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Ecco, più o meno finisce così.

Come l’italiano strafatto che scorrazza per la Ronda de Sant Antoni con addosso un paio di tette finte: pure piccole, considerando la nazionalità del popputo (appena una sesta). Come i suoi amici che esibiscono dei locks in stile giamaicano, in tempi in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è giunto perfino in Italia. Come questi tre che fanno più casino loro di tutti i coetanei che invece sono alla manifestazione per la liberazione di Pablo Hasél, a poche decine di metri da lì.

Così mi sento io: fuori contesto. Mi ci sento quando leggo tutti quegli articoli accusatori sull’assenza di donne di sinistra (perché il PD è sinistra, capito?) in questo governo di salvezza nazionale che sta facendo rimpiangere i draghi di Daenerys.

Sì, lo so, ho già parlato dell’alienazione di una che ormai si sente più europea che altro, con tutte le controindicazioni del caso: così ho pensato a una terapia d’urto. Mi sono messa a farmi i fatti delle altre. Che succede in Europa? Cose simili all’Italia, ma in contesti più femministi.

Su Píkara Magazine ho trovato un podcast con l’intervista a Mireia Vehí, deputata della Cup: la sinistra radicale indipendentista. Ve ne parafraso qualche stralcio, ma se avete un’oretta e capite lo spagnolo, ascoltate l’originale.

Gli uomini usano la violenza per limitare l’attività politica delle donne. Senza pensare ai numerosi casi nel mondo di donne politiche assassinate, nei paesi europei ci sono forme comunque efficaci per annullarne l’autorità.

La violenza verso le donne che fanno politica si inscrive nel contesto delle violenze e discriminazioni connaturate al mondo politico, che nel caso specifico delle politiche donne assume molte forme: screditare il loro lavoro, attaccare il loro aspetto fisico, e utilizzare qualsiasi mezzo per annullare “la rivale in più” nella lotta per il potere. Ovvio che i mezzi usati contro le donne siano vincolati con la discriminazione di genere: perché l’obiettivo è puntare alla giugulare con tutti i mezzi che possano funzionare. E la discriminazione di genere, banalmente, funziona.

Gli attacchi alle donne della Cup sono simili a quelli destinati ad altre donne politiche femministe: quelle di Bildu e altri movimenti indipendentisti di estrema sinistra. Nei momenti più duri della politica catalana, la forma più efficace di opposizione alla Cup era insultarne le donne. Perché? Perché il parlamento è stato, fino a tempi recentissimi, un posto abitato da uomini e dunque “pensato” per uomini, cioè costruito intorno a forme di aggregazione e giochi di potere al servizio della mascolinità tradizionale. Per Vehí i sintomi di questo sono: l’ossessione per il leader unico, per l’uomo forte che “organizzi” tutti gli altri (finché non si arriva a potergli fare lo sgambetto, aggiungo io); discorsi molto lunghi e retorici volti a coprire il poco lavoro che in realtà si sta facendo (un lavoro mirato, aggiungerei, soprattutto a dare un contentino agli elettori); i rapporti clientelari. Su questi dico una parolina io: sono alleanze decennali, spesso ereditarie, fondate su criteri che non seguono altre logiche che quelle di potere. Dinastie familiari che si palleggiano privilegi e contatti, agganci con l’alta finanza, trasformismi assortiti quando tutto va male. Le reti che si creano in questo modo si tramandano con criteri variegati, spesso seguendo banali rapporti di parentela. Ma credete che chi ha costruito la ragnatela, o chi se le ritrova in dotazione, la condivida all’improvviso con categorie che si affacciano al potere solo adesso?

Se, come argomenta Silvia Claveria, la rappresentanza delle donne in tempi recenti è appannaggio dei partiti di sinistra (mica del PD!), anche in questi ultimi non mancano i giochi di potere di cui sopra (e scatta il grazie al ca’, da intendersi qui in senso letterale). Dunque, il trattamento che questi partiti riservano alle donne non ha niente a che vedere con le ideologie ed è tutto finalizzato a mantenere il bacino di voti o la poltrona, o comunque la pagnotta. Il messaggio alle donne diventa: “Sappi che i tempi sono cambiati e tocca farti spazio, ma questa è casa nostra“. E la prima “a”, in “cAsa nostra”, nel caso italiano la metto giusto perché sono un’inguaribile ottimista.

In conclusione: nel gioco di potere della politica, chiunque non sia di casa deve entrare in punta di piedi, e solo per leccare i piedi altrui. Se c’è un qualsiasi mezzo per escludere questa persona dal potere si userà (si pensi alla storia per cui “l’America non era pronta per un presidente nero”). Nel caso della Cup descritta da Vehí, c’è il body shaming figlio della pressione estetica: non vi mando i tremila articoli acchiappaclick sulle ascelle non depilate delle deputate di sinistra e sul loro look “antisistema”.

Come dice Vehí, c’è il colpo di scena (e questa me l’ha raccontata anche un’amica politologa): gli stessi deputati che ti chiamano letteralmente “strega” alla Camera, ti fanno gli occhi dolci o le avances in privato. Sono cresciuti così, il maschilismo non è appannaggio di un fascista navigato di cinquanta o sessant’anni. Un politico italiano “progressista”, in visita a Barcellona, parlava in mia presenza di “quel femminismo esagerato, sapete?”, e non mi credeva quando gli spiegavo che “femminismo esagerato” era un ossimoro.

Insomma: in una sacca di potere come può essere un partito politico o il parlamento, l’obiettivo di chi il potere ce l’ha è colpire sotto la cintur… ehm, dove fa più male, per assicurarsi di non dover condividere neanche un’oncia dei propri privilegi. Come si fa, se la potenziale avversaria è donna? Si usano gli stessi metodi di marginalizzazione che conosciamo in altri ambiti! Con il messaggio di sempre:

“Questo non è uno spazio per te”.

Quante volte l’abbiamo sentito o almeno percepito? E secondo me in Italia non capiamo che non serve a niente colpevolizzare le vittime. La nostra prima reazione di fronte a questa faccenda è: “Sono le donne politiche italiane a non prendersi lo spazio!”. Temo sia un modo riduttivo e poco realistico di affrontare la questione su chi arrivi a comandare nella nostra società.

Ci torneremo.

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Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.

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A diciannove anni avevo una fascinazione per due personaggini dalla vita facile facile: Giovanna D’Arco e Antinoo, il giovane amante dell’imperatore Adriano.

Perché? Vabbè, Giovanna D’Arco che ve lo dico a fare: “La prima femminista a bruciare il reggiseno!” (e giù matte risate). Antinoo, invece, era il primo personaggio storico di cui guardavo le statue e capivo che, al contrario degli apolli e degli efebici cupidi, era esistito davvero: ed era bono pure per una coetanea del 2000! Mi piaceva che un personaggio realmente esistito uscisse bene dalla prova statua di marmo (che, come ben sa Pompeo Magno, è molto più impietosa della prova costume). Forse cercavo io la prova che la realtà non sfigurasse poi tanto, rispetto al mio mondo ideeeaaal.

