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Nooo, il Pride! Come ho fatto a scordarmene?

Eppure, durante la mia spedizione serale al supermercato, incrocio gente vestita stile bondage, o con t-shirt colorate che esibiscono simboli femministi… L’amico esperto in manifestazioni, che faccio per contattare subito, mi ha appena battuto sul tempo per raccontarmi con quali mirabolanti composizioni poliamorose sia riuscito ad approdare al Pride. Sta’ a vedere che solo io non ne sapevo niente!

Vabbè, sono su via Laietana: il comune, da sempre capolina del Pride, è a due passi. Il tempo di fare questa spesa velocissima, e… Ma chi trovo a monopolizzare l’unica cassa ancora aperta? La coppia di mezza età con la sporta della spesa! Che, a caccia costante di offerte speciali, occupa un girone a parte nel mio personale inferno barcellonese, specie se abbinata alla cassiera che si fa un punto d’onore di smentire i cliché sulla scarsa loquacità locale: una causa, peraltro, piuttosto comune alla sua categoria. La fila si è ormai triplicata quando la fanciulla smette il catalano, con cui scherzava senza fretta insieme alla coppia, e passa allo spagnolo, gentile ma spiccio, che riserva a noi hipster in fila con tre articoli a testa. All’uscita, la coppia è ancora intenta a studiarsi il chilometrico scontrino: avranno ricevuto lo sconto di quindici centesimi sulla botifarra d’ou? Eh? Eh? Ok, respiriamo: in fondo, il Veritas è l’unico supermercato in cui la confusione sugli articoli in offerta (spesso passati a prezzo pieno in cassa) assurge ai livelli di strategia di marketing.

Meno male che fuori al comune c’è ancora quello che rimane del corteo dell’Orgull, oppure Orgullo, come si chiama qui il Pride. Una ragazza è salita sulle spalle dell’amica per portare in trionfo la bandiera lesbica. Ci sono gruppetti che bivaccano a terra, e una musica unz-tunz assorda tutti nell’angolo tra la piazza e i lampioni storici del carrer Ferran. Fa strano vedere i volti delle persone, nel primo giorno senza mascherine obbligatorie (anche se qualcuno, nella calca, pensa bene di coprirsi la bocca). Così come mi sorprende sempre la pressione estetica a cui sembrano esposte le trans locali, spesso magre e piuttosto in tiro rispetto alle (di solito rilassate) concittadine cis. Sarà che per l’occasione esibisco io una trendiiissima gonnellona a fiori, e l’ematoma dell’ultimo trattamento alle occhiaie…

Ma sono soddisfatta. Sto imparando a non sentirmi una fallita solo perché mi perdo qualche data importante (di solito, sono compleanni…), o un evento a cui volevo partecipare. A conti fatti, sono più contenta di essere arrivata in extremis, e con l’ostacolo aggiunto della coppia di mezza età con la sporta della spesa, di quanto non lo sarei stata a presentarmi precisa e puntuale al corteo, finendo subito nel tratto di manifestazione non misto (che è una mia specialità).

Diamoci una tregua, ogni tanto. Ok?

Mi dispiace solo di non aver incrociato la bandiera aroace (aromantica-asessuale) che invece avrebbe avvistato l’amico poliamoroso: mi sarebbe piaciuto tanto interagire con gente che, al contrario di me, fosse sicura di trovarsi nello spettro aromantico. Ma anche lì, sono percorsi che si fanno piano, un passo alla volta.

Intediamoci: penso sempre che sono tutti lenti, col tempo degli altri (specie le coppie al supermercato…). Ma col nostro, di tempo, prendiamoci tutte le libertà possibili.

Video del Pride. Al minuto 8:45, uno striscione pretende una cosa che in Italia non tanto si osa chiedere: tutto.

De Vinals – Trabajo propio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10213804

La mia fermata: scendo!

Ah, no. Cioè, sì: Tetuan è la mia fermata della metro, ma è quella di tredici anni fa. Ci sono cascata l’altra sera lungo il tragitto verso la Sagrada Familia, dove mi aspettava un amico.

Ci sono cascata per due motivi: il romanzo che sto risistemando ora è ambientato proprio in Plaça Tetuan, al numero 10; al numero 10 di Plaça Tetuan, non vi stupirà scoprirlo, ci abitavo anche io. Con la protagonista del romanzo ho poco da spartire, perché Veronica è timida e indecisa, riccia e tettona. Però ho vissuto nel suo stesso appartamento, in cui ai tempi si verificava lo stesso fenomeno che succede a lei: chiamavano al telefono fisso per ordinare da mangiare! C’era stato un refuso nel numero di un ristorante famoso, stampato su una guida turistica. Io rispondevo educatamente che non eravamo un ristorante, mentre Veronica, data la gggrossa crisi di quell’anno (il 2008), a un certo punto comincia sul serio a prendere le ordinazioni!

Insomma, Tetuan non è più la mia fermata, e il riflesso condizionato di scendere ve la dice lunga su quanto mi stia rincoglionendo con questo manoscritto. Però, quando la metro ha ripreso a muoversi, è sparita la scritta della fermata e sono apparsa io, nel vetro reso opaco dalla galleria in cui entravamo. Ci credereste che non mi riconoscevo? Cioè, un istante prima pensavo a Veronica, e anche alla me ventisettenne che viveva a Tetuan, e all’improvviso eccomi davanti quest’altra tizia, più vecchia, con una mascherina nera che le copre mezza faccia e delle occhiaie che suggeriscono che non si è truccata. Possibile? Cos’hanno fatto gli ultomi tredici anni alla vita di questa sfigata?

Mi sono risposta da sola ieri, su una bella pagina di Italiani all’estero che vi consiglio (e credetemi, è un miracolo che ve ne riesca a consigliare una). In realtà rispondevo alle domande di una tizia che viveva a Parigi, e spiegava di avere problemi con una vicina. Ben presto, però, le sue lamentazioni si estendevano all’intera popolazione “imbruttita” di quella città, e lei aveva paura di star diventando come loro. Allora ho commentato così:

Ciao! Al momento di trasferirmi a Barcellona sono stata colpita da quanto la gente provasse ad approfittarsi di me o mi ignorasse semplicemente, anche se si trattava di rispondere a una mail. Non ti dico i tentativi di truffa… Allora ho deciso che NON sarei diventata come loro, anche se era difficile, e ho preso a modello quelli che invece mi hanno aiutato. È un esercizio quotidiano, specie in grandi città caotiche e dispersive, dove la gente è incattivita da prezzi e lavori orrendi. Penso che si tratti di fare una cosa piccola ogni giorno: salutare una vicina, aiutare un turista che sembra essersi perso… Non ci avranno mai! 

Ok, ve la dico tutta: il turista non lo aiuto. Semmai lo sorpasso a sinistra, e bestemmio tra me e me contro i turisti che avanzano a passo di lumaca. Dopo tredici anni, sono un po’ incattivita anche io. Ma a quanto pare non sta succedendo agli altri utenti della pagina: è da ieri che continuano a mettere “mi piace” al mio commento, con cuoricini assortiti. Una ragazza che vive a Londra ha risposto che proverà a fare lo stesso, e trattandosi di Londra le ho augurato in bocca al lupo di cuore.

