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Se lavori di meno, lavori di più.

Questo ho scoperto da quando ho smesso di ostinarmi a scrivere a partire dal mio risveglio (che, grazie a Megafona, avviene anche prima delle sette) fino a quando mangio (le due passate, come da consuetudine iberica). Ha ragione chi predica che la produttività non è legata alle otto ore giornaliere: se non mi impongo orari d’ufficio, corredati di abbondanti pause caffè e momenti di minor concentrazione, scrivo di più e meglio. Magari scrivo anche per lo stesso numero di ore, solo con più gioia.

Prendete ieri. Ho attaccato alle 7.30 e per le 12.30 avevo già riscritto cinque capitoli (sono brevi) del manoscritto iniziato durante la quarantena. Va da sé che ero fritta, quindi sono uscita “a prendere un po’ d’aria”.

Seh, aria. Tempo cinque minuti ed ero già nel Corte Inglés, ad arrendermi. Sì, perhé le terroriste della protezione solare (un paio di esperte di epidermide su YouTube) mi hanno convinto con la storia di mettersi la crema protezione 50 tutto l’anno, e pure in casa. Con buona pace del Body Shop, che fa pagare la sua trentacinque euro, mi è bastata una rapida spedizione al Corte Inglés per individuare un esemplare vegano: uno della marca fin troppo economica che però, durante la quarantena, mi ha salvato le gambe da un’apocalittica siccità. Quelle creme un po’ unte erano l’unico prodotto papabile nel minimarket che razziavo quando ancora potevamo uscire solo a fare la spesa.

Come? Costava nove e cinquanta? “Ma è una truffa!” volevo gridare alla cassiera: se ‘sta marca a stento sfiorava i quattro euro a prodotto! Vabbè, ho pensato, è la famosa tassa rosa dei prodotti destinati alle donne… Che a ben vedere è un po’ una truffa pure quella. O magari significava che questa crema era più buona rispetto alle altre della linea: anzi, uscendo dal Corte Inglés ho pensato bene di applicarne un po’ sotto la mascherina. Giusto sulla curva del naso, senza scendere trop… Oddio, ma perché quella consistenza pastosa? Mi sono guardata il palmo della mano: all’improvviso era abbronzato. Merda.

Ho ripescato la confezione dalla borsa: un rettangolino rosso conteneva, ripetuta, la seconda lettera dell’alfabeto: maro’, avevo comprato una BB cream. Che a me, a dirla tutta, sembra la sorella scema del fondotinta. Avevo ragione, era una truffa! Ok, non lo era, ma adesso non cominciate a chiedermi perché non abbia guardato meglio la confezione: a parte che sono cecata, le probabilità di trovare un prodotto per il trucco tra deodoranti e creme corpo sono pari a trovare una confezione di spaghetti che non scuociano tra gli scaffali della pasta Gallo. (Non conoscete la Gallo? Vi invidio!) Miii, adesso si spiegava la rapina di quasi dieci euro alla cassa: mi ero appena spalmata in faccia una roba color “rosa mosqueta” (che ovviamente, letto sul momento, avevo scambiato per un olio essenziale, magari presente nella confezione in dosi omeopatiche).

Ed eccoci al momento indovinello.

Secondo voi che maschera avevo addosso? Ovviamente, la ffp2! Quella che costa mezzo rene, ma, una volta che l’hai provata, indietro non si torna, non se hai il naso otturato tutto l’anno. Oddio oddio oddio. Mi sono isolata un momento per dare un’occhiata: ebbene sì, avevo truccato la mascherina! E sì, il colore pareva davvero quello di una rosa appassita. Mannaggialasbomballatasverenatasbullonata (cit.).

Tra i metri di Walhalla che facevo piovere giù un po’ a caso, mi sono chiesta in napoletano: chi m’ha cecato? A parte le cinque-sei ore quotidiane davanti al pc, dico. Cosa mi aveva fatto entrare nel Corte Inglés nel corso di un’uscita “per prendere una boccata d’aria”?

A spingermi sono state due motivazioni che ci riguardano in paranza, credo.

Una è che “uscire” e “fare spese” rischiano di diventare un tutt’uno, ora che non è normalissimo uscire ed è normale, invece, fare spese. Per tutte le tasche, eh, non importa la crisi: ci sono accessori per il cellulare a cinquanta centesimi l’uno. Ho poi apprezzato la strategia del prodotto più kitsch e inutile, dunque bellissimo, che mi abbia presentato Internet di recente: una serie di vestaglioni rétro di tulle e pizzo, dai colori più assurdi. Lo slogan era perfetto perché giocava a negare l’evidenza: “Ho la sensazione che tu abbia bisogno di questo nella tua vita”. Non è affatto vero, e proprio per questo ora li voglio tutti. Regalatemeli!

A questo punto mi direte: sì, ma tu non hai sedici anni. Dovresti conoscere ormai la differenza tra ciò che vuoi e ciò che ti serve. Beh, diciamo che avete ragione almeno sulla questione di non avere sedici anni…

Però c’è anche un’altra questione che noi residenti a Barcellona fatichiamo a spiegare a chi rimane in Italia: quando gli spazi pubblici diventano a pagamento, l’unico modo di restarsene in tranquillità fuori casa diventa pagare.

Che, a pensarci bene, è una piccola truffa in sé: perpetrata se non altro dalle istituzioni che non riescono a garantirci spazi gratuiti.

Pensate che mi sono resa conto solo con la quarantena che il Portal de l’Àngel avesse dei cubi di marmo su cui sedersi. Prima i miei occhi li registravano appena, affollatissimi com’erano. A meno che non riuscivi ad aggiudicarti quelli, le opzioni per “una boccata d’aria” erano:

1. farsi strada a stento tra turisti e gente in monopattino votata a ucciderti;

2. entrare da Fnac, tanto la fila per i libri si fa solo a Sant Jordi;

3. sedersi a un tavolino nei dintorni e pagare tre euro per un caffè;

4. ricordarsi di qualcosa di urgentissimo da comprare, e fare almeno quello.

E l’abitudine è una brutta bestia anche adesso che mi si sono liberati i cubi-panchina.

Ma è quando resto a casa che corro il rischio di finire vittima delle truffe vere, che neanche Totò con la fontana di Trevi: lunedì mi è arrivato un messaggio al mio numero privato, da parte di un'”azienda di trasporti” che aveva il nome più generico mai letto. Una cosa tipo “Trasporti express”. Per consegnarmi “il pacco” volevano un euro e ottantacinque di spese, a patto ovviamente che inserissi tutti i miei dati sulla loro strana pagina, che sembrava un videogioco. Intanto, però, un pacco lo aspettavo davvero, ed era intercontinentale: per cui l’impresa di spedizioni mi mandava una sfilza di email in cui mi chiedeva di stampare e scannerizzare documenti di cui, a dirla tutta, non ci si capiva quasi niente. Dovevo pagare dei dazi sulla merce, dicevano. A un certo punto mi hanno chiamata e mi hanno chiesto se accettavo la sovrattassa: l’avrei pagata all’arrivo del corriere. Ma quest’ultimo, una volta arrivato con lo scatolone per me, ha dichiarato che era tutto già pagato. Io devo ancora capire chi volesse consegnarmi un pacco e chi volesse solo, ehm, farmi il pacco.

Tutto questo è spia di qualcosa: il ritorno al consumismo di massa (se mai era stato abbandonato) avviene in maniera disordinata, con un’abbondanza di gente disperata che prende a fare truffe sempre più complicate. Fortuna che finisci per sgamarle quasi subito, proprio perché sono complicate.

Insomma, aridatece Totò: siccome un suo ritorno non avrebbe prezzo, mi limito a scambiarlo con un pacco da un euro e ottantacinque, da pagare alla consegna.

Contiene una BB cream, e una maschera ffp2 color rosa mosqueta.

Spot- DENIM Musk - 1985 "PER L'UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI" (HQ) -  YouTube

Entrano tutti e otto.

