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Da catalunyamagrada.cat

Ho passato questo strano San Giovanni in casa, con i miei in giro per fiamme del Canigó e due gatti da consolare dei copiosi botti.

Il combo micidiale covid+ciclo mi ha fatto ridimensionare il pluripremiato ciclo+raffreddore.

Soprattutto non avevo un presente a cui appigliarmi, in questa mia vita post-distanziamento, in cui il solo fatto di andarmene ogni tanto a scrivere in un bar o a fare la spesa (perché evito ancora feste ed eventi) mi ha aggiudicato la piaga del secolo. Il mio coinquilino occasionale era in spiaggia con la nuova tipa, ma i miei, che dovevano stare da me due settimane, sono partiti comunque per Barcellona, spendendo chissà quanto di albergo pur di venirmi a portare Bentelan, carta igienica, sale, e la panacea di tutti i mali: la pizza con la scarola.

Ecco, se dev’esserci una cifra di questo mio presente tutto da costruire, post-distanziamento, post-libro, in cui gli amici pre-lockdown hanno preso il volo, questa cifra è la cura: le tante persone che ogni giorno mi chiedono come sto e se mi serve qualcosa, oppure vengono a portarmi ciò che credono mi serva (la pizza con la scarola, decisamente).

Mi ripeterò. La grande teorica iberica del poliamore, Brigitte Vasallo, dice: “Poliamore è quando vai dalla tua vicina anziana che non vedi da qualche giorno, che magari è malata, e le porti un po’ di zuppa. Con chi tu vada a letto, non mi interessa più di tanto”.

Che il nostro presente sottile sia anche poliamoroso, in questo senso qua.

Mi dicono che sono classista, quando guardo in questo modo il mio paese d’origine.

Sembro un’antropologa che osserva il soggetto della sua tesi di laurea, e invece è tutta gente che è stata a scuola con me, quando non si tratta della sua progenie.

È che non conosco altra maniera di guardare: ho sempre fatto così, da quando ho imparato. È il paradosso di credersi in un’enclave italiana in una società divisa, ahimè, quasi per etnie, a seconda della lingua parlata o della musica che ascoltiamo.

Ieri sera vedevo cose nuovissime e antiche, mescolate in modo strano: ragazzine con gli stivali al ginocchio poggiavano il cellulare su un muro per scattarsi un selfie, ma a giudicare dai graffiti lì intorno si chiamavano sempre Mena o Anna, come una nonna che, fino a pochi giorni prima, doveva essere occupata a cuocere un cuofano di pastiere.

A proposito di “cuofani” ed espressioni territoriali, il localino davanti a cui sono approdata aveva il nome geniale di Stritt’ food (nel senso che era “stretto”), e uno dei ragazzetti che ci passavano davanti ha dichiarato che oggi faceva addirittura “cÒvero”: un termine che è due volte minoritario, né italiano, né napoletano standard (càvero, con la schwa finale).

Poi i vicoletti intorno al corso si sono aperti in un luogo che sembrava la villa comunale, solo che era nel posto sbagliato. Invece ero io a sbagliare posto. Alla villa si accede anche da lì, chissà da quanto. Se ad allucinarmi non è bastata Peppa Pig trasmessa nell’anfiteatro (e in originale con sottotitoli!), ci ha pensato la visione dei… fujenti! Ma non erano stati proibiti? In ogni caso, per antica abitudine ho fatto il mio dovere e ho lasciato passare la Madonna!

“Facite passa’ ‘a Maronna!” è una delle litanie allucinogene che si ascoltano spesso nelle processioni mariane. Stavolta lo strillone della paranza appostata all’ingresso della villa (quello che ricordavo io!) era occupato a redarguire un collega, impegnato in una conversazione telefonica: se non “metteva le mani” per sollevare il catafalco, la Madonna non gli avrebbe fatto “bÈne”.

Dopo un po’ il catafalco, retto da uomini di ogni età, ha iniziato la sua processione verso… Peppa Pig, e l’anfiteatro. Ma era una finta: dopo gli oscillamenti di rito, e una serie di abili piroette, la pesante effigie della Vergine col Pupo si è girata nella direzione che dovevo prendere io, per uscire da quella bolgia!

Poco male: ho cambiato strada. La Madonna aveva sempre la precedenza.

E io avevo tante cose da guardare.

Io già lo so, che Serena vi starà sul culo.

