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Alla fine mi ci sono trovata per caso, come mi succede quasi in tutto.

Passeggiavo vicino ad Arc de Triomf, ho visto bandiere argentine. Le portavano dei ragazzi che mi sembravano italiani in tenuta sportiva, come spesso mi succede con gli argentini: altezza media, capelli neri, una certa passione per bomber e felpone blu. La differenza stava, appunto, nelle bandiere: da noi sono problematiche comunque la si pensi. I ragazzi invece le esibivano tutte intorno allo striscione che, ovviamente, non hanno tardato a spiegare: Maradona che bacia la coppa del mondo.

Poche le donne, pochi gli anziani (c’era un signore che esibiva una maglietta azzurra con un Maradona urlante) e pochissimi i ceroceni: le candele funebri che, nelle stesse ore, si accumulavano invece davanti al San Paolo di Napoli.

Quella festa sotto Arc de Triomf, che man mano che veniva gente prendeva i connotati di un veglione a orologeria (c’era sempre il coprifuoco!), era senza lacrime, con molta musica, e una convinzione ferrea: “Diego no se murió / Diego no se murió / está en el pueblo argentino / la puta madre que le parió”.

Così, senza saperlo né cercarlo, facevo anche io la mia “veglia funebre” a Maradona, e la facevo nel modo migliore per me: niente pianti e ricordi nostalgici, solo una grande fiesta, piena di orgoglio e canzoni. Era una soluzione in piena sintonia con il recente proposito di lasciarmi il passato sulle spalle, più che alle spalle, e andare avanti. Mi sono resa pure conto che intoniamo la stessa canzoncina (olé, olé olé olé, Diego, Diego…), ma con ritmi diversi a Napoli e in Argentina, dove si segue il ritornello di questa canzone scrausa.

Il lancio improvviso di un paio di “oh mama mama mama” è avvenuto in corrispondenza di quello dei fuochi artificiali, e mi ha fatto pensare a infiltrazioni napoletane nel cuore del fiestón. Anche se mi mantenevo troppo a distanza per poter verificare.

E poi ero troppo impegnata a curare il compagno di quarantena, che mi aveva raggiunto apposta alla chiusura della biblioteca, dalla Sindrome del Culo Inglese (S.C.I.): un disturbo che impedisce di muovere le anche a qualsiasi persona che chiami Falkland le isole Malvinas! Per fortuna il nostro ha fatto progressi in fretta, così abbiamo pure avuto modo di allontanarci dal casino per riflettere un po’ su quello che vedevamo.

Io scambiavo sorrisi con due ragazzine arabo-catalane che si contendevano uno skate, e che mi sembravano una versione bruna e riccia di me e mia cugina alla stessa età, immortalate in una foto d’epoca a contenderci una carrozzina (spoiler: alla fine l’ha spuntata lei, che ha appena avuto un bambino). Così è stato più facile, per me, parlare dei miei ricordi d’infanzia e del privilegio di non aver avuto bisogno di un attaccante argentino per sentirmi “riscattata”: ai tempi credevo ancora nelle favole, da quella di Biancaneve a quella per cui, se avessi parlato italiano corretto e non avessi rubato neanche le saponette negli hotel, mi avrebbero riconosciuta come italiana dappertutto, perfino in Italia.

(Spoiler: un giorno, in ostello, una bolognese che trovava i napoletani “tanto simpatici” mi avrebbe accusata di furto di cravatta, e da allora gli altri ospiti si sarebbero portati con sé i loro beni prima di lasciarmi sola in una camerata. Ma questa è un’altra storia.)

Il compagno di quarantena mi ha parlato delle sue aspirazioni frustrate di sportivo, del fatto che la sua vita assurda e la sua famiglia disfunzionale non gli avessero permesso di dedicarsi all’unica cosa che lo fa stare davvero bene. Per lui, Maradona era un simbolo di ciò che succede quando invece porti avanti la tua vocazione, a prescindere dal fatto di essere il peggior nemico di te stesso: come disse proprio “Diego” nel suo discorso di addio al calcio, la pelota no se mancha. La palla resta pulita a prescindere dalle sozzure di chi la calcia.

Questo si applica a tanti ambiti, compreso il mio preferito: la scrittura. Ormai non sono più una junghiana entusiasta, specie dopo le ultime sparate di certi junghiani, ma ho sempre capito il Puccini che dichiarava, più o meno, che era Dio a dettargli cosa scrivere. Per me significa, semplicemente, che la me che mangia e parla e commette errori, perdonabili o meno, è una persona diversa dalla me che scrive. Proprio perché, secondo me, non si tratta di noi: non si è mai trattato di noi. È solo quando superiamo il nostro ego e le nostre piccole storie che possiamo prender parte al flusso più grande di quello che si chiama arte, o sport, o qualsiasi cosa che suggerisca all’umanità che c’è un lato migliore, da qualche parte.

Ma i miei vaneggiamenti erano destinati a terminare il giorno dopo, quando una persona molto acuta e intelligente mi chiedeva più o meno: “È un reato dire che Maradona fosse l’oppio del popolo?”. Del nostro popolo, almeno. Sulle prime non avevo colto subito. A me il fuoriclasse sembrava rappresentare una sorta di sogno individuale, a tratti decisamente fuorviante: se portavi avanti quello che sapevi fare meglio, riuscivi bene malgrado te stesso. E poi è un sogno soprattutto maschile, nonostante il supporto di varie femministe napoletane e argentine, perché riguarda un mondo a cui le donne hanno ancora scarso accesso, e non ha bisogno delle legittimazioni esterne che ancora si richiedono alle donne.

No, la mia interlocutrice intendeva altro, e finalmente ci sono arrivata anche io: non è ancora stato scritto, forse, l’elenco di tutte le volte che le glorie calcistiche sono state strumentalizzate per nascondere miserie materiali, cattive amministrazioni locali, soldi che potevano andare in direzioni concrete e sono stati spesi in soluzioni temporanee.

Insomma, povero il paese che ha bisogno di eroi.

Allora mi sono ricordata una storia di vent’anni fa: quando, per interposta persona, mi interessavo della politica di un piccolo paese vicino al mio. C’era lì un grande albergo con piscina, c’ero andata a qualche comunione o, più tardi, a nuotare con delle amiche. Aveva al massimo la licenza per la pompa di benzina che era piazzata lì davanti. Qualcuno di mia conoscenza, nella nuova giunta comunale, voleva mettere fine a questa storia, ma s’era ritrovato solo, incompreso, esautorato.

Allora si era accontentato di comminare una multa: che almeno arrivassero dei soldi al comune! Poi la sua attività era stata ridotta a interventi simbolici alle attrezzature sportive del paese (ecco che torna lo sport). Infine, il giovane rivoluzionario si era dimesso.

Allora sì, il problema è strutturale. Quando non puoi o non vuoi fare niente, c’è la collaudata formula panem et circenses.

E sì, è un capitolo tutto da scrivere: chissà se, per dirla alla Puccini, verrà mai un dio a dettarlo a qualcuno, fosse anche un dio minore.

Tanto, neanche questo riuscirebbe a sporcare la palla.

Per la serie “Ti ricordi dov’eri quando è successo?”, la notizia di cui parlate da giorni mi è arrivata che passeggiavo al porto di Barcellona, per la mia dose quotidiana di vitamina D. È importante spiegare come mi sia arrivata la notizia: il messaggio di un amico, che faceva un accostamento che non vi piacerebbe tra il lutto improvviso e tutti quelli che si ricordavano in quello stesso giorno.

“Grazie per avermelo detto tu” ho replicato “vorrà dire che non aprirò Facebook fino a domani”.

Poi l’ho aperto, Facebook, per altri motivi: ho fatto in tempo a leggere il lutto degli amici e di persone che stimo, per motivi che capisco. Riporto la testimonianza che mi sembra spiegare meglio perché non si tratta di un lutto qualsiasi, e perché un approccio intersezionale (cioè, che tenga conto di fattori come genere, classe e origine geografica) aiuterebbe a capire meglio.