Prima abbiamo visto dalla vetrata le camionette, due, parcheggiate fuori al bar: in effetti, lì in Plaça Urquinaona, ci sono sempre disordini durante le ricorrenze politiche.

“Si preparano” ha sdrammatizzato l’amica che sta pranzando con me nel bar.

Poi gli agenti si sono soffermati a lungo fuori al locale, e adesso entrano tutti e otto: sette uomini nerboruti e marziali, e una donna che s’impone in un modo diverso, senza il bisogno di sembrare un carro armato.

Noi che eravamo già dentro il locale pensiamo subito che vogliano invitarci a uscire, per qualche motivo di sicurezza: anzi, la nostra è un’ipotesi di lusso, data la ricorrenza. Poi il più anziano degli agenti rompe il silenzio:

“Si può avere un caffè?”

Leggo l’evidente sollievo delle bariste, e percepisco pure il mio.

No, perché vi giuro che è stata un’entrata che Rambo scansati, e proprio adesso che l’amica e io stiamo parlando di un personaggio mitologico, metà steroide e metà messaggio WhatsApp visualizzato senza rispondere. Ebbene sì, mi riferisco al duro che piace, all’uomo che non deve chiedere mai. (“Il bello e dannato” sarebbe una definizione troppo hipster, specie se consideriamo il contenuto dell’omonimo film; ma possiamo immaginarcelo comunque in una versione più bellicosa, con meno capelli e più addominali.)

Prima che entrassero gli agenti, l’amica e io discutevamo della propensione che avevamo in passato a sceglierci tipi molto “convinti”, o almeno storie che promettessero montagne russe. Le due cose, che ve lo dico a fare, vanno insieme. Tant’è vero che, quando ti ritrovi accanto un tizio gentile e premuroso, a volte non senti di provare “i sentimenti giusti”: quelli che secondo l’amore romantico sarebbero gli unici possibili.

Niente di nuovo sotto il sole: avete letto Donne che amano troppo, di Robin Norwood? Uno dei sintomi che l’autrice indica per definire una donna che ama troppo (cioè, che ama a detrimento di sé stessa) è la tendenza a trovare noiosi gli uomini che si interessano a lei, che promettono affetto e un certo impegno nella relazione. Alcune, per traumi regressi e mancanza di autostima, funzionerebbero solo con le montagne russe.

E questo è quello che ho creduto finora. Aggiungo come postilla che a me è capitato di trovare uomini persi in amori impossibili, dunque incapaci a loro dire di cominciare una storia tranquilla con me: e se uno considera ME una tizia sana di mente che prometta una storia tranquilla, immaginatevi come sta messo nella sua vita.

Adesso, però, con la mia faccia sotto i piedi di Robin Norwood, permettetemi di dissentire su una sua teoria: quella per cui le alternative al tipo tossico (come il nice guy, o tipo gentile) avrebbero l’unico problema di risultare noiose. E invece no, c’è dell’altro.

Sul bello e dannato ho scritto molti post, di cui non sempre vado fiera: resta il fatto che per me è un mediocre che non ce l’ha fatta. Cioè, sta talmente a problemi che non riesce neanche a comportarsi come l’uomo medio che è. Incarta la sua mediocrità in pose da uomo “che non deve chiedere mai”, come in una pubblicità degli anni ’80, ma, scava scava, quello trovi.

Sì, ma dall’altra parte cosa c’è? Cara Norwood, lo hai visto il tipo gentile? Quello affettuoso, che promette impegno… La questione è: l’impegno di chi? Perché la gentilezza e disponibilità del tipo cambia spesso con il tempo, e fin qui…, ma quell’ombra di protettività che all’inizio è tanto caruccia può diventare possessività. La sollecitudine con cui lei si alza a sparecchiare dopo che lui ha cucinato il risottino pentastellato (peccato sia più difficile vederlo preparare una frittatina per pranzo) può diventare la regola fissa di distribuzione delle faccende in casa: tu fai il Cannavacciuolo della situazione una o due volte al mese, e io sparecchio sempre.

In questo quadro, il duro che piace non è poi tanto peggio, anzi è una piccola boccata d’aria: porta sempre con sé le stesse stronzate, ma per un po’ è divertente. Per un po’ c’è la sfida, la seduzione, l’altalena emotiva… No, non sono impazzita: proprio perché credo che queste cose siano benefiche come una peperonata alle due di notte, trovo sia importante individuarne il fascino, per decostruirlo. Poi arriva la parte orrenda in cui ci devono raccogliere col cucchiaino, ma a quella ho dedicato vari post a cui vi rimando.

Insomma, la mia nuova teoria è: se a certe donne “piace macho” (come cantano le due divine che posto qui sotto) è perché l’alternativa non è poi tanto meglio. Spesso dall’altra parte trovano il tipo che si crede in diritto di avanzare pretese “perché è gentile”. Oppure è premuroso i primi tempi e poi si lascia accudire. Oppure è proprio perfetto, eh, il compagno ideale, ma a quel punto ci penserà il mondo del lavoro coi suoi soffitti di cristallo, i pavimenti appiccicosi, il lavoro di cura non retribuito, a schiacciare l’assennata di turno che “si è scelta bene il partner”. Già, perché sapete qual è il colmo del tipo gentile, del “nice guy” che si lamenta di non essere preso in considerazione?

Che prima di tutto se le inventa lui, queste donne che non fanno altro che mettersi con gente sbagliata (spoiler: quello giusto è lui). Perché non sono affatto la maggioranza, quello è un mito che il tipo di turno usa per giustificare la propria insicurezza nel vedersi respinto: lo dice una che per un po’, in circostanze affini anche se non analoghe, si è detta che gli uomini preferivano donne più rassicuranti di lei, e la verità è che non possiamo piacere a tutti.

Poi i tipi gentili si inventano un altro mito: sono loro a finire dietro a donne disturbate! Donne che, per capirci, hanno qualche problema che le spinge ad “attrarre” persone sbagliate. Il tipo gentile, ovviamente, può guarirle. Anche qui, però, si sbaglia: le persone distruttive provano ad attaccarsi un po’ a chiunque, non è questione di attirarsele. Semmai ci si può chiedere perché certa gente le rispedisce al mittente e altra no. A quel punto sì che ci sarebbe da fare un lavoro: ma con qualche terapeuta, semmai, non con uno che sembra taaanto interessato a guarirti a modo suo.

Infine, il tipo gentile può essere un campione in trasformismo: a volte si cala la maschera e… tataaan, ecco il duro che ci va giù di gelatina. Il trasformismo dipende dalla tizia. Ho conosciuto un tipo che era molto interessato a salvare delle bellezze molto nordiche dalle loro insicurezze, e mi diceva in faccia che, purtroppo, nella vita reale doveva accontentarsi di… quelle come me. Almeno aveva smesso di provare attrazione solo per quelle fighe. D’altronde, un altro tizio che per fortuna ho solo visto cinque minuti in vita mia mi ha insegnato che “con le donne è bello solo quando è una sfida”. Dunque sì, c’è il caso Dr. Jekyll e Mr Hyde: il tizio che fa il duro con alcune e l’agnellino con altre, a seconda del capitale erotico delle fortunelle.

E allora scusate, ma se queste sono le alternative non mi sembra che ci sia una scelta tanto più saggia dell’altra. Ovvio poi che il duro vada mandato affanculo per principio, e tra mille pernacchie. Poi, se proprio ci teniamo, ci prepariamo a taaanto dialogo con uno disponibile, sulle nostre reali aspettative e necessità: sperando che la disponibilità sia genuina e non interessata, e limitata ai primi tempi della relazione.

Oppure ho un’idea ancora migliore: che si smetta di insegnare fin dall’infanzia che accompagnarsi a qualcuno sia l’unico modo di vivere, o il migliore per l’umanità. Così stare insieme diventa un obbligo e non una scelta.

Ma su questo torneremo presto.

