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Thorne, Ridge, Brooke, Eric and Nick. | Beautiful, Film
Gran finale!

Cominciamo con una domandina facile facile: quand’è che una relazione si può definire amore?

È una questione annosa a cui l’amore romantico ha risposto con una sublimazione della fase iniziale del rapporto: l’innamoramento. In mezzo a tutto il cinismo che fa chic ai nostri tempi, ci facciamo ancora volentieri la promessa impossibile (e a mio avviso, pure indesiderabile e superflua) che proveremo ad amarci sempre come il primo giorno. E a ben vedere, non specifichiamo mai il primo giorno di cosa. Il primo sguardo ricambiato? Il primo bacio? Pensiamo a momenti piuttosto specifici dell’inizio della storia, e non a un ineffabile istante in cui l’attrazione sia diventata “qualcosa di più” (sempre queste tassonomie: misuriamo i sentimenti in termini di abbondanza e carenza!). Perché in fin dei conti, nonostante tutti i distinguo, amore, innamoramento e attrazione si confondono. La monogamia, che come abbiamo visto adora le gerarchie, risolve l’equivoco con poca convinzione stabilendo una prima fase di luna di miele, che stando ai pettegolezzi durerebbe al massimo tre anni, e una seconda “più matura”, meno intensa ma più solida. Però, si diceva, l’aspirazione sarebbe prolungare la cosiddetta luna di miele e mantenerne lo spirito, anche se il suo essere una fase preziosa quanto effimera è considerato parte integrante del suo fascino.

Secondo voi, adesso, il poliamore come risolve questo paradosso? Medicalizzando l’amore! Ecco, il co-autore dell’articolo già mi aspetta in un angolo buio con una mannaia in mano. Dai, scherzo: più che “medicalizzare”, il poliamore trasforma l’innamoramento in un acronimo, e si sofferma molto sulla componente chimico-ormonale che trasforma il nostro stomaco in un rave per farfalle.

Abbiamo così l’ENR, cioè l’Energia da Nuova Relazione. Che spesso è vissuta dalle persone poliamorose come una componente pericolosa e distruttiva: leggete un po’ qua, e immaginatevi i nostri cantanti della tradizione italiana alle prese con questa interpretazione. (“Sento dell’ENR per te / perché non avevo niente da fare…”.) Messaggio sottinteso: non durerà. Si tratta di una sensazione, dunque, circoscritta nel tempo e determinata soprattutto da fattori biochimici. Dunque, non ha la minima speranza di durare che si ostina ad attribuirle la monogamia.

Se ci pensate, la cosa ha un senso: consideriamo le differenze strutturali in questi tipi di relazione.

In un rapporto monogamo, l’auto-narrazione è fondamentale: dunque il primo incontro, per quanto banale, viene spesso mitizzato. Se trovate Watzlawick un po’ ostico, leggete pure Febbre di Jonathan Bazzi, che personalmente ho adorato. Fatto? Ora ditemi se l’incontro del protagonista col compagno, visto da fuori, non vi è parso un appuntamento al buio come ce ne sono tanti. Ovviamente l’autore non la vive così, e non bisogna essere bravi scrittori emergenti per accorgersi che la storia del “Come vi siete conosciuti?” diventa aneddotica anche solo se si tratta di dire che “all’inizio c’era più antipatia che attrazione”! Tutto porta a una narrativa (a uno storytelling, diciamo oggi) contraddistinta dalla predestinazione, che fa passare la storia come “volontà del destino” (“nadie habló de enamorarnos, pero Dios así lo quiso”, recita un bolero argentino poi convertito in flamenco). Questa versione dei fatti è un incentivo a considerare “magica” e unica una storia che, per le pretese di esclusività e durata, avrà forse nel tempo il suo principale nemico.

Da un punto di vista poliamoroso, questo tipo di narrazione va a carte quarantotto: c’è una rete di relazioni, con un suo complicato equilibrio interno che va mantenuto con molto lavoro e molto dialogo, o sono guai. Come immaginerete, in un contesto del genere le farfalle nello stomaco sono previste e più che tollerate, ma con un pizzico in più di apprensione. Ovvio che un’aggiunta alla rete, una nuova persona, può destabilizzare l’intera costruzione. Tanto è una fase passeggera, che non deve intaccare gli altri rapporti e la qualità del rapporto di cura a loro dedicata.