Voglio scrivere qualcosa pure io. Lo stanno facendo tutti. Ma che scrivo? Forse per questo i lutti collettivi mi spaventano di più di quelli individuali. E ora sono cazzi amari. Nessuno può consolare nessuno. Ognuno se la deve piangere da sé e dirsi che dovrà abituarsi a vivere in un mondo senza Maradona. Non mi piace che stiamo tutti schiattati in corpo. Tanto già lo so. Accenderò la televisione e ascolterò il solito cinico che avrà gioco facile a dire che noi napoletani siamo esagerati, che Diego era un drogato, che le nostre ‘orazioni funebri’ sono solo figlie del nostro professionismo del lamento. Ma come glielo spieghi?! Ma come si spiega quel momento di sconforto, quel senso di perdita, quell’amputazione dell’assenza? Come glielo spieghi che siamo tutti figli di Diego? Che abbiamo acceso le luci dello stadio? Che di vincere a noi non ce ne fotte proprio? Che a noi interessava soltanto essere napoletani? Che per una volta vogliamo piangere senza retorica, piangere e basta come ci ha insegnato Maradona.

Ho condiviso anche le polemiche sul fatto che una morte improvvisa sembrasse cancellare la ricorrenza del giorno, soprattutto dal palinsesto della televisione: d’altronde la stessa televisione, poche ore prima, pretendeva di insegnare a fare la “spesa sexy” a me che al massimo faccio i raid al CoAliment, e mi sento chiedere dalla cassiera, che ha adocchiato da un po’ la mia t-shirt coi tasconi, quando nasce il bambino.

Ma al momento della notizia, lo confesso, ero distratta.

Quel pomeriggio m’ero resa conto di qualcosa di importante: il passato è portatile. Il passato cambia, e questo lo sapevo: cambiano le interpretazioni e l’uso che ne facciamo, sia nella “grande storia” che nella più piccola, la nostra (che poi, in parte, sono la stessa cosa). Il passato, però, può anche essere leggero. Sarà un privilegio, un lusso, ma sì, può starsene in una borsetta: la mia, che quel pomeriggio lo portava in giro per il Port Vell senza che fosse un peso insostenibile, anzi. Il mio passato è pronto ad adattarsi a nuovi mondi.

Perché non smetterò mai di provenire da un certo pezzo di terra, e non smetterò mai di essere tutte le mie vite precedenti, ma adesso basta. Adesso ho un’esistenza diversa, ho dei sogni diversi, e più che di lutto ho voglia di vita.

I ricordi ci sono: i lontani caroselli in maglia azzurra e i cori in spagnolo maccheronico; la piazzetta di Capri che era diventata tamarra e caciarona quanto tutte le altre, mentre si festeggiava la coppa Uefa.

Ma adesso sono un’altra, vivo altrove e, a ben vedere, non amo quell’altrove più del posto da cui provengo, perché in generale non sto più tanto a vedere su quale tavolo poggio i miei appunti e da quale panchina guardo il mare.

E come le maree portano via tutto, un presente consapevole può portarsi via un passato limitante, in cui le imposizioni di altri possano aver condizionato la mia spontaneità. Sono cose che nella vita si scoprono a volte troppo tardi, e mai troppo presto.

Soprattutto, le maree portano progetti nuovi, o anche solo idee, momenti di lucidità. La nostalgia appartiene spesso a chi non ha speranze, e oggi le speranze, purtroppo, hanno un prezzo, come tutto. In un tempo in cui le polemiche collegate a Netflix diventano critica sociale, non sarò io a scoprire dove finiscono gli innegabili ostacoli che ci ritroviamo a seconda di dove e come nasciamo, e dove iniziano le responsabilità personali: sempre più in là, temo, di quanto voglia farci credere la filosofia del “volere è potere”. Intanto però decido cosa fare della mia, di vita, della casa e degli amici, e dei figli che forse non partorirò mai, ma che potrei adottare: soprattutto dei figli che scrivo, che sono fatti di parole e, a volte, perfino di carta, portatile quanto il mio passato.

Forse, se avessi appreso la notizia in un altro modo, in un altro momento, mi sarei accodata subito ai lamenti di chi amo.

Invece mi è toccato continuare ad abbracciare i miei progetti, mentre pure abbracciavo col pensiero chi vegliava e accendeva ceri, lontano da me: in una città che mi appartiene e che porto sempre con me, verso gli altri posti che verranno.

(La vida es una tombola.)

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Questo, nello slang spagnolo, sarebbe un post “jijiji jajaja” (si legge come una risata, ma con le aspirate al posto sbagliato). Nel senso che parlo scherzando di cose che non sempre sono scherzose.

Vabbè, ormai su questo blog è quasi un cliché che un occasionale visitatore (o visitatrice, in questo caso) venga nel mio salotto e si ritrovi l’ex compagno di quarantena steso a terra a dormire. Ma credo di avervelo già detto: lui non ama le case, non ama i letti, e non ama i materassi che non siano tipo duri come pietre.

La visitatrice era in realtà una signora che viene a fare le pulizie dalla mia vicina, e che, la prima volta che ha visto casa mia, mi ha confermato quello che mi dice chiunque: io a volte sono cieca. Ci sono cose che vedo, della mia vita, e altre che no. Questo mio presunto caos (visto? scrivo ancora “presunto”) lo notate solo voi. Vabbuo’? Non pretendo di essere ordinata, ma diciamo che ho altre priorità. Solo che, siccome il coinquilino se n’è andato altrove a godersi la sua nuova vita, volevo che qualcuno mi aiutasse a riorganizzare la casa.

La signora non ha fatto commenti davanti al bell’addormentato in salotto, piuttosto mi ha chiesto a bruciapelo: “Dov’è l’anticalcare?”. Uff, pensavo se ne fosse scordata! Me l’aveva chiesto invano l’altra volta, quando l’avevo chiamata perché il coinquilino aveva degli standard igienici e io, invece, avevo una vita (*inforca occhiali da sole fashion*). Allora, dopo quella prima visita della signora, ero passata per il Veritas disposta a pagare un rene, se era il caso, ma l’anticalcare proprio non ce l’avevano: segno che era proprio il Satana del disastro ambientale, che era uno di quei prodotti sostituibili con aceto e bicarbonato, e cose così.

Però, mentre il compagno di quarantena resuscitava dal suo giaciglio e io risistemavo un po’ il romanzo finalista a questo premio, ho sentito grattare in bagno, e ho capito: questa signora sessantenne, energica ma con un po’ di affanno, ha deciso sul serio di affrontare il calcare del pleistocene che mi sono ritrovata nella doccia al momento di stabilirmi in casa. Come tante guerriere del pulito della sua generazione, l’ha fatto armata di coltello, e quasi spalmata a terra. E tutto perché io, fraccomoda scribacchina, non avevo trovato il calcare ecobbbio.

A quel punto, la bozza mi diventava tipo scritta in sanscrito, non riuscivo più a concentrarmi, e finalmente… ho alzato il popò dalla sedia: “Signora, vado a comprare l’anticalcare!”.

Quella ha accolto la notizia come se le avessi offerto il vaccino anti-covid. Anzi, già che c’ero, potevo comprare anche…? Sono andata via con una lista nutrita di cose per cui, la rara volta che mi ci metto, userei il detergente generico “amico dell’ambiente”, che un giorno scoprirò consistere in acqua e collutorio.

Quando sono tornata con dieci euro di spesa, la signora ha organizzato un anticalcare party su due piedi per festeggiare la mia tardiva apertura del portafogli: che si sarebbe aperto di nuovo, va da sé, quando ormai dagli scavi di casa mia era emersa una metropoli nascosta, di cui ignoravo l’esistenza. Non capivo neanche quanto stessi pagando, c’era una banconota in più rispetto a quella pattuita, ma avrebbe dovuto essere inclusa fin dall’inizio.

Perché, mentre la signora puliva tutt’intorno a me, io arrivavo alla parte del mio manoscritto in cui Elena, la protagonista, decide se andare o no all’occupazione del Palau Robert, e mi rendevo conto ancora una volta di quanto culo ci volesse, e soprattutto quanto privilegio, per poter pensare solo alla parte che più m’interessava della stanza: Elena sul mio foglio Word, non la polvere tutt’intorno.

Succede spesso che le donne della mia età e condizione sociale paghino un’altra donna per pensare alla polvere. A volte invece, specie quando ci sono bambini in casa, non possono scegliere. Le “senior” della mia famiglia hanno provato a insegnarmi che “non dovrei fare tutte ‘ste storie se il mio uomo non vuole fare i servizi: alla fine che mi costa?”. Tantissimo, mi costa: una vita in cui dovessi fare ogni giorno una cosa che odio, senza ricavarne neanche un euro, sarei infelice. Quindi perderei la ragione principale per cui, in teoria, si dovrebbe ricercare una relazione romantica: essere felici, giusto?