Adesso arriva il momento quiz (*inforca gli occhiali*): per un milione di pernacchie, cos’hanno in comune Giovanna D’Arco e Antinoo, che mi piacevano a diciannove anni? (… musica di suspensela musica si intensifica…) Indovinato! Sono morti entrambi a diciannove anni.

Io invece, con tutte le arie che mi davo da Rimbaud de noantri, oggi di anni ne compio quaranta.

Cosa ho fatto male? Oppure cosa ho fatto bene, a seconda di come la si guardi? Secondo me, ho la risposta a entrambe le domande: mi sono adattata. Vi suona familiare, vero? Perché è una cosa che prima o poi facciamo, come giurava un vittoriano che studiava iguane. Io sono passata dal caso umano che ero nei primi due decenni di vita (una ragazzetta scollata dal mondo che passava l’esistenza tra i libri), alla grande scrittrice e brillante socialite che conoscete e amate al giorno d’oggi! No, niente flash per favore, e per gli autografi dopo, grazie.

Scherzi a parte, volevo sottolineare che l’insegnamento principale di questi quarant’anni è stato uno solo: la conosceza è potere. È una realtà così banale che non ce ne ricordiamo mai abbastanza. Allora, per rendermi utile in questo mio giorno di festa, ve lo ricordo io. Perché, sapete, negli anni fondamentali per il mio sviluppo mi sono arrivati i seguenti messaggi, che vi ripropongo per vedere se vi ci trovate:

  • ci sono lingue di serie A e lingue di serie B: quella del verdummaro (ortolano in napoletano) è di serie B;
  • però non ci sono “razze superiori”, solo che alcuni popoli vanno aiutati a casa loro (*e scatta subito We Are The World*);
  • c’è una sola vera religione, e chi non la segue si frega;
  • infatti, la storia ha punito i “giudei” perché hanno ammazzato Cristo: pure se il compagno di quarantena, giudeo britannico pel di carota, giura e spergiura che It was an accident!;
  • donne e uomini, gli unici due generi possibili, sono opposti e complementari;
  • le donne hanno l’aspirazione a essere mamme perché è nella loro natura, e in effetti è per quello che cercano gli uomini, perché il piacere femminile è una cosa misteriosiiissiiimaaa;
  • a proposito, è naturale che i sessi si cerchino, perché tutti tuttissimi hanno bisogno di qualcuno da amare, nel senso proprio di Romeo e Giulietta: al massimo ci sono quelli chiamati da Dio, che sono suore e preti;
  • a proposito, suore e preti ti possono picchiare come se fossero i tuoi genitori, che dal canto loro sono autorizzati a tirarti qualche scapaccione, per il tuo bene: tranqui, fa più male a loro che a te;
  • se è per questo, suore e preti, e perfetti sconosciuti che stiano simpatici ai tuoi, ti possono anche abbracciare e dare i bacetti come se fossero mamma e papà: soprattutto i preti. Anzi, fatto da loro è un onore.

Per questo dico che, a parte certe vicende incresciose dell’ultimo anno, sono intrigata dall’epoca in cui vivo, anche se so quale immenso privilegio costituisca questa affermazione: vedo gli stessi problemi di merda di epoche precedenti (qualcuno in più, qualcuno in meno), ma anche tanti aspetti che mi affascinano. Dai canali YouTube che smontano miti sulla religione alle donne che ricordano al mondo che El violador eres tú, la vituperata tecnologia mi ha aiutato tantissimo, in più ambiti: che si trattasse di istruirmi senza uscire di casa, di cambiare naso per un anno senza rimetterci un rene, o di contattare in un nanosecondo, e gratis, le amicizie lontane (*Mario Merola intensifies*). E sì, ho fatto pure in tempo a scrivere lettere, quindi posso dire senza problemi che mi piace mandare WhatsApp così come mi piaceva, un quarto di secolo fa, attendere tre settimane per una risposta dal Nord Italia.

Insomma, quando sono nata l’idea era che a quarant’anni sarei stata una di queste tre cose: una moglie e madre esemplare, con un orario di lavoro che mi permettesse di rincasare in tempo per buttare la pasta; una zitella delusa dal mondo, ma per quello dovevo proprio essere brutta e intelligente; una suora.

Adesso sono una donna che ha vissuto due volte, e oggi va per la terza. Quante volte potrò dire questa frase, in vita mia?

Grazie per accompagnarmi in questa nuova avventura! Nonostante tutto, vediamocene bene.

(Scusate, ma questa canzone mi faceva arrabbiare a diciannove anni, perché Alanis non era più arrabbiata: quindi ci sta che la metta ora. Anche se io resto felicemente furiosa quando serve!)

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Così di botto, senza senso, fuori al Corte Inglés c’è una foto di Belén Rodríguez, che in Italia è solo Belén e qui ha centocinquantamila omonime, alcune molto più famose di lei.

Fa strano vedere la soubrette argentina in un angolo così “elegante” della mia vita, tanto elegante che l’ho ribattezzato “i bidoni del piscio”. Il fatto è che, a pochi passi dalla vetrina, i contenitori per la raccolta differenziata esercitano anche la funzione di bagni pubblici, visto che la toilette più vicina si trova direttamente in Avinguda de la Catedral. E guai se c’è maretta, o una manifestazione in vista: la polizia fa togliere i bidoni nel raggio di mezzo chilometro, e allora o vai in pellegrinaggio in altri quartieri, o cedi almeno il vetro agli amici ribelli che vogliono farci le barricate (e a me fa ancora un po’ impressione, la cosa).

Insomma, quello è un angolino del mio mondo e della mia vita in cui non mi sarei mai aspettata di trovare, così di botto e senza senso, un idolo della cultura pop italiana. Peraltro, la Belén “nazionale” era sul cartellone pubblicitario della DoDo, che come marca di gioielli mi era ignota: a quel punto, siccome il volto non era familiare alle passanti, poteva sembrare una marca “per signore”, come tutti i brenddd che esibiscono volti di donne maggiori di ventun anni (si sa, dai ventiquattro in poi siamo tutte tardone!).

Insomma, Belén decontestualizzata e sconosciuta, così di botto e senza senso, mi ha fatto sorridere e riflettere sui contrasti, e sulle sorprese di questa Barcellona tutta chiusa dal confinamiento: nel doppio senso di chiusa in sé stessa e chiusa al pubblico, visto che nel fine settimana non ci si può spostare tra i comuni.

Quello tra una Belén anonima e i bidoni del piscio non è stato l’unico contrasto curioso, negli ultimi tempi: mentre passeggiavo per il Gotico, così di botto e senza senso, è esploso un coro neanche tanto stonato che si esibiva in una versione a fronna ‘e limone de La Bamba. E io pensavo subito ai soliti Erasmus italiani, che magari scaldavano l’ugola in preparazione del consueto Faccela vede’, Faccela tocca’, mentre due emigranti latini di passaggio si chiedevano se in giro non ci fosse una festa di messicani.