È anche vero che ho registrato almeno due casi di coppie monogame diventate poliamorose e poi scoppiate: di una ce ne parla Noemí Casquet, questa giovane attivista e autrice nel suo canale youtube. Nei suoi video, che mi piacciono molto, Casquet parla di come, col fidanzato storico, avessero deciso di “aprire” la coppia. Tra i vari video-resoconti mi è piaciuta la storia di un’uscita a tre con il fidanzato di cui sopra e una ragazza che lui frequentava da poco. Oltre a un divertente racconto del cameriere che serviva al loro tavolo, che se fosse stato napoletano si sarebbe giocato due numeri al lotto, l’autrice sottolineava quanto il ragazzo e la nuova compagna fossero presi l’uno dall’altra, e lo considerava una cosa normale, “chimica”. Casquet menzionava proprio gli ormoni. Io, confesso, ascoltavo perplessa, e qualche video dopo, da monogama impenitente, ho emanato un mugugno un po’ cinico alla notizia che Casquet e il fidanzato storico s’erano lasciati. Lei aveva una spiegazione inoppugnabile: le storie monogame non finiscono, forse? Di tutte le cause possibili, proprio l’apertura della coppia, condivisa da entrambi, vi sembra la responsabile?

“Ho pensato la stessa cosa tua” ha commentato il mio secondo testimone, incontrato di persona a una festa. “Guarda un po’, la ragazza apre la coppia, il compagno conosce una di cui è innam… ehm, per cui prova ENR, e i due dopo un po’ si lasciano. Curiosa serie di coincidenze.”

Sarà che a questo ragazzo catalano è successo lo stesso che a Casquet, ma senza il minimo entusiasmo da parte sua: relazione monogama di lunga durata, problemi di coppia, apertura della coppia stessa. La differenza, dicevo, è che il mio testimone numero due ha accettato la situazione solo per amore della compagna. Non sono mancate neanche nel suo caso le uscite a tre e a quattro con i nuovi vincoli, poi la fidanzata storica ha lasciato il nostro per un altro. L’unico suo rimpianto? Uno che anche noi monogami impenitenti possiamo capire: aver accettato per amore qualcosa che in fondo non gli interessava.

Se Noemí Casquet leggesse queste righe, penserebbe che questo ragazzo e io siamo la prova vivente che c’è molto da decostruire, perché non facciamo che estendere le nostre visioni monogame a una relazione che ha avuto solo il suo decorso, come tante altre.

A questo punto, mi appello un’ultima volta a Santa Brigitte Vasallo: un vincolo deve instaurarsi tra persone che abbiano le stesse intenzioni. Il combo persona monogama-persona poliamorosa è una bomba a orologeria in termini di sacrificio, repressione e rancori reciproci.

Concludo proprio con questa bella dichiarazione che riassumo da un’intervista di Vasallo.

Quello che ci serve è una rete degli affetti. Per me il poliamore è informarsi della salute della tua vicina anziana che non sta bene da un po’, portarle una zuppa calda, chiederle come sta. Con chi vai a letto, alla fine, non mi interessa più di tanto.

Queen Taylor Hayes - B&B Stephanie chokes Brooke | Facebook

Adesso, per mettere le mani avanti, elenco in fretta gli altri aspetti che mi sono piaciuti del poliamore, dell’anarchia relazionale e del resto delle alternative etiche alla monogamia: insomma, se prima ho citato Fantaghirò, stavolta userò Twilight.

Sempre meglio! Ma il polpettone vampiresco è un perfetto esempio delle gerarchie che denuncia Brigitte Vasallo. Nel film le amiche di Bella se la squagliano appena compare Edward, per lasciare da sola la coppietta. Perché si è sempre fatto così, no? Beh, a maggior ragione si potrebbe anche smettere.

Altre questioni sparse che mi piacciono: la flessibilità, la ragionevolezza. Poliamore non è coppia aperta, non è avere scopamici: quelle sono proiezioni monogame. A un amico italiano spiegavo scherzando che è come avere tre fidanzate, a cui dedicare un fine settimana a testa e regalare tre braccialetti Pandora a Natale! Adesso il co-autore del mio articolo sul poliamore mi taglierebbe le mani solo per aver scritto la parola “fidanzate”, ma l’esempio scemo era per ribadire che: il lavoro di cura aumenta e non diminuisce. I sentimenti non vengono affatto messi in secondo piano, come potremmo pensare seguendo il principio romantico dell’altra metà della mela: i sentimenti sono in realtà il primo pensiero. Per questo la comunicazione è davvero essenziale, in questo tipo di relazioni, e la sincerità è forse la qualità più importante.

