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Immaginate questa.

Sono al Port Vell di Barcellona, davanti a un praticello costeggiato da un parapetto grigiastro, su cui è possibile sedersi. E io, infatti, siedo. A due metri da me, un’intera scolaresca sta osservando un pappagallo.

Capito? I pappagalli sono numerosi in città, ormai da decenni. Ma quelle creaturine di sette-otto anni facevano “oh” lo stesso.

Io non mi sforzavo neanche di guardare. Non ero abbacchiata, ero stanca. Avete presente quando cambiate vita, e allora non riconoscete più la vostra tribù?

La mia tribù è tanto caruccia, ma fa molto Pasqualino Passaguai, come direbbe mia madre: perde il lavoro, perde il cellulare, perde soldi, perde l’appartamento. Non si presenta agli appuntamenti e neanche avvisa, perché ancora resiste alla “dittatura dei cellulari”. Vuole farsi i soldi “senza puntare troppo al guadagno”. Vuole fare acquisiti di qualità, ma “senza spendere troppo”. Prima o poi chiede aiuto per le questioni più assurde, proponendo soluzioni poco legali. Non vi dico se c’è da viaggiare, in questi tempi di “medicalizzazione eccessiva” (sic) e “dittature farmacologiche”. Come se il biglietto se lo procurassero loro, poi.

Credetemi, la mia tribù è estenuante. Soprattutto, non è più la mia tribù.

Non lo è da quando ho affrontato la mia crisi. A volte non si tratta neanche di superare: affrontare basta e avanza. Per questo l’altro giorno, quando mi sono seduta lì al porto, stavo pensando di formare un gruppo MeetUp: Il club della seconda opportunità. Lo so, nome demmerda. Ma ci sarà pure della gente che si trova nella mia stessa situazione. Donne divorziate che hanno scoperto che c’è vita al di là della coppia, e che le loro amiche non la pensano come loro. Emigranti che passano dieci anni a Berlino, e poi tornano in paese: lo stesso paese dell’anziana coppia che anni fa aveva il figlio disperso per Barcellona (il ragazzo dormiva in strada), ma aveva ritardato le ricerche purché non si sapesse in giro. Per usare una metafora letteraria: non sempre il nostro mondo esteriore cambia con la stessa velocità di quello interno.

Stavo pensando a tutto questo, a pochi metri dalla scolaresca che osservava il pappagallo, quando mi sono accorta che le deliziose creaturine, adesso, guardavano me. In effetti, dovevo essere uno spettacolo affascinante, col muso lungo venti mentri che mi ritrovavo.

Era pietà, quella che leggevo negli occhi della bambina davanti a me? La sua mascherina formato Lilliput non mi aiutava a capire. Un compagnello della piccola mi ha buttato lì un “Hola” dolcissimo, all’unisono con un’altra amichetta. Ho ricambiato: mica sono un mostro! E so’ trentacinque anni che degli adorabili marmocchi mi vedono col broncio e si chiedono cosa non vada. Solo che le prime volte ero una loro coetanea, e adesso ho l’età delle loro madri, o giù di lì.

Sarà una mia proiezione, però sembravano chiedersi davvero, magari in catalano, “Chesta che ha passato?”. Con interesse genuino, e pure voglia di aiutare.

Magari mi sbaglio. O magari le future generazioni non avranno bisogno di una seconda opportunità.

(No, vabbè, sto morendo).

Ice Age: El gran cataclismo', hundimiento total

Anni fa, un adorabile bugiardo mi diceva che ero bella anche appena alzata. E sottolineo “anche”.

Oggi ho scoperto che invece, secondo il compagno di quarantena, al mattino sembro uscita dall’era glaciale.

Mentre spunto dalle coperte con i capelli sconvolti, pare che abbia viaggiato ventimila anni, e mi stia adattando in fretta a molti cambiamenti. Toh, una lampadina. Ehi, un gatto senza zannoni. Wow, un trentenne con tutti i denti!

Sapete cosa ci è rimasto davvero dell’era glaciale? Il cervello.