Poco dopo, mentre mi perdevo alla ricerca di una gelateria italiana su cui circolano varie leggende (tipo che la gestirebbe un’ex pornostar), di italiano ho trovato solo Puccini, anzi, Rodolfo e Mimì, che duettavano per l’occasione: il tenore che si esibisce fuori alla Casa de l’Ardiaca aveva una collega soprano ad accompagnarlo, e non riuscivo a capire se fosse una passante, o un’altra finita a cantare in strada per la chiusura dei teatri. Allora ho pensato: da quanto tempo è morto, Puccini? Tra un po’ fanno cent’anni. Eppure ecco spuntare la sua Mimì in un angolino (senza bidoni) del Gotico, tranquilla e lieta come sempre. Scusate, mi è entrato un moscerino nell’occhio. E sono pure vegana, quindi cercherò di rianimarlo.

L’ultimo contrasto è serio, mi è capitato ieri mattina: una domenica iniziata presto, ma troppo pigra per farci qualcosa di buono. Tanto valeva finire di leggere, con venticinque anni di ritardo, I sommersi e i salvati: così imparavo il tedesco con Primo Levi… Inutile dire che preferisco le storielle che mi insegna Duolingo, e se ripenso al tedesco che imparo da Levi i moscerini diventano due. Però all’improvviso, così di botto, leggo nella luce fioca dell’e-reader il nome di Goethe. Goethe lì? In una pagina che parla di baracche, selezioni, e dell’assurdo rituale di rifarsi un letto tutto legno e spigoli? Sì, era proprio Goethe. Levi lo nomina con l’ironia che tira fuori ogni tanto, per precisare che il grande scrittore non avrebbe capito tanto il concetto di “controllatore di letti rifatti”: un prigioniero munito di cordino di precisione, che si vedeva assegnare questa mansione con un termine tedesco coniato ad hoc.

Ora vi confesso una cosa: da ragazzina schifavo Goethe e le sue affinità elettive. Però quel nome, schiaffato tra le descrizioni di materassi ripieni di trucioli e coperte sozze, mi ha portata subito altrove. Mi è parso di respirare l’aria del parco in costruzione di Eduard e Charlotte, e pure ho intravisto Ottilie che ci passeggiava: bella come Irma Grese, ma umana, molto umana (pure troppo).

Ed è facile scivolare nella retorica su queste cose, che poi arrivano sciami di moscerini e gli occhi sono fottuti. Ma davvero, in questo 2021 fatto di silenzio e saracinesche abbassate, e passanti con una pezzuola blu al posto della bocca, e volti familiari che sono diventati voci al telefono, in questo mondo strano che pure viviamo, è confortante vedere che una volta, sì, c’era il “controllatore di letti rifatti”, ma c’era pure Goethe, e Goethe non è mancato mai. Anzi, ricompare all’improvviso, così di botto e senza senso.

E allora, come si dice: finché c’è Goethe c’è speranza.

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Sta succedendo una cosa bellissima, nelle mie letture.

Trent’anni fa, o giù di lì, ero a casa dei nonni, era mattina e doveva essere un giorno di festa, perché non era domenica ma io non ero a scuola, e mia madre non era al lavoro. Il nonno guardava un film in TV, uno di quelli che allora non mi attiravano perché non erano cartoni: però la storia mi appassionava, perché parlava di un bambino e una bambina che si incontravano in campagna. Lui se ne stava su un prato con una zuccheriera, e quello della zuccheriera tra l’erba era un particolare che mi aveva affascinato quanto i vestiti del bambino, che sembravano più da adulto. Forse ai suoi tempi i ragazzini si vestivano come adulti. Lei si chiamava Lillà, o così mi parve di sentire, ma non capivo se si scrivesse proprio come i fiori della casetta in Canadà. Comunque Lillà, o come si scriveva, aveva un abito troppo carino, corredato da un fiocco nei capelli, e pure sembrava venire da un’epoca in cui ti vestivi così ogni giorno, e non solo a Pasqua: sapete, io già allora ero una nemica giurata dei jeans.

Il ragazzino, dopo quell’incontro, rimaneva come colpito da un fulmine, e si recitava da solo poesie su quanto amava questa Lillà, quindi per lui non era poi così importante come si scrivesse il suo nome. I due s’erano dati appuntamento nello stesso posto, ma non so quanti anni dopo. Però quando si rincontravano non erano più tanto divertenti, perché erano già adulti: secondo me avevano almeno sedici o diciassette anni, erano vecchissimi! Così a quel punto avevo interrotto la visione del film ed ero andata in cucina da mamma e nonna. Al ritorno in salotto, però, qualcosa era cambiato e la ragazza era triste, perché stava succedendo una cosa terribile, forse una guerra. Lei era polacca, lo sapevo perché a un certo punto si era arrabbiata col ragazzino dicendogli: “Vuoi dire che noi polacchi…?”. Io di polacco conoscevo le signore con i capelli biondi e i denti d’oro che facevano le cameriere in paese, e certe pantofole bianche, che non mi sarei infilata neanche sotto tortura. Perciò non capivo bene il nesso tra essere polacchi ed essere tristi per la guerra.

Però la ragazza era davvero a pezzi e beveva molto, e a un certo punto dichiarava qualcosa come: “Ho deciso: farò la puttana! Sarò la più grande puttana…”. Ma il ragazzo si arrabbiava assai di questa dichiarazione di intenti. Allora io correvo di nuovo in cucina: “Mammaaaa, cos’è una puttana?”. E mamma mi mandava a prendere il vocabolario, e ci leggevo qualcosa come: “Persona che vende il proprio corpo in cambio di denaro”. Mamma mi chiedeva se avessi capito e io rispondevo di sì, ma in realtà boh. L’ultima scena che avevo visto era di questi due che si salutavano in un giardino, perché poi lei doveva partire con tutta la famiglia in una macchina che sembrava ancora più vecchia di quella di mio nonno, che già era giurassica di suo e non funzionava neanche più. Ma dove andasse tutta la famiglia anche se c’era la guerra, non lo sapevo.

Il ricordo del film mi aveva perseguitato per anni: anni in cui avevo imparato diversi modi di scrivere “Lillà”, avevo scoperto l’increscioso nesso tra i polacchi e la guerra, e avevo pure formulato due o tre idee tutte mie sui colpi di fulmine e la loro reale valenza. Però non ero mai stata in grado di determinare che razza di pellicola avessi visto quel giorno lontano, fino a… Fino alla sera in cui ho trovato questo sito, specializzato nell’individuare film di cui ricordiamo la trama e nient’altro. Allora ho raccontato qui la storia che mi ero portata dietro per anni, e che mi aveva fatto scoprire i poteri delle zuccheriere e cos’era una puttana. L’ho fatto senza troppe speranze, ma un’anima pia è rimasta affascinata da questa trama quanto me, e tanto ha scavato che ne ha trovato la fonte principale. Sono grata a quell’anima pia, e pure a tutte le cose che ci facciamo un punto d’onore di schifare: la tecnologia che “distanzia” le persone e che “disinforma”, mentre a me ha risolto un mistero trentennale, grazie a una persona che non avrei mai conosciuto altrimenti.