E adesso (rullo di tamburi) veniamo a quello che mi lascia perplessa di poliamore e affini.

Sono fiera di annunciare che sono in buona compagnia: certi “effetti collaterali” li denuncia pure Brigitte Vasallo! Che peraltro è stata accusata di trasformare l’intera faccenda in un lesbodramma, così che persone di altri orientamenti sessuali (e le stesse lesbiche stanche di drammoni) non ci si riconoscono. Ma su una cosa sembra esserci accordo generale: Vasallo spiega molto bene che il poliamore, se frainteso, rischia di diventare l’ennesimo supermercato di relazioni a un tanto al chilo. Una situazione in cui magari io che rifiuto la monogamia frequento più gente in nome della libertà, ma poi faccio esattamente cosa si aspetterebbero i monogami che mi sfottono: me ne impipo di tutti e continuo a trascinare il carrello delle emozioni in offerta speciale, finché non mi scoccio e me ne torno alle mie comode relazioni eteronormative. E a questo punto, che volete? Io da etero cis con questo vizio della monogamia sono preoccupata da un soggetto in particolare: l’ommo “con i peli in petto”, che su Facebook legge “comunità poliamorosa” e spesso traduce “patata gratis!”. E quelli così ci si mette un po’ a smascherarli e cacciarli a pedate dalla comunità. È il capitale erotico, baby: diversi piacioni finto-liberati possono far fruttare il loro presunto carisma per intrecciare più relazioni senza assumersene la responsabilità (specie quando ci sono vincoli con figli a carico). La comunità poliamorosa attuale è pur sempre cresciuta in una società monogama di default: il rischio dunque è quello di ripetere ceti rapporti di potere, ma moltiplicandoli.

Così disseminiamo il nostro percorso di vittime immolate al nostro ego, dette anche cadaveri emozionali: è facile che questo succeda quando, invece di occuparci di una persona sola, dobbiamo rispettare il benessere emotivo di altre, e in una società dove il tempo è denaro.

Eccoci infatti al vero tallone d’Achille: chi può permettersi relazioni plurime che siano anche etiche? Specie tra le persone che hanno un affitto da pagare e un lavoro precario di otto ore… Qui viene in soccorso la flessibilità: questa ragazza spiega che lei è costretta a fare una sorta di gerarchia (eccallà!) tra le relazioni, per cui ha un vincolo principale e altri non meno importanti, ma a cui dedicherà meno tempo. E qui casca l’asino: i poliamorosi non gerarchici tendono a guardare dall’alto in basso quelli così! Cioè, quelli che, per riportare un problema diffuso nella comunità poliamorosa, “hanno qualcuno da presentare alla nonna a Natale“. Insomma, non rendono così palese la propria non conformità alle norme sociali e ne affrontano meno le conseguenze. Chi invece si sente “in prima linea” non gradisce.

Ok, mentre queste due fazioni si scannano tra loro, passo all’ultimo problema che vedo in questi sistemi relazionali: la cura della prole. Che, per una volta, si risolve proprio nella domanda: “Chi pensa ai bambini?”. Se ci pensa il proverbiale “villaggio” che ci vorrebbe ad allevarli, benissimo! (Oddio, io che sono asociale starei tutto il tempo a dire “Scinneme ‘a cuollo!”) Vasallo parla di reti fondate sul lavoro di cura, e non è rara, almeno come aspirazione poliamorosa, l’idea della vita in comunità, con tanto di soluzioni abitative ad hoc che smontino pure il mio adorato mito borghese della casa di proprietà come baluardo e rifugio. Se il lavoro di cura è condiviso a questi livelli così raffinati, il villaggio è servito!

Ma questo dipende dalla volontà dei vincoli, e i piacioni di cui sopra vorranno semplicemente, con licenza, trombarsi la neomamma senza correre il rischio di mettersi a cambiare pannolini! E di scaricarla quando perde capitale erotico, senza che lei usufruisca neanche delle poche tutele previste dal sacro vincolo del matrimonio. Insomma, col poliamore il bomber della situazione non ha neanche quei due obblighi in croce previsti dalla monogamia istituzionale.

Dunque, il poliamore e l’anarchia relazionale sono alternative umane e perfettibili al modo di amare che abbiamo appreso fin dall’infanzia come unica possibilità. Non sono adatti a chiunque, ma sempre più gente li sceglie. Quasi tutti i tentativi di sminuire queste pratiche in ambiti monogami sembrano condizionati da due fattori non proprio simpatici:

1) un’ignoranza di fondo sui meccanismi di tali relazioni: “Questo è sempre esistito: si chiama coppia aperta/scopamicizia/mettere le corna”. No. Basta leggere un trafiletto di giornale dedicato all’argomento per scoprire che non è così. Non volersi informare è un diritto: ma con che basi, poi, si formulano giudizi così netti?

