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Una versione quasi “pastello” dell’abito di cui parlo nel post: l’originale vi avrebbe creato problemi alla vista.

“Allora ricordo bene, che sei italiana!” mi fa il cameriere.

Il Buenas Migas è una catena che vuol essere un connubio tra gastronomia italiana e inglese (sì, avete letto bene). Ci vado ogni tanto col compagno di quarantena, perché ci sembra il modo migliore per punirci a vicenda. Per esempio, io ordino un tè Earl Grey ghiacciato con pezzi di mela, e al compagno di quarantena dichiaro: “Questa è la vendetta per il frappuccino!”. Lui risponde ordinando un caffè con otto litri di latte dentro.

Adesso il cameriere mi ha riconosciuta dopo avermi vista solo un’altra volta, nonostante la nutrita clientela del locale. La mia prima reazione è stata lisciarmi i capelli con fare suadente e dirmi: “Eh, il mio fascino senza tempo mi rende indimenticabile!”.

Poi mi sono resa conto che, sia stavolta che nella mia visita precedente al locale, indossavo un vestito di colore viola, arancione, rosa shocking, fucsia e giallo. Con mascherina rosa shocking abbinata. Diciamo che almeno su un particolare avevo ragione: ero impossibile da dimenticare.

La parte ironica è stata che al tavolo, insieme al compagno di quarantena, mi aspettava il portatile aperto su una lezione del corso di Buddismo e Psicologia evoluzionistica dell’Università di Princeton: la nostra mente, per interpretare ciò che ci capita, tende sempre a trovare la spiegazione più lusinghiera per noi. Insomma, ci abbiamo i bias (una parola che va di moda), e a volte abbiamo pure i bias sui bias.

Devo dire, però, che in un’occasione mi andò anche peggio (oppure meglio?) con una collega di questo cameriere “abbagliato” dalla mia persona. Con la ragazza, pure italiana, al momento di pagare ci fu un malinteso sulla consegna del resto: la mia genuina confusione sui soldi che mi spettassero mi fruttò un’occhiata ambigua, e la sensazione di essere stata scambiata per una furbacchiona che volesse intascare di più…

E invece no! Di lì a poco la tizia, dopo avermi riconosciuta su un gruppo Facebook di italiani, mi aggiunse ai suoi contatti. Visto? Ok, magari si illudeva che come veterana a Barcellona (particolare che si evinceva dai miei post), potessi esserle utile… Oppure chissà, forse le stavo davvero simpatica!

Ebbene sì, il nostro cervello giunge a conclusioni affrettate e non sempre realistiche, in un senso o nell’altro. La soluzione sarà davvero il buddismo, come suggerisce il corso che sto seguendo? Ci ritornerò.

Intanto confesso di non esserne troppo convinta, ma mi sa che anche quello è un mio bias.

(Vabbè, a mali estremi…)

Inventato il "cerotto intelligente" che cura le ferite | JustNews.it

Mica era per il vaccino in sé.

Se sono andata con un pizzico di timore all’appuntamento col signor Janssen (per gli amici, Johnson & Johnson), è stato per tutte le secce che mi avete tirato! (Per chi ci seguisse da fuori Napoli: “per tutta la sfiga che mi avete portato”).

Perché, oh, nel momento in cui ho comunicato in famiglia il vaccino che mi toccava, apriti cielo. Mio padre, che a suo tempo mi aveva rilasciato questa intervista sui vaccini, era passato da: “Otto casi avversi su sette milioni dimostrano che ne vale la pena!”, al dubbio: “E se tra quegli otto casi ci fosse proprio mia figlia?”. Che è un po’ il punto debole di certi… burionici idoli delle masse. In realtà, papà mi ricordava solo che Astra Zeneca e Johnson erano sconsigliati alle donne sotto i 60, quindi perché non rimandavo la vaccinazione? Peccato che, per spuntare anche un solo appuntamento a Barcellona, avevo dovuto tentare alle due di notte, ubriaca di tè alla menta e mezza stordita dalla shisha!

Quando poi ho spiegato le perplessità di mio padre su una pagina di italiani, il commento più incoraggiante che ho letto è stato: “Sei coraggiosa ad andare lo stesso”.