Forse ve l’ho già detto, ma i corsi che ho seguito quest’anno raccontavano la stessa storia sull’umanità: siamo la specie che si concentra sulle cattive notizie perché ventimila anni fa, quando dovevamo distinguere tra il frusciare di foglie e lo strisciare di un serpente, era meglio prepararci al peggio. Il worst-case scenario come metodo di sopravvivenza!

Resto convinta che sia la pressione sociale ad avere l’ultima parola, ma il software che abbiamo ereditato dall’era glaciale è come l’InstaPot primigenia di quando ancora cucinavo. L’avrò anche accantonata per cibarmi di hummus e pane di Baluard, ma i suoi richiami ancestrali sono sempre lì, a suggerirmi che ogni tanto due legumi potrei anche cucinarmeli, invece di buttarla sempre sulla pasta di lenticchie!

Esempi scemi a parte, non dobbiamo rassegnarci per forza al cervello cavernicolo.

Prendiamo l’umore nefasto da risveglio: una jattura universale. Eppure, sapete cosa? Se pensiamo che sarà una giornata demmerda, abbiamo ragione. Se pensiamo che andrà bene, abbiamo ragione. E non nel senso del pensiero positivo. Sono poche le piaghe oggettive, come la formula panino al salame + caffelatte dei bar locali. Il resto è più spesso una questione di interpretazione, che dipende da tanti fattori: non ultimo, il nostro atteggiamento. Prendete la mia prof. di storia al liceo! Alla prima interrogazione le parlai del connubio stato-chiesa in non so che periodo medievale: lei assentì tutta contenta. Per quando eravamo arrivate alla seconda interrogazione, l’esimia già mi schifava: quando ripetei il concetto, mi informò disgustata che nell’epoca in questione non c’era alcun connubio stato-chiesa. Ecco un primo pensiero positivo: nessuno di noi è la mia prof di storia al liceo. Noi abbiamo una vita.

Senza scomodare il sistema scolastico italiano, basta un dettaglio minimo a cambiare l’umore e, spesso, la giornata! Stamattina mi sento vispa per pura cazzimma: ronfavo al punto che ho registrato i miagolii di Archie quando questi erano già cessati. E vai! Non me ne vogliate, è che anche il piccoletto miagola per cazzimma, visto che non tollera che io dorma quando è sveglio lui. Da lì è stata tutta una catena di sorrisi, che mi stanno facendo digerire pure l’idea dell’esame di inglese che devo dare oggi su Duolingo (giuro!). Che rottura di gonadi, ma almeno non devo prenotare in anticipo e sganciare 220 euro come per l’IELTS. Che vada bene pure la poracciata Duolingo è un altro lato positivo di aver scelto un’università non proprio facoltosa per il sospirato master in psicologia, anche se, come motivazione, la retta bassina (per il Regno Unito) resta in pole!

Non prometto niente: domani magari mi chiedete di Archie e dell’esame, e io vi mangio a colazione.

Ma oggi mi sono ricordata che dovremmo piantarla con la mania del pessimismo e fastidio a prescindere: pensiamo ci protegga da “ogni evenienza”, e invece l’evenienza si presenta solo una volta ogni tanto, come il serpente che il nostro bis-bis-bis doveva distinguere da una foglia secca. Solo che lo stress, oggi, ammazza più dei serpenti, dunque il rapporto costi-benefici del nostro pessimismo ancestrale non è proprio grandioso, ma è più simile a quello di un’ingombrante pentola elettrica che abbiamo smesso di usare. Va’ che oggi, se il buon umore continua, mi preparo un pranzo come si deve…

Uhm, no, per quello ci vediamo tra altri ventimila anni.

Nessuna descrizione disponibile.

Eccolo che viene per la poppata mattutina.

Intuirete che la frase mal si applica ai cuccioli umani, a meno che non siano personaggi di Trono di Spade!

Ma il gattino ha deciso che produco latte, dal pareo. Da tutti e tre i parei che porto in casa: quello lilla (vedi foto), quello arancio sgargiante, e il “veterano” fantasia del 1997, ormai distrutto da un colpo d’artiglio. Per Archie, svezzato troppo presto, queste stoffe dozzinali sono fonti di nutrimento.

Sono la donna a cui appiopparono la maternità! Anche se felina. Come a dire: fai attenzione a ciò che desideri, perché potrebbe avverarsi.