2) L’insicurezza di chi, invece di prendere atto di certe pratiche e andare avanti con la propria vita, sente il bisogno di ribadirsi che le sue scelte sono le migliori, specie se l’argomento è spinoso e si percepisce il rischio di passare per meno etici di qualcun altro (ai vegani in ascolto fischieranno le orecchie).

Per “apparare”, cioè trovare un punto comune, dirò che secondo me poliamore e affini sono un’ottima palestra di confronto per la monogamia. Dalla comparazione dei due sistemi emerge un tracciato nuovo: quello di tutte le caratteristiche che potremmo migliorare per avere relazioni migliori, a prescindere dal tipo di vincolo che ci scegliamo per noi.

Ci ho pure un esempio pratico che… Dio, ma quest’articolo è già lunghissimo!

Niente da fare, allora: chiudiamo la saga su questa nota “volemose bene”, ma venerdì vi propino un’appendice sull’esempio di cui sopra.

Indizio: è un fenomeno umano associato molto all’adolescenza, prevede farfalle nello stomaco e regalini sdolcinati in una certa data di febbraio… Sì, lo so: meno male che non scrivo io le domande a Chi vuol essere milionario!

A venerdì, allora!

(Aaah, la ragazza di Freeda viveva all’estero: doppia medaglia per aver provato a spiegarlo a un pubblico italiano!)

Brooke & Ridge Forrester B&B | Nostalgie
Più anarcorelazionali di così…

Cominciamo dalle cose buone!

La faccenda che mi piace di più delle alternative alla monogamia è l’annullamento delle gerarchie tra amore e amicizia.

Vi faccio un importante esempio accademico: Fantaghirò!

In uno dei sequel che non valgono niente, perché non c’è più il principe Romualdo (*fa gli occhi a cuoricino e auspica una monogamia col suddetto*) l’ennesimo pirata bellone anni ’90 si lamentava assai con la nostra principessa dal caschetto inguardabile: il pirata per lei era solo un amico, dunque il sentimento che Fantaghirò provava per Romualdo era superiore! “Diverso” correggeva allora la Nostra.

E sparava una grande palla, perché sì, se li misuriamo in termini di tempo ed energie da dedicarvi, i rapporti umani sono spesso visti come una piramide che inizia con la portiera che ci manda su la posta (il gradino più basso) e finisce con la coppia (in cima a ogni cosa). Dai, scherzavo sulla portiera, cominciamo dagli amici. Non credo che tale gerarchia sia dovuta solo alla questione per cui una relazione sessuoaffettiva richiederebbe più manutenzione di altre: su quello potrei addirittura essere d’accordo. Il messaggio sotteso è piuttosto che con partner e coniugi siamo come “le metà della mela”, mentre gli amici possono restarsene parcheggiati in un angolo, tanto “restano sempre lì”. Con Brigitte Vasallo, tra le teoriche di questa piramide emozionale, non mi trovo d’accordo solo sulla posizione dei figli, che per l’attivista sarebbero comunque in secondo piano rispetto alla coppia: ma d’altronde lei non è cresciuta a Napoli.

In generale, le alternative alla monogamia non sono così: non danno per scontato che ci sia una sorta di podio dei sentimenti su cui un nuovo partner spodesta sempre il vecchio, e gli amici, per quanto importanti, vengono sempre un po’ in coda. Questo non vuol dire che la portiera di cui sopra venga messa sullo stesso piano di nostro fratello: semplicemente, non esistono regole fisse per determinare l’importanza di un vincolo rispetto a un altro. Se l’amicizia fosse un sentimento semplicemente “diverso” rispetto all’amore, e non gerarchico, la frase “Siamo solo amici” non sarebbe così diffusa. E sarebbe ingenuo pensare che quel “solo” si riferisca unicamente alla rarità del sentimento amoroso rispetto all’amicizia.