E vabbè, come direbbe Einstein: “Aglie e fravaglie, e fattura ca nun quaglia”, che è una formula matematica in tedesco. Con quella come amuleto, sono approdata alla Fira de Barcelona cinque minuti prima, come raccomandavano nella prenotazione, per poi scoprire che mi dovevo fare mezzo chilometro a piedi, perché si entrava dal retro. Dopo che la guardia mi credeva l’accompagnatrice di una signora anziana (e io lì a pensare che fosse perché non dimostravo quarant’anni…) mi sono resa pure conto che dovevo mostrare il mio codice di prenotazione. Meno male che avevo fatto uno screenshot: scaltra come una faina!

Che esperienza incredibile, starcene in fila in centinaia in un cortile, lungo una serpentina di transenne. Lo so, ci vaccinano perché non collassi il paese, ma mi si inumidivano gli occhi (o forse era il sudore?) a vedere gente di ogni origine e nazionalità, di ogni età e costituzione fisica, in fila gratis per salvare la pelle. Ovvio che dovrebbe essere sempre così: altrimenti scatta un’altra pandemia e poi ci tocca “fare ‘uh’ e ‘ah'”, che è l’espressione magnifica che mia madre usa al posto di “piangere sul latte versato”.

Confesso che è stato poco incoraggiante, vedere la scritta “Ricoveri urgenti” proprio sotto il padiglione che mi era stato assegnato! Ma la puntura in sé è durata un secondo: l’infermiera è stata gentilissima e mi ha applicato il famoso cerotto, che mi pare di capire vada di moda. Io me lo sono stretta al braccio per il quarto d’ora di prammatica, seduta sulla seggiola di una nuova anticamera: tutt’intorno, gente che avevo già visto in fila attendeva con me, facendo scongiuri, eventuali reazioni negative. Nessun incidente, per fortuna! Adesso la vera domanda era: come avrei trascorso quello che per tanti secciatori (vedi sopra) era l’ultimo giorno della mia vita?

Innanzitutto, bando alla metro! Dietro alla Fira c’era il Poble-Sec, il quartiere che amo! Mi sono goduta le sue strade scoscese e assolate, senza capire subito perché mi sembrassero così diverse… Ah, già: stavolta ero senza mascherina! Godevo perfino a respirare le stesse piante profumate che, quando vivevo lì, mi ammazzavano di allergia.

E poi il carrer del Parlament, le ombre lunghe degli alberi tra il mio bar preferito e il mitico supermercato di prodotti italiani: ho ricordato Mubarak, alla cassa, che per miracolo mi faceva uno sconto di venti centesimi. Un mio collega siciliano, in fila per pagare, s’era messo a protestare: “E che, bisogna essere di Napoli per avere uno sconto qua dentro?” (sorrisetto insinuante). Ehm, frate’, io eviterei certi scherzi, visto che sei di Palermo…

Aveva un suo perché addirittura la piattaforma dell’ex mercato in Ronda de Sant Antoni, tra i monopattini dei bambini e il mercatino delle pulci più pezzente di sempre: era una scarpa sola, quella che un ambulante stava esponendo sulla sua tovaglia? Prima di scoprirlo sono tornata al Gotico, il mio nuovo quartiere. Lo detestavo soprattutto all’inizio, ma in quel momento ho apprezzato la promessa infinita delle sue strade, il loro essere tutto e niente: falso Medioevo e passerella per turisti, con accanto almeno tre linee della metro per andare subito altrove.

Quella possibilità, al momento, non m’interessava. L’ultimo giorno della mia vita me lo sono vissuto nel “qui e ora”, come predicano certi guru della spiritualità.

E il giorno dopo, guarda un po’, ero ancora lì.

All’improvviso, mentre sto facendo colazione nella veranda del Buenas Migas, le casse del locale anglo-italiano passano una canzone che conosco bene, per usare un eufemismo.

Era un mio tormentone. Era il tormentone. Lo era diventato anche per i miei amici, che un po’ mi schifavano per questo. Prendete il commento tipico del mio migliore amico: “‘A gente fa primma a se scurda’ ‘e muorte!“. Per chi ci legge da fuori Napoli, “Le persone tardano meno a obliare i cari estinti”.

Perché la canzone parlava di un amore che sconfiggeva pioggia e sole, e che sopravviveva a tutto, specie al tempo. Credevo (più che altro, temevo) che sarebbe successo a me con un tizio che, inso’, forse un pochetto mi piaceva. Ma giusto un po’.