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Non sarà l’attesa di Megafona essa stessa, Megafona?

Me lo chiedevo stamattina alle sei e un quarto, mentre aspettavo che le signore delle pulizie vicino casa cominciassero il loro concerto mattutino in mondovisione: come sempre, su tutte spiccava la soprano del “Me he cortao!”, e “Mi abuela era así!”. Con affetto la chiamo, appunto, Megafona.

Il concerto iniziava alle sette meno un quarto (ed è subito Quelo…) così, nell’inutilità di riaddormentarmi, mi sono messa a fare una serie di ricerche inutili su Google, tra cui qualcosa tipo: “Da quando in qua lo yoga è la panacea di tutti i mali?”. Sì, ho il dente avvelenato: ho provato varie tipologie, dall’Hatha all’Ashtanga, e l’unica posizione che mi sia mai piaciuta è stata quella del cadavere, che sì, è proprio quella che state immaginando adesso. Mi sono imbattuta in articoli interessanti: una statunitense di origine indiana lamentava la trasformazione dello yoga in un’aerobica con la musichetta più spirituale, e la considerava una mancanza di rispetto della sua cultura originaria. Massimo rispetto per lei, allora, ma la comica indo-canadese Lilly Singh mi aveva invece raccontato una storia diversa: gli indiani non fanno yoga, non è così diffuso nella cultura mainstream. Qui ho intuito il conflitto politico (c’è addirittura un ministero dello yoga in India) e le questioni economiche non tanto sottili: come le pratiche pseudo-orientali usate per manipolare i dipendenti d’azienda, e il simulacro di yoga “occidentale” che offrono ai turisti a Goa. Insomma, basta pagare.

Sapete a cosa mi ha fatto pensare tutto questo? Alla pizza all’ananas. E dai, siate indulgenti, erano le sette del mattino e avevo lo stomaco rivoltato!

Lo so, la questione dello yoga e dell’appropriazione culturale sono eterne e di difficile risoluzione (di solito si abbraccia la conclusione, economicamente vantaggiosa, che un tipo di yoga non esclude l’altro), ma a ben vedere la questione autenticità mi prende molto da vicino: sono stata accusata di “ananassofobia” da un portoghese gay che sosteneva che la pizza fosse come il matrimonio omosessuale: la gentaglia come me sosteneva che, rispetto a quella “autentica”, non era una vera pizz… ehm, un vero matrimonio. Ok, a parte che per me tutti i matrimoni sono una pizza (ah ah ah), scusate se mi rode un po’ vedere una cultura egemonica in Italia che decide che la pizza debba croccare, e una tendenza tutta internazionale a decidere che solo per la pizza “more is less”: inso’, più ingredienti ci metti e meglio è. Al che io, quando una catalana mi ha rivelato che quello della pizza è lo stesso principio del pa amb tomàquet (che io adoro, eh, ma resta il fratello scemo della bruschetta), le ho risposto: “Ma ti capisco benissimo, in fondo tu una pizza non l’hai mai provata in vita tua!”.

Sono fiera di me? No. Vaffanculo lo stesso? Sì. Con tanti cuoricini.

Perché ho già capito dai tempi in cui dovevo studiare Baudrillard, che di questa storia dell’autenticità non ne verremo mai a capo. E a questo punto, confesso, neanche me ne curo troppo. Magnateve un po’ quello che volete, fate yoga con i Metallica in sottofondo… Che me ne frega a me.

Però… Un giorno spiegherò meglio il mio però, quando la battaglia culturale smetterà di essere, appunto, una battaglia. Per il momento basti dire che mi sembra sia avvenuto un grande passaggio, nel discorso sull’autenticità di un fenomeno: non la stabilisce più chi lo ha inventato, ma chi ha più soldi per imporre la sua versione.

Ci torneremo.

Il mio nuovo smalto: in foto compare anche la crema di nocciole, perché almeno una cosa bella ci doveva stare!

Ci risiamo: la crisi è cominciata quando, rovistando senza guardare in un cassetto, mi è sembrato di pescarci un reggiseno, e invece era una mascherina sagomata per gli occhi.

Ok, la taglia sarebbe più o meno la stessa del reggiseno, se ne possedessi ancora uno, ma questo vi dà l’idea di un fenomeno che mi capita a fine estate: prima mi rincoglionisco, poi mi ammalo. Non necessariamente in quest’ordine, che il primo processo è in fase avanzata da tempo.

Ma sul serio, io saluto l’estate con una bella botta di paracetamolo, e un ameno confinamiento nel letto di casa. Sarà la misteriosa erbaccia che mi rende allergica tutto l’anno, e fiorisce nei mesi più strani. Sarà la mia sensibilità agli sbalzi di temperatura… Solo che, vi rendete conto di cosa significhi ammalarmi ora? Ritrovarmi con difficoltà a respirare e pizzicorini alla gola, e qualche decimo in più di temperatura… Vi ricorda qualcosa? Il mio coinquilino mi ha già preannunciato che mi farò il tampone, e non è un consiglio ma un ordine. Per l’occasione, anzi, se lo farà anche lui.

La serenità, gente, la serenità da ritorno dalle vacanze. Specie adesso che il Portal de l’Àngel è tornato alla sua versione affollata anziché no, con una variante: al posto delle orde barbariche estive c’è la folla contenuta che ci si potrebbe trovare, diciamo, un sabato di novembre. Perlopiù autoctona.

La differenza è che, invece di turisti che vagano pieni di buste di Zara o in preda a una sbronza epocale, a intralciarti il cammino sono ragazzette che ci hanno messo trent’anni a comprarsi quell’unico costumino in saldi, che trasportano in una borsetta lillipuziana (la crisi picchia duro, così come la pressione estetica). Oppure ti ritrovi una ventenne che sosta cinque minuti di orologio davanti ai rossetti a tre euro l’uno di Hema, e gliene vorresti regalare un paio tu, purché si schiodi da lì. Ma non ci sono tester, ovviamente, la Nostra deve andare a fiducia. Il fatto è che, fatemi passare almeno questa boutade, al momento di spendere in amenità molti autoctoni fanno sempre come se ci fosse appena stata la crisi del ’29: e ti credo, con la discrepanza che c’è tra gli affitti e gli stipendi dei gggiovani locali. I poveracci sono pure tagliati fuori dai lavori sopra i mille euro delle multinazionali, che cercano perlopiù gente che parli alla perfezione una o due lingue non autoctone. In tempi non sospetti, anche un amico della Fiera vegana scherzava sull’esigenza di cercarsi acquirenti diversi dalla cosplay che indugiava mezz’ora davanti a delle pizzette sotto i due euro, e poi neanche le comprava.

Adesso c’è da vedere come e quando si rifarà una fiera vegana a Barcellona.

A proposito, comunque: da Hema alla fine ho preso l’unico smalto che fosse certificato come vegano nel raggio di un chilometro. Coi colori avevo proprio l’imbarazzo della scelta: rosa coi glitter, marrone metallizzato e fucsia “tramonto sotto acidi”. Ho preso il rosa. Avevo ancora dei lividi sull’alluce destro, per la prima passeggiata di un’ora che ho fatto quando si è allentata un po’ la quarantena: i miei piedi sono come la mia memoria, non perdonano.

Lo so, non si applica così: ma l’ultima volta che l’ho fatto avevo una salopette di vellutino, e alle mie spalle la Kelly Taylor di Frattamaggiore sussurrava a Donna che avevo uno smalto terribile. Non sapeva che avessi un udito bionico, e comunque era scema.

Dunque, ho buone notizie. Potrete ammirare il mio smalto inguardabile finché non troveremo una risposta alla domanda generale: torneremo in casa? I casi aumentano, così come lo fa la gente in strada, di ritorno dalle vacanze. Passerò altre giornate a passeggiare al massimo sui pedali del mio step? O mi distruggerò di nuovo i piedi ultrasensibili nell’unica ora d’aria della giornata?