Ah, già: la ragione è un’altra. È sempre stata un’altra.

E visto che le donne devono ancora scegliere, e sentirsi fortunate se possono… beh, io tra la polvere ed Elena scelgo Elena. Occuperà il Palau Robert, o deciderà di no?

Lo scoprirete nel prossimo romanzo! Intanto studio per vedere come si scrive un contratto di lavoro part-time da offrire alla signora.

Scommetto che quella riesce a inserirmi l’anticalcare pure nelle righe piccole.

(La mia idea per pulire era un po’ questa, ma era poco vegana.)

Questo post è stato cambiato in corso d’opera, in seguito alla carrambata che leggerete più sotto.

Aggiornamenti! Ricordate la piantina caduta in piedi nel patio di sotto?

La saga continua, ed è fantastica: una miniserie sull’assurdità delle case a Barcellona, o, anche, sui danni della speculazione. Precisiamo che a scrivere qui non è una potenziale okupa, ma una che ha esercitato il suo privilegio di classe per comprarsi casa e affittarne i due terzi, così da avere il tempo di scrivere questo post e pure qualche romanzo. Però insomma, quello a cui assisto da quando vivo nel Gotico mi fa sembrare Meg dei 99 Posse! (Almeno prima che uscisse dal gruppo.)

Dunque non avevo particolari pregiudizi quando, la settimana scorsa, lasciavo l’immondizia fuori al palazzo, e m’imbattevo in un vicino che rientrava giusto in tempo per l’inizio del coprifuoco serale. Bingo! Il tipo si fermava proprio davanti all’appartamento con il patio incriminato. Era un ragazzo sulla ventina, la carnagione suggeriva che avesse un genitore bianco e uno nero: Einrich, s’era presentato con accento francese. Sentire un francese presentarsi con un nome tedesco mi aveva provocato lo stesso effetto di quando leggiamo una parola come “giallo”, ma scritta in arancione. Provateci con più colori accostati.

Einrich doveva aver deciso che ero matta, ma non pericolosa, così mi aveva lasciato entrare in quello che si era rivelato essere un appartamento in condivisione, piuttosto popoloso peraltro: allora perché nessuno mi rispondeva, quando avevo provato a passare nei giorni precedenti? All’anima della cazzimma! Ma non potevo chiarire il concetto di cazzimma al nostro Einrich, anche perché lui intanto mi rendeva edotta su un particolare per me assurdo e imprevedibile: il patio era inaccessibile da tutti i lati.

Cioè, avevo presente il fatto che in realtà quel cortiletto oblungo attraversasse tutta la facciata posteriore dell’edificio, ma fosse diviso in due da una specie di parete? Ebbene, Einrich e gli altri inquilini non avevano nessun accesso a quella parte del patio su cui affacciava il loro appartamento, che si rivelava così del tutto isolata. Anche perché l’inferriata divisoria che intanto Einrich mi mostrava sembrava il cancello di una prigione. Possibile che non nascondesse una porticina, una serratura? Magari, semplicemente, Einrich e i suoi coinquilini non avevano la chiave! Oppure quelle sbarre erano proprio così: assurde e impenetrabili.

Nel buio intravedevo appena la mia piantina, le foglie giusto un po’ più flosce, nell’angolo in cui era atterrata senza che si rovesciasse il vaso. Intravedevo anche una spiegazione all’enigma. Magari il patio, in passato, non aveva avuto quel muro divisorio giusto in mezzo, e ancora oggi apparteneva nella sua interezza all’appartamento di fronte a quello di Einrich: che poi, a dirla tutta, non era un appartamento. Era lo studio privato di una creatrice di gioielli e un designer, che avevano lo stesso cognome e non mi aprivano mai. Ma allora perché dividerlo, rendendone la metà invalicabile? Mentre elucubravo tutti questi pensieri, il povero Einrich andava e veniva con scope e ramazze, che allungava attraverso le sbarre per raggiungere il vasetto: niente, era sempre troppo lontano. A un certo punto aveva appeso pure una gruccia a un mocho, per provare ad agganciare così la mia salvia. Indovinate un po’: alla fine era caduta nel patio pure la gruccia!

“Se riusciamo a recuperare la pianta, te la lasciamo davanti alla porta” mi aveva promesso un Einrich estenuato, dopo quell’ultimo tentativo.

Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

In compenso, tre giorni fa, ho sfiorato quasi per abitudine il campanello ultramoderno dei dirimpettai, schiacciando a caso uno dei due pulsanti, e mentre già scendevo rassegnata verso il portone…

“Puerta abierta!”

Pure la vocetta meccanica, tenevano! Sono tornata sui miei passi solo per ritrovarmi davanti un quarantenne altissimo e gioviale, che ridendo si scusava per il fatto di accogliermi senza mascherina. In effetti io, a parte il cespuglio biondo-violaceo che mi lascio crescere in testa da un po’, facevo molto Diabolik: la mascherina nera di Ale-Hop è l’unica che mi faccia respirare a bocca chiusa, nonostante l’allergia.

Quando il tipo mi ha vista ferma sulla soglia, mentre lui era già rientrato, ha capito che: 1) non ero una cliente; 2) dunque, ero una potenziale scocciatrice; 3) nel dubbio, era meglio continuare a essere gentile.

Allora io gli ho spiegato della pianta, lui mi ha detto di bussare di fronte. Io gli ho precisato che era inutile, lui mi ha confessato che non aveva le chiavi della sua parte di patio. E comunque, c’era una rete a maglie fittissime a separarli dal lato in cui si trovava la pianta.

“Mia sorella però ha le chiavi, magari quando viene domani ti faccio contattare.”

Mai più sentiti neanche lui e sua sorella (che, scritto così, sembra un insulto sessista).

Adesso, però, ho capito il mistero e ve lo spiego subit…

No, un momento, fermi tutti. (Rumore di disco rotto.)

Fatemi giurare su quello che volete, ma mentre ultimavo questo post, e vi illustravo la mia soluzione perfetta (“i fratelli gioiellieri sono eredi dell’intero pianerottolo e ne hanno affittato la metà a Einrich, lasciandosi un unico ingresso al patio”), hanno bussato alla porta.

Era la sorella gioielliera, quella delle chiavi. Aveva la pianta.

Mi ha parlato catalano finché non ho aperto la porta, poi mi ha guardata in faccia ed è passata allo spagnolo. Ma quello non è un fenomeno troppo misterioso: il miracolo è stato quando io ho insistito nel chiedere “Come hai fatto?” in catalano, e allora lei, in quella lingua, mi ha spiegato la soluzione.

Avevo sbagliato tutto, la faccenda era ancora più assurda: prima, nell’appartamento di Einrich, c’era un calzolaio. Il patio appartiene a quell’interno, non a quello dei fratelli. La salvatrice della piantina ha le chiavi solo per sicurezza, ché il cortile funge da uscita antincendio (inchesse’, poi, se è chiuso?). Dunque, Einrich che non ha la chiave può anche morire bruciato.

Ricapitolando, è molto semplice:

1) tutto il patio appartiene alla persona che possiede la casa di Einrich,

2) che l’ha diviso in due in modo che i suoi inquilini non vi abbiano accesso, ma gli estranei di fronte sì.

Elementare, vero?

Chi ne esce meglio, credetemi, siete voi, che vi siete risparmiati il mio pippone conclusivo alla Sherlock Holmes: tutto infondato, ovvio. Anche perché, temo, seguiva una parvenza di logica.

La logica, qui, non è di casa.

(La soluzione alternativa, indicatami da un blogger di successo)

Ricetta Insalata verde, ricetta di Via Carota - La Cucina Italiana
Da: https://www.lacucinaitaliana.it/ricetta/contorni/insalata-verde-ricetta-di-via-carota/

Per farvi capire. Ieri mattina alle sette il coinquilino uscente mi ha detto:

“Pensa te: la prossima volta che sentirai dei rumori in casa al mattino presto, sarà entrato un ladro!”.

Il coinquilino è uscente perché, si diceva, ha trovato un buon lavoro, e si è preso un appartamentino per sé, e io sono fiera di lui.

Dunque, torno a stare da sola, e sto pensando a un sacco di progetti per l’occasione! Non fraintendetemi, adoro tutte le persone che adoro (che sembra una frase di Maccio Capatonda), ma adoro soprattutto passare “tempo di qualità” con loro, invece che avercele semplicemente attorno mentre facciamo ciascuno i fatti propri.