Oggi ho preso la canzone come un regalo inaspettato, e mentre la canticchiavo per la gioia dell’unico spettatore (un catalano filiforme che sorbiva un frappuccino con la cannuccia), mi sono divertita a vedere come i rumori di Barcellona partecipassero a modo loro al mio “momento nostalgia”:

Pioggia e sole abbaiano e mordono (wrooom!)

ma lasciano (din don) lasciano il tempo che trovano (din don, ripetuto altre otto volte)

E il vero amore può (“Bueno, acompánala en este proceso desde el amor.”) nascondersi, confondersi (“Nadie es eterno.”)

ma non può perdersi mai… (“Ahora te dejo que tengo que desayunar”)…

Nonostante le campane e i clacson, mi sono resa conto di una cosa: la canzone aveva ragione. Quando la ascoltavo spesso, ero troppo giovane e scema per capire che l’amore si trasforma, cambia qualità e funzione, e pure intensità. Forse l’unico modo che ha di sconfiggere il tempo è trasformarsi.

Con la persona che associavo alla canzone ci sentiamo anche a distanza, e ci sosteniamo ancora nei momenti più epici, nel bene e nel male. Altrimenti, il mio mondo sarebbe stato orfano di un pezzo importante del suo passato, e del presente.

Se questa pandemia mi ha insegnato qualcosa, è che le distanze non cancellano tutto, e che a volte non vedersi non cambia niente. Ci si ritrova sempre lì. Sempre e per… tutto quello che si vuole ancora condividere, con gioia rinnovata e con una sola certezza.

Mi troverai.

Non si sa come, né dove, ma mi troverai.

Nooo, il Pride! Come ho fatto a scordarmene?

Eppure, durante la mia spedizione serale al supermercato, incrocio gente vestita stile bondage, o con t-shirt colorate che esibiscono simboli femministi… L’amico esperto in manifestazioni, che faccio per contattare subito, mi ha appena battuto sul tempo per raccontarmi con quali mirabolanti composizioni poliamorose sia riuscito ad approdare al Pride. Sta’ a vedere che solo io non ne sapevo niente!

Vabbè, sono su via Laietana: il comune, da sempre capolina del Pride, è a due passi. Il tempo di fare questa spesa velocissima, e… Ma chi trovo a monopolizzare l’unica cassa ancora aperta? La coppia di mezza età con la sporta della spesa! Che, a caccia costante di offerte speciali, occupa un girone a parte nel mio personale inferno barcellonese, specie se abbinata alla cassiera che si fa un punto d’onore di smentire i cliché sulla scarsa loquacità locale: una causa, peraltro, piuttosto comune alla sua categoria. La fila si è ormai triplicata quando la fanciulla smette il catalano, con cui scherzava senza fretta insieme alla coppia, e passa allo spagnolo, gentile ma spiccio, che riserva a noi hipster in fila con tre articoli a testa. All’uscita, la coppia è ancora intenta a studiarsi il chilometrico scontrino: avranno ricevuto lo sconto di quindici centesimi sulla botifarra d’ou? Eh? Eh? Ok, respiriamo: in fondo, il Veritas è l’unico supermercato in cui la confusione sugli articoli in offerta (spesso passati a prezzo pieno in cassa) assurge ai livelli di strategia di marketing.

Meno male che fuori al comune c’è ancora quello che rimane del corteo dell’Orgull, oppure Orgullo, come si chiama qui il Pride. Una ragazza è salita sulle spalle dell’amica per portare in trionfo la bandiera lesbica. Ci sono gruppetti che bivaccano a terra, e una musica unz-tunz assorda tutti nell’angolo tra la piazza e i lampioni storici del carrer Ferran. Fa strano vedere i volti delle persone, nel primo giorno senza mascherine obbligatorie (anche se qualcuno, nella calca, pensa bene di coprirsi la bocca). Così come mi sorprende sempre la pressione estetica a cui sembrano esposte le trans locali, spesso magre e piuttosto in tiro rispetto alle (di solito rilassate) concittadine cis. Sarà che per l’occasione esibisco io una trendiiissima gonnellona a fiori, e l’ematoma dell’ultimo trattamento alle occhiaie…

Ma sono soddisfatta. Sto imparando a non sentirmi una fallita solo perché mi perdo qualche data importante (di solito, sono compleanni…), o un evento a cui volevo partecipare. A conti fatti, sono più contenta di essere arrivata in extremis, e con l’ostacolo aggiunto della coppia di mezza età con la sporta della spesa, di quanto non lo sarei stata a presentarmi precisa e puntuale al corteo, finendo subito nel tratto di manifestazione non misto (che è una mia specialità).