Ho amiche terrorizzate al solo pensiero, ma io in realtà non me ne preoccupo più di tanto: so è un privilegio anche questo, poter lavorare da casa. Così sono concessa tutte le tentazioni del caso: lo smalto inguardabile; gli unici sandali vegani decenti in saldi; una crema alle nocciole che Nutella scansati, comprata a dieci unità alla volta sul sito che ti fa risparmiare due euro a barattolo, rispetto al nefasto Veritas.

Ero una drogata di Nutella, ma questa la batte su tutta la linea.

Se ci rinchiudono ancora in casa, vorrà dire che tutti i miei epic fail, per utilizzare un linguaggio giovanilistico, avverranno senza pubblico, oppure che mi farò cadere in diretta i capelli nel maldestro tentativo di ossigenarli, e mi segnaleranno per questo a Brad Mondo. Oppure l’evento della settimana, nell’appartamento, sarà di nuovo la consegna dei pacchetti all’inquilino scozzese, che la sera si ubriaca. Allora scatterà l’indovinello: cosa avrà ordinato stavolta il tapino su Amazon, alle tre di notte, per poi scordarsene cinque minuti dopo?

Questi non valgono, vero, come riflessi rosa?

Ma come vi dicevo, per la vostra gioia potrete ammirare ancora per un po’ i miei riflessi rosa sbiadito, e le mie unghie glitterate, con lo smalto che per qualche motivo misterioso mi è finito pure sul palmo della mano. È che la consistenza è cambiata tantissimo, dall’ultima volta che ne ho usato uno! Vabbè che forse erano gli anni ’90.

Qualsiasi cosa succeda, ribadisco: la quarantena mi ha insegnato tante cose, ma quella fondamentale è che, in caso di bisogno, i meccanismi di sempre si squadernano, perché è ciò che deve succedere in quel momento. E il bello è che riusciamo a farlo. Riusciamo a creare reti per trovare casa e lavoro a chi ne viene privato proprio adesso, o a convivere di nuovo con un ex sfrattato dall’esigenza di avere almeno una finestra in camera (complicato a Barcellona), e dalle scuole di lingue che chiudono senza preavviso. Oppure salutiamo per due mesi il fidanzato con PTSD che ha bisogno di fare il vagabondo ogni tanto (e ci scriviamo pure un romanzo, anche se difficilmente verrà pubblicato da qualche parte…).

Scusate se lo ripeto fino alla noia, ma da questa situazione ne usciremo soltanto insieme.

Non c’è molto altro da aggiungere. A parte la domanda: come diavolo mi è finito lo smalto anche sulle caviglie?

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Ieri sono andata in questo posto a venti minuti circa da Barcellona, che si chiama La Floresta. Ci sono andata in perlustrazione, per vedere se posso mai tornare, in vita mia, a vivere in provincia.

Mi si dice infatti che alcuni paesi della mia regione d’origine sono come Maple Town, ma con la senape e l’aneto che crescono spontanei in mezzo alla via. Wow. Da me spuntavano al massimo soffitte senza licenza! Settant’anni fa avevamo i tram, e cento anni fa contavamo già tre o quattro industrie di media grandezza: tutti gli svantaggi della grande città, senza i vantaggi! Per questo, da quando me ne sono andata, ho sempre vissuto in città più o meno grandi, ma non enormi. Le adoro: mi piace la possibilità di avere un bagno di folla (in tempi normali, dico) ma solo se mi gira. Il casino c’è ed è innegabile, ma non ti segue dappertutto.

Però la quarantena, tra le altre cose, mi ha insegnato che amo la quiete. Molto più di quanto non lo facessi da gggiovane. Magari, con questa scoperta, viene meno anche il motivo principale per cui mi autoconfinavo in case minuscole, in contatto costante con vicini scassaminchia o anche pericolosi?

Così speravo, scesa dal treno comodissimo che passa ogni cinque, dieci minuti. Bel posto, mi dicevo poi salendo le scale della stazione: vecchie case alternate a palazzi più recenti, con piscine sparse qua e là. I ricconi barcellonesi di cento anni fa passavano lì le vacanze, prima di farsi sedurre da altri posti e lasciarsi dietro le ville costruite in uno stile a caso, che non indovinerete mai! (Sì, modernismo, o la sua brutta copia.)

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Poi sono venuti gli spodestati dalla città, a occupare le abitazioni vuote. Ci si sono trasferiti infine i fricchettoni di altre latitudini che si possono permettere gli affitti di una casa intera: se ci si “accontenta”, però, ci sono appartamenti che costano quanto quelli dei quartieri centrali di Barcellona, ma col doppio dei metri quadri.

Tutto bellissimo, no? Però, quando mi sono allontanata dal baretto di fronte alla stazione che mi sembrava fare da dopolavoro ferroviario, mi sono persa tra le case. Scendevo e risalivo strade che s’inerpicavano tra villette sorvegliate da cani, che mi contemplavano diffidenti: sarà che ero quasi l’unica anima viva in giro, e l’unica con la mascherina addosso. Me la sono tolta solo quando sono arrivata proprio a una strada sterrata: e che diamine, venissero a multarmi là in mezzo!

Dio, l’aria. Chi si ricordava che respirare potesse essere non solo un’operazione normale, ma anche piacevole? (A parte le mie spedizioni al mare, dico: ma lì si intromette l’olio delle fritture, e della paella appena scongelata a beneficio dei pochi turisti.)

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Percepivo il mirto, il rosmarino… E che volete, io ogni volta che sento odori così ripenso a Capri, la palestra mediterranea più importante che abbia mai avuto il mio naso.

Sì, ma… cavoli, avrò incontrato cinque persone in un’ora. Un giorno dirò “Alleluia!” anche di questo, ma ora non sono pronta: la scelta, sapete? Questa storia di rendermi la vita qualcosa che somigli sempre più a una scelta. Tipo avere più punti di ritrovo a disposizione in zona, rispetto all’unico parchetto, o all’unico bar (anzi, forno culturale!) in cui si radunano i fricchettoni del posto di tutte le età, magari con la prole al seguito e una chitarra da strimpellare.

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Invece, ho pensato tornando alla stazione, ‘sta storia delle scelte l’abbiamo appresa tutta sbagliata: crediamo che sia una scelta quello che non lo è, e non vediamo la scelta dove ce l’abbiamo. Sospetto che succeda anche perché siamo una specie animale un po’ paracula.

Prendiamo la meritocrazia. Ai tempi funesti in cui andavo a scuola dalle suore (non fate questo ai vostri bambini) quando mi chiamavano a casa certe compagnelle mi veniva chiesto: “Chi era al telefono?”. Dall’espressione delusa di nonna, che aveva risposto, capivo cosa fosse successo: l’accento. L’accento era sbagliato. In una generazione di donne che ci mettevano un minuto d’orologio ad apporre una firma alla posta, mia nonna era maestra: aveva imparato nelle scuole fascistissime che debellare il dialetto era la sua missione di vita. Vi posso assicurare che un datore di lavoro che non fosse proprio il titolare di una fabbrica a nero (ammesso che queste mie lontane amiche siano mai passate per un lavoro, prima di sposarsi) avrebbe fatto la stessa faccia di nonna davanti alla pronuncia dialettale delle ragazze. Io, invece, avevo per nonna lei, avevo la pronuncia “giusta” senza averlo scelto. Ma la meritocrazia, gente.

Oppure pensiamo alla scelta tra carriera e figli, tra le molestie sul lavoro e la disoccupazione… E non sto negando la possibilità di imboccare una strada al posto di un’altra, ma ci rendiamo conto che non si tratta di vere scelte? Dall’alto di quale privilegio vogliamo irridere chi non “sceglie” quello che avremmo scelto noi? O meglio, quello che ci piace pensare che avremmo scelto noi.