Invece no. Dopo settimane di attesa immobile, mentre Archie leccava a velocità supersonica una frangia di stoffa lilla o arancione, mi sono resa conto che mi bastava sfilare il pareo e svignarmela, come in uno sketch di Benny Hill! Archie non si scompone, purché possa proseguire le attività poppatorie. Come si dice? Tutti sono necessari e nessuno è indispensabile.

Confesso che all’inizio sono stata sul punto di recriminare al poppante: “Per te sono solo un pareo!”. E invece, meglio così.

Sentirci indispensabili può conferire una sicurezza a cui sacrifichiamo tanto, perché i vantaggi sono evidenti. Se abbiamo l’autostima della lettiera di Archie (che, vi assicuro, deve essere molto bassa), è facile credere che il prossimo non ci si fila, a meno che non ci possa “usare” per qualcosa. Secondo una teoria mal infocata, ma interessante, molte donne si rendono indispensabili nel lavoro di cura come reazione alla loro dipendenza economica: senza di me, chi ti stira le camicie a mezzanotte?

Pensiamo a una figura che spero (e dispero) appartenga al passato: la “zia di casa”. Quella che non si era sposata né aveva potuto apprendere un mestiere, quindi cucinava, rammendava e badava alla prole delle sorelle, con la premessa implicita che dovesse essere a disposizione sempre. Dopotutto, il resto della famiglia le “dava da mangiare”. L’unica Zia Tula che ho conosciuto io ci teneva molto a sottolineare i “sacrifici” che faceva per noi: un modo tutto suo per dire “non lasciatemi sola”.

Ma mi sto allontanando molto dalle frange del pareo, e senza neanche sfilarmelo di dosso! Allora lasciatemelo dire un’ultima volta: che sollievo, non essere indispensabili. Cedendo il pareo, io faccio le mie cose e Archie è contento lo stesso. Se mi cerca è perché vuole giocare, non perché crede di aver bisogno di me.

Che diamine, sono molto più di un pareo: sono anche un paio di gambe da graffiare!

E comunque lui, tra me e il pareo, sceglie quasi sempre me.

Nostalgic cat Stock Photo - Alamy

Perfino Barcellona si è rassegnata all’autunno.

Voglio dire, è passata la Mercè, Puigdemont è stato preso e liberato nello spazio di una giornata, e perfino gli uffici che avevano iniziato a spopolarsi a giugno non sanno più che inventarsi per non riprendere le attività.

Sono iniziate anche le confidenze della mia amica, che è rimasta a Napoli perché un lavoro ce l’ha. Un lavoro e un fidanzato, con cui c’è un tira e molla da una decina d’anni. Per fortuna i due sono di paeselli diversi, altrimenti sarebbero al secondo figlio e alla terza tresca, da consumare nei motel rosati che fioriscono da quelle parti: figli anch’essi dell’amore romantico, e dei sotterfugi su cui a volte si regge.

Ma no, a ‘sti due tocca prendersi e lasciarsi. Conoscersi a vent’anni non significa che sarete le stesse persone a trenta, e non è detto che nel frattempo cresciate insieme. Ma che fai, ti lasci dopo tanto tempo? Non sia mai! Infatti quel gran genio della mia amica si è “fatta lasciare”: un’opzione che vanta tutto un filone di ricerca su Google, con perle come questa.

D’altronde, lui si è pentito quasi subito del momento di determinazione. Gliel’ha detto? Macché. Ha adottato la seguente tabella di marcia. I numeri dell’elenco indicano i giorni di esecuzione del piano.