Diamoci una tregua, ogni tanto. Ok?

Mi dispiace solo di non aver incrociato la bandiera aroace (aromantica-asessuale) che invece avrebbe avvistato l’amico poliamoroso: mi sarebbe piaciuto tanto interagire con gente che, al contrario di me, fosse sicura di trovarsi nello spettro aromantico. Ma anche lì, sono percorsi che si fanno piano, un passo alla volta.

Intediamoci: penso sempre che sono tutti lenti, col tempo degli altri (specie le coppie al supermercato…). Ma col nostro, di tempo, prendiamoci tutte le libertà possibili.

Video del Pride. Al minuto 8:45, uno striscione pretende una cosa che in Italia non tanto si osa chiedere: tutto.

De Vinals – Trabajo propio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10213804

La mia fermata: scendo!

Ah, no. Cioè, sì: Tetuan è la mia fermata della metro, ma è quella di tredici anni fa. Ci sono cascata l’altra sera lungo il tragitto verso la Sagrada Familia, dove mi aspettava un amico.

Ci sono cascata per due motivi: il romanzo che sto risistemando ora è ambientato proprio in Plaça Tetuan, al numero 10; al numero 10 di Plaça Tetuan, non vi stupirà scoprirlo, ci abitavo anche io. Con la protagonista del romanzo ho poco da spartire, perché Veronica è timida e indecisa, riccia e tettona. Però ho vissuto nel suo stesso appartamento, in cui ai tempi si verificava lo stesso fenomeno che succede a lei: chiamavano al telefono fisso per ordinare da mangiare! C’era stato un refuso nel numero di un ristorante famoso, stampato su una guida turistica. Io rispondevo educatamente che non eravamo un ristorante, mentre Veronica, data la gggrossa crisi di quell’anno (il 2008), a un certo punto comincia sul serio a prendere le ordinazioni!

Insomma, Tetuan non è più la mia fermata, e il riflesso condizionato di scendere ve la dice lunga su quanto mi stia rincoglionendo con questo manoscritto. Però, quando la metro ha ripreso a muoversi, è sparita la scritta della fermata e sono apparsa io, nel vetro reso opaco dalla galleria in cui entravamo. Ci credereste che non mi riconoscevo? Cioè, un istante prima pensavo a Veronica, e anche alla me ventisettenne che viveva a Tetuan, e all’improvviso eccomi davanti quest’altra tizia, più vecchia, con una mascherina nera che le copre mezza faccia e delle occhiaie che suggeriscono che non si è truccata. Possibile? Cos’hanno fatto gli ultomi tredici anni alla vita di questa sfigata?

Mi sono risposta da sola ieri, su una bella pagina di Italiani all’estero che vi consiglio (e credetemi, è un miracolo che ve ne riesca a consigliare una). In realtà rispondevo alle domande di una tizia che viveva a Parigi, e spiegava di avere problemi con una vicina. Ben presto, però, le sue lamentazioni si estendevano all’intera popolazione “imbruttita” di quella città, e lei aveva paura di star diventando come loro. Allora ho commentato così:

Ciao! Al momento di trasferirmi a Barcellona sono stata colpita da quanto la gente provasse ad approfittarsi di me o mi ignorasse semplicemente, anche se si trattava di rispondere a una mail. Non ti dico i tentativi di truffa… Allora ho deciso che NON sarei diventata come loro, anche se era difficile, e ho preso a modello quelli che invece mi hanno aiutato. È un esercizio quotidiano, specie in grandi città caotiche e dispersive, dove la gente è incattivita da prezzi e lavori orrendi. Penso che si tratti di fare una cosa piccola ogni giorno: salutare una vicina, aiutare un turista che sembra essersi perso… Non ci avranno mai! 