Adesso so che il “film” in realtà era una serie, ed era pure basata su un romanzo famoso, scritto in una lingua che, intanto che mi facevo grande e ricordavo i ragazzini e lo zucchero, ho imparato pure a leggere.

Il libro è Gli aquiloni, di Romain Gary. La serie è del 1984. E comunque si scriveva Lila.

A history of the Diet Coke break hunks | HELLO!

Sentite, io odio avere i panni addosso. Va bene?

La mia è proprio insofferenza ai tre o quattro strati di tessuto che rischio di sentirmi sulla pelle negli inverni barcellonesi. (L’idea che siano tiepidi è un’interpretazione polentona, change my mind!)

Capirete, quindi, che l’esperimento dell’altro giorno è stato per me una rivelazione, specie perché io sto alla montagna quanto Trump alla Ragion di stato: dunque non avevo mai sperimentato le meraviglie che fanno due strati soli, ben assestati, di tessuto termoisolante. Sorpresona! Mettevo piede in Plaça Catalunya vestita di una giacchetta che pareva una fioriera (i miei gusti discutibili non cambiano per così poco) e ci stavo bene anche a gennaio. Oddio, forse ci sarebbe voluto giusto un cappotto leggero per coprire meglio le braccia, o addirittura uno scialletto: una cosa stile “Lucia Mondella in escursione sul Resegone”. Ma al massimo si trattava di essere l’insopportabile Lucia, piuttosto che la triste parodia di Anna Karenina che rappresento nel mio cappotto canadese! Peraltro ho investito nei saldi di una marca costosetta ma di qualità, quindi ho trovato paradossale farmi strada, tornando verso casa, tra la solita fila che si stagliava fuori al Decathlon: sospetto che, attirate da certi prezzi stracciati, le persone lì rischiano di ritrovarsi nella stessa posizione l’anno dopo, per acquistare lo stesso prodotto.

Ma quello sui “soldi ben spesi” e gli acquisti di seconda mano è un argomento che toccherò in seguito. Adesso, lasciatemi dire, capisco benissimo se non vi ho impressionato con la mia storiella, ma questi esperimenti scemi sono la conseguenza visibile di tutta una serie di riflessioni, figlie della pandemia e della curiosa circostanza di non avere niente di concreto da fare fuori casa, tranne la spesa. A dirla tutta, c’entrerebbe qualcosa anche il fatto che compio quarant’anni tra qualche settimana, ma vabbè, la conclusione principale a cui giungo è: sono contenta del mondo in cui vivo, nonostante tutto. Bum! Intuite quanto privilegio ci voglia, a fare un’affermazione del genere?

Sì, perché bisogna ottenere il giusto mix di capitale economico e capitale culturale, oltre che una fortuita impermeabilità alla pandemia, per godersi un tempo in cui, per qualcuno, il fatto di stare meno da schifo che in altre epoche già significa che si stia bene. Ma quello che noto soprattutto nella mia esperienza, il privilegio per me più importante, è che ho avuto tutto il tempo e l’agio di vivere due vite.

La prima è durata vent’anni. È stata paesana e un po’ ribelle, ma le sue regole restavano tali anche quando si trattava di trasgredirle. La gente, alle elezioni, votava i conoscenti, non i programmi: tutt’era votare, invece, i programmi, e rassegnarsi a perdere le elezioni. La TV doveva fare irrimediabilmente schifo: tutt’era guardare Rai 3, e fingere che fosse tanto meglio. Gli uomini femministi (oggi avrei detto “alleati”) erano pochi e introvabili: tanto valeva educare quelli che passava il convento. Infine, va da sé, per il bagno a mare bisognava aspettare: un’ora sola magari (il vantaggio di avere un padre medico), ma bisognava comunque aspettare. E depilarsi col rasoio rendeva i peli più duri.

Poi boh, poi c’è stato Internet, con le tanto vituperate legioni d’imbecilli, e quelle più interessanti di gente valida, ma senza gli agganci giusti per arrivare chissà dove. Questa gente, per fortuna, ora può farsi sentire. Ovviamente sono successi altri fatti, intanto, e i prezzi dei biglietti aerei sono scesi, a volte per i motivi sbagliati. Ne ho usufruito spesso, e ho fatto scoperte curiose: in uno dei pochi viaggi fatti in compagnia, come la seconda visita a Barcellona, il mio accompagnatore dava per scontato che gli autoctoni mangiassero pasta quasi ogni giorno. Succedeva da noi, dunque succedeva dappertutto.

Adesso, il mio hobby preferito negli ultimi tempi è stato quello di vedere quante cose credevo andassero in un modo, e invece… Barcellona vive solo di turismo! (L’85% della popolazione no, secondo un documentario che sto cercando di ripescare.) Le disuguaglianze di genere si combattono con la parità dei salari! (Cerrrto, ma il lavoro di cura non è lavoro?) Chi lavora più tempo produce di più! (Ehm…) Non mi dilungo sulle conseguenze di vivere in un posto in cui i tuoi genitori possono comunque accusarti di non votare per il loro stesso partito, ma non perché lì ci sia un cugino candidato, bensì perché “non ami la tua terra” (è successo davvero a un’ex collega indipendentista, che aveva osato votare più a sinistra di Convergència).

Vi risparmio scoperte ed esperimenti su questioni considerate più frivole: vi basti dire che mi sono affidata sempre più alla tecnologia, man mano che ne avevo la possibilità. Ma non ci vuole chissà che tecnologia per scoprire i piumoni separati degli svedesi o, già che ci sono, le camere separate, se la casa lo consente. L’idea di coppia simbiotica che potevano avere i miei genitori, e i nonni prima di loro, faceva spazio al concetto di tempo di qualità: non mi sorprende trovare diverse pagine in italiano che sfottano il concetto in nome della solita rete di affetti che risulti asfissiante e, magari, disfunzionale. Tanti auguri. Tanto per me la famiglia, o l’idea che potevo averne, si è allargata in ogni senso possibile.

Per concludere: no, non ci vogliono tre ore per fare il bagno, o tre strati addosso per sconfiggere il freddo. E sì, sulle soglie dei quaranta sto vivendo un’ulteriore vita che non smentisce le precedenti, ma le adatta a me: alla “ciucciona vecchia” (cit. mia madre) che sono diventata. Consiglio l’esperienza a chiunque abbia il culo di poter fare altrettanto! È per questo che ieri pomeriggio ho adorato una passeggiata in cui non solo andavo “troppo freschettina” (come pure mi rimproverava mamma, quando scoprivo gambe e ombelico a quindici anni), ma in fin dei conti “freschettina” non ci stavo affatto.

Che ci accompagni sempre la curiosità di nuove scoperte. Sono una benedizione. Soprattutto in tempi come questi, perché sapremo farne buon uso.

(La Garota de Furcela… ehm, de Ipanema, cantata da una femminista che la odiava.)

Scommettiamo che voi avreste fatto lo stesso?