Ehi, non vale solo per l’estero. E sì, basta una piccola azione al giorno, parola di scout. No, non ho mai fatto la scout.

Ma comunque non ci avranno mai.

Salut advierte de que la Semana Santa es un "interrogante" y no descarta  una cuarta ola
Da: https://www.elperiodico.com/es/sanidad/20210314/catalunya-coronavirus-semana-santa-cuarta-oleada-11578331

Doveva andare così.

Saranno state le feste pasquali, poi le restrizioni di mobilità che ci hanno relegato alla nostra comarca di residenza. Senz’altro avranno contribuito i rari giorni di sole che regala l’aprile barcellonese, che per una misteriosa legge della natura è così freddo e piovoso, da far letteralmente schifo agli inglesi. Fatto sta che già non bastano le mie passeggiate in solitaria, per farmi smaltire le tonnellate di comfort food che precedono la consegna di un manoscritto, ma poi ci si mettono pure coloro che, con un’improbabile fusione tra le mie lingue preferite, chiamo: The “Coccosa?”! Da leggere con l’enfasi che adotterebbe Pippo Baudo nel presentare i Doors (scusate l’immagine).

L’articolo inglese non richiede troppe spiegazioni: i soggetti di questa specie sembrano una banda musicale dai componenti che non finiscono più, manco fossero i Chumbawamba o l’Orchestra italiana.

Invece, “Coccosa?” significa letteralmente “Qualcosa?”, e viene usato in napoletano per chiedere (*sguardo alla De Niro tassista*): “Hai qualche problema?”. Di solito si rivolge a una persona che sta esprimendo giudizi negativi nei nostri confronti, fosse anche con lo sguardo, oppure sta commettendo un reato gravissimo: addirittura, pretendere un po’ di rispetto!

Ecco, io quando le strade del centro di Barcellona si affollano con la primavera (specie se a percorrerle non sono turisti, come in questi frangenti), dopo tredici anni accuso ancora lo shock culturale di trovarmi in mezzo a una masnada di scustumati, come direbbe Gianfranco Marziano, che contravvengono a una delle leggi sacre della classe media partenopea: non abbuffare la ualler… ehm, non disturbare il prossimo. Quando ti insegnano fin dall’infanzia che tu e la tua famiglia siete l’ultimo baluardo di civiltà, e che la vostra casa è un fortino inerme, circondato dalla fauna selvaggia (designata anche con termini per niente razzisti, tipo zulù o mao mao), diventa un segno di distinzione sociale scostarsi dal centro della strada se si va lenti, e fare estrema attenzione a non urtare altri passanti (anche perché le nostre mamme hanno sempre questa paranoia che parta una coltellata a caso, così de botto e senza senso). Neanche vi descrivo la frenesia nel fare presto e bene alla cassa del supermercato, con l’aiuto di una dipendente che si trasforma in Super Saiyan per non perdere il posto (ma questo è un capitolo sciagurato a parte). Per farla breve, quella che dovrebbe essere semplice educazione può diventare uno status symbol: la prova che fai parte dell’esclusiva (e privilegiatissima) schiatta della gente perbene.

Qui dove vivo, invece, non si fanno tutti ‘sti problemi. E non penso neanche alle famiglie che per passeggiare occupano un’intera stradina del Gotico: genitori al centro con la carrozzina o con l’ultimo nato a tracolla, e intorno due marmocchi sul metro e dieci che ciondolano in attesa di avvistare una gelateria troppo cara. In casi del genere, la faccia mia sotto i loro piedi! Io non so gestire l’irrigazione di un cactus, figurarsi una domenica pomeriggio con tre bambini al seguito… Un applauso anche alla coppia che si sarà sposata quando Franco aveva vent’anni e mezzo, e ancora resiste mano nella mano, con bastoni da passeggio e mascherine sollevate quasi fino agli occhi.

No, mi riferisco piuttosto a donne, uomini, comitive di persone giovani o al massimo di mezza età, senza problemi di deambulazione e/o con un solo figlio al seguito, che semplicemente devono:

1) occupare l’intero manto stradale, magari sparpagliandosi come soldati in missione per coprire tutto il territorio. Per questi corpi speciali, qualsiasi bambino richiamato nell’atto di sodomizzarti con una spada giocattolo rimarrà traumatizzato a vita, e anche di venerdì sera, al Portal de l’Àngel, le coppie di mezza età devono tenDersi obbligatoriamente la mano (cioè, se la tengono, ma estendendo tutto il braccio come se ballassero il sirtaki): separarle comporterebbe il divorzio immediato, quindi mettiamoci noi la mano sul cuore;

2) procedere con la velocità di Dumbo appiedato sotto acidi: dopotutto, oh, stanno passeggiando, che gliene frega se tu vai di fretta perché hai lasciato le patate sul fuoco?

3) fermarsi di botto in qualsiasi occasione non lo permetta, e non schiodarsi finché non hanno deciso dove andare a prendere una birra sfiatata o delle bravas ultrafritte (scusate, vivo sempre nel Gotico): per l’alto rischio di incorrere in queste evenienze, si consiglia di portarsi dietro un opportuno sgabello pieghevole, o un machete.

E cosa dire della fila alle casse del supermercato? Ho sviluppato una selettività al limite del razzismo, tipo George Clooney con i controlli aeroportuali: davanti a una cassa ci sono cinque persone di diversa nazionalità, e in un’altra già svuota il carrello una sola persona anziana, autoctona? Mi metto in fila! Cielo, ho avuto l’apparente fortuna di sgamare uno dei pochi supermercati del Gotico che abbia una clientela “di quartiere”, invece di essere orientato ai turisti: ebbene, ci sono andata massimo quattro volte. La prima c’era una signora elegante che voleva restituire due pere, perché non godevano dello sconto che credeva lei, e allora il commesso non teneva la cassa né aperta, né chiusa, perché la tipa andava e veniva e aveva lasciato la sua roba lì. In quel caso, come mi è capitato in situazioni analoghe, mi sarebbe piaciuto farmi avanti e mettere io quei cazzo di dieci centesimi di differenza, con in più una moneta da due euro, e la raccomandazione in catalano: “Signo’, accattateve ‘na camumilla”. Poi mi ricordo che, qui, la camomilla si prende per il mal di stomaco, e non per calmarsi, quindi tutt’al più dovrei bermela io. La seconda volta nel supermercato in questione, un tizio sembrava aver scavalcato la fila (un commesso, però, sosteneva che il suo fosse un errore giustificato) e un’altra cliente sulla cinquantina gli aveva fatto i complimenti a gran voce, per poi concludere cinque minuti di esternazioni passivo-aggressive con la canzoncina: “Pu-to machi-rulo”. Cioè: maschilista di merda. E come sapete, io so’ femminista così, ma in quel frangente ho rimpianto assai il machete di cui sopra. Commento della cassiera: “E dicevano che da questa situazione saremmo usciti migliori…”. Io intanto sono uscita e basta, con la promessa di andare per sempre al Coaliment, con gli altri guiris: non escludo di essere stata solo sfigata, ma non sono pronta a rischiare psicodrammi una volta sì e una no, per un chilo di banane delle Canarie (con dieci centesimi di sconto, mi raccomando!).