Prima di tutto perché, come vi dicevo, da un po’ sto maturando una profonda diffidenza verso questa storia che sia naturale passare da una famiglia a un’altra: cioè da quella d’origine, che non ci scegliamo, a una che ci costruiamo noi. Sì, c’è di buono che questa seconda famiglia comincia a perdere i soliti contorni precisi e imposti dall’alto: comincia ad allargarsi o, al contrario, a farsi monoparentale, e la prole, quando figliare è un’opzione, diventa un po’ meno “obbligatoria” e più voluta. Però, siccome io schifo gli “almeno” e detesto gli “è già tanto”, direi: abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno, e diciamo che la stessa idea che stare da soli è brutto e indesiderabile ci priva di un’ulteriore possibilità. Ed è una possibilità che dovremmo considerare, anche solo per scartarla e decidere per conto nostro a chi accompagnarci.

Vabbè, ve la dico tutta: nel caso specifico dei miei affetti, e dei miei progetti in generale, ho imparato che non m’interessa tanto l’inizio, ma la fine. O meglio, la direzione che prende la cosa. È la stessa direzione (metaforica, in questo caso) che prende la mia insalata: in barba ai cliché sui vegani salutisti, la compro con scarsa convinzione, e con l’idea di renderla commestibile con una buona spruzzata di olio e limone… Poi ci trovo dentro un cimitero di insetti, o la lascio in frigo per giorni, e per non buttarla finisco per farci una salsa stile pesto, o addirittura per mettermi a cercare ricette di insalata cotta. E ne ho trovate un sacco!

Mi succede lo stesso con i rapporti di ogni tipo: nascono in un modo, e finiscono in… padella! No, dai, prendono un’altra direzione: inaspettata, magari, ma migliore per noi. La materia prima di solito cambia col tempo, ma con una nuova ricetta ad hoc riusciamo a mandarla giù con più facilità rispetto al piatto che avevamo in mente. Una relazione amorosa che è sorta in circostanze molto diverse da quelle in cui versiamo ora può diventare una bella amicizia (sempre che sentiamo che valga la pena di fare lo sforzo!) oppure può riprendere più in là. Succede anche alle amicizie!

Quindi, nella mia lunga e curiosa carriera di salvatrice d’insalate e di relazioni (una carriera costellata da terribili disastri, culinari e non) ho imparato che quello che nasce come un leggero piatto estivo può diventare pesantissimo se assaporato nel momento sbagliato, come l’insalata dopo le dieci di sera, oppure marcire prima ancora che ce ne accorgiamo. L’importante è apprendere l’arte di sapere quando c’è solo da strappare quella foglietta un po’ annerita, e quando è venuta l’ora di buttare tutto nell’immondizia!

Per il momento non si butta niente, né dell’insalata né del… coinquilino, che andrò a visitare presto nella casa nuova. Lo stesso dicasi per i miei vincoli sopravvissuti a questa pandemia e ai suoi lockdown.

Per me non c’è niente di più soddisfacente di qualcosa che temevo mi desse mal di stomaco, e che invece mi fa sentire sazia e contenta.

Poi viene proprio la voglia di fare il bis.

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Forse pensate che io esageri, quando dico che la mia vita è surreale.

Allora vi spiegherò che ieri stavo in fila da cinque minuti in una cartoleria catalana nel Raval (e già così, credetemi, fa un po’ ridere) e aspettavo che il tizio davanti a me comprasse un gargoyle.

Quando ero entrata io, il ragazzo (capelli lunghi, occhiali con la montatura dorata, pantaloni della tuta targati AC/DC) si era già fatto prelevare la statuetta di pietra nera dagli scaffali pieni di orologi vittoriani, e cappelli alla 4 Non Blondes con occhiali incorporati. In attesa che la cartolaia gli ultimasse il pacchetto regalo, il giovine spiegava in catalano che la sua ragazza adorava le cianfrusaglie neogotiche, e quello era il suo regalo di compleanno.

L’anziana cartolaia mi dava più l’impressione di una che ti consiglia il gargoyle giusto (pur schifando il prodotto) piuttosto che quella di una che attiva computer e mi stampa le bollette della luce, che era il motivo per cui ero lì. Il Comune di Barcellona, infatti, mi aveva appena avvisato per raccomandata che avevo dieci giorni per dimostrare che vivevo proprio dove avevo dichiarato di vivere, cioè a casa mia. Ogni tanto lo fanno.

Ribadisco che, da quando sono entrata io a quando è uscito il tizio (che aveva già scelto il suo cazzo di gargoyle quando ancora mi trovavo fuori alla cartoleria), sono passati cinque minuti d’orologio. La cartolaia ci ha messo tutto quel tempo a fare il pacchetto, piazzandosi bene nella mia hit parade di negozianti locali: adesso la tengo giusto sotto quelli che mi fanno aspettare al bancone mentre parlano al telefono con la Marieta del Mercat, e quelle che sconfiggono il patriarcato dibattendo con la cliente in fila alla cassa prima di me (ogni riferimento è puramente casuale). Grazie agli incidenti che vi sto per raccontare, la signora ha superato pure quelli che mi sbagliano due copie di chiavi su tre, oppure chiudono il negozio un po’ a cazzo di cane, quando dicono loro. Già vi vedo sul piede di guerra a difendere la lentezza e il commercio locale, e voglio pure darvi ragione, ma fate una cosa: contate esattamente cinque minuti d’orologio, e vedete se non sono tanti, per fare un pacchetto.

Per ingannare il tempo, con la maturità di donna adulta che mi contraddistingue ho iniziato a fare le boccacce all’uomo che mi aspettava fuori, e che di lì a poco, esasperato, si sarebbe messo a leggere in piedi davanti al negozio. Sì, era il mio compagno di quarantena, e a dirla tutta mi aveva appena regalato a sua volta un nuovo momento WTF: un’oretta prima era seduto con me a una panchina del porto, tra volanti della polizia che scorrazzavano in cerca di un cagnolino smarrito, e mi aveva spiegato che… avevo presente il lavoro d’ufficio che lui doveva iniziare lunedì? Ovvio che avevo presente: per sostenere il colloquio online, l’imbranato mi aveva colonizzato tre dispositivi elettronici per un’intera giornata, bestemmiando in videoconferenza al livello massimo della sua volgarità (cioè, “Oh, shoot.”). Ebbene, aveva proseguito il compagno di quarantena, il fatto era che alla fine non s’era presentato più a lavorare. S’era perso sia il primo giorno di training, che il secondo: aveva rinunciato, insomma. Perché?, avevo chiesto neanche troppo meravigliata. Perché, mi aveva risposto lui, il giorno prima aveva fatto un incubo. Grazie a quello aveva capito che non poteva. Non sopportava di restare nove ore davanti a uno schermo: detestava gli schermi. Detestava la tecnologia. Voleva andare a lavorare per qualche mese come volontario in una fattoria in cambio di vitto e alloggio, finché non finiva questo lockdown di fatto: così almeno finiva lui di scrivere questo benedetto resoconto sulla sua precedente vita in strada.

Ora, il compagno di quarantena va dicendo questo da un anno, ma intanto che lui si decide a poggiare la penna sul quaderno (figurarsi se ha un computer!) io sono alla quarta stesura del mio resoconto sulla sua vita in strada. Si chiama Sam è tornato nei boschi, è un po’ romanzo e un po’ una cronaca delle peregrinazioni di un senzatetto “per scelta”. Conoscete qualche casa editrice folle che me lo pubblichi?

Vabbè, come non detto.

Tanto, ieri, il massimo che mi toccava stampare erano le cavolo di bollette di casa mia, giusto per dimostrare al comune di Barcellona che sono io a pagarle (un metodo di verifica infallibile, peraltro). Mi vergogno quasi a comunicarvi l’ovvio, ma la stampante della cartolaia s’è inceppata alla fine della prima stampa: dunque, mentre la negoziante strappava via brandelli di carta dalla macchina, ho avuto tutto il tempo di scoprire dai quattro fogli superstiti che la compagnia della luce mi attribuiva ancora l’indirizzo che avevo nove anni fa, proprio nel Raval. Per risalire al mio indirizzo attuale bisognava andare a pagina due della bolletta, e una banalità del genere, al Consolato italiano, mi aveva spostato di ben tre mesi una pratica importante. Il Comune di Barcellona avrebbe mai uguagliato questi livelli di incompetenza?