  1. Il tipo passa a salutare il portiere dell’ufficio di lei. I due giocavano al fantacalcio insieme, ma non si vedevano da un po’. Come ho preso la rottura? Bene, figurati. Volevo solo dirvi che per gli amici in comune (?) ci sono sempre. So che la signorina oggi è in riunione, ma ditele che sono passato. La “signorina”, beneducata, gli manda un messaggino.
  2. Il tipo risponde al messaggino con una foto del suo gatto. Ritratto accanto a lui, in una posa che sembra malinconica. Ricorda “il cane che non dorme più”, nella canzone che posto alla fine del testo. Il gatto ti è affezionato, scrive lui. Non sparire, che gli manchi. Capito? È al gatto, che lei manca.
  3. La fregatura di un gatto a cui manchi è che devi andare tu a trovare lui. La mia amica orchestra una visita-lampo, munita dei croccantini preferiti del gatto. Che fai, protesta lui, non resti a cena? Lei un po’ va in sollucchero: lui non se la filava così dai tempi della prima fedina. Niente cena, ci mancherebbe. Però un aperitivo sì.
  4. Ah, senti, informa lui durante l’aperitivo, ci sono questi miei amici che vorrebbero uscire con noi. Gli manchi, come al gatto. I tuoi amici, invece, non mi hanno mandato neanche un messaggio per sapere come stessi. La tua amica che sta a Barcellona, non la sento da una vita.

L’amica che sta a Barcellona si è messa a sventolare a distanza un’enorme bandiera rossa: questo, ha detto alla Giulietta de noantri, sta usando tutte le strategie possibili per tornare con te. Tranne quella di dirti: “Voglio tornare con te”. Il giorno che non rispondi alle sue esche come vorrebbe lui, ti rinfaccerà di “averlo illuso”.

Lo so, questi giochetti non li facciamo solo dalle mie parti. Ma, la prima volta che mi hanno convinta che l’onestà è l’unica strategia possibile, lo hanno fatto in spagnolo.

In italiano ho sentito cose tipo: “se lei voleva davvero che ci sposassimo, mi avrebbe costretto”, “un po’ di gelosia fa bene, vuol dire che ci tiene”. Soprattutto, “se due si vogliono davvero, un modo per stare insieme lo trovano”: discorso che prende le frenesie della luna di miele e le estende a un rapporto in cui l’incompatibilità è ormai evidente, oppure le distanze non sono vissute bene da entrambi i membri, e anche lì è questione di compatibilità. Vivendo all’estero, vedo che c’è chi si fa bastare la settimana di fuochi d’artificio ogni tre mesi, e chi vuole meno pirotecnia e più “Compri tu il pane, al ritorno?”.

Forse c’è un problema di fondo, nelle strategie: l’idea che non poter realizzare i propri desideri con quella persona sia una sconfitta. Eppure, i sentimenti altrui non li controlliamo, e i nostri desideri, quelli sono. Il no di chi non può aiutarci a realizzarli fa spazio ad altre persone che potrebbero. Forse non si è mai trattato di volere quella persona lì, quanto di dimostrarci che potevamo averla.

Secondo i pronostici, la mia amica ha un mese di tempo per tornare col tizio e sentirsi al centro delle sue attenzioni, prima che lui, ormai rassicurato, torni a trascurarla. A quel punto, visto che ‘sti due si butterebbero a mare piuttosto che parlare chiaro, spero si lascino una volta per tutte.

Comincio a contare i giorni.

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Ho impiegato le ultime due settimane nel mio passatempo preferito: sentirmi invasa.

Devo dire che sono stata molto aiutata dalle seguenti circostanze:

  1. Archie ha deciso che produco latte dai vestiti, e si fa le poppate come un lattante, ma con gli artigli;
  2. per mettere le reti alle finestre (Archie voleva anche inaugurare la carriera di kamikaze), ci sono volute quattro visite del tecnico. Quattro;
  3. il comune, a cui avevo scritto per accogliere persone rifugiate, mi ha proposto nell’ordine:
  • migranti minorenni da tenere come in famiglia (preciso che offrivo una dépendance di 25 mq, piuttosto oscura e con una sola camera da letto);
  • una famiglia già inserita, con un bambino piccolo (rileggete le caratteristiche della casa);
  • una famiglia monoparentale con tre bambini, uno in sedia a rotelle (la proposta che ha vinto tutto);
  • un macellaio catalano che ha perso il lavoro.

Mi sono presa il macellaio. Sono vegana: era troppo paradossale perché dicessi di no. Tanto più che C., accompagnato dai servizi sociali, sta frequentando i corsi di cucina vegana del Veritas. Almeno qualcuno, a casa mia, sta svoltando.