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Invece, guarda un po’, quando vogliamo dirci di non avere scelta scomodiamo la scienza. Con la religione non attacca o più, non come prima, e allora eccoci a dire che le donne e gli uomini hanno diversi caratteri definiti dai cromosomi, oppure che una è donna solo quando ha una vagina.

Prendiamo Aristotele, tanto per tornare alle origini: l’uomo è un animale sociale. Sì? Se vuol dire che abbiamo bisogno di fare quadrato per far funzionare una società posso anche essere d’accordo, a parte l’ovvia constatazione che poi siamo degli assi nell’autodistruzione a fuoco lento.

Altrimenti devo appartenere a un’altra specie, tipo i minolli. Perché da sola sto una bellezza. Anche quando per “sola” intendiamo single: liberiamoci dall’idea che una relazione sia meglio della vituperata solitudine. Specie per le donne autosufficienti, non si mostra sempre valida.

Sto dicendo che sia sempre meglio essere single a vita, anzi, o trasferirci proprio in un eremo?

No. Sto dicendo: se smettiamo di pensare che da sole, da soli è impossibile, sceglieremo meglio a chi accompagnarci. Se proprio insistiamo per accompagnarci a qualcuno!

Io scelgo ancora di avere una fervente vita sociale a pochi metri di distanza da casa mia, a costo di sorbirmi pure i vicini scassaminchia (e denunciare quelli pericolosi).

Poi, quando vorrò respirare aria profumata, tornerò a vagare tra i rosmarini della Floresta.

Male Maleficent costume L’altra sera ho visto in strada un tipo alto e grosso, vestito di pelle lucida, con in testa due corna nere e lunghissime, tipo Malefica della Disney.

Il bello è che l’ho capito solo da come il tipo mi guardava, che si aspettasse il mio stupore. No, non mi stava seducendo: voleva proprio che spalancassi la bocca in un’evidente espressione WTF, fosse anche per andare dritto per la sua strada, incurante di “cosa pensasse la gente” (cioè, io).

Invece, a stento m’ero resa conto che fosse diverso da altri passanti, che il suo modo di vestire non fosse “la normalità”.

Allora ho ripensato a varie cose. Alla constatazione, letta chissà dove, che al circo i bambini molto piccoli non si divertono granché: per loro vedere un essere umano fare un triplo salto mortale è plausibile quanto nutrirsi da un piatto, invece da una tetta o da un biberon. Gli adulti lo fanno. La cosa ha grandi vantaggi, come ho constatato grazie ad alcuni genitori americani che raccontano sui social di come i figli abbiano scoperto l’omosessualità. “Papà, perché zio Todd e il suo amico si baciavano?”, “Perché si vogliono bene come me e la mamma, Jimmy”, “Ah. Posso avere un biscotto?”.

Insomma, la normalità è un animale curioso.

Ho ripensato anche ai miei amici in visita a Barcellona tanti anni fa, prima che i pantaloncini ultracorti andassero di moda anche dalle nostre parti: io camminavo indifferente tra ragazze bionde e altissime e disinvolte, e i miei ospiti erano sempre sul punto di farsi venire un infarto. Ok, capisco che lì sia un po’ diversa la questione, ma gli amici di altre nazionalità o dissimulavano la sorpresa o si godevano lo spettacolo senza drammi. Non vi dico cosa diventava la mediterranea baldanza in spiaggia, quando eravamo circondati da donne in topless! “Ehi, ma non dovevi ‘rimorchiarle tutte’?”, “Ehm, vado a fare il bagno”.

Ma tergiverso. Tempo fa ho annunciato ai social che era arrivato il tempo di tingermi i capelli di viola, adesso che è diventato facile e reversibile. Pensate che più di un contatto non ha accolto la notizia con un comprensibile “esticazzi”, ma mi ha fatto notare che “è una cosa da ragazzine”. Adoro l’odore dell’ageism la mattina. È lo stesso odore di sconfitta che aspiravo quando un’amica che ama i cappelli vintage mi raccontava come la sfottessero per strada, nel centro storico di Napoli. D’altronde la stessa, a Torino, era stata presa per gitana (e non aveva questo onore) in virtù dei suoi indumenti color corallo e turchese, che giù da noi sono parte del paesaggio e possono risultare eleganti ed estrosi insieme.

Potrei continuare all’infinito per chiedere: cosa ci sorprende e cosa no? Cosa dovrebbe sorprenderci? Sono cresciuta in un posto né troppo piccolo né troppo grande, con una sua idea di normalità che a un certo punto mi è andata stretta. Mi sono trasferita in un posto che, nella sua versione internazionale, vede donne passeggiare con la pettinatura di Amy Winehouse e uomini girare in gonna, e se ne impipa altamente. Si potrebbe dire che, dove tutto vale e tutto è uguale, si perde la bellezza della meraviglia, sia nelle manifestazioni esteriori che, particolare ancora più importante, in quelle strutturali.

Sto scrivendo un articolo sul poliamore: qui dove vivo ora non è necessario far parte del collettivo LGBTQIA+ per sentir parlare di metavincolo. Che in termini monogami vorrebbe dire più o meno: un compagno di una mia compagna (e già così sto facendo una serie di errori semantici). L’argomento, come le fanciulle scosciate di cui sopra, sorprende soprattutto gli amici in visita, mentre al massimo le mie conoscenze locali (stessa estrazione letterina-liberal) possono scherzare sul fatto che “ormai è una moda” (in realtà no).

Tutto questo dovrebbe suscitare qualcosa in più del doveroso esticazzi cui accennavo? Beh, esiste anche la sorpresa in positivo, e perdersela potrebbe significare perdersi un’occasione.

Magari, non meravigliandomi di uno che s’è vestito da Malefica versione bondage, mi sto perdendo un’occasione per dirmi “bella rivisitazione!”, e fare il sorriso complice che l’altro forse si aspettava, nella migliore delle ipotesi.

Oppure l’occasione è proprio quella di farmi i capelli rosa quando voglio, senza che nessuno se ne accorga. È un’occasione, per me, e una che sono felice di essermi procurata, quella di essere circondata da persone che diano per scontato che mi vestirò come voglio, amerò come voglio e, per qualche fan del benaltrismo in ascolto, lavorerò come più mi conviene: esiste anche l’originalità di non voler pagare la nuova crisi che si profila, e addirittura di rivendicare un compenso anche per il lavoro che dovremmo fare gratis.

Questa di non sorprendersi davanti ai diritti, e alla loro rivendicazione, è la fortuna che vi auguro di più.

 

Darn it Amazon! - Meme by EmbraceTheChaos :) Memedroid Ho una nuova versione del meme “quando ordino qualcosa online vs quando arriva”.

Purtroppo sono solo due foto della mia faccia. Prima e dopo.

Nella prima foto, sto inviando un messaggio sulla pagina di una “clinica italiana a Barcellona” (sic), in cui richiedo una visita completa e, magari, qualche info sul metodo per togliersi le occhiaie, che sponsorizzano tra i servizi offerti.

Nella seconda foto, sono al telefono con una segretaria romana che non sa niente della storia delle analisi, ma ha ricevuto il mio numero perché “volevo una blefaroplastica“. E non ho problemi con lei, simpatica, precisa nei particolari, in difficoltà con l’italiano per il fatto di aver sempre dovuto spiegare la pappardella in spagnolo: il chirurgo per cui lavora (che ha due cognomi spagnolissimi), opera in un noto ospedale di qua, che non ha niente a che vedere con la clinica italiana di cui sopra. Insomma, d’italiano in tutta quella storia c’è solo lei, la segretaria! Comunque sono quattromila euro, più o meno. Per la storia della visita, che a ben vedere era quello che mi premeva, “è sicura che mi chiameranno”.