E sapete qual è il bello? Che so di esagerare. Ne ho parlato con una psicologa autoctona, e quella mi ha snocciolato tutta una sua teoria sull’attaccamento insicuro che deve avermi caratterizzata nella prima infanzia, e sarebbe questa meraviglia qua. Anche io le voglio bene. A detta sua la mia forma mentis, tutta sintonizzata sul “non stracciare le gonadi al prossimo e pretendere lo stesso trattamento”, sarebbe sì una questione culturale, ma anche un’antica strategia di sopravvivenza. “‘Ndimeno?” ho risposto, sempre nel misterioso catalano che vi sto insegnando dall’inizio del post.

Però confesso che questa odiosa tendenza al “Coccosa?” mi ha insegnato molto: per esempio, che non è detto che il mio prossimo debba essere sempre una priorità! Spesso, nelle “buone maniere” che ci insegnano sul suolo patrio, tale priorità è solo di facciata. E non credete a me, ma a Manzoni: mo’ vi ripesco addirittura il Conte zio che dà la precedenza al padre provinciale, dopo averlo costretto letteralmente a mandare Fra Cristoforo a quel paese (cioè, a trasferirlo).

In secondo luogo, cambiare mentalità aiuta sia noi che gli altri a evitare i terribili problemi di comunicazione che ancora registro tra i miei educatissimi amici rimasti in patria: di solito, da queste parti “non le mandano a dire”. Io continuo a pensare che ci sia modo e modo di esprimersi, rispetto a un “tant de bo et fotessin un petard al cul” (che sospetto non abbia bisogno di traduzione), ma sono anche contenta di aver assimilato un pizzico di questa sincerità, piuttosto che continuare a ossessionarmi su come la prenderà la persona con cui sto a problemi.

So già cosa direte: ma scegliere di volta in volta, no? Purtroppo certi sistemi di pensiero arrivano in scomode formule “tutto incluso”, per cui all’inizio sembra che si debba prendere tutto il pacchetto. Poi, però, qualcosa cambia. Nei miei primi tempi all’estero, a vent’anni, mi si aprì un mondo quando un amico inglese chiamò “ipocrisia” ciò che mi era stato venduto come “saper vivere“. Però, una volta a Barcellona, sono stata sempre felice di offrire caffè a destra e a manca, in barba alla tendenza locale di dividere il conto fino all’ultimo centesimo. “Io sto provando a imitarti, ma i miei amici non ricambiano!” si lamentava una collega barcellonese all’università. Poi spiegai alla stessa collega che un compagno di corso un po’ insistente, e molto più grande di me, mi aveva riaccompagnata a piedi per chilometri, la sera tardi, e una volta sotto casa mi ero sentita obbligata a raccontargli una scusa per non invitarlo a salire. “Perché mai?” era insorta l’amica. “Non volevi farlo salire, dunque: arrivederci e grazie”.

Dunque, aggiungo io, si può spizzicare eccome, tra modi di vivere e culture diverse: anzi, un’opportuna scrematura migliora la vita. Adesso continuo ad accostarmi al muro se passeggio lenta, ma non intrattengo rapporti sociali che non mi interessano, ed evito a priori che a uno venga anche solo in testa di proporsi come accompagnatore, se non apprezzo il gesto.

“Sei diventata stronza!” commentò, dopo la mia seduta di dottorato a Napoli, una zia a cui avevo spiegato che non avrei preso un treno regionale e camminato mezz’ora a piedi (o rischiato una gravidanza indesiderata in un R2) apposta per augurare un buon ritorno a casa alla mia tutor catalana: la profe stessa mi aveva esentata, prima di tutto perché non concepiva proprio l’idea, e poi perché sarebbe andata all’aeroporto dopo una bella passeggiata con un altro collega in trasferta.

Quindi sì, quando ci vuole sono stronza forte, e vi consiglio di fare altrettanto.

Ve lo assicuro: non è mai troppo tardi per un po’ di sana stronzaggine.

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La prima volta fu spaventoso.

La città era deserta. Mentre correvo, i grandi palazzi di via Laietana quasi mi rovinavano addosso, svuotati dal confinamiento di marzo. Senza gli uffici aperti, le loro merlature moderniste già dovevano sembrare assurde di giorno, come i fronzoli antiquati di un vecchio salotto. Ma la sera che mi illusi di trovare ancora aperto questo ristorante (che pure effettuava consegne a domicilio), ero indecisa su cosa stessi guardando: un De Chirico in notturna? La scena di un film apocalittico? Magari quello era lo sfondo di un videogioco, visto che le uniche luci che si muovevano nel buio erano quelle della Guardia Urbana, che pattugliava le strade: a quel punto io, che non avevo nessun ramen da asporto da offrire alla vista degli agenti, rischiavo come minimo una reprimenda.

Era l’oscurità a colpirmi: le luci erano smorzate sul serio, o mi stavo impressionando per niente? Il compagno di quarantena aveva odiato quelle luci, quando gli avevano fatto da soffitto, ma nel buio il palazzo della mia banca, che durante le manifestazioni era circondato da centinaia di persone urlanti, mi aveva dato proprio l’idea di una carcassa inutile, senza più altra funzione che ingombrare un angolo di strada.

Nessuna descrizione disponibile.

Un anno dopo, devo dire che va meglio. Le luci sono di nuovo lì, con buona pace del compagno di quarantena, e raramente mi ritrovo a contemplarle cinque minuti prima che scatti il coprifuoco, alle dieci di sera. Se succede, come lunedì scorso, è perché torno da una cena gradita, non da una spedizione frustrata in cerca di qualche locale aperto. A dire il vero, di solito è l’ex inquilino a venire a cena da me, magari portando il cibo da fuori, come in un film di Totò: in quel caso è lui a trattenersi meno di due ore, dalle otto alle dieci meno venti, e filar via giusto in tempo per tornarsene di corsa nella sua nuova casa. Il coprifuoco è riuscito a farmi cenare presto, roba che a suo tempo neanche l’Inghilterra, con tutti i suoi riti quotidiani spostati in avanti.

Quando invece tocca a me percorrere le strade che restano deserte, o vengono attraversate giusto da runner che sfrecciano, non ho più la sensazione che il mondo stia crollando, anzi, più che altro indovino quell’altro mondo, quello che poteva esistere sulle stesse strade, sotto quelle stesse luci, se avessimo fatto le cose in modo diverso. Se la gente che adesso si mette in fila in mascherina per entrare da Zara o H&M, di nuovo aperti, avesse capito che un anno più tardi avrebbe rifatto le stesse file, per comprare capi quasi uguali, che pure si sarebbero logorati presto. Se non ci fosse voluta una pandemia, per regolare al ribasso i prezzi delle case, così che amici che guadagnassero sui 1000 euro potessero uscire dai loro ripostigli con accesso alla cucina (ma non al freezer, riservato a chi pagava di più) o dai monolocali “interiores” che ti facevano venir voglia di scappare appena rientravi a casa. E sto parlando, ovviamente, di quelli fortunati che non si sono ritrovati in strada, al contrario di altri.

Così mi attraversa quest’altro mondo, mentre io attraverso lui. E mi viene voglia di conoscerlo, schifarlo un po’ se necessario, pur di scoprirlo possibile.