Io corteggio i corsi di coaching, e continuo a scrivere nella lingua sbagliata. Non mi decido a passare all’inglese. Soprattutto, mi sento spompata a settembre, che è un mese che adoro. Nei momenti indefiniti succede questo: ripensiamo a quando avevamo una tabella di marcia. Che fosse figlia di circostanze diverse, è un’altra storia.

Ieri mi sono imbattuta in questo articolo: avere figli non procura di per sé la felicità, come non la procurano una casa di proprietà o un lavoro redditizio. Questi fattori sono felici o meno a seconda delle circostanze (nel caso dei figli, ahimè, inciderebbe ancora molto il reddito dei genitori). Il problema è che, come già mi informava questo corso di Yale, noi esseri umani facciamo schifo a prevedere cosa ci farà felici sul lungo termine.

Però mi è piaciuta la conclusione dell’articolo, che traduco a sentimento:

Invece di fossilizzarti con l’immagine di come dovrebbe essere una vita felice in confronto con quella attuale, potresti permettere alla vita di riservarti momenti inaspettati di felicità. Ciò che ci impedisce di sperimentare la felicità non è ciò che la vita ci offre, ma ciò che crediamo ci debba offrire.

Lo so. Felicità in italiano sembra una parolaccia, o un concetto che fa paura evocare. Io invece me la auguro: che sia la prossima intrusa a invadermi casa. Quel che è peggio è che auguro lo stesso a voi.

File:Earthlights 2002.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Earthlights_2002.jpg

Da oltre un decennio, frequento corsi di scrittura in varie lingue. Ecco un bilancio, a seconda della nazionalità del corpo docenti. Comincio con la Spagna, per liquidarla subito: i corsi che ho seguito erano molto concreti, finalizzati a pubblicare in fretta o scrivere romanzi che accattivassero il pubblico. Erano tenuti o da editor di altissimo livello, che però non avevano mai finito un romanzo proprio, o da prof. che avessero pubblicato con piccole case editrici.

In Italia, invece, mi sono giovata di finaliste a premi famosi e di “Quelli che… Baricco” (cioè, gente uscita da qui).

Per gli USA: autrici di best-seller, vincitori del PEN.

Passiamo agli insegnamenti: per esempio, come affrontare le descrizioni.

Italia: eh? Non mi fai una planimetria della casa della protagonista, compresa di numero catastale e inventario dei mobili? Cosa direbbe Marguerite Duras?

USA: descrivi solo ciò che ti è necessario alla trama. Vedi, una volta Mark Twain

Ok, un altro aneddoto su Twain e mi ammazzo. Piuttosto, cosa devo raccontare del passato dei personaggi?

Italia: tutto! Altrimenti cosa scrivi, una brutta serie americana? Come si chiamava la zia di terzo grado della protagonista? Che numero di scarpe portava la sua compagna di banco alle medie? Non quella che se ne andò a metà quadrimestre, ma la brunetta che le fregava la merenda.

USA: show, don’t tell.

Grazie. Come affrontare i monologhi interiori?

Italia: più introspezioneee! Dov’è il flusso di coscienza di quaranta pagine dopo che la protagonista si è rotta un tacco? Le liste di azioni lasciamole a Umberto Eco, che non era mica uno scrittore.

USA: show, don’t tell.

Vabbè, ma in generale, cosa è meglio spiegare e cosa no?

Italia: mai dare per scontate le informazioni. Chi ti legge che ne sa, se una che sbatte porte e distrugge mobili è arrabbiata?

USA: show, don’t tell.

Scherzi a parte, mi piace l’idea ‘mericana di non trattare il pubblico con condiscendenza. Ciò che non afferreranno al primo colpo, verrà spiegato meglio nei paragrafi successivi. Stavolta il modello non è Mark Twain, ma Naipaul.

Però in che lingua scrivo? In italiano. Della mia alienazione dalle cosiddette radici ho già parlato qui.

Quindi cosa so fare, io? So fare l’Europa. Qualsiasi cosa significhi, d’altronde il prof. americano dice che non devo essere condiscendente. Allora mi capite, se vi dico che so fare l’Europa? Sono italiana, ma sono anche altro. Forse sono più “altro”, adesso. Lascio i libri italiani a metà, sospesi al monologo interiore della protagonista su quanto rifarsi le tette al liceo le avrebbe potuto aprire le porte dell’amore.