Ok, ve la dico tutta: il turista non lo aiuto. Semmai lo sorpasso a sinistra, e bestemmio tra me e me contro i turisti che avanzano a passo di lumaca. Dopo tredici anni, sono un po’ incattivita anche io. Ma a quanto pare non sta succedendo agli altri utenti della pagina: è da ieri che continuano a mettere “mi piace” al mio commento, con cuoricini assortiti. Una ragazza che vive a Londra ha risposto che proverà a fare lo stesso, e trattandosi di Londra le ho augurato in bocca al lupo di cuore.

Ehi, non vale solo per l’estero. E sì, basta una piccola azione al giorno, parola di scout. No, non ho mai fatto la scout.

Ma comunque non ci avranno mai.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

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La prima volta fu spaventoso.

La città era deserta. Mentre correvo, i grandi palazzi di via Laietana quasi mi rovinavano addosso, svuotati dal confinamiento di marzo. Senza gli uffici aperti, le loro merlature moderniste già dovevano sembrare assurde di giorno, come i fronzoli antiquati di un vecchio salotto. Ma la sera che mi illusi di trovare ancora aperto questo ristorante (che pure effettuava consegne a domicilio), ero indecisa su cosa stessi guardando: un De Chirico in notturna? La scena di un film apocalittico? Magari quello era lo sfondo di un videogioco, visto che le uniche luci che si muovevano nel buio erano quelle della Guardia Urbana, che pattugliava le strade: a quel punto io, che non avevo nessun ramen da asporto da offrire alla vista degli agenti, rischiavo come minimo una reprimenda.

Era l’oscurità a colpirmi: le luci erano smorzate sul serio, o mi stavo impressionando per niente? Il compagno di quarantena aveva odiato quelle luci, quando gli avevano fatto da soffitto, ma nel buio il palazzo della mia banca, che durante le manifestazioni era circondato da centinaia di persone urlanti, mi aveva dato proprio l’idea di una carcassa inutile, senza più altra funzione che ingombrare un angolo di strada.

Nessuna descrizione disponibile.

Un anno dopo, devo dire che va meglio. Le luci sono di nuovo lì, con buona pace del compagno di quarantena, e raramente mi ritrovo a contemplarle cinque minuti prima che scatti il coprifuoco, alle dieci di sera. Se succede, come lunedì scorso, è perché torno da una cena gradita, non da una spedizione frustrata in cerca di qualche locale aperto. A dire il vero, di solito è l’ex inquilino a venire a cena da me, magari portando il cibo da fuori, come in un film di Totò: in quel caso è lui a trattenersi meno di due ore, dalle otto alle dieci meno venti, e filar via giusto in tempo per tornarsene di corsa nella sua nuova casa. Il coprifuoco è riuscito a farmi cenare presto, roba che a suo tempo neanche l’Inghilterra, con tutti i suoi riti quotidiani spostati in avanti.

Quando invece tocca a me percorrere le strade che restano deserte, o vengono attraversate giusto da runner che sfrecciano, non ho più la sensazione che il mondo stia crollando, anzi, più che altro indovino quell’altro mondo, quello che poteva esistere sulle stesse strade, sotto quelle stesse luci, se avessimo fatto le cose in modo diverso. Se la gente che adesso si mette in fila in mascherina per entrare da Zara o H&M, di nuovo aperti, avesse capito che un anno più tardi avrebbe rifatto le stesse file, per comprare capi quasi uguali, che pure si sarebbero logorati presto. Se non ci fosse voluta una pandemia, per regolare al ribasso i prezzi delle case, così che amici che guadagnassero sui 1000 euro potessero uscire dai loro ripostigli con accesso alla cucina (ma non al freezer, riservato a chi pagava di più) o dai monolocali “interiores” che ti facevano venir voglia di scappare appena rientravi a casa. E sto parlando, ovviamente, di quelli fortunati che non si sono ritrovati in strada, al contrario di altri.

Così mi attraversa quest’altro mondo, mentre io attraverso lui. E mi viene voglia di conoscerlo, schifarlo un po’ se necessario, pur di scoprirlo possibile.

Un anno fa dicevamo che ne saremmo usciti soltanto insieme. So che ora è più difficile crederci, ma cerchiamo di non smettere.

Nipponica #272 – Lady Oscar 40 (12): episodi 25-26 Antonio Genna Blog
Cioè, questa viene cresciuta come un uomo per volere del padre, si veste da donna per piacere a uno… Oooh, usciamo dal loop!