Secondo il mio ex, la mia situazione domestica da sola mi consegnerebbe dritta all’anarchia relazionale, e per me è una grade notizia! Al massimo pensavo di aspirare al Premio Ridge Forrester per la miglior situazione domestica sfuggita di mano: convivere con l’ex mentre aiutavo il fidanzato attuale a trovare una stanza! (Per fortuna ci è riuscito per conto suo…)

Ok, anche io mi ci giocherei due numeri sulla ruota di Napoli. Ma, se consideriamo che l’ex perdeva la stanza in affitto per il covid, intanto che l’attuale si allontanava da Barcellona per questioni sue, la situazione acquista un maggiore senso logico. Sfugge un po’ meno alla logica, ho scoperto parlando con amici e non, che adesso che l’amato bene è tornato io non faccia semplicemente uno scambio coinquilini basato su “chi debba importarmi più adesso” (ovviamente, l’attuale fidanzato), e finisca lì.

E invece, come la nostra Fantaghirò, voglio bene a entrambi in modo diverso, e non voglio una vita fatta di gerarchie.

Attenzione a non rispondere: “Allora non ami abbastanza il tuo compagno attuale”, oppure: “Ancora non hai trovato la persona giusta”. Questi sono i miti più insidiosi dell’amore romantico, e non dobbiamo cascarci.

Perché, se certi amici rimasti in paese trovano inspiegabile la mia situazione, io la trovo una curiosa coincidenza: per me è inspiegabile la situazione loro! Loro e le loro “dolci metà” (…) hanno accettato di buon grado di restare appiccicati con la colla dai tempi del liceo, e in qualche caso mi hanno parlato di “suoceri” fin da quando erano minorenni. Diversi di loro hanno rinunciato a qualsiasi viaggio che non fosse insieme, e temo che ancora oggi alcuni debbano strappare a botte di liti e pianti un permesso per viaggiare senza l’altra persona. A dirla tutta, gli strappi alla regola venivano concessi più facilmente all’uomo della coppia: sospetto che i viaggi “di sole donne” siano tollerati da relativamente poco, sdoganati magari dalle commedie romantiche sugli addii al nubilato.

Lo riconosco, forse il senso di soffocamento che mi provocava questa situazione ha giocato una parte importante nel mio rifiuto a vent’anni della monogamia normativa. Forse, dietro alcune delle mie decisioni sentimentali intorno a quell’età c’era la fatidica paura d’impegnarsi: qui i detrattori furiosi del poliamore e dell’anarchia relazionale troverebbero pane per i loro denti. Però dovrei precisare due cose:

  1. La paura di impegnarsi in una ventenne non dovrebbe essere accolta con osservazioni tipo: “Sei immatura per la tua età”, “Io alla tua età…”; e, vista la situazione da cui si rifugge, tale paura non dovrebbe essere considerata come una questione di egoismo (già che ci sono, a questo proposito ricorderei che “femminista”, nel 2020, non dovrebbe essere usato ancora come un insulto);
  2. per quanto la cosa possa sorprendere, l’anarchia relazionale è l’esatto opposto del rifiuto di impegnarsi: anzi (vi spoilero il prossimo articolo), la mia perplessità principale è proprio che il livello di impegno che richiede è molto alto. Lo è almeno per una società frenetica e precaria, e a parte le buone intenzioni temo che questo immane lavoro di cura ricada ancora soprattutto sulle donne (cosa che, con il premiato metodo “uno stronzo alla volta”, si limitava appunto a uno stronzo alla volta).

La questione è che, ancor più del poliamore, l’anarchia relazionale prevede un impegno etico e forte in tutti i tipi di legami che si intreccino con il prossimo: la dicotomia amore/amicizia viene superata in nome di una bellissima (almeno sulla carta) nozione di rispetto e distribuzione del tempo e della cura. Va da sé che le declinazioni di questo principio teorico vanno declinate nella banale quotidianità, con strategie diverse e molteplici.

Resta l’idea che solo il caso, o il sistema relazionale che meglio conveniva all’economia in un determinato momento, ha scelto chi sia la strana tra: 1) me, 2) una fitanzata in gasa del mio paese, 3) una tizia che ha: due relazioni sessuoaffettive (una con un uomo e un’altra con una donna), un amico con cui ogni tanto fa sesso, e una costellazione di persone che noi seguaci annoiati della monogamia definiremmo “solo amici”. La differenza è che la diretta interessata ci toglierebbe il “solo”.

Perfetto, no? A me pare di sì: sulla carta, però.

Perché conosciamo i limiti immensi e i difetti della monogamia, mentre delle sue alternative ci giungono solo i proclami sull’uguaglianza e le relazioni più etiche.

Cosa succede, invece, quando anche questi vincoli vanno storti?

Lo scopriremo nella prossima (e ultima) puntata!