Scommettiamo. Io ho solo chiamato la polizia, e poi un amico marocchino per una traduzione al volo, perché tre ubriaconi spagnoli avevano attaccato un senzatetto arabo. Mia nonna lo avrebbe chiamato “fare la metà del proprio dovere”, no? Invece, un altro po’ e mi danno il passaporto marocchino. Perché? Come in una versione marocchina dei “dieci giusti” invocati da Abramo, l’amico che ho interpellato al telefono mi ha detto che “basterebbero cinque persone che agissero come me”. La mia ipotesi è: queste persone esistono eccome, solo che le loro storie non ci arrivano. Forse non sono in contatto anche loro con associazioni che si occupano di diritti umani, come quella che ha aiutato Ahmed giovedì sera.

I tre bulli di cui sopra, che venivano dal Paral·lel, non stavano inseguendo un tizio a caso, lungo Creu dels Molers: volevano la sua birra, che lui, per motivi a loro incomprensibili, non voleva cedere. Il primo manrovescio era partito (con la rincorsa) al grido di “¿Pero qué pasa con los árabes?”. Il secondo colpo era accompagnato da accuse assortite di pedofilia e amenità varie: soprattutto, aveva steso il marocchino a terra. Era accorsa della gente a mettere pace, ma mi dava fastidio che trattassero la cosa come se fosse una semplice lite tra ubriachi, e non un episodio razzista con una vittima ben identificabile. Così, quando i tre energumeni se ne sono andati una prima volta, ho chiesto al ferito (che aveva una cinquantina d’anni, ma piangeva col moccio al naso), se potessi fare qualcosa: “Chiama la polizia” mi ha chiesto lui, che aveva un vistoso bernoccolo sulla fronte. Non ricordavo il numero: me l’ha dato uno di quelli che erano intervenuti a scacciare gli assalitori, ma il ragazzo in questione dubitava fosse quello giusto, perché era di “Urgències”. Come no, volevo dirgli, il fatto non era per niente urgente: ci avevano pure raggiunti di nuovo i “Tre tre”! Quando hanno visto che telefonavo, da che volevano già “tagliarmi le mani” perché credevano li stessi riprendendo, mi hanno informato che ero “muy chula”. Tradotto: a mettere il ditino sul telefono erano buoni tutti. Prima di tutto è un’accusa fantastica, formulata da un gigante di due metri che ha appena atterrato “un moro” in quanto tale. In secondo luogo, se avevo scrupoli a chiamare, la mia era proprio paura per il gigante in questione. Io sono contro la pena di morte, e non sono passati troppi anni dalla sera in cui ci siamo resi conto che, a Barcellona, tale pena si può comminare per direttissima: anzi, senza processo.

Ma l’agente della Guardia Urbana che, poco dopo, è sceso da una volante per parlare con me, era gentile, mentre quello che provava a decifrare i rantoli della vittima andava per le spicce: tanto, le istruzioni erano le stesse di un caso di stupro. Prima vai all’ospedale per il referto e poi, con quello, vai a sporgere denuncia. Se ti hanno rubato qualcosa, come insisteva a chiedere la guardia urbana, ti viene fatta giustizia più rapidamente (e sì, vale anche in caso di stupro). L’agente che spiegava tutto ciò mostrava una certa insofferenza per il marocchino e la sua scarsa padronanza della lingua spagnola. In effetti, quando siamo rimasti di nuovo soli io e Ahmed (intanto avevamo fatto le presentazioni), a mia volta non ci stavo a capi’ più niente. Lui, però, sembrava volermi chiedere cose abbastanza urgenti, quindi ho chiamato per una traduzione rapida l’amico marocchino di cui sopra: per fortuna, si trattava di un esponente di Euro-Àrab.

È stato lì che la questione è diventata interessante, da un punto di vista della solidarietà: in mezz’oretta si è mossa una macchinaria che mi ha stupita assai, e che mi piacerebbe vedere anche nella comunità italiana, per non dire “dappertutto”. Per prima cosa, è stato allertato subito questo giornalista: aveva appena terminato delle riprese a Plaça Espanya, a cinque minuti da dov’eravamo, per poter prendere il treno in tempo (il coprifuoco è sempre alle 22.00), ma è tornato indietro per dare una mano. Nell’attesa mi telefonava un legale sarawi esperto in materia di immigrazione. Poco dopo, altre persone si interessavano al caso, tra messaggi WhatsApp e commenti ai video che il giornalista, una volta convinto Ahmed che doveva passare la notte al sicuro, ha girato insieme a me. Il mio livello di arabo è da lezione 3 di Duolingo, dunque ero convinta di star ascoltando una denuncia vibrante del razzismo diffuso. Invece mi sono scoperta eroina del giorno e santa subito (santa… musulmana, insomma, o laica tipo). Dopo un dibattito sul da farsi, il giornalista ha accompagnato un rinfrancato Ahmed (che con sette gradi di temperatura indossava una felpa di cotonina, e ci avrebbe dormito all’addiaccio), in un apposito rifugio dalle parti di Plaça Espanya.

Non è mancato il momento comico in questa situazione grottesca. Mentre l’amico euro-arabo (quello che ho chiamato) convinceva al telefono Ahmed a incontrare il giornalista, io venivo “posteggiata” da un senzatetto nigeriano che mi vedeva impalata sulla strada di Plaça Espanya. Avevo finito per prendermi io il suo numero: il ragazzo nigeriano non voleva dormire in strada (non crediate che sia scontato!), ma non conosceva la Fondazione Arrels, e io, beh, avevo un po’ da fare per stargli a spiegare i dettagli!

Mentre a cose fatte correvo a casa, che avevamo sforato il coprifuoco di cinque minuti, ho capito che tutto questo entusiasmo per una telefonata alle guardie poteva servire almeno a sensibilizzare sulla questione dei senzatetto, che sono abbandonati spesso al volontariato ed esposti all’ipotermia (entrambi i morti a Barcellona durante il passaggio di Filomena erano marocchini). Ho chiesto dunque consiglio al mio ex clochard preferito, e “muso ispiratore” dell’ultimo romanzo che sto sistemando: cosa avrei potuto proporre, nelle interviste che dovrei dare tra qualche giorno, per migliorare le condizioni di chi vive in strada? In risposta mi è arrivato un messaggio che vi traduco qua sotto:

I problemi sono tanti e complessi. Credo che, sul lungo periodo, l’obiettivo più importante sia prevenire le cause. Tuttavia, le piccole cose possono fare la differenza: come avere un posto in cui puoi lasciare della roba, così non te la devi portare dietro dappertutto. Servono anche posti in cui puoi fare la doccia e lavare i panni. Qualsiasi cosa che renda meno evidente lo stigma quotidiano può aiutare.

Ok, a dirla tutta il messaggio finiva con un anatema al lockdown: il diretto interessato l’ha sempre visto come una misura crudele, soprattutto con i senzatetto. Questo è un discorso complesso e sensibile, ma sul resto siamo d’accordo, vero?

E se lo siamo, perché c’è bisogno della white savior, o del beau geste di un angelo biondo (sic)?

Che poi, come sappiamo, la mia ultima tinta non è andata troppo bene.