Nelle puntate precedenti, oltre a scoprire che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence, abbiamo lasciato le ragazze dell’entroterra campano, nell’A. D. duemilaequalcosa, separate come in due blocchi: quelle che, per ottenere rispetto, accettavano più o meno consciamente di entrare nel recinto delle ragazze, e magari ricorrevano a mille strategie per scavalcarlo senza farsi troppo male; quelle che si tuffavano a sacco di patate negli spazi tradizionalmente maschili, rinunciando ai vantaggi del recinto senza acquisire del tutto quelli dell’arena.

Cos’è successo dopo, secondo voi? Beh, tanto per cominciare è successo che siamo cresciute.

E ogni tanto le riconosco, “quelle dell’arena”: le ex ragazze che sono entrate in mondi popolati soprattutto da uomini, a patto di accettarne certe regole. E ne sono orgogliose: ti credo, è una faticaccia immane! La soddisfazione? Essere l’unica. Non sarai mai al vertice di tutto, ma cristo, sei l’unica! L’unico direttore con i capelli lunghi e biondi, l’unico ingegnere che tratta a tu per tu con gli operai anche dopo aver ricevuto il titolo ufficiale di Miss Culo del cantiere (tratto da una storia vera). Ma oh, almeno ti sei scappottata l’alternativa di essere considerata un cocktail esplosivo di ormoni, o una sfornapupi a orologeria. Fino al giorno in cui ti metti di traverso, oppure un pupo lo vuoi sfornare davvero.

Ma difendere la propria postazione, e tirarsela, è una tentazione che un sacco di ex ragazze che “sono state le prime/le uniche/tra le pochissime” sentono forte, proprio perché ci hanno buttato il sangue. Si sono sentite sminuite, derise, o sottovalutate perché nella radiolina a transistor che era l’identità di genere (vedi la seconda puntata), loro viaggiavano su frequenze diverse da quelle che si aspettavano i più. Per un compagno che mi osservava alla sbarra durante l’ora di ginnastica, io avevo “un fisico di merda”, però lo stesso compagno mi considerava una minaccia (benché meno di altri) nella sua triste gara annuale a chi avesse la media più alta. Perché sì, “andavo molto bene a scuola”, anche se per fortuna solo in italiano: la letteratura era comunque roba da donne. Quelle brave in scienze erano fottute, o erano salve da certi energumeni: come l’aspirante ingegnere che mi trovava preferibile a una studentessa di biologia, perché i ruoli ci vogliono. Ai nostri eventuali figli chi spiegava la matematica, la mamma?! Allora che speranze aveva un papà di farsi rispettare, visto che già non cucinava lui e non cambiava pannolini? A. D. 2004, signore e signori.

Dunque, sì: se fossi stata brava in scienze avrei avuto un diavolo per capello, altro che il gel profumato e gli occhialoni a piattaforma di atterraggio di Quelle che… il recinto.

Per fortuna o purtroppo, la cosa più stupida è sfottere queste ultime (che spesso io stessa, ahimé, trovavo ottuse o fifone) e sentirsi speciale perché tu sei nell’arena. La questione andrebbe piuttosto spostata su una domanda fondamentale: che ci fa, qui, quel recinto? Che bisogno ne abbiamo per sentirci protette?

Già vi sento: “Vabbè, sei la solita estremista! La sorella di mio cognato è bellissima e laureata in ingegneria aerospaziale, fa politica e sta con un compagno di movimento…”. Sì, avete ragione, e meno male. Si spera che in quasi vent’anni le cose siano migliorate molto. Però io ho migliorato la mia vita solo migrando, e conosco tante, qui a Barcellona, che magari si lamentano degli autoctoni che non saprebbero corteggiare (mentre io godo), ma poi sono felici di poter andare conciate come vogliono, oppure di passeggiare con un maggiore senso di sicurezza rispetto al posto in cui, come ammetteva un mio compagno di università, “se i miei vicini sono in strada con me e passa una, a volte mi sento giudicato male se non lancio uno sguardo malato anch’io”. Solo migrando mi sono resa conto appieno che questa terra di mezzo, in cui mi ero arruolata come non-uomo, era sì una soluzione alle restrizioni ancora imposte al mio genere, ma comunque non era una scelta molto sana per me. Per esempio, pure se ho molte riserve sull’umorismo iberico, di buono c’è che qui lo sfottò è solo uno dei tanti modi di scherzare, e non valica quasi mai i limiti della stronzaggine: se fanno commenti sul tuo fisico non la devi prendere sempre bene, col ricatto che “chi si offende scemo è” o con la possibilità di ricambiare lo sfottò (come se la pressione estetica fosse la stessa su donne e uomini). Qui è scemo chi offende, di solito, e questo fa tutta la differenza.