Un anno fa dicevamo che ne saremmo usciti soltanto insieme. So che ora è più difficile crederci, ma cerchiamo di non smettere.

Nipponica #272 – Lady Oscar 40 (12): episodi 25-26 Antonio Genna Blog
Cioè, questa viene cresciuta come un uomo per volere del padre, si veste da donna per piacere a uno… Oooh, usciamo dal loop!

Nelle puntate precedenti, oltre a scoprire che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence, abbiamo lasciato le ragazze dell’entroterra campano, nell’A. D. duemilaequalcosa, separate come in due blocchi: quelle che, per ottenere rispetto, accettavano più o meno consciamente di entrare nel recinto delle ragazze, e magari ricorrevano a mille strategie per scavalcarlo senza farsi troppo male; quelle che si tuffavano a sacco di patate negli spazi tradizionalmente maschili, rinunciando ai vantaggi del recinto senza acquisire del tutto quelli dell’arena.

Cos’è successo dopo, secondo voi? Beh, tanto per cominciare è successo che siamo cresciute.

E ogni tanto le riconosco, “quelle dell’arena”: le ex ragazze che sono entrate in mondi popolati soprattutto da uomini, a patto di accettarne certe regole. E ne sono orgogliose: ti credo, è una faticaccia immane! La soddisfazione? Essere l’unica. Non sarai mai al vertice di tutto, ma cristo, sei l’unica! L’unico direttore con i capelli lunghi e biondi, l’unico ingegnere che tratta a tu per tu con gli operai anche dopo aver ricevuto il titolo ufficiale di Miss Culo del cantiere (tratto da una storia vera). Ma oh, almeno ti sei scappottata l’alternativa di essere considerata un cocktail esplosivo di ormoni, o una sfornapupi a orologeria. Fino al giorno in cui ti metti di traverso, oppure un pupo lo vuoi sfornare davvero.

Ma difendere la propria postazione, e tirarsela, è una tentazione che un sacco di ex ragazze che “sono state le prime/le uniche/tra le pochissime” sentono forte, proprio perché ci hanno buttato il sangue. Si sono sentite sminuite, derise, o sottovalutate perché nella radiolina a transistor che era l’identità di genere (vedi la seconda puntata), loro viaggiavano su frequenze diverse da quelle che si aspettavano i più. Per un compagno che mi osservava alla sbarra durante l’ora di ginnastica, io avevo “un fisico di merda”, però lo stesso compagno mi considerava una minaccia (benché meno di altri) nella sua triste gara annuale a chi avesse la media più alta. Perché sì, “andavo molto bene a scuola”, anche se per fortuna solo in italiano: la letteratura era comunque roba da donne. Quelle brave in scienze erano fottute, o erano salve da certi energumeni: come l’aspirante ingegnere che mi trovava preferibile a una studentessa di biologia, perché i ruoli ci vogliono. Ai nostri eventuali figli chi spiegava la matematica, la mamma?! Allora che speranze aveva un papà di farsi rispettare, visto che già non cucinava lui e non cambiava pannolini? A. D. 2004, signore e signori.

Dunque, sì: se fossi stata brava in scienze avrei avuto un diavolo per capello, altro che il gel profumato e gli occhialoni a piattaforma di atterraggio di Quelle che… il recinto.

Per fortuna o purtroppo, la cosa più stupida è sfottere queste ultime (che spesso io stessa, ahimé, trovavo ottuse o fifone) e sentirsi speciale perché tu sei nell’arena. La questione andrebbe piuttosto spostata su una domanda fondamentale: che ci fa, qui, quel recinto? Che bisogno ne abbiamo per sentirci protette?

Già vi sento: “Vabbè, sei la solita estremista! La sorella di mio cognato è bellissima e laureata in ingegneria aerospaziale, fa politica e sta con un compagno di movimento…”. Sì, avete ragione, e meno male. Si spera che in quasi vent’anni le cose siano migliorate molto. Però io ho migliorato la mia vita solo migrando, e conosco tante, qui a Barcellona, che magari si lamentano degli autoctoni che non saprebbero corteggiare (mentre io godo), ma poi sono felici di poter andare conciate come vogliono, oppure di passeggiare con un maggiore senso di sicurezza rispetto al posto in cui, come ammetteva un mio compagno di università, “se i miei vicini sono in strada con me e passa una, a volte mi sento giudicato male se non lancio uno sguardo malato anch’io”. Solo migrando mi sono resa conto appieno che questa terra di mezzo, in cui mi ero arruolata come non-uomo, era sì una soluzione alle restrizioni ancora imposte al mio genere, ma comunque non era una scelta molto sana per me. Per esempio, pure se ho molte riserve sull’umorismo iberico, di buono c’è che qui lo sfottò è solo uno dei tanti modi di scherzare, e non valica quasi mai i limiti della stronzaggine: se fanno commenti sul tuo fisico non la devi prendere sempre bene, col ricatto che “chi si offende scemo è” o con la possibilità di ricambiare lo sfottò (come se la pressione estetica fosse la stessa su donne e uomini). Qui è scemo chi offende, di solito, e questo fa tutta la differenza.

Vedete, la cool girl (o ragazza fica) ha un problema: non vince mai. Almeno non vince quella che per me è la battaglia più importante: l’equilibrio tra essere te stessa ed essere rispettata. La cool girl guadagna terreno, conquista spazi e si prende il diritto di parola, ma in cambio è chiamata a sacrificare, che lo voglia o no, i vantaggi di chi quegli spazi non se li prende e preferisce ripiegare su quella specie di aura sacrale che vede le donne come “il diverso“. Un diverso che nelle fantasie è “intoccabile” in più di un senso, perché toccare può essere ancora sinonimo di mancare di rispetto (pensate a “non starei mai con la sorella di un amico”). Le “vere donne” sono intelligenti, certo, ma proprio perché lo sono “non si perdono in battaglie inutili” (cioè, in quelle che non convengono al fidanzato). Sono quelle che possono sottoporti a delle “prove“, per sincerarsi del tuo interesse, e magari proibirti pure di avere delle amiche (ciao, sono la tipica “amica segreta” di compagni storici e colleghi di università). Peccato che lo facciano anche perché sono quelle che sanno che prima o poi rischiano le corna, in una società monogama in cui l’amore è possesso, ma gli uomini sono visti come queste bestie indomabili e, oh, “sappiamo come sono fatti”. A volte non si tratta neanche di cornificarle, le donne, ma di “tradirle” con una serata in pizzeria insieme ai “compagni”, magari con la partecipazione straordinaria di quella che ti lascia dire pucchiacca in sua presenza.