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Io, in una rara foto a vent’anni

Ok, l’articolo è in revisione e dovrebbe essere pubblicato a dicembre.

Scrivere di alternative alla monogamia, e proprio con l’ex che mi ha lasciata per darsi al poliamore, è stata un’impresa allucinogena!

La gag sarebbe che noi due nella stesura eravamo, che so, Stanlio e Ollio, o magari Gianni e Pinotto (in quanto italiani che scrivevano di argomenti poco italiani), o meglio ancora Mulder e Scully: l’allucinato e la scettica.

Perché lui era quello poliamoroso, o meglio anarcorelazionale, e io ero, mi si dice, la monogama. In effetti la frase del titolo l’ho pronunciata io, benché abbia constatato almeno da fuori l’onestà e la maturità (proprio così!) di queste relazioni alternative alla monogamia. Ma sono sbottata più volte davanti all’ennesima cronaca di amori e disamori fornitami dal co-autore del mio articolo: mi sono persa tra vincoli (cioè le relazioni), metavincoli (i vincoli dei tuoi vincoli), e cura condivisa del pargolame (che può coinvolgere anche i metavincoli), così ho concluso tra il serio e il faceto che Brooke Logan potrebbe realmente pretendere i diritti d’autore! E sorvoliamo sul fatto che “i vincoli dei tuoi vincoli” sarebbe una grande bestemmia in napoletano…

Mi si dice che il mio problema a riguardo è che ci ho il patriarcato nel cervello (ma va’) e sono inesorabilmente monogama (scusate il termine).

Adesso dovrei lanciarmi in una filippica contro le definizioni a tutti i costi, a cui Mulder-Pinotto risponderebbe tirandomi fuori un qualche mio privilegio monogamo, o i vantaggi che avrei a conformarmi al sistema relazionale dominante.

E invece no: per me le definizioni aiutano molto, specie se non pretendono di spiegare tutto. Ma non intendo sacrificare la mia storia personale all’altare del GENDER1!1! Quindi, per spiegare nei prossimi post cosa ho imparato nel backstage dell’articolo (*inforca occhiali da sole*), in questa lunga premessa vorrei raccontarvi due fatti miei, tanto per cambiare.

Sì, sono sempre andata con uno stronzo alla volta (definizione personale di monogamia seriale). Almeno quando, in termini monogami, si è trattato di una “relazione ufficiale”. Ma ho sempre trovato ridicole le limitazioni che comportavano le relazioni in paese, fin dalla prima a sedici anni: si era negli anni ’90, nella provincia di Napoli, ed era ancora piuttosto diffuso il fenomeno di “sposare la tua prima cotta”, o giù di lì! In un ambiente paesano in cui tutti si conoscevano era complicato lasciarsi. Magari il fenomeno non era poi così affermato tra noi del liceo classico (*inforca occhiali da sole griffati*), ma era comunque visto come qualcosa di strano che una uscisse di casa da sola, o a ben vedere facesse qualsiasi cosa che non fosse eminentemente “femminile” senza la compagnia del ragazzo.

La differenza nel mio caso era che avevo l’unico ragazzo che a sua volta non volesse uscire senza di me. Che bello, no? Come potevo anche solo avere voglia di uscire da sola, magari a girovagare senza una meta? Ero proprio una strega! Ricordo bigliettini tra me e l’amato bene, spiegazioni e pianti per questa mia presunta eccentricità, mentre mi chiedevano tutti se eravamo “fidanzati in casa” (e scatta subito Tony Tammaro, vedi video alla fine). Quando non ne potei più, e troncai a diciannove anni, passai per quattro anni a una fase che oggi si definirebbe, mi dicono, di anarchia relazionale: “non voglio relazioni esclusive, posso andare con chi voglio”. Purtroppo finivo invece per inventare la friendzone (quando ancora non era sessista) e per non andare, spesso e volentieri, proprio con nessuno: ma era il principio che contava!

Le mie amicizie di sempre non erano attrezzate sul piano teorico per affrontare la cosa: così, l'”amicone” dell’epoca (come lo definii una volta per il divertimento generale), veniva considerato a tutti gli effetti il mio ragazzo, e invitato alle feste come tale. Dunque io ero considerata off limits da gente che poteva piacermi. Anche quando intrecciai un rapporto che di fatto era esclusivo, gli amici di lui non capivano perché non dicessi apertamente che “stavamo insieme”: nessuno capiva la mia regola d’oro di non voler sentirsi in galera e di voler essere libera, almeno in teoria, di avere altre storie.