In compenso, la breve autodichiarazione che allegavo alle bollette della luce, e che era uscita per ultima dalla stampante ormai tornata in sé, presentava due o tre parole attaccate l’una all’altra, come l’iscrizione su un’anfora romana. Ebbene sì: l’unica cartoleria aperta nei pressi dell’Università di Barcellona stampa ancora in doc, invece che in docx. Scusate, in tempi normali vado a stampare in posti in cui non è necessario salvare in pdf una mia dichiarazione sul fatto che vivo davvero a casa mia!

Nell’attesa, almeno, il compagno di quarantena progettava un piano B per sfuggire agli sche(r)mi, che prevedeva un suo ritorno provvisorio in Inghilterra (nota nazione poco digitalizzata). Io, invece, m’ero resa conto di che giorno era. Erano passati esattamente sette anni dalla crisi più nera della mia vita: una roba che mi aveva fatto entrare in abiti che sarebbero stati stretti a Dolce Memole, e svegliare alle sei del mattino per intonare un coro a una voce sola di lamentazioni in assiro-babilonese. Non fraintendetemi: oggi la mia vita è sempre una sit-com, come potete notare, ma rispetto a sette anni fa è il paradiso. Sette anni fa non mi accompagnavo solo a gente folle che potesse auspicare un lockdown in fattoria, ma a gente folle che perdipiù mi disprezzava pure. E magari non dovevo dimostrare la mia esistenza al Comune di Barcellona, ma in compenso provavo a spiegare ai miei amici che, nonostante le apparenze, la mia nuova casa non era popolata da fantasmi (o da gargoyle, se era per questo). Oppure chiarivo al robivecchi pachistano, a cui regalavo le atroci statuine del vecchio proprietario, che i santi non andavano appesi per l’aureola.

Una volta uscita dalla cartoleria, redarguivo pure il mio matto del momento: non tornare al tuo paese, dicevo, che sempre in un bosco finisci, e quelli inglesi sono più freddi delle pinete di qua.

E se il comune decide che non vivo più a casa mia, è la volta buona che in un bosco ci finisco anch’io.

Il boschetto della mia fantasia non sarebbe male, specie adesso che se ne cade di gargoyle in pietra nera.

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A volte mi sento assediata dal tempo.

Mi sento come se, delle mille cose che potevo fare e dei mille luoghi in cui potevo essere, delle tante persone che volevo conoscere, mi rimanesse un fazzoletto di vita che sembra ancora spazioso solo perché non se ne vede la fine, tanto è stretto e lungo: ma, se ti ci incammini, scopri che porta a un solo posto.

Questo pensiero è l’unica concessione “angosciata” che ho fatto alla quarantena, che altrimenti mi è parsa tranquilla e in fondo generosa: un’alternativa che avevo alla prospettiva di cadere malata, io che avevo pure la fortuna di non patirci la fame.

Ne parlavo ieri in spiaggia con un’amica: del privilegio di aver usato la quarantena per stabilire le mie priorità, di aver accettato quello che forse non farò mai, di aver accolto con gioia quello che posso fare ancora.

Vivo in un’epoca che è triste per molti e nera per tanti, ed empatizzo coi miei simili, io che a starvi a sentire sembro sempre starmene in disparte o prendervi in giro: osservo con curiosità le piccole cose che mi richiamano l’attenzione anche quando mi spaventano.

Venerdì scorso, per esempio, osservavo una camionetta della polizia in fiamme giusto al centro di Via Laietana, tra scoppi che avevo interpretato subito, forse a torto, come di proiettili ad aria compressa. Davanti a quel fuoco ho avuto paura come mai in dodici anni di vita a Barcellona, a parte quella volta in cui, in una piazza avvolta nel fumo, una ragazza dai capelli neri raccolti sulla nuca aveva provato a fermare i gruppetti di manifestanti in fuga, che rischiavano di scontrarsi tra loro come in uno sketch di Benny Hill. “Inutile correre” la ragazza quasi rideva, tra gli spari e le sirene. “Verranno da tutte le parti. Tanto vale che restiamo qua ad aspettarli.”

Venerdì, invece, io non volevo aspettare proprio nessuno.

Filavo a casa tra i bengala e quegli altri scoppi che non sapevo identificare. Correvo e scattavo le foto sfocate che fanno parte del mio compromesso con la terra in cui sto ora: non ti capisco, ma provo a raccontarti.

Poi avrei postato quelle foto, qualcuno avrebbe commentato che “amo il pericolo”. No, amo le storie. Raccontate con ogni mezzo di comunicazione. Non devono essere originali, anzi: niente mi affascina quanto una storia raccontata da più voci, scritta o diretta da più mani. Mi ricorda quanto sia tutto sfumato, passeggero. Quanto sia meglio così.

Per esempio, c’è una strada, ai confini della città. Da un lato è Barcellona, dall’altro lato non si può, non si deve andare, non nei festivi. È questione di attraversare, di spostarsi qualche numero civico più in là. Il mio coinquilino doveva andare sabato pomeriggio dalla parte sbagliata della strada, da una ragazza, a fare i dolcetti dei morti.

Però venerdì sera, quando era tornato puntuale con l’inizio del coprifuoco, il coinquilino sbraitava con quelli che avevano acceso i fuochi in strada: non erano i suoi, erano soprattutto negazionisti e ultrà del Barça. Non chiedevano sussidi e leggi perché la guerra al virus non diventasse una guerra ai poveri: facevano casino e basta, e mettevano nei guai anche les companyes del coinquilino (qui è diffuso il femminile come plurale generico). In seguito allo sgombero di un centro sociale era stata convocata una manifestazione proprio questo sabato in cui lui, che in fondo aveva già dato partecipando al corteo di lunedì, doveva andare a fare i dolci dei morti. Ma dopo quel venerdì di tafferugli ultrà, la polizia sarebbe andata agguerritissima alla manifestazione dei suoi: il coinquilino doveva sostenerli, e almeno quel sabato doveva rinunciare alla ragazza che viveva dall’altra parte della città, e ai suoi dolcetti.

Il giorno dopo, invece, lui era già con la mascherina poco dopo mangiato: andasse per i dolcetti, che di questi tempi è meglio prendersi tutte le gioie disponibili. Ottima scelta, perché almeno stavolta la potenziale guerriglia era stata una tempesta in un bicchiere. Alla manifestazione ci sarei finita io, solo per constatare che già un’ora prima dell’inizio c’erano quindici camionette e due ambulanze.

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Un’ora dopo l’inizio, quando ripassavo di lì al ritorno dalla mia solita dose di vitamina D, al massimo si accendeva qualche fiaccola dopo la consueta lettura dei comunicati, con tanto di invito alla folla a scansarsi durante l’operazione. La guerriglia sarebbe avvenuta più tardi, lontano da me, e non l’avrebbero condotta quei quattromila presenti in piazza (millecinquecento “per la questura”), ma una ventina di facinorosi, che ovviamente sarebbero finiti sui giornali come principale evento della serata.

C’è gente a cui piace raccontare sempre la stessa storia.

Sì, sono stata un genio a scendere di casa con il cellulare scarico. Ma pensavo che la manifestazione di lunedì scorso, convocata da Arran (giovani indepe radicali) contro l’adozione del coprifuoco in Catalogna, si risolvesse in dieci minuti di slogan per l’indipendenza catalana.

Urca se mi sbagliavo. A parte il fatto che la piazza era pienotta (un giornale che disapprovava ha parlato di duecento persone, ma non so da quale momento contassero), c’erano rivendicazioni molto precise, scritte sullo striscione che apriva il corteo… ehi, che corteo? Non era previsto! Oddio, ma si stavano muovendo in direzione dell’auto della Guardia Urbana parcheggiata sul carrer de Jaume I

Vabbè, che ve lo dico a fare: a distanza (ma tanto i manifestanti camminavano per gruppetti, con la mascherina addosso) li ho seguiti anche io. Ci trasferivano dal palazzo della Generalitat de Catalunya al quartiere del Born: che allegria! A me fa un po’ paura quando le manifestazioni si inoltrano in queste stradine del centro, perché le volanti non ci mettono niente a circondarci. Una volta, nel Raval, ci chiusero proprio in un rettangolo di qualche chilometro quadrato: avevamo l’illusione di poterci muovere a nostro piacimento, e dopo un centinaio di metri ecco di nuovo le auto blu.