Sono grata al mio nuovo paese per avermi dato l’opportunità di essere me stessa fino in fondo. Sì, sono sicura che avrei potuto essere così anche in Italia, solo che lì non mi è capitato. Credo che possiamo far sì che capiti più spesso, specie decostruendo certe dinamiche di sessismo benevolo, per cui le donne sono “l’alterità”: basta con gli psichiatri vecchio stampo che infestano le televisioni, e basta anche con quefta falfa divifione tra puttane e spose, come cantava un gettonatissimo guru dei miei tempi: ovvero, la distinzione corpo-mente che, invece di emancipare le donne, le frega. Si presenta con un altro ricatto da smontare: l’unica condizione per realizzarti da un punto di vista intellettuale, è far sì che gli uomini del tuo ambiente dimentichino che hai un corpo. E invece no! Loro sono autorizzati a coniugare corpo e mente, tu pure possiedi entrambi, quiiindiii…

La strada sarà lunga, ma meno di quanto immaginiamo: abbiamo visto come certe sensibilità cambiano nello spazio di pochi anni, come per ondate improvvise.

Cavalchiamo questa, di ondata: la freschezza dei cambiamenti, che pure ravviso qua e là, è l’unica cosa “cool” che voglio ancora nella mia vita.

Llega al mercado «La rosa de Versalles» el manga en el que se basaba la  famosa serie de animación «Lady Oscar» – SALA DE PELIGRO

Arieccoci! Nell’ultimo episodio abbiamo assodato che sono Claudia Schiffer con la simpatia di Jennifer Lawrence. Adesso, per spiegare perché la ragazza fica sia una risposta comprensibile ma sbagliata al maschilismo, vi racconto della volta che mi misi la cravatta.

Ero l’unica donna di un’associazione culturale, in un paesone vicino al mio. Ero finita lì per un motivo nobilissimo e disinteressato: mi piaceva il tizio che mi aveva inserita. Anche se sembrava poco disposto a fa’ carte. Vabbè, intanto mi ero affezionata agli altri, che però non sapevano come trattarmi: ero femminista dichiarata, cioè, non mi mettevo scuorno. E allora? Un pomeriggio che organizzavamo una pizza, uno dei membri dell’associazione mi annunciò che stavolta, in pizzeria, “mi avrebbe trattata come una donna”. Fino a quel momento mi aveva dedicato un misto di cameratismo e curiosità. Per l’occasione, mi fregai la cravatta buona di papà e la indossai su una minigonna, completando il look con degli stivali. Sì, scusate, avevo vent’anni, e poi volevo sfottere questo qui. Che appena mi vide mi scoccò due baci e cominciò a omaggiarmi di una gentilezza diversa, che includeva addirittura qualche casto complimento. Ricambiai con un baciamano. Cominciai a sospettare che la distinzione di genere fosse come una radiolina a transistor: ti sintonizzavi su “uomo”, o su “donna”, ed era sempre la solita musica. Ma era più difficile trovare la mia frequenza, che un caro amico definiva scherzosamente come: “non-uomo”.

Adesso, a me di quell’associazione non piaceva solo il tizio che non mi cacava proprio. Mi piaceva un aspetto importante: potermi rapportare con delle persone che avessero le mie stesse aspirazioni politiche, ma senza adottare fin da subito quella manfrina, semiobbligatoria per le donne, di doversi “dare un contegno”. Per la mia personalità frenetica, la forma di protezione che offriva il “contegno” mi stava così stretta, che all’inizio ne vedevo solo gli svantaggi. Anche perché i vantaggi si riducevano a uno solo, benché importante: gli uomini non ti sfracellavano troppo le gonadi. Spesso, tuttavia, il contegno in questione veniva scambiato per presunzione, o per il classico “tirarsela”: credetemi, il più delle volte è paura di sbagliare in situazioni in cui l’eventualità è altissima. Dai troppa confidenza, e quello che ti sta gentilmente riaccompagnando a casa si fa strane idee, con conseguenze imprevedibili. Ne dai poca e, appunto, te la tiri. A ogni buon conto, le fanciulle del paese dove si trovava l’associazione si mettevano ‘sti occhiali da sole che sembravano piste d’atterraggio, e con quelli riuscivano a camminare senza scomporsi tra idioti che urlavano loro la qualunque: roba che in confronto, nella mia cittadina non proprio all’avanguardia, eravamo tutti reduci da un comizio di Angela Davis. Io a volte mi fermavo a “pigliare questione”, cioè a litigare di brutto con i molestatori, ed ero più, ehm, eclettica nel look, come avrete intuito. A volte, nelle collaborazioni con altre associazioni, mi incocciavo perfino con ragazze che erano simili a me, però magari guardavano storto uno che desse loro la precedenza alla porta (io mi limitavo al balletto sulla soglia, poi, se l’altro rifiutava, passavo).

Come dicevo, questo territorio ibrido in cui mi trovavo mi dava il vantaggio di non dover stemperare una parte di me. Tuttavia, prima o poi è inevitabile scoprire che fare la ragazza fica comporta un sacco di svantaggi. Questo libro, ad esempio, ne riporta un bel po’. Nel mio caso, il problema principale era la rinuncia al diritto di veto. Che era come un diritto di voto, ma al contrario. Le ragazze che si fidanzavano con i miei compagni di associazione si presentavano due o tre volte agli incontri, annusavano la situazione, poi sparivano. Allora venivano usate come scusa da questo o quel compagno per non “fare serata” con noi: a quel punto, la loro presunta intransigenza nell’accaparrarsi tutta l’attenzione del fidanzato le trasformava in creature strane e capricciose, da “tenere a bada”. Sembrava che l’intero rapporto dei miei compagni con loro fosse basato su questo: tenerle a bada, visto che capirle era una missione impossibile. Erano esseri lontani e profumati e ineffabili, che non erano fatti per restare “nel nostro ambiente”. Mica erano come me, mi sentivo ripetere. Mi sentivo anche confessare che era stato necessario difendermi da “certi commenti” di collaboratori esterni all’associazione. Fortuna che, tra questi ultimi, uno non me la mandava a dire: “Io glielo ripeto sempre, ai ragazzi: voi una femmina tenete, là dentro, ed è così! Ehi, ma mica ti sei offesa, per caso?”. Era “un ragazzo dolcissimo”, mi assicuravano gli altri: a volte diceva cose un po’ particolari, ma poi era il primo a pentirsene. Ah, beh, allora. Allora, tutt’a un tratto, mi sembrava di capire le altre ragazze che si auto-recludevano, o almeno intuivo finalmente perché lo facessero.

Loro mi sembravano aver scelto la sponda opposta alla mia, nell’aut aut tra “femmina” e non-uomo: si chiudevano in un mondo in cui i loro passi erano letteralmente limitati (io ero l’unica che usasse l’auto anche di sera, per più di un motivo), ma in cui, “almeno”, venivano rispettate. Se ti metti da sola nel “recinto delle ragazze”, come lo chiama Vichi di Casapound, nessuno ti tocca.

Dai, mi fermo qui. In questa situazione fantastica in cui i compagnelli miei potevano spostarsi a piacimento, dire ciò che volevano e sintonizzarsi sulle donne a onde alterne, mentre le ragazze o stavano nel recinto dell’alterità o diventavano non-uomini: acquisivano cioè tutti gli oneri degli uomini, senza averne anche gli onori.

Riusciranno le nostre eroine a trovare una loro dimensione, invece di confrontarsi al di qua e al di là di una staccionata?

Lo scopriremo nell’ultima puntata!