L'immagine può contenere: il seguente testo "INNOVAZIONE TRADIZIONE SOLARI UN PO' PAZZI ITALIA GIANPEOPLE"

Ah, il Passeig de Colom al tramonto! Il porto in lontananza, le auto in fuga verso il sole che incendia Montjuïc, la poca gente che corre nel gelo nitido del tardo pomeriggio, e saltella in attesa al semaforo…

“Ho parlato con la tettona!”

Queste parole di colore oscuro (ma proferite con un certo entusiasmo) mi si disegnano davanti in un afflato fantozziano, tagliando l’aria fredda. Stavo attraversando in direzione del mio molo preferito, ma mi giro subito verso i due stilnovisti, che vanno in senso contrario al mio. Scorgo due figure minute e brune, entrambe con un cappello che, intuisco, nasconde quello che Luciana Littizzetto chiama la merlite: la tendenza degli uomini nostrani a trasformarsi anatomicamente in merli man mano che l’età avanza.

In passato, va da sé, ho catturato per strada frasi pronunciate in altre lingue, che pure stonavano in una bella passeggiata. Ma sapete che vi dico? Erano diverse. Un tizio del posto, su Plaça Urquinaona, insinuò che stessi guardando il culo al suo amico, chino sul marciapiede a sistemare qualcosa. “Eh, però l’occhio l’ha buttato…” diceva di me. Erano molti anni fa, e anche nella sgradevolezza mi sembrò una cosa stranissima: il povero cristo mi attribuiva una soggettività sessuale, invece di fare un commento sul mio fisico o chiamarmi direttamente zoccola. Ecco che il female gaze, a Barcellona, mi veniva riconosciuto perfino da un bulletto da due soldi, e per i motivi sbagliati! In realtà ero incuriosita da cosa stesse facendo l’amico chino sul marciapiede, e confesso che manco ci ho fatto caso al didietro in vista, forse perché allora guardavo più i pettorali. Però, pensai, questo posto è più avanzato persino nel sessismo.

Scusate la digressione, torniamo ai nostri gianpeople sul Passeig de Colom. Nel posto in cui sono nata avrei dovuto liquidare quell’epiteto che fa un po’ sineddoche (“la tettona”), con un sospiro, e magari sperare che la diretta interessata se lo fosse aggiudicato non sul lavoro, ma su Tinder, a seguito della pubblicazione di una foto seducente. Da inesperta in materia di tette grandi, ho avuto spesso modo di constatare con parenti e amiche procaci che la questione volume è spesso vista come motivo d’imbarazzo, almeno quando diventa l’unica caratteristica che, letteralmente, salti agli occhi. Mi sono poi resa conto con mio grande orrore che, se lancio un’occhiata alla scollatura di una (magari per decidere se quella maglia a me cadrebbe sulle costole), la diretta interessata ha quasi sempre il riflesso condizionato di coprirsi lì, e io mi sento una criminale per aver suscitato quel meccanismo indotto. Insomma, sono misteri di un mondo pettoruto che non ho avuto modo di esplorare: di fatto invito le sue abitanti a raccontarcelo, se ne hanno voglia, e stavolta a beneficio di altre donne!

Nel caso dei miei due “merli da attraversamento” (giacché amano gli epiteti…), in Italia avrei dovuto concludere che questo passava il convento, e che magari quei due erano dei tranquilloni. Ma adesso non mi basta più, accontentarmi di un esercito di giancosi e pieralberti che, per socializzare tra loro, debbano affibbiare etichette al resto del mondo. Anche perché, spesso e volentieri, questi lo sessualizzano, il mondo, facendo perdere il gusto di una delle attività umane (il sesso) che sono divertenti finché non diventano un’ossessione. Quelli che ne sono ossessionati, e gli uomini italiani hanno questa fama internazionale, formulano giudizi estetici senza aver mai l’esigenza di guardarsi allo specchio e farsi due conti: tanto, nel resto del mondo, chi è più alto o atletico di loro è “ricchione” (se biondo), o assume connotazioni degne di barzellette dal sapore littorio (se più scuro). Le donne invece sono “la tettona”, “la vecchia”, “il cesso a pedali”, ordinate in una classifica che va dalla più alla meno pisellabile.

Sapete una cosa? Mo’ ho preso quest’aneddoto per descrivervi il mio problema con i giancosi, che fa parte di un discorso più esteso sulla mia presente alienazione verso l’Italia. Ma di quella ne riparleremo. Intanto vi confido un segreto: questi che insieme alla burrata vogliono esportare il concetto di “donne a loro disposizione“, io li vedo vagare per locali e cene eleganti con la polo, o i maglioncini sulle spalle, intenti a conoscere il più alto numero possibile di cavallone (sic), biondone ecc.

Ma quelli che ho avuto modo di seguire nel corso degli anni finiscono perlopiù con ragazze latine, che presentano tratti culturali molto simili rispetto a quelle del paese loro. Oppure, se si tratta di giangi di classe più alta (quotatissimi i bocconiani che lavorano nelle corporation), finiscono con una “slava atipica”, qualsiasi cosa sia, o con un’araba di un paese laico o a maggioranza cristiana, che abbia il pallino per la medicina tradizionale. Cioè: esotiche, feeega, ma non troppo. Di tutte le culture possibili, sembrano letteralmente sposarne un’altra che abbia punti in comune con la parte più conservatrice della loro (perché ce ne sono di donne che si ribellano, a tutte le latitudini). Insomma, il giancoso si sente più sicuro di sé accanto a una donna che ami il piedistallo su cui è stato educato a metterla (ma solo lei, sua madre e sua sorella), e che in cambio lo coccoli come faceva mammà. Scontato? Sì. In effetti il giancoso è un cliché ambulante, e un po’ gli fa pure comodo integrarsi nel suo ambiente di lavoro come l’italiano medio. Le vie dell’adattamento sono infinite.

Mica parlo solo di Barcellona! Una volta recuperai su Facebook un antico “amichetto del mare”, e seppi che si trasferiva a Berlino, per lavorare in una multinazionale. In patria, e nelle nostre serate di gggiovani in spiaggia, il tipo faceva molto latin lover, fin dall’adolescenza. Allora, con la confidenza che a volte caratterizza chi si conosce da sempre, vaticinai all’emigrante berlinese che se la sarebbe spassata qualche tempo con delle teutoniche simili alle turiste che, più grandicelli, incontravamo al nostro lido del cuore. Poi, però, sarebbe finito con un’esponente della numerosa comunità turca locale. Come lo sapevo? Beh, a suo tempo era stato l’amico stesso, ormai ventenne, a raccontarmi mangiando un Magnum di essere rimasto spiazzato da alcune cavallone (epiteto ricorrente, in una nazione di bassotti) che l’avevano (de)rubricato come “la sveltina tra il gioco-aperitivo e la festa in spiaggia”. Memore di questo, ero sicura che l’amico si sarebbe divertito solo per un tempo limitato, nel sentirsi circondato da tizie così destabilizzanti per i suoi standard.