Innanzitutto, la co-protagonista di Sam è tornato nei boschi (che trovate qui e qui) è una privilegiata, specie in confronto a uno come Sam che, quanto a disgrazie, altro che tornare nei boschi: dovrebbe farsela a piedi a Lourdes!

Poi all’inizio del libro troviamo Serena un po’, ehm, alterata, e propensa a confessarsi cose che non oserebbe ammettere, in circostanze meno ansiogene.

Però Serena ha un grande problema, che individua lei stessa in un momento di illuminazione: è una Santippe. Con la sua orribile esperienza in strada, Sam si atteggia, se non a Socrate, almeno a Terzani di Collserola… E Serena come può competere? Lei è “quella che resta”, e ha due vizi capitali: sa quello che vuole, e vuole una vita tranquilla. Che nel suo caso passa anche per l’idea peregrina di creare una famiglia, magari con uno che non sia proprio Barbablù. Non so come vada a voi, fanciulle etero che desiderate lo stesso, ma lei si ritrova sempre uomini che se la squagliano sul più bello. Tanto che je frega, a loro? Per i figli possono aspettare decenni, e una donna con più soldi di loro può essere ancora presa maluccio, pure nell’Anno Domini 2020.

Insomma, lasciatemi spezzare una lancia per una tizia che, semplicemente, si faceva i fatti suoi, e all’improbabile relazione con Sam si presenta già “risolta” sul piano psicologico. O così crede.

Invece ha anche lei molta strada da fare, e la deve fare tutta nello spazio di una notte.

Magari seguiamola, e vediamo dove arriva.

Archie me l’ha fatta anche ieri sera.

Appena il tempo per me di aprire la porta di casa, e zac! Si è infilato in corridoio, a caccia di sua sorella: gli inquilini dall’altro lato del corridoio l’avevano adottata un giorno prima che io prendessi Archie. Adesso, però, lei sta entrando in calore, e pure Archie lo vediamo bello arzillo, quindi: vietato il contatto.

Così ho attaccato col mio metodo infallibile per convincere Archie a rientrare nella mia parte di casa: le suppliche, in ginocchio se necessario. Se non funziona (e non funziona mai) devo esercitare l’umano privilegio del mio pollice opponibile e caricarmelo di peso, scansando i graffi.

Ero sicura che la gattina fosse in ascolto dall’altro lato della porta, indisturbata per giunta: il mio inquilino (l’unico rimasto in casa, credo) guardava la televisione. Ma certo, ho pensato in un istante di rincoglionimento: niente di meglio che rilassarsi dopo il lavoro, ascoltare le notizie

Ci ho messo un po’ a capire in che lingua fosse quel telegiornale: perché l’inquilino è ucraino, e non ho saputo dirgli niente da ieri mattina. Non so che dirgli adesso che la sera, invece di rilassarsi come me davanti a uno schermo, sta ascoltando parole che io non capisco, e che magari gli stanno dando qualche indizio su quante prababilità lui abbia di trovare la famiglia lì dove l’ha lasciata, quando ha preso l’aereo per Barcellona.

Così sono rimasta come una scema in corridoio, vicino ad Archie, finché dall’altro lato della porta non si è accesa una luce. Abbiamo sentito la gattina lamentarsi di qualcosa. Forse è stata presa di peso anche lei, come Archie pochi istanti dopo: non volevo disturbare oltre l’ascolto del notiziario. Troppo tardi, immagino.

In ogni caso, mi sono chiusa la mia porta alle spalle con in braccio Archie, deluso e un po’ più solo, incapace di capire.

Per una volta mi sa che eravamo in due.

(Traduzione in basso)

Qualcuno dei Sai si vanta dello scudo che presso un cespuglio,

arma impeccabile, ho abbandonato non volendo;

ma ho salvato me stesso. Che mi importa quello scudo?

Vada in malora! Di nuovo ne avrò uno non peggiore.

Lo dice anche Raffaella: altolà agli scassaminchia!

Oddio, devo essere insopportabile da quando sono felice.

Lo so, non mi reggevate neanche prima. Fatto sta che per me la felicità si verifica soprattutto, si diceva, quando svolgo le attività che amo.