Ma chi, io? No, non nel senso che ero bona (che pure, voglio dire… ok, la pianto), solo che da giovinetta assumevo le caratteristiche che oggi, nei paesi anglosassoni, si attribuiscono alla Cool Girl. Quella che “non è come le altre”, perché con lei un uomo si può rilassare, può dire quello che vuole, può anche “mancarle di rispetto”, tanto lei gli renderà pan per focaccia. In fondo siamo tutti uguali, no? Siamo tutti persone! Cioè, avete presente Jennifer Lawrence? Ecco, ero io! In spirito, dico. Ero J.Law senza il fisico di J.Law. Tutto chiaro, mi sembra!

Non voglio ingannarvi: prima di entrare nel merito su come fossi diventata una ragazza fica, in questo post spiegherò soprattutto quali fossero le alternative possibili, e perché le ho scartate.

Potevo, tipo, essere una ragazza “come le altre”. Ma il modello di donna che mi veniva presentato era a-tro-ce. Non per ciò che facesse: lavare, stirare, accudire i figli, e fare queste tre cose anche se lavorava fuori casa come il marito (ma le cameriere in paese costavano anche cinquemila lire l’ora, voglio dire…). Il problema era l’atteggiamento che accompagnava tutto questo. Capricciosa, debole, isterica, umorale, gentile ma con riserva, bisbetica, smorfiosa… Ma che davero? E soprattutto, care ex bambine, ci rendiamo conto che quando ci insegnano cosa pensare delle donne non siamo ancora donne? A me sembra un dettaglio da non sottovalutare, perché almeno io non riuscivo a identificarmi del tutto con la categoria che mi insegnavano a schifare almeno un pochetto… Per dire, il termine “pettegola” lo imparai a una festicciola di compleanno, perché una bambina lo gridava a un’altra: la stessa bambina, in un primo momento, era venuta da me a protestare perché “non le pareva educato che in mezzo a tanta gente me ne stessi in disparte a leggere un libro fregato alla festeggiata”. Tutta la mia vita, presentata davanti a me in due minuti.

Ma niente da fare: anche a ribellarmi, il modello mi rimbalzava contro, tipo boomerang. La gente dava per scontato che anche io fossi fatta “in un certo modo”: dunque, se sfogliavo una rivista per bambini in sagrestia con un’amichetta del catechismo, per il diacono stavamo facendo sciocchezze, e avremmo dovuto piuttosto andare a sentire la messa. A scuola i maschi erano assurdi, si lanciavano oggetti durante la lezione, spostavano banchi, bestemmiavano nella lingua proibita a noialtre, “ma non tanto a loro” (cioè, il napoletano), ma appena le ragazze si mettevano a bisbigliare tra loro… “Sembrate le oche del Campidoglio!” tuonava una prof. che fumava in classe. Quelli che prendevano voti più alti erano i ragazzi bravi in scienze: era il modello che piaceva a quasi tutte le prof., anche a quelle di materie umanistiche. Alcune, posso dirlo? Sembravano perfino un po’ intimidite dalla figura del secchione.

Per le ragazze c’era una via d’uscita: essere bone. Ma era comunque difficile, che lo si fosse o no secondo gli standard dell’epoca. Se si era bone, a volte bastava essere circondate da ragazzi, a una festa, per essere nominate ufficialmente ‘na zoccola. Se non lo si era, si diventava un premio di consolazione, un ripiego per le attenzioni altrui: perché mentre i ragazzi avevano i videogiochi o la musica nerd, calamitare la loro attenzione era presentato da pubblicità, riviste, perfino letteratura per ragazzi, come la missione di vita delle ragazze. Quanto ai requisiti per la bonazzaggine… oh, adesso magari si porterà Gigi Hadid pure alla Sanità, ma allora la famme ‘e guerra doveva ancora aleggiare, perché il modello di bellezza femminile restava questo:

Abbracci e pop corn: Signori si nasce

In caso ve lo chiedeste: sì, il modello di bellezza maschile era sempre quello a destra. Cioè, una somiglianza con Dylan di Beverly Hills era sempre auspicabile, e mai necessaria: se eri rappresentante di istituto, per esempio, te la scappottavi, e così se eri quello simpatico che era popolare tra tutti. Quanto alla brunona mediterranea: il mio bisnonno era chiamato “l’austriaco”, quindi fate voi. Ma niente paura! Cresciuta con le migliori intenzioni nella retorica del merito, pensavo di poter ottenere tutto, se mi fossi impegnata abbastanza. Dunque, se non ottenevo qualcosa, non mi ero impegnata abbastanza. Il modello di bellezza a cui mi ispiravo per l’occasione era questo:

Claudia Schiffer, 50 anni in 50 look cult della top delle top più bella del  reame

Per chi non mi conoscesse dal vivo: ci sono riuscita! Sì, a volte ancora mi confondono con Claudia, per strada. Per tutti gli altri, giuro che ho quasi finito con le sciocchezze: no perché, per la gioia del diacono di cui sopra, poi non sono più andata a messa, ma in compenso ho continuato a cazzeggiare, e pure a leggere.

Nel prossimo post vi giuro che sarò (quasi) seria: voglio solo spiegare perché il modello della compagnona simpatica è stato per tante ragazze una pezza a colori rispetto alle imposizioni di cui sopra, ma poi ci si è ritorto contro come un boomerang.

Ma a questo punto vi ho già fatto una testa tanta, quindi usiamo questa come premessa, e ci vediamo lunedì!

Circola questa voce che mi state un po’ sul culo.

Sì, insomma, che sono ipercritica e dopo un po’ mi stanco di tutto e tutti: pagine di attivismo, filosofi femministi (?)… So che dormirete sonni tranquilli adesso che smentisco, ma non ringraziatemi troppo, eh! È che ho sviluppato una profondissima filosofia di vita in seguito a questa crisi qua, originata da un uomo che mi preferiva la sua lavatrice. La mia filosofia è in realtà una domanda: “Quanto tempo devo perdere in questioni che non mi piacciono, né mi aiutano in nulla?”.

Perché, scusate, è venuto il momento di dare di nuovo un prezzo al tempo. Vedo che qua svicoliamo: il lavoro della mamma non ha prezzo, il tempo impiegato ad amare non è mai sprecato… Ma un par de ciufoli! Saranno i quaranta ormai arrivati (ricordate la scena di Nanni Moretti sugli anni che rimangono da vivere?), però sul serio: in una società che dà un prezzo a tutto, è un po’ sospetto non darlo proprio al bene più prezioso e più facile da sprecare, o da esigere da una categoria a caso. Dunque, io al tempo non solo metto il cartellino del prezzo, ma ci calcolo anche l’IVA, e già che ci sono stabilisco pure i (pochi e circoscritti) saldi.

Per questo a volte mi spiace che il femminismo italiano si ponga solo ora questioni che, qui dove vivo e anche altrove, hanno pure suscitato la formazione di progetti e comitati. Allora evito di leggere millemila commenti paternalistici di donne bianche con titoli di studio, che spiegano che “i problemi sono ben altri” (i loro). Piuttosto, mi metto a cercare un articolo che possa poi tradurre dallo spagnolo, o dal catalano, o dall’inglese, scritto da chi riflette sulla cosa da un po’ più di tempo, magari a partire da considerazioni intersezionali. Oppure, che so, avete altre idee per me? Cosa posso fare nel mio piccolo, per aiutare? Perché a questo punto scatta la selezione del tempo.