Una mattina, quando ormai vivevo in Inghilterra, mi svegliai con la voglia di una casa con un giardino sul retro, in cui organizzare dei barbecue insieme a un tipo che vivesse con me: soccombevo alla voglia di tranquillità, di “non complicarmi la vita”. Avevo ventitré anni. Allora mi fidanzai con un coetaneo che, essendo nato lì e da una famiglia di migranti, già pensava a mutui, convivenze e matrimoni: anche lì qualcosa non andava, lui in tempo di crisi mi rinfacciava le occasioni in cui mi era stato “fedele nonostante tutto”, e io gli rispondevo: “E perché? mica te l’ho chiesto”. Avevo ben chiaro il fatto che non possedevo il corpo di nessuno, e volevo che se ne rendesse conto anche chi credeva di possedere me. Più che un patto equo, la cosiddetta fedeltà mi sembrava un do ut des dei più beceri: la devozione esclusiva in cambio della stabilità, con la premessa fallace che fosse il modo più spontaneo e naturale di relazionarsi. E le contravvenzioni al patto, che avvenissero in segreto! In realtà io preferivo non andare con altri, ma volevo che fosse una scelta mia, non un’imposizione del mio compagno per un iniziale patto granitico, stile “prendere o lasciare”.

Alla fine sono passata di nuovo dal supermercato britannico di corpi e mutui agevolati alle care dicotomie mediterranee dei primi anni 2000: scopamica segreta vs “potenziale madre dei miei figli”. Ho anche sperimentato il raro passaggio dall’uno all’altro stato, e l’ho trovato schizofrenico e umiliante: ormai ero un ibrido su tutti i fronti, e sono ripartita.

Barcellona, da questo punto di vista, è stata forse la sintesi perfetta: ormai ero monogama per quieto vivere, ma nelle storie che ho avuto qui ho negoziato ogni volta, stabilito magari che “per ora non volevamo interferenze esterne nella storia”… ma non ho mai dato per scontato di possedere il corpo dell’altra persona o poter controllare le sue passioni.

Quindi, in tutta franchezza, mi fa strano riassumere vent’anni di vita ed errori e ripensamenti nella parola monogamia.

È una vocazione di comodo, la mia, che passa per le tonnellate di asocialità che ho accumulato nel tempo. E si nutre di una sola certezza: ci imbrogliano quando ci fanno credere fin dall’infanzia che restarcene per conto nostro (non in solitudine, per conto nostro) è solo un fallimento e mai un’opzione.

Se non chiariamo questo equivoco, dubito che qualsiasi relazione possa mai essere davvero una scelta.

Intanto mi tengo la mia vocazione: monogama per caso, col forte sospetto che la cosiddetta solitudine sia il mio stato di grazia.

Ho visto vocazioni peggiori.

Ok, adesso che mi è “sparito” il naso nuovo ve lo posso dire: per un anno ne ho portato uno finto addosso a quello che già avevo, e nessuno ha notato niente. Avete presente la roba che si sparano nei labbroni le dive, e le abitanti più bionde di Napoli centro? Ecco: io me l’ero fatta mettere nel naso.

Ok, vi do i tre secondi di rito per dire “sticazzi”. Fatto? Allora procediamo, perché sono riuscita a ricavare della filosofia anche da questo. Sì, ho molto tempo da perdere.

Sostanzialmente ho trovato un’offerta in una clinica che non fosse troppo sospetta (in giro ci sono perfino promozioni sotto i duecento euro, ma proprio non garantisco), e non avendo né un mutuo da pagare né un marmocchio a cui badare mi sono tolta almeno questo sfizio: accontentare la me tredicenne che si chiedeva perché, di tre nonni col naso a pippa (leggi “aquilino”) e una nonna col naso a papaccella (leggi “a forma di peperone dolce“) dovessi avere sulla faccia un pot-pourri del loro peggio. Sì, lo so, niente di drammatico, ma volevo vedere come mi stava una versione un po’ rialzata senza gobbetta, con la stessa tigna con cui ho rimesso per quattro mesi l’apparecchio, ma in versione moderna e (stavolta) efficace. Il risultato, per quanto riguarda il naso, mi ha soddisfatto un sacco: discreto e divertente. L’acido ialuronico non fa altro che aggiungere materiale, invece che sottrarlo, quindi mi sono ritrovata con un nasone assurdo, ma modellato come plastilina! Adesso che l’effetto va scemando piano piano, ed è durato quasi un anno, mi sto ritrovando col peggio del naso di prima, più il volume del naso di dopo. E, come per i capelli color pavone, mi ci sto facendo delle grasse risate.