Comunque le rivendicazioni dello striscione di apertura erano:

  • rinforzare la sanità pubblica e l‘istruzione, ovviamente colpitissime dalla pandemia;
  • basta alle restrizioni punitive e poco efficaci: coi locali chiusi, a cosa serve il coprifuoco alle 22? Peraltro, il toque de queda scatta un’ora prima rispetto alle altre province autonome;
  • basta ai licenziamenti e agli sfratti: nel periodo tra uno stato d’allarme e l’altro, nonostante gli sforzi delle associazioni antisfratto, sono state buttate in strada in più di un senso molte persone. Rimandare l’operazione alla fine dello stato d’allarme non aiuta;
  • sospensione degli affitti: nei casi più vulnerabili, i mutui sono stati bloccati in primavera, ma con gli affitti è più complicato intervenire e spesso manca la volontà politica. Diverse famiglie di classe media si pagano il mutuo affittando la catapecchia ereditata da nonna, e vaglielo a spiegare che l’obiettivo non sono certo loro, ma i fondi speculativi. Come avrete già letto qui, perché ve l’avevo linkato sopra, il sindacato di inquilini chiede la sospensione dell’affitto nel caso di inquilini senza più mezzi per pagare, e di proprietari che abbiano altre entrate. Evidenzia anche il caso di proprietari con più di dieci appartamenti, fenomeno non raro da queste parti.

Mentre seguivo lo striscione, da Napoli, noto focolaio di proteste guidate dalla camorra (seh), mi chiedevano info sulla protesta barcellonese, e allora, a debita distanza, continuavo a scattare foto. Finché, genio che non sono altro, non mi sono accorta che il cellulare, già senza batteria, si stava spegnendo. Magnifico, andavo senza cellulare a una manifestazione che aveva tutta l’aria di dirigersi verso… Sì, eccoci davanti al Parc de la Ciutadella, nel cui perimetro si trova anche il parlamento catalano.

E quindi? Sostavamo davanti a uno degli ingressi laterali: una cancellata molto ampia che affaccia sull’arioso Passeig de Picasso. Alcuni ragazzi armeggiavano con le sbarre del portone, altri manifestanti aspettavano tutt’intorno, incerti sul da farsi. Io osservavo solo i riflesssi blu delle sirene, in fondo al Passeig. Che ora poteva essere? La manifestazione era iniziata alle otto, era passata circa un’oretta e il coprifuoco scattava alle dieci di sera. Che stavamo facendo, lì? Gruppi sparuti di manifestanti sembravano allontanarsi dalla massa di gente in attesa. “Già è finita?” si chiedeva qualcuno di quelli fermi davanti al cancello. “Andiamo all’arco!” esortava uno di quelli che si allontanavano: in effetti, si trattava di continuare a costeggiare il parco e andare dritti, e a cinque minuti di cammino da lì c’era l’Arc de Triomf. In tutto questo, al mio cellulare spento arrivava il consiglio: “Se sei alla manifestazione, rientra, che è sfuggita di mano”. Ma l’avrei scoperto solo una volta a casa. Ho provato a seguire quelli che si allontanavano, sempre più stupita dal fatto che le uniche sirene nei paraggi fossero di un’auto della Guardia Urbana: quelli che controllano il traffico, in pratica.

La sorpresa c’è stata quando ormai ero arrivata quasi all’ingresso principale del parco, e già mi si stagliava davanti, benché in lontananza, l’Arc de Triomf. C’erano solo due camionette, per il momento. Mossos d’esquadra, la polizia catalana. Altre luci si intravedevano ferme al semaforo in fondo alla strada, sul lato destro rispetto all’ingresso del parco. A questo punto, però, mi incuriosiva vedere cosa succedesse all’Arc de Triomf, e mi sono incamminata sul lungo viale che lo precede: il Passeig de Lluís Companys.

La scena che mi si è presentata davanti era surreale: di manifestanti, ovviamente, neanche l’ombra; però, tra ragazze sui pattini che quasi mi investivano e gli irriducibili skaters, terminavano la lezione due o tre gruppi che facevano ginnastica all’aperto. Sempre più maestre di yoga o istruttori di fitness (ma il genere degli organizzatori varia) ricorrono alle app d’incontri (non quelle per rimorchiare!) per organizzare lezioni così, e guadagnarsi da vivere in questi tempi assurdi. Una delle istruttrici di ginnastica spiegava agli alunni sudati che “vabbè, c’è il coprifuoco e ci adeguiamo”, dunque la lezione sarebbe iniziata un po’ prima, la volta successiva. Un paio di atlete di un altro gruppo esibivano sul petto la scritta: “Corsa di mezzanotte”. Certo, sarebbe stato uno spreco stamparsi apposta un’altra canotta: “Corsa delle otto di sera”.

In tutto questo, si diceva, i grandi assenti erano i manifestanti che dovevano riunirsi sotto l’arco, e io non sapevo più che ore fossero. Ma l’Arc de Triomf dista dieci minuti da casa mia ed è la Chinatown catalana, quindi mi sono detta: già che sono qui, ed è tardi per cucinare a casa, scatta la cena da asporto! Sì, penso solo a magna’. Per caso era aperto il mio ristorante preferito? No, o meglio, non proprio: la saracinesca era abbassata quasi del tutto, si intravedeva a stento, da un unico spiraglio, la sala illuminata. Erano dentro per organizzare la chiusura, oppure facevano solo consegne a domicilio? Fuori al locale erano stampati i numeri per telefonare: che paradosso! Se avessi bussato alla saracinesca mi avrebbero forse cacciata,, ma se avessi chiamato mi avrebbero risposto al telefono. Come chiamavo, comunque? Dai, meno male che era aperto pure il cinese “scrauso” che preferisce il mio coinquilino: tanto aveva sia il tofu piccante che i tagliolini in salsa di soia, che è quello che chiedo sempre nel mio ristorante preferito.

Il resto lo immaginerete, se vivete a Barcellona o in un posto con i locali chiusi alla clientela: mi sono fermata davanti al tavolino all’entrata, mi sono versata sulle mani una dose di gel idroalcolico, ho spuntato dal menù le mie due opzioni (volevo evitare di sprecare una fotocopia, ma non sapevo se la cameriera lì in attesa capisse bene lo spagnolo), e ho aspettato lontano dall’entrata, nella strada sempre più buia e deserta. Cavolo, che ore erano? Intanto che attendevo, un cliente cinese sopraggiunto dopo di me chiacchierava con la cameriera, che con me era stata gentile ma concisa: con il connazionale, invece, la ragazza si agitava, rideva sotto la mascherina, faceva battute che io non avrei capito neanche dopo dieci anni a smanettare con Duolingo. Intravedevo le sirene all’altro incrocio, quello sul Passeig de Sant Joan che avrei attraversato di lì a poco con la bustina da asporto. Ormai tutte le volanti che vedevo passare si dirigevano verso Plaça Urquinaona, la gente che incrociavo era sempre più poca e andava di fretta. Che cavolo di ore erano? Dove sono le campane delle chiese, quell’unica volta che ne hai bisogno?

Per un’onda verde di semafori che mi ha fatto da Rubicone, ho deciso di… guadare Plaça Urquinaona: da quelle parti, di solito, o non vola una mosca o succede l’inferno. Per fortuna, stavolta era buona la prima ipotesi. Mentre scendevo su via Laietana per tornarmene a casa, un tizio di passaggio litigava con qualcuno fuori a uno dei due supermercati che restano aperti fino a tardi: non capivo se il malcapitato fosse un gestore o il ragazzo che chiede sempre l’elemosina lì fuori. “Alle dieci c’è il coprifuoco!” insisteva il tizio litigioso, e c’era da chiedersi se il ragazzo dell’elemosina avesse un posto in cui andare.

Fuori all’Hotel Ohla, la cui curiosa facciata segna l’inizio della strada in cui abito, una ragazza alta parlava con un altro passante proprio accanto allo schermo a cristalli liquidi che sponsorizzava ancora il “fantastico rooftop” dell’hotel. La ragazza si è congedata dal suo interlocutore, ha visto me ed è sbottata in catalano: “Quanta polizia, vero?”. Sotto le mascherine non ci capivamo molto, mentre camminavamo a passo svelto, ma le ho spiegato che era in corso una manifestazione. Allora lei, a sorpresa: “Lo so, vengo da là. Ma ho visto tanta di quella polizia che, guarda, parlavo al telefono e mi sono interrotta apposta. Che paura!”.