È una realtà drammatica nell’attivismo. Ho voglia a scrivere ventimila articoli accademici, spunterà sempre il pezzo di una stagista che su un giornale online si chiederà: “Dove sono le donne italiane che scrivono di Genere?”. E allora capisco che non ci legge nessuno, non arriviamo a un pubblico non specializzato. Perfetto. Allora faccio un podcast? Un post su Instagram? Metto la pulce nell’orecchio a Unaelle su qualche altra lotta che bolla in pentola in terre iberiche? Magari lei ci fa il lavoro fantastico che già sta svolgendo sulla pressione estetica… A volte ho sprecato anni interi, un’ora qui e un’ora là, a curare progetti interdipartimentali che si sono risolti in un seminario con trenta persone, e poi tutti al ristorante. Ammesso che offrisse il dipartimento (campa cavallo), vedete anche voi che le ore perse a sbattere la testa sul dibbbattito in questione non sono compensate da una paella, e dai complimenti di chi certe cose le sapeva già.

E allora che si fa? Ormai io ho trovato la mia risposta: si va per sottrazione. Quante ore ha la giornata? Ventiquattro. Che cosa potrei fare nella mezz’ora che sto per perdere in un “progetto culturale” che arricchisce solo chi mi ha convocata perché ci so fare? Quante esperienze utili mi sta precludendo la discussione con qualcuno che non crede alla dipendenza economica delle donne? In caso vogliate prendere spunto anche voi, ecco qui sotto alcuni suggerimenti per sottrarre questa mezz’ora a ciò che ve la sta rubando.

  • Ci ho messo una mezz’oretta a tradurre questa intervista sull’amore romantico, che almeno nella sua versione spagnola è circolata a lungo in ambienti anche non femministi.
  • Mi è piaciuto La città dei vivi di Nicola Lagioia: l’ostinazione dell’autore nella ricerca di un senso è speculare alla mia risoluzione di non perderci più *indovinate cosa*. Ebbene, i capitoli sono brevi: in mezz’ora ne leggo due o tre.
  • Davvero mi sono persa due stagioni di Homeland? Forse avevo deciso, dopo la quattro, che non c’era più da perderci troppo *indovinate cosa*: a volte si sbaglia pure a valutare, eh!
  • Va bene che adesso ho altre priorità, però due fettuccine a mano, ogni tanto…
  • Se acchiappo il compagno di quarantena tra una spedizione in biblioteca e un’altra, mezz’ora non basterebbe! (*Inforca occhiali da sole, mentre parte una versione di You can leave your hat on suonata con le pernacchie*)

Però, oh, sono gusti. Se volete regalare il tempo, elargitelo a piene mani! Ma i regali si fanno nelle occasioni speciali, e dice che contengono uno spirito che per gli antropologi si chiama Hau, ma in realtà si può tradurre come Pietro: quello sì che deve da ritorna’.

Che succede con chi il tempo lo regala a noi, con sospettosa solerzia e senza nessun apparente tornaconto? Ma che bello, meno male che esiste gente così! Però, attenzione a riconoscere questa gente da chi pensa che un certo tipo di tornaconto per il “tempo investito su di noi” sia un passaggio obbligato: ripassate in questo pratico dizionario il concetto di nice guy. A questo proposito, vorrei concludere con il pensiero poetico di un giornalista napoletano, incontrato per caso a un evento culturale:

“Sostengono che non si debba ispezionare la cavità orale di un equino che ci venga presentato in omaggio. Purtuttavia, io ritengo opportuna addirittura una controllatina all’orifizio anale”.

Ok, chi voglio imbrogliare? In realtà il signore l’ha detta così:

“Dice che a caval donato nun se guarda ‘a vocca. Io invece ce guardo pure ‘o fetillo.”

(Lo so, sono scontata.)

Risultato immagini per suffragette we want room
Ecco, più o meno finisce così.

Come l’italiano strafatto che scorrazza per la Ronda de Sant Antoni con addosso un paio di tette finte: pure piccole, considerando la nazionalità del popputo (appena una sesta). Come i suoi amici che esibiscono dei locks in stile giamaicano, in tempi in cui il dibattito sull’appropriazione culturale è giunto perfino in Italia. Come questi tre che fanno più casino loro di tutti i coetanei che invece sono alla manifestazione per la liberazione di Pablo Hasél, a poche decine di metri da lì.

Così mi sento io: fuori contesto. Mi ci sento quando leggo tutti quegli articoli accusatori sull’assenza di donne di sinistra (perché il PD è sinistra, capito?) in questo governo di salvezza nazionale che sta facendo rimpiangere i draghi di Daenerys.

Sì, lo so, ho già parlato dell’alienazione di una che ormai si sente più europea che altro, con tutte le controindicazioni del caso: così ho pensato a una terapia d’urto. Mi sono messa a farmi i fatti delle altre. Che succede in Europa? Cose simili all’Italia, ma in contesti più femministi.

Su Píkara Magazine ho trovato un podcast con l’intervista a Mireia Vehí, deputata della Cup: la sinistra radicale indipendentista. Ve ne parafraso qualche stralcio, ma se avete un’oretta e capite lo spagnolo, ascoltate l’originale.

Gli uomini usano la violenza per limitare l’attività politica delle donne. Senza pensare ai numerosi casi nel mondo di donne politiche assassinate, nei paesi europei ci sono forme comunque efficaci per annullarne l’autorità.

La violenza verso le donne che fanno politica si inscrive nel contesto delle violenze e discriminazioni connaturate al mondo politico, che nel caso specifico delle politiche donne assume molte forme: screditare il loro lavoro, attaccare il loro aspetto fisico, e utilizzare qualsiasi mezzo per annullare “la rivale in più” nella lotta per il potere. Ovvio che i mezzi usati contro le donne siano vincolati con la discriminazione di genere: perché l’obiettivo è puntare alla giugulare con tutti i mezzi che possano funzionare. E la discriminazione di genere, banalmente, funziona.

Gli attacchi alle donne della Cup sono simili a quelli destinati ad altre donne politiche femministe: quelle di Bildu e altri movimenti indipendentisti di estrema sinistra. Nei momenti più duri della politica catalana, la forma più efficace di opposizione alla Cup era insultarne le donne. Perché? Perché il parlamento è stato, fino a tempi recentissimi, un posto abitato da uomini e dunque “pensato” per uomini, cioè costruito intorno a forme di aggregazione e giochi di potere al servizio della mascolinità tradizionale. Per Vehí i sintomi di questo sono: l’ossessione per il leader unico, per l’uomo forte che “organizzi” tutti gli altri (finché non si arriva a potergli fare lo sgambetto, aggiungo io); discorsi molto lunghi e retorici volti a coprire il poco lavoro che in realtà si sta facendo (un lavoro mirato, aggiungerei, soprattutto a dare un contentino agli elettori); i rapporti clientelari. Su questi dico una parolina io: sono alleanze decennali, spesso ereditarie, fondate su criteri che non seguono altre logiche che quelle di potere. Dinastie familiari che si palleggiano privilegi e contatti, agganci con l’alta finanza, trasformismi assortiti quando tutto va male. Le reti che si creano in questo modo si tramandano con criteri variegati, spesso seguendo banali rapporti di parentela. Ma credete che chi ha costruito la ragnatela, o chi se le ritrova in dotazione, la condivida all’improvviso con categorie che si affacciano al potere solo adesso?