Vedete, la cool girl (o ragazza fica) ha un problema: non vince mai. Almeno non vince quella che per me è la battaglia più importante: l’equilibrio tra essere te stessa ed essere rispettata. La cool girl guadagna terreno, conquista spazi e si prende il diritto di parola, ma in cambio è chiamata a sacrificare, che lo voglia o no, i vantaggi di chi quegli spazi non se li prende e preferisce ripiegare su quella specie di aura sacrale che vede le donne come “il diverso“. Un diverso che nelle fantasie è “intoccabile” in più di un senso, perché toccare può essere ancora sinonimo di mancare di rispetto (pensate a “non starei mai con la sorella di un amico”). Le “vere donne” sono intelligenti, certo, ma proprio perché lo sono “non si perdono in battaglie inutili” (cioè, in quelle che non convengono al fidanzato). Sono quelle che possono sottoporti a delle “prove“, per sincerarsi del tuo interesse, e magari proibirti pure di avere delle amiche (ciao, sono la tipica “amica segreta” di compagni storici e colleghi di università). Peccato che lo facciano anche perché sono quelle che sanno che prima o poi rischiano le corna, in una società monogama in cui l’amore è possesso, ma gli uomini sono visti come queste bestie indomabili e, oh, “sappiamo come sono fatti”. A volte non si tratta neanche di cornificarle, le donne, ma di “tradirle” con una serata in pizzeria insieme ai “compagni”, magari con la partecipazione straordinaria di quella che ti lascia dire pucchiacca in sua presenza.

Sono grata al mio nuovo paese per avermi dato l’opportunità di essere me stessa fino in fondo. Sì, sono sicura che avrei potuto essere così anche in Italia, solo che lì non mi è capitato. Credo che possiamo far sì che capiti più spesso, specie decostruendo certe dinamiche di sessismo benevolo, per cui le donne sono “l’alterità”: basta con gli psichiatri vecchio stampo che infestano le televisioni, e basta anche con quefta falfa divifione tra puttane e spose, come cantava un gettonatissimo guru dei miei tempi: ovvero, la distinzione corpo-mente che, invece di emancipare le donne, le frega. Si presenta con un altro ricatto da smontare: l’unica condizione per realizzarti da un punto di vista intellettuale, è far sì che gli uomini del tuo ambiente dimentichino che hai un corpo. E invece no! Loro sono autorizzati a coniugare corpo e mente, tu pure possiedi entrambi, quiiindiii…

La strada sarà lunga, ma meno di quanto immaginiamo: abbiamo visto come certe sensibilità cambiano nello spazio di pochi anni, come per ondate improvvise.

Cavalchiamo questa, di ondata: la freschezza dei cambiamenti, che pure ravviso qua e là, è l’unica cosa “cool” che voglio ancora nella mia vita.

Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!

Ma chi, io? No, non nel senso che ero bona (che pure, voglio dire… ok, la pianto), solo che da giovinetta assumevo le caratteristiche che oggi, nei paesi anglosassoni, si attribuiscono alla Cool Girl. Quella che “non è come le altre”, perché con lei un uomo si può rilassare, può dire quello che vuole, può anche “mancarle di rispetto”, tanto lei gli renderà pan per focaccia. In fondo siamo tutti uguali, no? Siamo tutti persone! Cioè, avete presente Jennifer Lawrence? Ecco, ero io! In spirito, dico. Ero J.Law senza il fisico di J.Law. Tutto chiaro, mi sembra!

Non voglio ingannarvi: prima di entrare nel merito su come fossi diventata una ragazza fica, in questo post spiegherò soprattutto quali fossero le alternative possibili, e perché le ho scartate.