Io ho ripensato agli elicotteri che in ottobre, in condizoni normali, sembrano ronzarmi nell’orecchio un giorno sì e l’altro pure, e alle transenne che noto da giorni fuori alla vicina sede della polizia, anche se da Telegram non mi arrivavano notizie di manifestazioni in programma. Evidentemente, le forze dell’ordine si aspettavano rivolte improvvise ed estemporanee, dettate dal malcontento per le restrizioni.

“Qui in giro è sempre così” ho rivelato alla ragazza che ormai correva via, forse verso la metro che l’avrebbe portata a un quartiere clar i català.

E in catalano ho pensato: “Dolça filla de l’estiu”. Dolce figlia dell’estate.

Chissà, magari un Jordi R. R. Martí avrebbe finito il suo Joc de Trons prima del suo equivalente americano, con tutto quello che succede da queste parti.

Entra en vigor el cierre de bares y restaurantes en Catalunya
Da: https://www.elperiodico.com/es/sociedad/20201016/tsjc-medidas-covid-catalunya-8156905

No, scusate, una volta che ho una botta di culo ve la voglio raccontare.

Anche perché venerdì 16, il primo giorno della chiusura dei locali di ristorazione in Catalogna, era iniziato come di consueto: con me buttata giù dal letto da una bussata del tecnico dell’ascensore, e con la visione improvvisa del mio ragazzo steso a terra in salotto, con addosso uno stenditoio rovesciato.

Tutto normale, insomma.

Due premesse:

  1. se dobbiamo dar credito alle leggi di Murphy, l’ascensore s’era guastato per causa mia: la sera prima m’ero decisa a comprare, per la prima volta da mesi, una damigiana d’acqua da otto litri, dunque sarebbe stato un peccato per la mia sfiga universale che non me la dovessi trascinare a piedi per quattro piani;
  2. per una serie di questioni complicate da spiegare, il mio ragazzo non ama i materassi, dunque se resta da me a dormire lo fa a terra in salotto: lo stenditoio, carico di lenzuola salvate al tempo incerto della nottata, gli si sarà rovesciato addosso mentre scalciava nel sonno.

Capite? Normale amministrazione, come era normalissimo per i miei standard di vita che quel giorno avessi a pranzo la mia ex suocera. Che, va da sé, non avevo mai conosciuto prima di allora.

Il fatto è che la madre del mio ex (e attuale coinquilino) si trovava in visita a Barcellona, rea di compiere gli anni proprio adesso che scattava il decreto di chiusura dei locali. Quindi il suo ultimo giorno di permanenza rischiava di risolversi in un mesto picnic al parco insieme al figlio, con una temperatura che, almeno al mattino, era scesa pure a nove gradi.

Il mio ex (che d’ora in avanti chiameremo “il coinquilino”) s’era preparato una rigorosa tabella di marcia per le pulizie, che la visione del mio ragazzo steso a terra con uno stenditoio addosso gli aveva mandato a carte quarantotto. Devo dire che non era previsto che il mio ragazzo restasse a dormire, ma la sera prima io e lui avevamo utilizzato il fatto che fossi in finale a questo concorso come scusa per una cena cinese al Da Zhong: in fondo mezza città si stava congedando dai bar con un'”ultima cena”, e io confidavo nella mia irrimediabile divergenza di gusti gastronomici con la popolazione barcellonese per trovare un posto libero al mio cinese preferito. Tanto avevo ordinato una cena leggerissima: tofu piccante con riso in bianco, insalata di tagliolini, taccole, melanzane saltate. Risultato: un’oretta dopo, il mio ragazzo giaceva quasi esanime sul mio divano, e a quel punto aveva rinunciato a tornare a casa in bici per crearsi il solito giaciglio sul pavimento. Perché io me la faccio solo con gente normale.

“Poco male” aveva commentato a quella vista il coinquilino, con la mente già rivolta alla candeggina da spargere l’indomani in onore di sua madre in visita. “Tanto quello si sveglia presto per correre fuori a scrivere.”

Sì: a scrivere in un bar, quando i bar hanno dei tavolini a disposizione. Con i locali chiusi ai clienti il mio ragazzo ciondolava ancora rincoglionito sul divano alle dieci di quel fatidico venerdì mattina, e il coinquilino era stato sul punto di minacciare una strage a base di gavettoni alla candeggina. Per fortuna, dopo un civile scambio di battute passivo-aggressive, è finita così: mentre il coinquilino scatenava l’inferno in salotto con scopa e paletta, il mio ragazzo si impegnava a buttare al posto nostro tutto il vetro (due bustone piene), e intanto si rifugiava in cucina a fregarmi i pancake che stavo cucinando per la colazione…

Sì, lo so: finora vi sto descrivendo la mia sfiga di tutti i giorni. Abbiate pazienza perché mezz’ora dopo, finalmente, ero sola in casa! Non mi restava che fingere di pulire un po’ anch’io. Stavo addirittura per passare lo straccio quando, alle 10.56 precise, mi è giunto un WhatsApp a sorpresa: “Arrivo giusto in tempo!”.

E adesso chi minchia era? Oddio. Oddio. Oddio.

Era un amico che avevo conosciuto grazie al (defunto) gruppo di scrittura: l’avevo incontrato qualche giorno prima fuori al palazzo in cui lavora come portiere, e sì, ci eravamo ripromessi di prenderci un caffè proprio quel venerdì alle 11, nel Cappuccino di fronte alla metro Jaume I. Solo che la questione della chiusura dei bar ci aveva spiazzati, e m’era parso di capire che l’incontro era annullato… Ok, era parso solo a me. Magnifico.

È finita che il malcapitato mi ha aspettato al freddo per un quarto d’ora, il tempo che ci ho messo a infilare una tuta inguardabile e correre in strada. Andava da sé che il caffè lo offrivo io.

Ed ecco, finalmente, la botta di culo: o almeno la prima parte. Il bar non solo era aperto (purtroppo molti locali hanno deciso proprio di chiudere i battenti), ma aveva pure dei tavolini all’interno! Piazzati a distanza ragionevole, occupati solo per la metà. Evviva, non dovevamo congelarci in piedi là fuori! Com’era possibile, la storia dei tavolini? Era una deroga, una questione di licenze? Inutile farsi domande: ho ordinato i due caffè e ho ascoltato al calduccio i resoconti divertentissimi sul condominio in cui lavora il mio amico (che prima che arrivasse il covid faceva cabaret). Ero pure vicina al supermercato bio: a quel punto potevo trasformare quella pausa caffè in qualcosa di utile, e comprare due dolci per l’ex suocera in arrivo a casa…

Ma no, aspettate: all’inizio del post non mi riferivo alla botta di culo di trovare dei tavolini disponibili in un bar. La questione è che ho avuto la fortuna ancora maggiore di scoprire in tempo che non era così.

Perché, nel momento esatto in cui mi alzavo per andare a pagare alla cassa, sono entrati due agenti della Guardia Urbana. È stato chiaro fin da subito, a tutti i presenti, che non erano venuti a prendersi il caffè.

Il fatto è che, ho intuito all’improvviso, neanche noi avremmo dovuto prenderci il caffè, non all’interno del locale almeno. Non c’era nessuna deroga: il bar stava contravvenendo al nuovo decreto. Io mi ero alzata giusto in tempo, ma la gente agli altri tavoli sarebbe stata buttata fuori in 3, 2, 1…

A dirla tutta, il barista era troppo intento a balbettare scuse con gli agenti per prendere i miei soldi, quindi potevo addirittura andar via senza pagare! No, scherzo, ma m’inquietava restare lì mentre gli agenti, che non avevano occhi che per i malcapitati ancora seduti, andavano a salutare questi ultimi di persona con tutti gli ossequi, e con formalità sinistra li “invitavano” ad alzarsi…

Io invece ero libera di andare a saccheggiare il banco dei dolci del supermercato fighetto, e ormai ero pronta a tutto: alla visione improvvisa del coinquilino e di sua madre giusto sotto il mio palazzo, proprio mentre accompagnavo l’amico portiere/cabarettista almeno fino a Plaça Catalunya (tanto quest’ultimo era ormai rassegnato alle mie defezioni); alla lunga chiacchierata che avrei portato avanti con la mia ex suocera mentre il coinquilino ci metteva un’ora d’orologio a preparare il suo mitico risotto alla zucca; al messaggio di cinque minuti con cui un amico ricercatore rimasto fregato dai bar chiusi (e dal fatto di vivere in una stanza piccola e senza ricezione wifi) si accollava a merenda il giorno dopo.