Ci credereste? Non solo è successo quello che dicevo, ma è stata quella lontana fidanzata turco-tedesca, che è durata molto più delle altre, a trovargli un lavoro in un’azienda migliore. Adesso che ha superato i quaranta (dunque gli do altri due anni, e poi regalerà un nipotino a mammà), l’amico è passato al classico dei classici: la stagista ventenne. Confesso che ci ho inciuciato sopra con un altro amico che veniva al mare con noi, e che, essendo gay, mal sopportava certi atteggiamenti “testosteronici” del Berliner. L’amico gay ha commentato:

“Sai che c’è, tesoro? Quello lì mi sembrava il classico tizio che faceva tanto lo splendido, ma si cacava sotto. Infatti, quasi sempre finiva dietro a ragazze minute e gentili che lui non percepiva come una minaccia, perché gli facevano fare il suo piccolo numero di maschio alfa. Non per niente, tesoro, a un certo punto andava pure dietro a te!”

Grazie, amico mio, anche io ti stimo molto.

Meno male che i tramonti sul Passeig de Colom continuano a deliziare i miei pomeriggi. I giancosi che passano per di là non sono più un problema mio.

“Con due bombaramenti da paura”, o: i grandi vati della nostra televisione.

Filumena Marturano - Biblioteca de Catalunya - Teatro Barcelona
Non trovando immagini barcellonesi d’impatto sulla tempesta Filomena, beccatevi questa locandina di Filumena Marturano, recitata in català!

In realtà è come dice il vicino scozzese. A Barcellona, il cattivo tempo è cattivo e basta. Niente neve, poco vin brulé, pochissime tisanine accanto al fuoco (o almeno accanto alla stufetta kitsch che riproduce l’effetto di un focolare). Solo vento gelido, al massimo nevischio, e tu che provi comunque a sedere ai tavolini all’aperto riscaldati male, visto che con le restrizioni questo passa il convento.

Che poi io i nomi di tempeste e uragani li avevo sentiti e “risentiti”, anche nel senso che mi offende il fatto che siano tutti femminili! “Filomena”, però, mi mancava. Va detto che la tempesta che sta provocando morti in giro per la penisola iberica (i primi colpiti, indovinate un po’, sono i senzatetto), a Barcellona si è limitata a fare il miracolo di lasciare tutti a casa, coi saldi in corso.

No, perché venerdì sera dovevate esserci, per il Portal de l’Àngel: delle file che non terminavano più, e per entrare da Bershka! Ma che davero? Io, che all’improvviso m’ero trovata un gradito ospite a cena, ero corsa per un curry da asporto fino al Govinda: secondo il sito web, e il cartello adocchiato tempo fa all’ingresso, il primo ristorante indiano & vegetariano di Barcellona apriva a cena solo il fine settimana, dalle otto in poi. E invece, ancora alle 19.57, il locale era buio e deserto, e io ero l’unica figura antropomorfa nei paraggi che non fosse in fila per il vicino Decathlon!

Sabato, invece, il silenzio.

Per strada circolavano al massimo due o tre persone infreddolite. Le saracinesche mi si abbassavano sotto il naso, alle sei di sera. Cartelli stampati in fretta informavano della chiusura temporanea di questo o quel negozio. Ho controllato meglio le restrizioni del giorno, sulla strada infangata da un nevischio caduto ancor prima di formarsi. Niente: quei negozi o dovevano chiudere verso le otto, diciamo, o a questo punto non dovevano proprio aprire. Che Doña Filomena (la tempesta, insomma) avesse causato l’allerta meteo pure in città? Va bene che ho il telefonino dei puffi, ma a spulciare i giornali online non trovavo nessuna informazione in merito.

A quel punto, per liquidare la situazione e pensare ad altro, ho deciso che avevano chiuso per mancanza di clientela, tanto stavano tutti tappati in casa per il combo lockdown-meteo. A questo punto poteva pure scattare la battuta: vabbè, ma se vivi nel centro storico hai più freddo in casa che fuori! Purtroppo non c’era niente da ridere: io ho dovuto rompere il porcellino salvadanaio per procurarmi tre finestre isolanti, e chi non ha il privilegio di poterlo fare rischia di morire per uno scherzo della bombola, o un corto circuito. Stava succedendo l’altro giorno in carrer Robadors: strada di filmoteche, prostitute organizzate e allacci alla corrente finiti in fumo.

In Avinguda de la Catedral, però, mi si è presentato davanti un siparietto curioso. Un gruppo di ragazzi sulla ventina, muniti di mascherine e giacconi pesanti, scendevano a grandi balzi gli scaloni della cattedrale, e intanto cantavano “Happy Birthday“, ma in catalano. “Moltes felicitats! Moltes felicitats!”. Cavoli, meno male che sembravano comunque entusiasti, pieni di vita! Se no che tristezza, un compleanno festeggiato così: in strada, senza potersi fermare a bere, senza fare troppo tardi a casa di qualcuno, dove comunque non si potrebbe brindare in più di sei persone. A me non dispiace passarmi i quaranta in questo modo, il mese prossimo, ma un tipo così giovane…

Moltes felicitats! Moltes felicitats!”

Poi, alle mie spalle, è successo. “Parabéns pra você…” ha attaccato un ragazzo bassino e di carnagione scura, che camminava accanto alla fidanzata. Il brasiliano ha continuato a cantare anche quando il festeggiato e i suoi amici non potevano più sentirlo: era come se volesse ripassarsi la canzone per sé. Da quant’era che non la intonava? L’aveva fatto almeno su Zoom, in tempi recenti, a beneficio di un qualche nipotino che non sta vedendo crescere?

A quel punto, senza neanche accorgermene, ho cominciato anche io sotto la mascherina: “Tanti auguri a te…”, ma proprio alla Johnny Dorelli. Poi sono andata in crisi al secondo verso. Dai, lo sapete perché. È la più scema delle battute che si fanno ai compleanni dei bambini, però in quel momento, nello spiazzo deserto e buio e coi piedi nella fanghiglia, veniva proprio da proseguire la canzoncina con la consueta minaccia: “… e la torta a me…”.

In realtà, nel mio caso è la quiche. Per i miei quaranta sarà una torta salata, di quelle alla francese. Era l’unica cosa che mi mancava di ciò che mangiavo prima della svolta vegana, specie adesso che ho provato anche le costatelle del Vegan Junk Food (e pure delle originali mi mancava più che altro la salsetta olio e limone di mamma). Ho scoperto da poco che fanno quiche vegane su ordinazione in un negozio dalle parti del Paral·lel, pensato più per la clientela locale che per i fan salutisti dell’avocado. Chissà come andrà la mia festicciola. Febbraio è un mese strano, imprevedibile: a volte fa schifo e a volte no. Voglio dire, aprile a Barcellona è una garanzia, per esempio: viene con un freddo e un maltempo da far schifo perfino ai britannici (tipo lo scozzese di cui parlavo a inizio post), e ho detto tutto. Febbraio, invece, ogni tanto sorprende.

E se Doña Filomena dovesse tornare tra un mese, aggiungiamo un posto a tavola pure se siamo già in sei.