Potevo, tipo, essere una ragazza “come le altre”. Ma il modello di donna che mi veniva presentato era a-tro-ce. Non per ciò che facesse: lavare, stirare, accudire i figli, e fare queste tre cose anche se lavorava fuori casa come il marito (ma le cameriere in paese costavano anche cinquemila lire l’ora, voglio dire…). Il problema era l’atteggiamento che accompagnava tutto questo. Capricciosa, debole, isterica, umorale, gentile ma con riserva, bisbetica, smorfiosa… Ma che davero? E soprattutto, care ex bambine, ci rendiamo conto che quando ci insegnano cosa pensare delle donne non siamo ancora donne? A me sembra un dettaglio da non sottovalutare, perché almeno io non riuscivo a identificarmi del tutto con la categoria che mi insegnavano a schifare almeno un pochetto… Per dire, il termine “pettegola” lo imparai a una festicciola di compleanno, perché una bambina lo gridava a un’altra: la stessa bambina, in un primo momento, era venuta da me a protestare perché “non le pareva educato che in mezzo a tanta gente me ne stessi in disparte a leggere un libro fregato alla festeggiata”. Tutta la mia vita, presentata davanti a me in due minuti.

Ma niente da fare: anche a ribellarmi, il modello mi rimbalzava contro, tipo boomerang. La gente dava per scontato che anche io fossi fatta “in un certo modo”: dunque, se sfogliavo una rivista per bambini in sagrestia con un’amichetta del catechismo, per il diacono stavamo facendo sciocchezze, e avremmo dovuto piuttosto andare a sentire la messa. A scuola i maschi erano assurdi, si lanciavano oggetti durante la lezione, spostavano banchi, bestemmiavano nella lingua proibita a noialtre, “ma non tanto a loro” (cioè, il napoletano), ma appena le ragazze si mettevano a bisbigliare tra loro… “Sembrate le oche del Campidoglio!” tuonava una prof. che fumava in classe. Quelli che prendevano voti più alti erano i ragazzi bravi in scienze: era il modello che piaceva a quasi tutte le prof., anche a quelle di materie umanistiche. Alcune, posso dirlo? Sembravano perfino un po’ intimidite dalla figura del secchione.

Per le ragazze c’era una via d’uscita: essere bone. Ma era comunque difficile, che lo si fosse o no secondo gli standard dell’epoca. Se si era bone, a volte bastava essere circondate da ragazzi, a una festa, per essere nominate ufficialmente ‘na zoccola. Se non lo si era, si diventava un premio di consolazione, un ripiego per le attenzioni altrui: perché mentre i ragazzi avevano i videogiochi o la musica nerd, calamitare la loro attenzione era presentato da pubblicità, riviste, perfino letteratura per ragazzi, come la missione di vita delle ragazze. Quanto ai requisiti per la bonazzaggine… oh, adesso magari si porterà Gigi Hadid pure alla Sanità, ma allora la famme ‘e guerra doveva ancora aleggiare, perché il modello di bellezza femminile restava questo:

Abbracci e pop corn: Signori si nasce

In caso ve lo chiedeste: sì, il modello di bellezza maschile era sempre quello a destra. Cioè, una somiglianza con Dylan di Beverly Hills era sempre auspicabile, e mai necessaria: se eri rappresentante di istituto, per esempio, te la scappottavi, e così se eri quello simpatico che era popolare tra tutti. Quanto alla brunona mediterranea: il mio bisnonno era chiamato “l’austriaco”, quindi fate voi. Ma niente paura! Cresciuta con le migliori intenzioni nella retorica del merito, pensavo di poter ottenere tutto, se mi fossi impegnata abbastanza. Dunque, se non ottenevo qualcosa, non mi ero impegnata abbastanza. Il modello di bellezza a cui mi ispiravo per l’occasione era questo:

Claudia Schiffer, 50 anni in 50 look cult della top delle top più bella del  reame

Per chi non mi conoscesse dal vivo: ci sono riuscita! Sì, a volte ancora mi confondono con Claudia, per strada. Per tutti gli altri, giuro che ho quasi finito con le sciocchezze: no perché, per la gioia del diacono di cui sopra, poi non sono più andata a messa, ma in compenso ho continuato a cazzeggiare, e pure a leggere.

Nel prossimo post vi giuro che sarò (quasi) seria: voglio solo spiegare perché il modello della compagnona simpatica è stato per tante ragazze una pezza a colori rispetto alle imposizioni di cui sopra, ma poi ci si è ritorto contro come un boomerang.

Ma a questo punto vi ho già fatto una testa tanta, quindi usiamo questa come premessa, e ci vediamo lunedì!