Adesso ho rivalutato qualcosa che mi ha sempre vista freddina: il concetto di avere un “proposito” nella vita. Anzi, ormai uso la parola propuesto, pronunciata alla Stanlio e Ollio, in omaggio a un amico di madrelingua inglese che prova invano a dirlo in spagnolo (spoiler: è propósito, si pronuncia uguale all’italiano). Fin dalla mia adolescenza nichilista detestavo il solo pensiero di trovare un senso alla vita. Posso abbracciare molte cause, addirittura fare progetti: per esempio, dopo un periodo molto traumatico ho desiderato a lungo un lavoro di insegnante e una famiglia. Quando anche quel progetto ha fatto il suo tempo, mi sono detta vabbè, tanti saluti alle mie manie di controllo: da adesso mi tocca navigare a vista.

Invece, “el propuesto” su cui sintonizzo da un po’ le mie giornate si sta rivelando utile: badare, prima di ogni altra cosa, a ciò che mi arricchisce la vita. Scontatuccio, direte. Ditemi anche che non avete mai interrotto un’attività importante per arrabbiarvi inutilmente, magari litigando con qualcuno su Facebook. (No, ditemelo sul serio, mi date un po’ di speranza!)

Adesso si tratta di sintonizzare la mia giornata sulla frequenza “non ci ho cazzi”, e solo a questo punto navigare a vista. Provateci anche voi! È come inserire una funzione predefinita a un lavoro al computer, così dopo non dovete dannarvi con le correzioni postume.

Per esempio, la didattica dell’ultimo corso di master è fatta di microlezioni di cinque minuti e qualche TedTalk, ma poi la prof. richiede tipo un trattatone di cyber psicologia come lavoro di fine corso. Ebbene, posso mai lasciare che un’università britannica mi rovini la giornata? Nah. Di questa esperienza curiosa prendo le letture istruttive (devo dire che non mancano), e mi oriento su come scucire alla professoressa hacker il punteggio necessario per passare l’esame.

Se poi un boomer confesso spaccia per prudenza le sue posizioni manichee, posso mai sprecare in un predicozzo social la pausa che mi sono concessa mentre scrivevo? Nah. Segnalo l’articolo a un gruppo di professioniste dei media, e via! Con questo metodo, dall’inizio dell’anno ho già scritto due bozze di romanzo, che al momento sono entrambe una ciofeca, ma vabbè.

Il trucco è valutare ogni attività in base alla sua aderenza al nostro propuest… ehm, proposito. L’altro giorno, un siparietto social con gli ex vicini mi ha regalato due gustosi minuti di botta e risposta sui loro schiamazzi notturni. Poi mi si è posto il quesito: voglio avere l’ultima parola, o voglio avere la spesa fatta? Benedetta sia l’opzione “disattiva notifiche”! Nell’economia della mia vita i fedelini De Cecco, che a Barcellona sono rari quanto l’araba fenice, sono mooolto più importanti del Raffaella Hipster Club (e se la giocano perfino con Raffaella in persona).

Mi raccomando, gente: ogni attività che sospettiamo fregiarsi delle due “i” (inutile & impegnativa) deve passare per questa forca caudina delle nostre priorità. Non barate!

Adesso, un mio ospite carissimo ma imbranato non troverà mai una stanza entro il giorno in cui gli subentrerà, per forza di cose, la mia nuova inquilina. Però mi posso mai mettere a cercare io per lui? Mi basta un minuto: il tempo di martellarlo un po’, linkargli l’app di Badi, e offrirmi di messaggiare l’unico mio contatto che abbia un posto letto disponibile. Ha detto pure no, grazie! A questo punto torno al trattatone di cyber psicologia, o alla bozza di romanzo che non smetterà di essere mai una ciofeca, se perdo tempo a salvare la vita a chi non ci tiene affatto. Siccome non è mia usanza mandare le persone in strada, quando mi troverò davanti l’ospite con le valigie fatte in fretta, sorpreso di non aver trovato neanche una cuccia per cani, al massimo gli offrirò il mio ripostiglio.

Però il letto se lo farà lui.

Apri foto

Mi sono intossicata, sapete perché?

Perché delle belle teste pensanti (e lo dico senza ironia) mi hanno spiegato che Sanremo era da seguire, per capire come cambiava l’Italia. Io finora me ne fregavo, come me ne sono fregata, dopo un certo numero di traslochi, di installare l’antenna alla televisione: non capivo come la gente se ne potesse vantare, di non vedere la TV o Sanremo. A me capita e basta, ci ho Netflix, chemmenefo’.

