari si è proprio scordata, e meglio così.

Adesso che i cappotti ce li abbiamo tutti – tranne i figli dei bambini di Uiardeuold, che lasciamo morire in mare – ho perfino imparato i congiuntivi della lingua che ha vinto la guerra, ma so che è stato pure perché avevo un nonno laureato, con un libro magico da regalarmi.

Avevo anche un bisnonno, operaio socialista, che diceva “‘e libre so’ comme ‘e muntagne”, ma purtroppo non ci siamo incrociati.

Magari mi avrebbe insegnato un po’ di cose su quella storia del mondo in disordine.

(Sentite, io come sapete mi commuovo con poco, ma succede davvero spesso quando, dopo trent’anni, mi accordo che capisco tutte le parole di una canzone. Ed è oltraggioso pensare che, se Iris aveva problemi con la mia prima lingua, io ne avevo di peggiori con la sua. La conoscenza è libertà, quasi sempre: doniamo conoscenza). 

 

 

 

 

 

 

Image result for maruzza musumeci Ho conosciuto un ventenne napoletano che odia Maradona.

Niente di personale, l’ho capito subito. “È che tu non c’eri” gli ho detto. “Io sì”.

Ha assentito: si sentiva escluso da tutto il casino che facevamo noi “anziani” sull’argomento. Non aveva sperimentato nessuno dei momenti di gloria, o di tifoseria assatanata, che descrivevamo, tra caroselli in Alfa Sud e partite seguite alla radio.

Come un coetaneo mio che non coglieva le citazioni dei film di Totò (e pure io, a parte quelle clamorose, sono una mezza schiappa), quindi nella comitiva era scoppiata un po’ la moda di infliggergliele all’improvviso, ridendone tra noi e aspettando che lui facesse il sorriso di circostanza di chi non poteva partecipare allo scherzo.

Con Camilleri, invece, non ho potuto partecipare al lutto. Di lui ho letto solo Il ladro di merendine e Maruzza Musumeci: mi sono piaciuti entrambi senza trascinarmi, il secondo mi ha fatto sorridere e riflettere sul concetto di “avere una bella vita”. Il protagonista era il tipo più normale del mondo: si ubriacava ai battesimi, sbarcava il lunario come poteva… L’unica era che aveva sposato una sirena. Non c’era il mistero impenetrabile della Lighea di Tomasi di Lampedusa, che mi aveva impressionata, ma pure lasciata col magone.

Invece di Camilleri, e la cosa mi piaceva, mi arrivavano solo spunti divertenti, o tutt’ al più agrodolci: i vari “Montalbano sono”, l’imitazione dell’agente che parla strano, l’imitazione dello stesso autore che faceva Fiorello. So che ultimamente diceva cose importanti sui migranti, come vedrete giù, e meno male. Lo scotto di scegliersi il paese, invece di nascerci, è anche sentirsi un po’ come il ventenne di cui sopra: vedere tutti tristi o concentrati su qualcosa che non hai vissuto, e non capisci.

Poi lo so, c’è chi sceglie il paese in cui nasce, e chi, direbbe Camilleri, non ha il lusso di scegliere.

Io quando è morto De Crescenzo ho capito. Non perché fossi una grande fan dell’autore, che avevo visto da adolescente in funicolare a Capri, e riconosciuto proprio dal suo affanno di nascondersi dietro un cappello di paglia (la sua accompagnatrice mi aveva insegnato che una potesse essere di una bellezza indescrivibile, e pure di una classe squisita). Ho capito, perché è difficile prescindere da lui nella cultura pop che è toccata in sorte a me. Anche lui ha i suoi tormentoni, e quello che ripeto più spesso, grazie al mio espatrio, è la conclusione del professor Bellavista: “Si è sempre meridionali di qualcuno“. Oppure, di fronte a ignari catalani, grido “Resistete!” a un amico costretto a compagnie poco simpatiche, manco fosse bloccato in ascensore con Cazzaniga. Mio padre, del discorso al camorrista, cita sempre: “Ma vi siete fatti bene i conti?“. Invece, quando penso a cose tipo: ” ‘Nu milione… Uh aneme d’ ‘o Priatorio!”, ” immagino i miei amici trentini o veneti con lo stesso sorriso di circostanza dell’amico che non coglieva Totò. Che poi loro sarebbero uomini di libertà e io una “donna d’amore”, nell’unica distinzione che, per citare un ragioniere molto poco libero, mi sembra una cagata pazzesca.

In effetti De Crescenzo parla a pezzi di me che non esistono più, eppure li devo avere ancora da qualche parte, insieme alle curiose convinzioni che mi hanno inculcato: nel 1991 avevano regalato a mio nonno, che festeggiava l’onomastico d’estate, il libro Elena, Elena, amore mio, e io avevo cercato d’impossessarmene, ma mi era stato subito proibito. Erano letture poco adatte a una bambina di dieci anni.

L’anno dopo, il volumetto rosso era finito nella vecchia stanza di mia madre, che tra le varie cianfrusaglie ospitava anche i libri per cui non c’era spazio sugli scaffali della biblioteca. Detto fatto: mi chiudevo lì dentro e mi mettevo a leggere con avidità quelle pagine proibite. Mi sembrava di essere presente a una conversazione di quelle che in mia presenza s’interrompevano, e allora o si cambiava argomento o mi si mandava a prendere qualcosa di là.

Non ero sicura che mi piacesse, ma certamente mi affascinava. Quel tamarro di Paride s’innamorava di Elena dalla sola descrizione di Afrodite, che diceva tipo “le sue gambe sembrano fatte apposta per essere accarezzate da mani maschili” – e la cosa, non sapevo bene perché, mi irritava alquanto. Soprattutto mi stupiva la furia con cui questo pastore dal pedigree reale volesse ‘sta donna. “E che è?!” avrei commentato anni dopo, quando avrei scoperto il duo Troisi-Benigni alle prese con una lettera a Savonarola.

Devo essere stata l’unica della mia classe ad amare di più l’Iliade tradotta da Monti, che quella parodiata da De Crescenzo. È che la foia di Paride non m’interessava: volevo la famiglia di Ettore, finale a parte.

Ma quelle letture proibite fatte di nascosto hanno molto a che vedere con la donna che sono diventata, e questo lo capisco.

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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)