Ma che me ne fregava. Avevo avuto una botta di culo nella mia vita recente, e la cosa mi stava aprendo nuovi scenari: che altro mi potrebbe succedere, in una vita in cui ho culo? Che il mio ragazzo impari a dormire su un materasso? Che il coinquilino adotti lo slogan femminista: “più polvere in casa e meno polvere nel cervello”? Che le misure anticovid adottate nella mia città non abbiano tutta l’aria di essere un tappabuchi dalle connotazioni punitive, che scarica sulla cittadinanza la responsabilità dei mancati provvedimenti istituzionali?

Chi lo sa.

Magari ci scrivo uno sketch di cabaret insieme all’amico che mi aspettava invano alle undici di un venerdì mattina, davanti a un bar che doveva essere chiuso, ma non lo era.

Thorne, Ridge, Brooke, Eric and Nick. | Beautiful, Film
Gran finale!

Cominciamo con una domandina facile facile: quand’è che una relazione si può definire amore?

È una questione annosa a cui l’amore romantico ha risposto con una sublimazione della fase iniziale del rapporto: l’innamoramento. In mezzo a tutto il cinismo che fa chic ai nostri tempi, ci facciamo ancora volentieri la promessa impossibile (e a mio avviso, pure indesiderabile e superflua) che proveremo ad amarci sempre come il primo giorno. E a ben vedere, non specifichiamo mai il primo giorno di cosa. Il primo sguardo ricambiato? Il primo bacio? Pensiamo a momenti piuttosto specifici dell’inizio della storia, e non a un ineffabile istante in cui l’attrazione sia diventata “qualcosa di più” (sempre queste tassonomie: misuriamo i sentimenti in termini di abbondanza e carenza!). Perché in fin dei conti, nonostante tutti i distinguo, amore, innamoramento e attrazione si confondono. La monogamia, che come abbiamo visto adora le gerarchie, risolve l’equivoco con poca convinzione stabilendo una prima fase di luna di miele, che stando ai pettegolezzi durerebbe al massimo tre anni, e una seconda “più matura”, meno intensa ma più solida. Però, si diceva, l’aspirazione sarebbe prolungare la cosiddetta luna di miele e mantenerne lo spirito, anche se il suo essere una fase preziosa quanto effimera è considerato parte integrante del suo fascino.

Secondo voi, adesso, il poliamore come risolve questo paradosso? Medicalizzando l’amore! Ecco, il co-autore dell’articolo già mi aspetta in un angolo buio con una mannaia in mano. Dai, scherzo: più che “medicalizzare”, il poliamore trasforma l’innamoramento in un acronimo, e si sofferma molto sulla componente chimico-ormonale che trasforma il nostro stomaco in un rave per farfalle.

Abbiamo così l’ENR, cioè l’Energia da Nuova Relazione. Che spesso è vissuta dalle persone poliamorose come una componente pericolosa e distruttiva: leggete un po’ qua, e immaginatevi i nostri cantanti della tradizione italiana alle prese con questa interpretazione. (“Sento dell’ENR per te / perché non avevo niente da fare…”.) Messaggio sottinteso: non durerà. Si tratta di una sensazione, dunque, circoscritta nel tempo e determinata soprattutto da fattori biochimici. Dunque, non ha la minima speranza di durare che si ostina ad attribuirle la monogamia.

Se ci pensate, la cosa ha un senso: consideriamo le differenze strutturali in questi tipi di relazione.

In un rapporto monogamo, l’auto-narrazione è fondamentale: dunque il primo incontro, per quanto banale, viene spesso mitizzato. Se trovate Watzlawick un po’ ostico, leggete pure Febbre di Jonathan Bazzi, che personalmente ho adorato. Fatto? Ora ditemi se l’incontro del protagonista col compagno, visto da fuori, non vi è parso un appuntamento al buio come ce ne sono tanti. Ovviamente l’autore non la vive così, e non bisogna essere bravi scrittori emergenti per accorgersi che la storia del “Come vi siete conosciuti?” diventa aneddotica anche solo se si tratta di dire che “all’inizio c’era più antipatia che attrazione”! Tutto porta a una narrativa (a uno storytelling, diciamo oggi) contraddistinta dalla predestinazione, che fa passare la storia come “volontà del destino” (“nadie habló de enamorarnos, pero Dios así lo quiso”, recita un bolero argentino poi convertito in flamenco). Questa versione dei fatti è un incentivo a considerare “magica” e unica una storia che, per le pretese di esclusività e durata, avrà forse nel tempo il suo principale nemico.

Da un punto di vista poliamoroso, questo tipo di narrazione va a carte quarantotto: c’è una rete di relazioni, con un suo complicato equilibrio interno che va mantenuto con molto lavoro e molto dialogo, o sono guai. Come immaginerete, in un contesto del genere le farfalle nello stomaco sono previste e più che tollerate, ma con un pizzico in più di apprensione. Ovvio che un’aggiunta alla rete, una nuova persona, può destabilizzare l’intera costruzione. Tanto è una fase passeggera, che non deve intaccare gli altri rapporti e la qualità del rapporto di cura a loro dedicata.

È anche vero che ho registrato almeno due casi di coppie monogame diventate poliamorose e poi scoppiate: di una ce ne parla Noemí Casquet, questa giovane attivista e autrice nel suo canale youtube. Nei suoi video, che mi piacciono molto, Casquet parla di come, col fidanzato storico, avessero deciso di “aprire” la coppia. Tra i vari video-resoconti mi è piaciuta la storia di un’uscita a tre con il fidanzato di cui sopra e una ragazza che lui frequentava da poco. Oltre a un divertente racconto del cameriere che serviva al loro tavolo, che se fosse stato napoletano si sarebbe giocato due numeri al lotto, l’autrice sottolineava quanto il ragazzo e la nuova compagna fossero presi l’uno dall’altra, e lo considerava una cosa normale, “chimica”. Casquet menzionava proprio gli ormoni. Io, confesso, ascoltavo perplessa, e qualche video dopo, da monogama impenitente, ho emanato un mugugno un po’ cinico alla notizia che Casquet e il fidanzato storico s’erano lasciati. Lei aveva una spiegazione inoppugnabile: le storie monogame non finiscono, forse? Di tutte le cause possibili, proprio l’apertura della coppia, condivisa da entrambi, vi sembra la responsabile?

“Ho pensato la stessa cosa tua” ha commentato il mio secondo testimone, incontrato di persona a una festa. “Guarda un po’, la ragazza apre la coppia, il compagno conosce una di cui è innam… ehm, per cui prova ENR, e i due dopo un po’ si lasciano. Curiosa serie di coincidenze.”

Sarà che a questo ragazzo catalano è successo lo stesso che a Casquet, ma senza il minimo entusiasmo da parte sua: relazione monogama di lunga durata, problemi di coppia, apertura della coppia stessa. La differenza, dicevo, è che il mio testimone numero due ha accettato la situazione solo per amore della compagna. Non sono mancate neanche nel suo caso le uscite a tre e a quattro con i nuovi vincoli, poi la fidanzata storica ha lasciato il nostro per un altro. L’unico suo rimpianto? Uno che anche noi monogami impenitenti possiamo capire: aver accettato per amore qualcosa che in fondo non gli interessava.

Se Noemí Casquet leggesse queste righe, penserebbe che questo ragazzo e io siamo la prova vivente che c’è molto da decostruire, perché non facciamo che estendere le nostre visioni monogame a una relazione che ha avuto solo il suo decorso, come tante altre.

A questo punto, mi appello un’ultima volta a Santa Brigitte Vasallo: un vincolo deve instaurarsi tra persone che abbiano le stesse intenzioni. Il combo persona monogama-persona poliamorosa è una bomba a orologeria in termini di sacrificio, repressione e rancori reciproci.

Concludo proprio con questa bella dichiarazione che riassumo da un’intervista di Vasallo.

Quello che ci serve è una rete degli affetti. Per me il poliamore è informarsi della salute della tua vicina anziana che non sta bene da un po’, portarle una zuppa calda, chiederle come sta. Con chi vai a letto, alla fine, non mi interessa più di tanto.