No, ma da due anni circa rappresenta davvero certi fermenti del paese, mi è stato detto, ed è vero. Ho visto cantanti molto giovani che mi hanno fatto pensare: vabbè, prima o poi il mondo che rappresentano prenderà il sopravvento, è un fatto anagrafico.

Ma è anche vero che sono anni che non mi esponevo a tanta merda gratuita per tante ore di fila. Qui a Barcellona non ne ho bisogno, non è il paradiso ma cazzo, le ragazze trans possono sfilare all’improvviso davanti al comune: quella strana sono io che le sgamo a manifestare mentre torno dal supermercato, e le seguo col mio bel pacco di pasta Garofalo, additato a vista.

In Italia una ragazza trans è corsa dalla psicologa dopo che l’hanno salutata imitando Zalone, che per me può anche campare, ma non dovrebbe essere in grado (come nessun altro, d’altronde), di fare un monologo qualunquista e decisamente cringe, come hanno commentato tutti “martoriando la lingua italiana”. Un monologo che come Pilato finge di prendere le parti del mondo trans, rappresentato come un brasiliano (al maschile, ovviamente) che si deve fare la ceretta e verrà salvato da un principe azzurro. Questa narrativa non bastava infliggerla a noi donne terrone, disoccupate nel 50% dei casi? Facesse almeno ridere. Ma si sa, è che non capiamo certe sottigliezze, o siamo snob a pretendere rispetto, a ricordare che satira è attaccare chi non rispetta, invece di chi non è rispettato.

Senza contare le esegesi che mi stanno facendo, da Repubblica al mio Facebook, di questo tipo di comicità. Grazie, eh: a saperlo mi prendevo un’altra laurea in lettere, mannaggia a me che non ci arrivo.

Sul serio, da ragazzina non ero trans, avevo dei semplici momenti di autolesionismo, e adesso sono sensibile all’esposizione a tonnellate di merda che non mi sono utili, né mi divertono.

E ho avuto questa sensazione da quando sono tornata in Italia mesi fa, e non ricordavo più perché agli eventi formali avessero tutte i tacchi (niente di male, è che davvero me ne sfuggiva la ragione!), o perché la rabbia in Italia fosse un problema, e il richiamo al “dialogo” di chi non ha motivi per arrabbiarsi il nuovo tone policing. Io sono italiana come sono abbonata alla metro di Barcellona: una caratteristica tra tante. Sono europea, da molti anni. Sono parte di una fortezza di merda che lascia morire la gente senza problemi, e questo è atroce perché i diritti, sulla carta, ci sono.

Quali diritti? Quello di non farsi deridere con la scusa che “Ti sto aiutando, sei tu che non mi capisci”. Questo insulto all’intelligenza, in Europa non dico che non sia possibile, ma non la passerebbe altrettanto liscia.

E abbraccio le ragazze che in Italia ci sono rimaste, che “vedono segni di miglioramento”: che altro possono fare? I segni ci sono e bisogna aggrapparsi a quelli con tutte le forze, se no immagino che si impazzisce.

Dico solo una cosa: la rabbia non è il problema. Il problema è la società bigotta e benaltrista che questa rabbia la provoca.

Smettiamola di guardare il dito, di fingere che la satira sia sparare su chi ha meno diritti di te, e incazziamoci, perdio.

Chi semina miseria, raccoglie rabbia: questo l’ho imparato a Barcellona, e non lo dimenticherò mai.

(2012, gente)

Niente, volevo solo aggiornarvi sull’operazione tramonto, che era il mio unico proposito di inizio anno: smetterla coi pretesti, e scendere a godermi il cielo, nell’unico momento di vita sociale che mi concedo in questi tempi contorti.

Ebbene, ogni volta che intravedo nuvolette rossicce al di là delle antenne, mantengo fede alla promessa di ricordare (non con angoscia, ma con rispetto) che quel tramonto lì non tornerà più. La storia di Angelina, invece, mi aspetterà ancora al ritorno, così come il compitino per il master: 300 parole che ho cancellato senza accorgermene l’ultima volta che le ho barattate con un bel tramonto!

Tanto vale, dicevo, il rispetto: dei nostri desideri, di noi.

A volte, “non ho tempo per questo” si traduce in “ho altre priorità“. Facciamo che queste priorità, nei limiti del possibile, siano quelle che ci rendono felici.

Nessuna descrizione disponibile.

Io lo sapevo, che ho la macchina fotografica dei Puffi.