Ok. Intuirete che, se qui a Barcellona la pandemia ha preso certe pieghe e giriamo sempre in mascherina, è anche perché la sanità se la sono mangiata a furia di tagli: ci metterei mesi a ottenere la stessa visita con la sanità pubblica. Quando vivevo nel Raval avevano un solo ginecologo per tutto il Raval Nord, mi fecero aspettare un mese per una visita e, il fatidico giorno, il verdetto della dottoressa fu: “Ti chiamiamo solo se qualcosa non va nelle analisi”. Un’angoscia che non vi dico: se non hanno registrato bene il mio numero? Se non rispondo la prima volta e si dimenticano di riprovare?

Poi vabbè, accanto a un personale medico-infermieristico squisito c’è un piccolo esercito di infermiere sottopagate che sono, diciamo, diffidenti nei confronti della comunità straniera. A parte la simpaticona che faceva l’indifferente con un anziano rumeno ubriaco (“Que haga lo que quiera!”), ho sentito di cosette simpatiche come: “Ma voi italiani siete venuti tutti da queste parti?”. Oppure, a una conferenza sulla gentrificazione nel Gotico: “Molti residenti stranieri si comportano come eterni Erasmus, e poi il papillomavirus dilaga” (peccato che ci siano più probabilità che ce l’abbia tua nipote e se lo sia preso da un conterraneo, bonita). Oppure, detto a me alla reception dell’ospedale dopo la scenata di una francese esasperata (e io che c’entravo?): “Guardi, non sarei neanche tenuta a spiegarle questo che mi chiede, comunque…”. Meno male che, ogni volta che è successo, mi hanno presa in fase zen.

Un amico sindacalista commenta la corsa alle mutue private, tipica delle famiglie locali, obiettando che non possiamo condannare CatSalut basandoci solo sulla lentezza nel dare appuntamenti: sì, capisco, caro amico, ma tu non avrai mai due settimane di ritardo col ciclo e l’urgenza di vedere qualcuno! Io, quando ebbi anche questo problema (sempre nel Raval), imparando dai miei errori me ne andai in un centro medico in cui chiunque, dalle segretarie alle dottoresse, si meravigliava perché non fossi lì con qualche mutua privata. Non capivo tanto stupore finché non passai alla cassa: visita con ecografia inclusa, centodieci euro, gracias. Per fortuna era tutto a posto, era solo stress acuto perché stavo comprando casa: una ginecologa argentina cinquantenne mi prescrisse del magnesio per la mia dismenorrea (ahahah). Mi invitò pure a non lamentarmi delle bombe ormonali che m’erano state prescritte in Italia: avrei dovuto vedere le pillole dei tempi suoi! Ecco, la ginecologa della sanità pubblica mi aveva presa sul serio sulla questione ormoni, e mi aveva prescritto nuovi prodotti meno nefasti. Se solo fossi riuscita a rivederla prima del Natale successivo…

Non so, tutto questo per dire che è un peccato aspettare le pandemie per rendersi conto che la sanità pubblica vada coccolata come tuo figlio accarezza il suo peluche preferito. Specie con le rosee previsioni che abbiamo sull’autunno.

La prossima volta rischio di scrivere a un’altra clinica per delle analisi del sangue, e delle info sul “nuovo metodo per occupare meno spazio in casa”: allora, convinta di dovermi iscrivere a qualche corsetto alla moda sul decluttering, mi sentirò proporre una bella liposuzione.

 

 

 

 

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Tortilla de patatas vegana (sin harina de garbanzos)

Ok, ho barato, questa è vegana! Ma mi piaceva la scritta qui nell’angolo…

“Vuoi una patatina?” il tipo della patatineria me lo chiede proprio in catalano.

Quando rifiuto con un mugugno sotto la mascherina, lui caccia a sua volta un verso un po’ stizzito: nessuno si sta fermando, scherza agitando gli stecchini su cui ha impalato l’offerta gastronomica.

Mi dispiace per lui, anche perché la patatina fritta la voglio pure. Quello che non voglio è pagare cinque euro la razione piccola. Se proprio devo gentrificare, lì vicino c’è Teresa Carles che mette il garam masala nel latte di cocco. Io adoro il garam masala, fin da quando il mio ex pakistano del Raval lo comprava a un euro la bustina.

Ma il ragazzo delle patatine, che un anno fa avrebbe avuto la fila a contendersi i suoi toppings il sabato sera, deve starsene lì impalato a cercare povery come me, che conoscono il catalano e non spendono cinque euro neanche se le patatine sono olandesi.

Ora ci sta, che in una zona di forte turismo un locale basasse la sua sopravvivenza proprio sui turisti: d’altronde, una patatineria analoga l’ho vista solo a Barceloneta, sulla strada per la spiaggia più affollata.

Il problema è quando tutta una zona, un quartiere intero basa la sua ricchezza sul presupposto che i turisti ci saranno sempre. E poi succedono imprevisti come una pandemia.

Provavo a spiegare questo tre anni fa ai ragazzi dei collettivi italiani venuti a sbirciare un po’ nella questione catalana, mentre io volevo solo chiudere in un angolo quelli di Napoli e dire come una nonnina: “Stateve accorte!”. Gli amici rimasti a Napoli erano tutti entusiasti per l’esplosione del turismo, l’aria internazionale che si respirava in giro, addirittura D&G che ci degnavano di una sfilata… Quando noi trapiantate a Barcellona dicevamo: “Sì, però…” eravamo prese per cassandre (spesso eravamo proprio donne).

Adesso, proprio a Napoli, il Set fa notare che la specializzazione in un settore solo comporta un piccolo inconveniente: questa presunta economia rifiorita non ci mette che pochi mesi a sfiorire male.

E tu, spacciatore di patatine ottime ma care, ti ritrovi fuori al tuo locale con due esemplari infilzati su altrettanti stecchini: e i pochi passanti le rifiutano pure, magari per paura del contagio.

Come vi dicevo qui, il proprietario del Bar Blau mi raccontava proprio che diversi suoi colleghi in centro non erano riusciti a restare aperti, senza turisti. Il rischio è forte anche per chi riuscirà, prima o poi, a rimettersi in carreggiata: se la clientela abituale vedeva una saracinesca abbassata troppo a lungo, depennava il locale in questione dall’elenco di quelli da frequentare.

Gli unici che restano inossidabili, a quanto vedo, sono i Bar Manolo: quelli in cui, non bevendo di solito né caffè né birra, io neanche metto piede, anche perché da offrire, oltre alla caffeina e agli alcolici, hanno un bell’odore di bravas stracotte, e un bel po’ più unte delle patatine a cinque euro (del sublime odore di fritanga ho già parlato qui). E allora no grazie, evitavo anche quando ancora mangiavo quel lomo che faceva tanto suola di scarpe, e sapeva solo di grasso.

Adesso, mentre lo Starbucks all’angolo non riapre più i battenti (e francamente non mi manca troppo) il Bar Manolo dietro casa mia ha messo addirittura i tavolini fuori, pulendo il suo tratto di strada dallo sterco di piccione. Il suo proprietario mi ha commossa: stavo per buttare un sacchetto dell’organico davvero lillipuziano nel piccolo bidone che avevo trovato a qualche metro dal suo  locale, e quello mi ha fermata. “No, cariño“, e mi ha indicato la strada per il bidone grande, a decine di metri di distanza e con una carreggiata da attraversare in mezzo. Capito? Si teneva caro caro pure il suo bidone! Mai successo con commesse di panificio, o col proprietario piacione di qualche ristorante più “in”, sotto casa. Questo Gollum della monnezza aveva magari tutti i diritti di tenersi il bidone per sé, ma mi ha ricordato un suo collega più anziano di Sagrada Familia, a cui mi permisi di chiedere un’informazione. Ma quello mi rimproverò dal bancone circondato da botti di vino antiche: aspettassi il mio turno, lui doveva prima “servire l’altro cliente” (l’unico), che fu quello gentile che rispose alla mia domanda. In fondo adoro questi anziani esercenti che vivono come se Franco fosse morto cinque minuti fa, e per un curioso incidente la loro città si fosse riempita di gente che parla lingue strane (= diverse dal catalano, o da uno spagnolo molto gutturale). Tanto loro la tortilla la fanno sempre uguale, e se ci trovi dentro una moneta da cinque centesimi (successo davvero a una comitiva scozzese-andalusa in zona Forum) te la tieni per buona fortuna!