Adoro Hilary Mantel. La storica fallita in me la detesta, per come tratta le fonti, ma come scrittrice è grandiosa. Meglio mille romanzi storici che di storico non abbiano niente, che l’ultimo sproloquio dell’ex sessantottino che crede ancora in Freud, ma non nell’asterisco.

Cos’è questa Europa, al di là delle frontiere chiuse? È privilegio, e pure libertà, se hai il passaporto giusto.

E nonostante tutto sono felice di abitarla, di spiegarvela un po’.

Magari un giorno lo farò senza che nessuno pretenda di insegnarmi come.

Ramen With Cheese Taste Test: Korean Dish Is Perfect Comfort Food

Carboidrati! Il mio corpo premestruale ha un sussulto. Come un gamberetto, arretro di due passi per piazzarmi di nuovo davanti allo scaffale del negozio cinese, che tra l’altro sta per chiudere. Ma che importa? Io ho fame! E questa confezione di tagliolini dorati, su sfondo dorato, mi sembra la fonte di ogni felicità.

Poi osservo meglio: noodles istantanei. Cerco le istruzioni per la cottura, e trovo un’elaborata procedura che consiste per lo più nello spacchettare strati di plastica, e bollirne il contenuto insieme a una polverina. No, grazie. Mia madre, prima di ripartire, mi ha comprato i fedelini De Cecco: applausi in piedi, per favore!

Ma il punto è che vediamo solo ciò che stiamo già cercando. Ne parlavo con il compagno di quarantena, mentre optavamo per una bibita da Anduriña (che pure stava chiudendo, come il negozio cinese). Per dimostrare questa affermazione a lui, che era scettico, avevo tirato fuori:

  • le lezioni di fisica che seguo su Coursera: se non hai neanche una teoria su cosa ci fosse prima del Big Bang, non sai nemmeno cosa tu stia cercando;
  • John Locke: non possiamo immaginare cose che non conosciamo già. Anche il concetto di angelo è una combinazione di esperienze che già possediamo, perché è un essere umano a cui abbiamo appioppato le ali;
  • soprattutto, le canzoni travisate e la pareidolia! Lascia entrare Ascanio (vedete sotto), oppure Benny Lava per chi capisce l’inglese. Se non leggi i sottotitoli, ti rendi conto subito che sono canzoni in una lingua che non conosci.

È l’eterna difficoltà di pensare fuori dagli schemi. “Hai mai avuto la sensazione di non avere nessuna scelta?” mi ha chiesto, a sproposito ma non troppo, il compagno di quarantena. Io: “Sì, da adolescente”. Sarà stata colpa di Verga, oppure di Sciascia cento anni più tardi, ma avevo la sensazione che dalle mie parti, come diceva ‘n antro, “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima”.

“E invece la soluzione era andarsene” ha sorriso lui con aria furba. Uhm, non è così semplice, ho risposto. Nel mio caso specifico, però, trasferirsi altrove era parte della soluzione. Il fatto è che, come per i nove punti di Watzlawick, ci costa una fatica terribile uscire da certi schemi: quelli che il nostro contesto di appartenenza, o la sindrome premestruale, ci rendono difficile eludere.

Però oh, su una cosa io e il compagno abbiamo concordato: una scelta c’è quasi sempre. Io, per esempio, posso leggere meglio la confezione dei tagliolini cinesi bramati dai miei estrogeni, e scoprire che a casa ho molto di meglio! Alzare gli standard non è sempre una cattiva idea, anzi.

E pure Ascanio, ogni tanto, evitiamo di lasciarlo entrare.

Cuando la ensalada te cuenta chistes meme - Español Memes

´”Guarda, Maria, secondo me dovresti fare una bella dieta…”

“E tu, papà, dovresti fare meno body-shaming“.

“Che?”

Gli spiego cosa significhi, e allora lui:

“Ma è il mio lavoro di medico, segnalare quando ci sono quei tre o quattro chili di troppo…”

“Il salutismo è stato confutato da tempo, come scusa per la grassofobia.”

“Eh?!”

“Le femministe millennials stanno appizzatissime, papà” passo al napoletano “avite fernuto ‘e fa’”.