Oddio, non ce l’ho più in realtà, ma neanche il cellulare nuovo può scattare foto papabili per la copertina di un libro: il mio.

Alla casa editrice hanno provato, con infinita pazienza, a fare qualcosa, ma le sessanta foto che ho scattato durante il pellegrinaggio sulle tracce di Sam non erano adatte allo scopo.

Va detto che il mio “muso ispiratore”, sulle cui vicende è basato in parte il romanzo, mi aveva dato per forza di cose un preavviso minimo per farmi da guida nei boschi: non ho avuto tempo di procurarmi una buona macchina fotografica, che in ogni caso non mi avrebbe trasformato in fotografa.

Però, quando ho visto la proposta di copertina che mi hanno inviato dalla casa editrice, ho avuto una bella lezione su qualcosa che non si impara mai abbastanza: la discrepanza tra le nostre aspettative, e ciò che è meglio per noi.

Mentre scrivevo Sam è tornato nei boschi, visualizzavo il protagonista tra due alberi, che creavano una zona d’ombra. In contrasto, il sole che penetrava al di là del fogliame era abbagliante.

La foto proposta dalla casa editrice, la visualizzereste anche voi. Il gioco di luci e ombre non è esasperato come immaginavo, ma l’effetto finale veicola meglio la sensazione che volevo dare: il mistero di una soglia, il passaggio da una condizione di vita a un’altra.

Se mi attaccassi alla mia immagine, il risultato sarebbe quello che vedete sopra, ma con i chiaroscuri esasperati.

Se lascio andare le mie aspettative e penso solo al messaggio, so che la foto che apparirà in copertina è quella giusta.

Mi resterà nella pelle il pellegrinaggio sul luogo preciso in cui Sam dormiva, da solo, al freddo, perché ancora non capiamo che la salute mentale dev’essere patrimonio comune. E c’è una foto senza Sam, senza me, che mi ricorderà tutto questo.

Nessuna descrizione disponibile.

Questa barriera di sterpi che nasconde la città, l’umanità così vicina e così preclusa a chi non si piega alle sue regole, è l’immagine che porto con me di questo viaggio.

Así se ve la mítica mansión de Pedro Infante en Mérida que se convirtió en  un hotel - Infobae

Il sistema parasimpatico, la corteccia prefrontale, la regolazione prefrontale della risposta allo stress

Vi prego, uccidetemi. O almeno fate l’esame di psicologia al posto mio!

Quando passo dalla storia di Angelina alle sudate carte (cioè, alle lezioni del master inutile che sto pagando a rate), mi viene una voglia matta di: 1) andare ad asciugare gli scogli della Barceloneta; 2) rifare la punta alle matite per gli occhi; 3) lavare i capelli a Barbie Raperonzolo.

Poi capisco il concetto da assimilare: le emozioni arrivano prima della ragione, e a volte è una buona notizia, a volte no.

Stavolta lo è, perché penso: Cielito lindo!

Non perché abbia perso del tutto la ragione (anche se la mia corteccia prefrontale, ve la raccomando), ma perché sono giorni che chiunque io conosca è in quarantena, con sintomi per fortuna leggeri. Ammesso che, se mi ammalassi, mi toccasse la stessa botta di culo, non posso fare a meno di pensare al giorno dopo il mio ritorno da questo premio: una delizia. Avevo vomitato a puntate la pasta che il compagno di quarantena mi aveva fatto trovare al mio arrivo dall’aeroporto: era pure commestibile, eh. Purtroppo mi ero beccata un virus intestinale, forse lo stesso che, di lì a qualche giorno, avrebbe messo k.o. il mio inquilino.

Il punto è che nel tardo pomeriggio, col sole che già se n’era andato e Archie che mi usava come cuscino per dormire, io mi sentivo addosso la gioia di vivere di un corriere di Amazon, e all’improvviso, dalla finestra, mi era giunto un corale “Ay, ay, ay ay… Canta y no llores…“.

Al che avevo cercato la telecamera nascosta, l’angolo da cui Paolo Sorrentino, nascosto forse tra i miei cappotti, mi avrebbe scagliato contro un fenicottero rosa per completare la scena. Ma come, Cielito lindo? In caso non lo sapeste: 1) è una canzone messicana; 2) da queste parti la conoscono giusto perché è famosa; 3) per le strade del Gotico, al massimo, si storpiano i Coldplay!