La buona fortuna, a quanto pare, la moneta nella tortilla l’ha portata a loro. Perché resistono al di là di quest’economia costruita sul nulla, sulla fuffa delle fiere internazionali e delle case affittate a prezzi gonfiatissimi (qui, rispetto all’Italia delle chiavi in mano, si chiedono davvero se sia meglio comprare o affittare, con tanto di calcolatrici apposite messe a disposizione dalle banche). Alla faccia del professorino partenopeo che l’anno scorso, dopo una settimanella da queste parti, sentenziava che senza turismo Barcellona era fritta, qui sembra resistere soprattutto lo zoccolo duro: quella parte della città le cui impiegate di banca non capivano come io, con i miei affitti in centro, potessi anche solo pensare a un mutuo, rispetto alle migliaia di lavoratori seri che in questi mesi si sono visti licenziare o mettere in cassa integrazione in uno schiocco di dita. Si sa, un contratto a tempo indeterminato è tutta un’altra cosa, anche con condizioni che in pratica legittimano il licenziamento all’americana.

Intanto a fronte della burbuja, cioè della bolla che fa credere a Barcellona di essere una New York mediterranea, resiste e tanto la città dei Bar Manolo, delle case comprate con calma perché “è l’unica opportunità che ho” (sentita da una cinquantenne catalana poco dopo che avevo comprato casa una seconda volta), delle mutande infiammabili vendute a un euro in un mercato che sembrava ristrutturato apposta per sfrattare gli abitanti che rimanevano nel quartiere.

Ma no, i Manolos (anzi i Manel, in catalano) si sono scrollati di dosso i miei sfottò sul fatto che ci possa essere una terza via tra gli scarafaggi e il masala latte (però se è garam masala lo prendo!), e per fortuna sembrano resistere, insieme a chiunque ha avuto l’intelligenza di entrare nel tessuto del quartiere e di lasciarci l’impronta, fosse anche un’impronta unta d’olio.

A questo punto, che volete, faccio il tifo per loro.

(Non mi riferivo a questi Manel, ma li linko lo stesso!)

Video de hombre tocando la guitarra mientras conduce Adoro il chitarrista “Brit” sul Portal de l’Àngel, fuori casa mia.

Lo adoro perché di britannico ha giusto il repertorio, che a dirla tutta è la solita zuppa a beneficio dei rari turisti (rari quest’anno, almeno) che sciamano sul boulevard costeggiato da grandi magazzini, e delle autoctone che per ovvi motivi si sono saltate la collezione primavera-estate di Zara e Mango, e adesso puntano dritte ai saldi.

E allora il nostro one-man show attacca fin dal pomeriggio con David Bowie e i Coldplay, anche se lui sarà al massimo di Hospitalet de Llobregat: ma ha la voce calda, graffiante, lagnosa al punto giusto. Sono i testi a lasciarmi un po’ perplessa. Proprio mentre sto per lanciare anch’io un accorato appello a Major Tom, all’unisono con il Nostro, quello esplode in un fantastico:

This is ground control to Major Tom [e fin qui tutto bene]

You really had it grave [eh?]

And the table wants to know what film you were [ok]

Spesso me ne vado senza scoprire cosa risponda Major Tom in mondovisione a questa sconcertante domanda. Forse il Nostro, però, si supera con i Coldplay, sia in una canzone che per motivi poco piacevoli ho preso a benvolere:

Lights will guide you Rome

and ignite your scones [e d’ora in poi prenderò il tè delle 5 con un bello scone brûlé],

sia in un grande classico:

Nobody said it was easy

No one ever said it would be this fart… [forse lo scone di prima era troppo pesante?].

Sul serio, io non so se augurarmi che capiate l’inglese, o no!

In ogni caso, facevo presente tutto questo per tornare a quel discorso sulla sofferenza come modus vivendi, ma affrontandolo con un piglio più vacanziero: è che ormai, quando passo davanti al Nostro, già so che se mi lascio andare al ritmo della canzonetta di turno avrò una bella delusione, e quindi non canto più. Non so, sospetto che questa, benché in chiave molto meno seria, sia una buona trasposizione del mainagioia way of life: ci abituiamo tanto alle delusioni che quando va bene (nel nostro esempio, quella volta che il tipo azzecca il testo), non sappiamo come prenderla.

Me ne sono accorta entrando per una volta anch’io nell’odiato Zara, dopo il miracoloso avvistamento di un vestito in vetrina che mi piacesse: una volta dentro, nessuna traccia del vestito, ovviamente (vedete? la rassegnazione!), ma ho notato su un manichino un indumento in maglia, color crema, che mi sembrava una gonna. Ma no, mi sono detta, qualcosa deve sempre andare storto in questo magazzino scadente che in Italia passa pure per figo: e infatti la “gonna” in questione si è rivelata un bermuda che manco i mutandoni della mia bisnonna fanno tanto Guerra di Crimea!

Vabbè che, da donna, mi è capitato spesso di sperimentare piccole e grandi delusioni: prendete le rare volte che mi sono cimentata nei balli di coppia. Ben presto mi sono resa conto che non è che ci saremmo alternati, col “cavaliere”, ma avrei dovuto farmi l’intero brano ballando all’indietro, tipo gambero, mentre l’altro decideva se farmi fare la giravolta o no… E fortuna che, al contrario di Ginger, non avevo i tacchi! Allora mi è stato detto che il mio era un problema comune a certi donnoni emancipati (sia letto con spregio), che, sempre come me, si muovevano come tavole di legno: ma non capivamo che “era più difficile imparare a lasciarsi condurre, che a condurre”. Argomento, peraltro, già sentito almeno in un paio di religioni monoteiste e molto paracule… Ora, se proprio devo dedicare tempo e pazienza a fare qualcosa che neanche mi piace, piuttosto mi metto a fare quelle sculture con i fiammiferi che sono taaanto carucce! Visto? Il mainagioia si combatte prendendosi le gioie dove ci sono… E poi, uno dei pochi santi che si sono fatti pestare i piedi da me a ritmo di forró è diventato il mio spacciatore personale di uova di fattoria (quando ancora ne mangiavo) e mi ha fatto aggiudicare addirittura un’occhiata da Viggo Mortensen, anche se per i motivi sbagliati.

Insomma, chiuderei quest’ulteriore puntata sull’abitudine alla sofferenza, o più che altro alla sfiga, con un proverbio banale quanto sopravvalutato: si chiude una porta, si apre un portone.

Quello che avevamo iniziato in un modo, può prendere sul serio pieghe inaspettate. E non sempre sgradite, non ricominciate a gufare!

Ma ne riparleremo ancora.

 

 

 

 

encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ...Facciamo un patto: se mai a qualcuno venisse in testa di ricavare una serie TV da un mio testo, facciamo in modo che la sceneggiatura non surclassi il romanzo. Va bene?

No, perché l’altro ieri ho finito Little Fires Everywhere (tradotto in italiano come Tanti piccoli fuochi) e forse ho fatto un errore a iniziarlo dopo aver guardato due episodi della serie analoga: ho avuto come l’impressione che l’autrice, impeccabile artigiana nell’intreccio e nelle descrizioni, non si aggirasse mai per davvero in quelle stanze suburbane e borghesi che i suoi personaggi abitano con disinvoltura, o non vedono l’ora di lasciare. Almeno in questo romanzo, Celeste Ng mi ricorda una liceale che abbia marinato la scuola, e che a pranzo, invitata dai genitori a raccontare la sua giornata, nello sforzo di non farsi sgamare sfoderi una serie di cliché: mai come quel giorno sono volati brutti voti a destra e a manca, e magari ci sono stati ben due compiti in classe, oltre che un piccolo giallo a merenda (chi ha frugato nella borsa della prof.?). Allo stesso modo, anche se i cliché nel libro sono lì apposta per essere, ehm, bruciati via, la famiglia wasp descritta da Celeste Ng mi sembrava un po’ troppo… familiare per essere credibile: una mamma che potremmo ribattezzare Barbie Giornalista e un papà avvocato, e i figli che rappresentano tutte le categorie possibili da serie per teenager, dal bomber alla ribelle, passando per il nerd e la reginetta della scuola.