Se, come argomenta Silvia Claveria, la rappresentanza delle donne in tempi recenti è appannaggio dei partiti di sinistra (mica del PD!), anche in questi ultimi non mancano i giochi di potere di cui sopra (e scatta il grazie al ca’, da intendersi qui in senso letterale). Dunque, il trattamento che questi partiti riservano alle donne non ha niente a che vedere con le ideologie ed è tutto finalizzato a mantenere il bacino di voti o la poltrona, o comunque la pagnotta. Il messaggio alle donne diventa: “Sappi che i tempi sono cambiati e tocca farti spazio, ma questa è casa nostra“. E la prima “a”, in “cAsa nostra”, nel caso italiano la metto giusto perché sono un’inguaribile ottimista.

In conclusione: nel gioco di potere della politica, chiunque non sia di casa deve entrare in punta di piedi, e solo per leccare i piedi altrui. Se c’è un qualsiasi mezzo per escludere questa persona dal potere si userà (si pensi alla storia per cui “l’America non era pronta per un presidente nero”). Nel caso della Cup descritta da Vehí, c’è il body shaming figlio della pressione estetica: non vi mando i tremila articoli acchiappaclick sulle ascelle non depilate delle deputate di sinistra e sul loro look “antisistema”.

Come dice Vehí, c’è il colpo di scena (e questa me l’ha raccontata anche un’amica politologa): gli stessi deputati che ti chiamano letteralmente “strega” alla Camera, ti fanno gli occhi dolci o le avances in privato. Sono cresciuti così, il maschilismo non è appannaggio di un fascista navigato di cinquanta o sessant’anni. Un politico italiano “progressista”, in visita a Barcellona, parlava in mia presenza di “quel femminismo esagerato, sapete?”, e non mi credeva quando gli spiegavo che “femminismo esagerato” era un ossimoro.

Insomma: in una sacca di potere come può essere un partito politico o il parlamento, l’obiettivo di chi il potere ce l’ha è colpire sotto la cintur… ehm, dove fa più male, per assicurarsi di non dover condividere neanche un’oncia dei propri privilegi. Come si fa, se la potenziale avversaria è donna? Si usano gli stessi metodi di marginalizzazione che conosciamo in altri ambiti! Con il messaggio di sempre:

“Questo non è uno spazio per te”.

Quante volte l’abbiamo sentito o almeno percepito? E secondo me in Italia non capiamo che non serve a niente colpevolizzare le vittime. La nostra prima reazione di fronte a questa faccenda è: “Sono le donne politiche italiane a non prendersi lo spazio!”. Temo sia un modo riduttivo e poco realistico di affrontare la questione su chi arrivi a comandare nella nostra società.

Ci torneremo.

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Dopo la festa dei quarant’anni meno affollata di sempre, mi sono ricordata che devo fa’ l’operazione alle sise (cit. Vulvia).

Ormai è tempo! Vedete, molti anni fa dissi a un’amica del forum di facoltà che mi sarei siliconata a quarant’anni, per vedere che effetto faceva “avercele anche io”. L’amica mi chiese divertita: “E a quarant’anni che te le rifai a fare, scusa?”. Io dovevo avere venticinque anni, lei qualcuno di più. Risposi: “Guarda che io sarò una quarantenne di fuoco!”. E lei si mise a ridere.

Me ne ricordo adesso, non perché sia poi così determinata a mantenere la parola, ma perché di De André mi piace soprattutto quel frammento di Princesa: “… finché il mio corpo mi rassomigli”. Come vedrete tra un po’, non lo rievoco a caso.

Perché Non una di meno, questo movimento che mi dà speranza per l’Italia, ha affisso alla sua pagina milanese una bella sequenza di disegni in spagnolo, raffigurante una donna dalle forme abbondanti e intitolata “Caro corpo”. Una delle didascalie recita: “Perdonami per aver dubitato di te, per averti biasimato, per averti voluto trasformare in qualcos’altro”. Ecco, a me questo discorso non convince del tutto, per quanto possa aiutare alcune persone schiacciate dalla pressione estetica. A mio avviso, è una forma di pressione estetica anche l’idea che esista una “bellezza reale”, cioè naturale e autentica, rispetto a quella “artificiale” creata dal bisturi, dal trucco e magari dal… parrucco: proprio le parrucche sono un elemento estetico molto diffuso tra le donne nere. Commenta questo articolo a proposito delle campagne pubblicitarie stile Real Beauty: “Si tratta di regole di bellezza che impongono le immagini femminili nei media attuali, al posto di basarsi sul diritto delle donne a cercare e definire i propri standard di bellezza”.

Adesso non è il caso che, oltre alla pubblicità, ci si mettano anche le persone che hanno deciso che stanno bene così come stanno, e buon per loro. E non commento nemmeno gli insopportabili uomini che provano ancora a insegnarci che ci vogliono belle naturali (ma guai a non depilarsi). Anche quest’ondata di femminismo italiano nella sua versione mainstream (dunque non parlo strettamente di Non una di meno), invece di puntare un bisturi contro chi i privilegi ce li ha, si concentra molto su quello che fanno “le altre donne”: a quanto pare, mai abbastanza.

Scusate la digressione, ma prendiamo un momento il nuovo governo: in ambito femminista non ho letto molto sugli uomini politici italiani, che instaurano reti basate sulla corruzione, sul nepotismo, sul lecchinaggio e sullo scambio di favori. Sono state biasimate da più parti le donne del PD (note suffragette della prima ora!) perché in un sistema del genere “non riescono a farsi avanti”. Ma che davero? Insomma, un ex portaborse che è diventato qualcuno, un politico che si è fatto strada con soldi sospetti, ci farà sempre meno impressione dell'”amante del capo”. Capisco che è più comodo così, è sempre più comodo dire “io non sono così”: gli uomini ci provano tutto il tempo! Mi sa però che, per dirla col poeta, a noi “convien tenere altro viaggio“.

Tornando al problema iniziale, lasciamo da parte De André e andiamoci a leggere cosa pensano i collettivi trans e non binari: io lo trovo illuminante. Lungi da me fare appropriazione culturale, dico solo che abbiamo molto da imparare da questo punto di vista, e come lo spiegano loro non lo fa nessuno: abbiamo il diritto di alterare il nostro corpo, finché non ci sentiamo a nostro agio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "just n.b. things @nonbinarythings reminder that you have the right to alter your body until you feel at home in it! whether that's clothes, makeup, haircuts, or more perma- nent things like piercings, tattoos, hormones, and surgeries! it's your flesh vessel and you are the only one who should get to design it!"

Quindi sì, sia che siamo #TeamVulvia e ci rifacciamo le sise, sia che viviamo felici e contente (o contenti, o content*!) con le stesse tette di quando avevamo dodici anni (ehm…) facciamo che se volemo bene, e soprattutto: vediamo di assomigliare a noi stesse più che possiamo!

Il modello di bellezza a cui m’ispiro, da sempre.