Ma tent’era: io non avevo la forza di sollevarmi sul cuscino, e là fuori mezzo Portal de l’Àngel mi invitava a cantare e a non piangere, “perché cantando si rallegrano i cuori”… A ripensarci ora, mi viene da rivalutare pure l’esame di psicologia.

C’è un vantaggio, però: invece di farmi un elenco razionale dei motivi per cui starò attenta a non beccarmi ‘sto virus, penserò solo “Ay, ay, ay, ay!“, e a quanto mi sia piaciuto restarmene immobile a sentire quel coretto.

Se le emozioni arrivano prima, cerchiamo di non subirle. Emozionarsi è un vantaggio: usiamolo.

È così che si rallegrano i cuori.

El Nadal arriba a Barcelona: l'encesa de l'enllumenat serà la setmana vinent
Da catalunyadiari.com

Ciao, sono il Grinch. Vivo nel cuore del Barrio Gotico di Barcellona, e non capisco.

È dal ponte dell’Immacolata che ogni giorno, specie nel fine settimana, sotto casa mia arriva un esercito di cappotti scuri (di solito, piumini) che comincia a razziare i grandi magazzini del Portal de l’Àngel, a caccia di maglie di H&M o di ZARA (che so che in Italia passa per una marca raffinata, ma qui non lo è), o di calzini colorati per una cosa che si chiama l’amico invisibile, e consiste nel mettere una serie di regali scadenti in una cesta e assegnarli a caso. Seguitemi per altre avvincenti tradizioni natalizie! (Con la partecipazione straordinaria di Viggo Mortensen).

A ora di pranzo, questo esercito di piumini neri (che sospetto siano stati comprati in saldi negli stessi negozi razziati) è spesso munito di panino avvolto nella stagnola, un classico della cucina locale. Chi non dovesse portarselo da casa farà la fila al Pans & Co. (anche le nonne, specie le nonne: questa è l’unica cosa che mi piace di tutta la faccenda). Il fatto è che tutto intorno ci sono solo “ristoranti troppo cari” (qui, sopra i dieci euro passa tutto per rapina a mano armata), o ristoranti “esotici”, che servono cose che nessuno capisce (tipo dei tagliolini cotti al dente). Per misurare cosa sia esotico, tenete conto che il tipico menù locale è: insalata o verdure cotte, poi carne o pesce, e patate o riso per contorno.

Ve l’ho detto, sono il Grinch. Sarà che questo esercito è pervasivo e non accenna a diminuire. La mia domanda è: chi cavolo glielo fa fare, e perché non lo capisco?

Risposta immediata: come al solito, è il mio privilegio. La maglia di Zara che ha già i pelucchi sul retro (ce li ha, guardate bene) tampona almeno l’emergenza del regalo alla cognata, mentre l’amico invisibile, a fronte degli stipendi medi locali, è una soluzione ai regali in ufficio o nella comitiva del liceo.

Perfetto. Adesso, senza benaltrismo (vi piace vincere facile!) e spiegandomelo come se avessi sei anni, mi dite chi ce lo fa fare? Lo so: chi, al contrario di me, ha rapporti umani normali, scende a tanti compromessi, tra il battesimo alla bimba perché la nonna non abbia un infarto, alla vigilia passata a cucinare per venti invece di andare al ristorante, che almeno a Barcellona è una prassi consolidata per risparmiare tempo, soldi e manodopera. Però non mi tirate fuori i bambini!11!, perché, per la disperazione mediatica di qualche uomo che non li accudirebbe, se ne fanno sempre di meno.

Ribadisco: non sarebbe più semplice levare tutto di mezzo? Forse no. Se comincio a conoscere la mia specie (ricordate il mio nuovo master inutile in Psicologia?), smantellare tutta ‘sta macchina delle feste dev’essere più dispendioso, almeno emotivamente, che continuare per inerzia a spendere soldi e distruggersi ai fornelli per due settimane. O almeno, dev’essere percepito come più dispendioso.

Perché ormai ho capito che gli esseri umani non sono capaci di valutare la loro felicità sul medio e lungo termine. Beh, che dire: tra i propositi di anno nuovo, non sarebbe ora che decidessimo di imparare?

Perché vi assicuro, se Darwin si fa una passeggiata sotto casa mia, altro che iguane: quello corre ad accamparsi tra le salamandre del Parc Güell fino alla fine delle feste.

Speriamo che lasci un po’ di spazio in tenda anche a me.