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Le mie feste sono finite, in una botta di tempismo, con l’ultima puntata di Bridgerton.

Come già aveva previsto Ken Loach, il sontuoso drammone mi ha confortata con la sua finta nostalgia: cioè, mi ha consolata del ritardo di tredici giorni che, in qualche modo, mi ha regalato una sindrome premestruale di tre settimane. Al contrario del Duca e della Duchessa di Hastings, non avevo particolare motivo di credere che ciò che mi stesse succedendo fosse altro da un rave di prostaglandine: altrimenti, per onorare un’antica barzelletta sessista, avrei chiamato un eventuale pupo Mandrake.

Devo dire che ci ho messo tipo quarantotto ore ad andare oltre i primi quindici minuti della serie, visto che la storia mi sembrava inventata dalla cugina vrenzola di Jane Austen (al secolo, Julia Quinn). Poi, però, in barba a una prevedibilità che ti fa indovinare quasi tutto, compresa l’identità di Lady Whistledown, ho apprezzato i dialoghi scritti bene, i costumi pacchiani come piacciono a me, e la bravura del cast: tutti particolari che, a maggior ragione, mi hanno fatto soffrire per i tanti difetti della trama.

Cominciamo da una cosuccia da niente: la scena di violenza sessuale dell’episodio 6. Premesso che mettere gli attori “meno scuri” nei ruoli principali non sembra poi così colour blind (vedete il minuto 3:15 di questo video), cosa succede quando è soprattutto la voglia di fare cassa, che ti spinge a creare un cast multietnico? Che la prima scena di abuso di una donna su un uomo, almeno la prima che io ricordi dai tempi di questo film horror, vede una protagonista bianca che non si ferma quando il partner nero glielo chiede più volte. “Come se non fosse già successo prima” twittava qualcuno, e qui mi mangio il cappellino a fiori per la storia mai scritta degli abusi delle padrone in tempi di schiavitù (ma va’ a trovare le fonti!). Ovviamente la scena viene fatta passare per un’investigazione un po’ sui generis della diretta interessata, che viene presentata come vittima della situazione: e credetemi, il suo desiderio di maternità ha tutta la mia simpatia. Come forse avrete notato, io non ho avuto modo di diventare madre anche perché mi sono fidata di uomini che possono permettersi di cambiare idea quelle due o tre volte sui figli, e hanno finito per decidere al posto mio. Quindi spero di essere al di sopra di ogni sospetto se dico che ho un’enorme empatia per il diritto alla maternità, che a mio avviso dovrebbe prescindere dalla volontà maschile. Per questo sono diventata perfino più empatica verso quelle che “lo fanno succedere”, fosse anche martellando allo sfinimento un compagno a dir poco riluttante. Però, da qui a far passare sotto silenzio un rapporto sessuale non consenziente… Anche no. Specie se consideriamo che nel caso del bel Simon il problema non è se vuole figli o meno, ma è perché dichiara di non “poterne” avere.

Ma quello che mi è dispiaciuto di più è stato il messaggio finale: puoi scegliere di amare una persona ogni giorno, non importa quanto questa persona sia segnata dalla vita. È pericoloso pensare che l’amore sia una scelta. Si sceglie di portare avanti il duro lavoro che lo preserva, e che con un po’ di culo può aggiustare perfino una relazione compromessa. Però non si può scegliere di amare. E non si può fare per il motivo meno romantico possibile: nell’impulso iniziale che avvicina le persone interessate c’è sempre una componente a cazzo di cane. Si presume sia un cocktail di coincidenze vitali e di predisposizione affettiva, miste a una sorta di imprinting amoroso che abbiamo ricevuto nei primi tempi della nostra vita. In ogni caso tutto questo, ahimè, non si suscita, non si evoca, in definitiva non si “sceglie” di provarlo. C’è chi non lo prova affatto. Attribuire responsabilità personale al fatto di provare amore o meno è fuorviante e pericoloso: nel caso probabilissimo della fine di una relazione, getta la colpa sui singoli individui pur di non ammettere che certe cose sfuggono al nostro controllo. Così funziona l’amore romantico: devi credere che sia eterno ed esclusivo e totalizzante, oppure hai sbagliato persona. Avanti il prossimo.

Ma, tra i miti dell’amore romantico promossi dalla serie, il messaggio forse più pernicioso è: l’amore vince tutto. Non è così, al contrario di quanto insinuerebbe qualche pettegolo latino. Mai come dopo queste feste posso assicurarvi che l’amore non vince, per esempio, lo stress post-traumatico, oppure l’alterazione delle percezioni sensoriali e qualsiasi malattia la possa causare. Va bene che un conflitto interno di natura psicologica sia più conveniente per la trama di una serie, ma un Duca che se ne vuole restare da solo potrebbe davvero essere aromantico, cioè membro di una categoria che si vede rappresentata solo nella forma di bisbetiche domate (magari femministe) e di misogini trasformati dalla donna giusta. Il fatto è che questo lo capisco perfino io, che ho il dente avvelenato: un tipo che non vuole figli potrebbe non volerceli e basta. Non va “convertito” con un atto sessuale che diventi non consenziente in corso d’opera. Né i figli sono la cura, né lo è l’amore.

Però ho una buona notizia: se l’amore non vince tutto, è anche vero che “tutto” non vince l’amore. Cioè, il gigantesco complesso di sfighe che può abbattersi sulle migliori intenzioni del mondo potrebbe non riuscire a separare per sempre due persone che, a un certo punto della loro vita, si sono ritrovate nello stesso posto allo stesso tempo, e vogliono provare a restare insieme finché rimarrà una buona idea (o almeno si spera).

Possono continuare anche quando si scopre, come sopra, che questo condividere spazi e pezzi di vita potrebbe non proseguire nelle modalità che entrambi auspicavano. Una pessima relazione può diventare un’ottima amicizia, o un rapporto di lavoro molto remunerativo. Un’ottima amicizia può diventare una buona relazione, o anche una cogenitorialità. Ma tutto ciò, ammesso che si voglia, succederà a un solo patto: bisognerà accettare il cambiamento. Accettare che il sentimento si trasformerà, drasticamente o meno, e che se succede non c’è niente di strano. Per esempio, si può star bene insieme e allo stesso tempo non stare insieme, o non come si credeva.

Forse il problema con la finta nostalgia, e le serie che la promuovono, è che pur di incollarci a uno schermo ci dicono esattamente quello che vogliamo sentire, perché quello che succede più spesso è noioso e già lo conosciamo.

Però, e ne parlavo oggi con un’amica: ci sottovalutiamo. Pensiamo spesso che non potremmo reggere un mondo in cui non stiamo tutto il tempo a prenderci per il culo da sole/i, invece di affrontare le cose come stanno, e partire da quelle per trovare una felicità reale.

Quindi smettiamola di girarci intorno, fosse anche a ritmo di valzer: l’amore non vince tutto. Però, una volta che si accetta il suo volto umano e cangiante, non basta tutto a vincere l’amore.

E adesso tornate pure a fare il casché.