No, scherzi a parte: qualche mese fa, un paio di persone mi hanno creduta incinta, con tutti i connotati emotivi che per me può assumere la cosa. Ne ho parlato con un medico (non mio padre) che mi ha spiegato il problema: mi sono messa a fare addominali e plank senza prima perdere i chili accumulati durante la quarantena. Risultato: sul grasso si è formato uno strato di muscoli, così sembro più o meno magra, ma con la panza. Adesso che perdo peso spontaneamente, perché sono tornata al solito moto pre-lockdown, la cosa si va ridimensionando, ma a poco a poco.

La questione esilarante è che in paese, invece, mi trovavano troppo magra. Come ho già scritto qui, l’ideale di bellezza paesano si assestava ancora sulle maggiorate anni ’50, con variazioni sul tema che diventano consistenti solo oggi. In Catalogna, invece, e soprattutto a Barcellona, una donna cis etero che porti la 44 può essere tranquillamente percepita come obesa. Questi si mangiano l’insalata come primo piatto, fate voi.

Mi fa ridere, ad esempio, il tizio in strada che provava a molestare una mia amica, e reagiva così davanti al mio intervento: “Ma io voglio scoparmi lei, mica te, che sei grassa!”. Mi fa ridere un po’ perché me lo comunicava come se dovessi dispiacermene, e un po’ perché in paese, da adolescente, ero intervenuta in circostanze analoghe contro un tipo che infastidiva mia cugina, e quello per tutta risposta mi aveva chiamata “Uosse ‘e prune”: osso di prugna, stecchino.

Ieri un altro tipo che mi camminava proprio dietro ha cominciato a gridare: “Gordita! Gordis!”. Che è come dire, cicciottella. Mi ero girata per vedere se ce l’avesse con me, e l’avevo sgamato a parlare da solo, guardando fisso davanti a sé. Ma era credibile che l’insulto fosse rivolto proprio a me, e che, ahimè, fosse un insulto.

E mio padre, classe ’48, è un medico di quella generazione che crede tantissimo nelle diete: non solo quelle necessarie a pazienti che devono evitare sul serio certi tipi di cibo. Siccome è un pediatra e non un dietologo, gli ho consigliato di leggere le teorie più moderne di Silvia Goggi, ma non sarò io a fargli cambiare la sua ossessione con il peso-forma.

Però, vedete? Uosse ‘e prune, gordita… È fantastico come uomini di ogni età e origine si credano in diritto di spiegarti come dovresti essere fatta. Magari, come mio padre, credono di farlo “per il tuo bene”.

Silvia Goggi scrive che, più che una dieta, ci serve un’anti-dieta, cioè una corretta educazione alimentare. Sono d’accordo con lei.

E perdonatemi la frase boomer (in omaggio a mio padre!), ma a certa gente, invece, servirebbe una buona educazione e basta.

Cherry Merry Muffins - Home | Facebook

Nell’ordine:

  1. affittare per un mese una casa in Costa Brava, meglio se con piscina (“solo” 12.000 euro!);
  2. affittare un villino a La Floresta, magari da gente che partisse in ferie ad agosto;
  3. piazzare a tradimento il compagno di quarantena da un amico in partenza, che mi aveva chiesto di fargli da cat sitter.

Sono tutte le soluzioni che ho vagliato quando mi sono accorta che i miei erano lì lì per venire, come previsto, e il compagno di quarantena stava rimandando all’infinito la sua solita partenza per il Cammino di Santiago. Adesso, quattro persone in una cinquantina scarsa di metri quadrati non sono l’ideale. Specie ad agosto, specie se una delle due stanze da letto è una singola senza luce. Così, eccomi a cercare le soluzioni più strampalate!

Poi, però, è successo qualcosa: all’improvviso, uno dei due appartamentini che affitto in casa mia (che, ricordiamo, è divisa in tre casette indipendenti) è stato sgomberato nel giro di cinque giorni. La persona che lo occupava mi ha comunicato che, per una serie di ragioni, sarebbe stata meglio altrove. Meglio così, allora, e meglio fare buon viso a cattivo gioco: i miei hanno trovato ad accoglierli una camera da letto vera, invece del mio loculo con il materasso addossato alla parete! Nell’appartamentino vuoto è come se fossero in un residence: una camera con salottino e bagno, con la possibilità di entrare nella mia parte di casa quando vogliono. In questo modo, hanno anche a disposizione due cucine, e di converso le ho a disposizione anche io: troppa grazia, Sant Antoni!