Certo, mentre cercavo sul web degli indizi per capire perché il libro mi avesse un po’ delusa, mi era sembrata piuttosto superficiale questa recensione del Guardian, scritta da un uomo che riconduceva l’intera trama alla questione, certo onnipresente nel libro, della maternità, e concludeva che lui, non avendo figli, non s’era affezionato alla storia. Fuochino: il libro è sulle scelte, quelle che cambiano la vita. E sì, i figli tendono a cambiarla assai, soprattutto alle donne: forse la serie approfondisce meglio la questione, ma non è un caso che le decisioni importanti che prendono le donne del libro avvengano prima che queste abbiano figli, o ruotino proprio sull’idea di non averne. Dopo, non resta loro che vivere con le conseguenze delle proprie scelte.

In tutto questo, insomma, stavo per dire: “Ok, grazie, Ms. Celeste Ng, ma non leggerò altri libri scritti da te”, quando mi sono accorta che alla fine dell’ebook l’avevano fatto di nuovo: come una ditta di cosmetici che mi fa scivolare nel pacco il campioncino di una crema, così la casa editrice della signora Ng mi concedeva un “assaggio” di un altro romanzo dell’autrice: quello d’esordio. E meno male che stavolta l’operazione era chiara, perché un regalino simile in un libro di Elizabeth Strout (un racconto buttato lì come se facesse parte della raccolta che avevo acquistato) aveva finito per spoilerarmi un intero romanzo, di cui l’assaggio gratuito era una sorta di sequel! Ma stavolta era diverso. La mia prima reazione nel leggere l’incipit: beata l’autrice! Solo nel mondo editoriale statunitense si può fare un’operazione del genere, in un’industria che tra alti e bassi sa che troverà sempre un pubblico. La seconda sensazione: wow, questa roba sì che mi piace.

E sapete perché? Perché stavolta l’autrice non mi sembrava una turista o un’intrusa nel suo stesso romanzo: le sue stanze le conosceva, non se le stava inventando più di quanto non richiedesse il mestiere di scrivere. Americana di origine cinese, Celeste Ng non descriveva yankee troppo perfetti, ma una famiglia mista e complicata, piena di sfumature e problemi d’identità: madre bionda (si chiama Marilyn!) e padre con gli occhi a mandorla, che insegna storia americana. La figlia che brilla per la sua assenza (a quanto pare, negli USA, se non è coinvolta la polizia non è best seller) è una studentessa modello: un giorno muore e noi lo sappiamo fin dal primo rigo, mentre la famiglia se ne accorge sessanta pagine dopo.

Benissimo, il campioncino omaggio ha funzionato: compro la crem… ehm, il romanzo.

E mi chiedo perché mi stia tanto a cuore tutta questa storia che vi ho raccontato: il libro, la serie, le stanze e l’appartenenza. Sarà che sto provando qualcosa di uguale e contrario alla sensazione di estraneità, e poi familiarità, che ho descritto per le stanze dell’autrice: mi sento un’estranea nelle mie stesse stanze. E la cosa mi piace.

Stamattina ho osservato il sole filtrare, attraverso le veneziane antiche, sul parquet da due soldi che ho trovato in dotazione in casa (una casa che ho voluto a mente fredda, più per calcolo che per reale convinzione) e ho avuto una sensazione simile a quella che mi ha preso tantissimi anni fa, credo prima che nascesse mio fratello: attenta a non urtare contro gli spigoli dei tavoli, mi aggiravo in una mattina di sole per la casa di famiglia, che non era la stessa che avevo occupato nei miei primi due anni di vita. Osservavo la luce sulle mattonelle della cucina, che ai miei occhi dovevano formare una barretta gigante di cioccolato al latte, e mi dicevo con parole infantili che quella era una bella giornata, una bella casa, e una bella vita. C’eravamo trasferiti da un anno o due e, siccome camminavo pochissimo, mi dovevo ancora abituare a quegli spazi. Ero felice? Forse. In quel momento, mi sa di sì.

Adesso osservo il parquet da due soldi della mia casa barcellonese e ricordo che è mio, e anche che oggi, 17 agosto, non dovrei essere qui. Ad agosto, di solito, lascio la casa ai miei e vado a farmi una settimana in una città che mi deluderà, perché non era il momento giusto per visitarla. Adesso sono stata costretta a rimanere – o meglio, ho scelto di non correre rischi: e bene ho fatto, visto che nel mio paesone d’origine richiedono l’autodenuncia all’ASL e due settimane di quarantena per chi arriva dall’estero, e non hanno tutti i torti perché i casi aumentano.

Così mi visito una città, la mia d’adozione, che in questo momento non avrei dovuto  neanche vedere, e non avrebbe dovuto essere così come la vedo. Chi lo dice? L’abitudine. L’angoscia con cui l’anno scorso aprivo il portone del palazzo e rischiavo subito la morte tra monopattini e bici a nolo che sfrecciavano. Oppure ci mettevo cinque minuti a guadagnare l’incrocio con via Laietana, tra turisti che sciamavano senza fretta e furgoncini che approvvigionavano i bar e i negozi della strada. Anche per questo me ne scappavo, d’estate. Adesso, invece, è tutto tranquillo senza che ci sia proprio il deserto.

Sabato pomeriggio sono andata a fare un giro verso il mare, ma mi scocciavo di arrivare fino alla Barceloneta: così mi sono seduta sul viale costellato da panchine e alberi che costeggia il Port Vell di fronte al Museu d’Història de Catalunya. Poi ho iniziato a leggere mentre sorseggiavo un chinotto, che mi consentiva di respirare un po’ a mascherina abbassata (ho scoperto un supermercato tutto italiano vicino al porto): che pace! Come mai non c’ero mai stata prima, lì? Forse perché quel posto, così come lo vedevo, non c’era stato mai. Adesso lo percorrevano solo piccole comitive (due ragazze arabe parlavano tra loro in spagnolo, una portava il velo e l’altra no) o qualche famiglia diretta verso il Passeig de Colom: i bambini saltellavano sul parapetto diviso in grossi blocchi grigi, oppure ci facevano saltare le macchinine. Erano più numerosi i gruppetti di immigrati, marocchini o pakistani, che andavano in direzione opposta, verso… verso dove?

Finito Little Fires Everywhere, ho spento il Kobo e li ho seguiti. Non avendo mai percorso quella strada, non ricordavo neanche che spuntasse sul Mare Magnum! Dio, erano anni che al massimo arrivavo a quel centro commerciale di ritorno dalla mia pizzeria preferita, e giusto per accompagnare mamma quando era in visita. Ora invece, visto da quell’angolo che non avevo mai occupato, quello mi sembrava un posto nuovo. La Rambla del Mar, in compenso, era quella di sempre: quella del primo incontro, frettoloso e deludente, con Barcellona. L’insegnante di catalano mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe, ormai otto anni fa, il componimento in cui spiegavo che la prima volta su quel ponte semovente avevo percorso le tavole di legno con i tacchetti sbagliati, ma aggrappata al braccio giusto: quello di un amico di cui, dopo tanti casini, riesco solo a pensare con mio sommo stupore “Speriamo che stia bene”.

Ecco, questi sono i posti che abito: sono soprattutto nella mia memoria. Ma ogni tanto, in questa strana estate in cui sono turista nella mia vita, e visito stanze che sono mie ma non mi appartengono, ogni tanto li riconosco, questi posti.

Ogni tanto, ma così, per dire, mi sembra perfino che questi posti estranei siano casa mia.