Ok, i miei d’estate usano poco la cucina, perché preferiscono andare di insalate e frutta fresca, ma se seguite questo blog da tempo (la Madonna ve lo rende!) saprete pure che l’ho sempre detto, anche per questioni più importanti: inutile preoccuparsi per situazioni che sfuggono al nostro controllo. Se è vero che controlliamo solo il 40% di ciò che succede, vuol dire che non abbiamo mai tutti i dati per risolvere il problema. Che fare, allora? Beh, ci arrangiamo con quello che possiamo gestire, e ci prepariamo (con fiducia) a ogni evenienza.

È il caso di dire che si cucina con quello che si ha.

Quest’anno mi toccano ben due angoli cottura! Mi sa che scelgo comunque il mio, che c’è un po’ più di luce.

Nessuna descrizione disponibile.

Se WordPress la elimina, sappiate che la foto qui sopra raffigurava gli alberi del carrer de Trafalgar, che nei pomeriggi di agosto sono una manna dal cielo.

Infatti li ho scelti per quantificare una volta per tutte il tempo che risparmiamo, quando facciamo spazio ad attività che ci ritemprino. Non sto parlando di ere geologiche, eh. È il tempo di un tè ghiacciato, che io, ad esempio, ho sorseggiato in un bar di questa strada: una catena, purtroppo, perché in questa zona tra via Laietana e Arc de Triomf, che precede la Chinatown vera e propria, trovi o la bettola post-franchista con le macchinette per ludopati, o il lounge fighetto per turisti. Ma tant’è: avevo il pc dietro, seguivo i miei corsi pazzi e, appunto, bevevo il mio tè ghiacciato.

Nelle ore precedenti, tra me e quel tè si erano frapposti diversi ostacoli: l’amico dottorando in fisica che sui social provava a spiegarmi come si faccia ricerca storica, lamentandosi perché nelle mie repliche “non scrivevo frasi di senso compiuto”; la filologa gourmet che, sempre sui social, mi spiegava perché una varietà di minestra che prepariamo dalle mie parti non segue la ricetta originale del 1297, dunque l’intera area sarebbe da bruciare una volta per tutte. Altro che terra dei fuochi!

Sapete qual è la soluzione? Disattiva le notifiche. Quell’opzione sta diventando la mia migliore amica. Perché capisco che l’amico dottorando deve avere un problema serio di autostima, per cui guai a chi lo contraddice (specie se è una donna). Pure la filologa gourmet avrà qualche ragione tutta sua per ossessionarsi su ricette che sono cangianti, figlie della disponibilità di ingredienti di ogni singola epoca. Sul serio, il famoso corso buddista mi ha convinta a non prenderla sul personale, e a empatizzare con i miei scocciatori, a cui auguro di trovare una qualche forma di serenità.

Però lo facessero lontano dal mio tempo, dal mio pomeriggio, dal mio tè.

Quali sono, invece, i vostri alberi? Sono sicura che avrete anche voi un’immagine che vi ricordi ciò che vi state perdendo, se decidete (in tutta legittimità) che il minchiaritore di turno merita una lezione, o che la filologa gourmet deve imparare, mo’ ci vuole, a farsi i cavoli suoi. È vero che i guru contemporanei ci dicono di concentrarci sul “qui e ora”, sul presente, ma attenzione a non dimenticare tutti i presenti possibili.

Quindi, visualizzate i vostri “alberi”: il libro che avete lasciato in sospeso per sorbirvi le chiacchiere di un vicino sborone, o la deliziosa cena che vi si raffredda perché non siete in grado di interrompere una telefonata inutile

Visualizzate il tempo che state regalando a qualcuno che non sa che farsene, a parte usarlo per alimentare le proprie idiosincrasie. Quando lo avrete fatto, vi aspetterò al bar con un bicchierone di tè ghiacciato.

Dai, che vi tengo il posto.

(L’uomo che mi ha fatto scoprire il tè ghiacciato).