Lo so, lo so, state ancora a dire sticazzi, ma ho pensato bene di farvelo sapere per la questione del corpo: questo “amarci come siamo” che vedo anche in articoli recenti, l’idea del corpo come problema da risolvere accettandolo e amen. Io sono d’accordo, eh: quando mi sono piaciuta così com’ero ho deciso anche che ogni tanto, più per sfizio che per altro, avrei potuto usare il mio sterminato privilegio per vedermi sotto altre sembianze, che andassero dalla tintura rosa al trucco, per passare a interventi un po’ più “drastici” come questo.

E lungi da me l’idea di fare appropriazione proprio di questi tempi, ma mi vengono in mente due personaggi di finzione: la Princesa di De André, che voleva che il suo corpo le rassomigliasse, e Agrado di Almodóvar, che conclude il suo famoso monologo con la frase: “Una è più autentica quanto più somiglia a ciò che ha sognato di sé stessa”. Io a tredici anni sognavo in ordine sparso i denti dritti, il naso all’insù e il Nobel per la letteratura. Purtroppo per il terzo sto cercando ancora la promozione giusta su Groupon.

Però c’è questo modo di trattare il corpo, che in effetti è un campo di battaglia, come se fosse il cibo messo a tavola davanti ai bambini: con quello non si scherza. Le suore, a scuola, criticavano le bambine che giocavano con gli smalti, predicando che “le unghie dovevano essere come ce le ha date nostro signore”. Parlando di bambine che giocano col proprio corpo, ho assistito da lontano a tutta la polemica su Mignonnes (Cuties). Non mi sembra di andare fuori argomento: di base c’è l’idea che specie le donne debbano compiere fin dall’inizio della loro vita una scelta decisiva tra corpo e mente, presentati in modo fraudolento come antitetici. Ovvio che le donne possono “sfoggiare” entrambi i reperti insieme, anzi in alcune occasioni è richiesto (vedi cerimonie di laurea e lavori di rappresentanza): ma, appunto, ciò si verifica giusto in alcune occasioni. Guai a postare foto del mare se sei un’ex ministra, per esempio!

Io mi sono fatta colare il sudore quasi fin sul collo pur di sostenere un esame a luglio con la giacchetta addosso: sotto avevo una canotta, benché nera, e mettersi un reggiseno italiano pensato per la schiena di Pollyanna equivaleva a morire per soffocamento. A 30 gradi all’ombra non era il caso. Qualche amico spiritoso, ai tempi, avrebbe commentato “Mi ero scordato cosa rischiavi di mostrare, là!”. Sì, ma con tutte le leggende metropolitane di studentesse che “andavano discinte apposta all’esame” (meglio schiumare, no?), di quello si trattava: corpo o mente. E se si sceglie la seconda, il primo deve sparire. Che poi è una delle spiegazioni più frequenti fornite da imam e collettivi di ragazzi musulmani su perché le donne dovrebbero portare il velo: “Per rispettarti meglio, bambina cara: noi andiamo oltre le apparenze”. Oook, ma confesso che preferisco di gran lunga chiederlo alle ragazze, che spesso dicono solo: “Io sono così, questo pezzo di stoffa è parte di me” (che poi certe mie colleghe di università a Manchester si toglievano il velo alla cerimonia dei diplomi).

Il corpo, però, torna sempre: e meno male! Impone le sue leggi, riempie “troppo” i jeans in barba alle mode (e allora sono i jeans a essere sbagliati, non il corpo!). Oppure si lascia cadere fino alle costole gli scolli profondi (ehm…): ma se la scollatura non incontra gli standard di un museo famoso, scordati pure di vedere la Gioconda.

Perché il corpo è ancora un tabù, mai come ora che viene esibito tanto, e sempre in una salsa accattivante: questa versione sciapa della già triste Body Positivity dimostra quanto poco sappiamo accettarlo per com’è davvero. Leggete ad esempio i commenti sotto questa pubblicità, che di corpi non ne esibisce nemmeno granché.

E invece, tra l’imperativo di sfoggiare corpi perfetti e quello di ripudiarli per pensare “a ben altro”, ho trovato un’altra soluzione: il corpo, a modo mio. Le mie scelte estetiche continuano a essere poco rilevanti per gli standard o a non entrarvi proprio, però piacciono a me.

Perché col corpo si può giocare, anche per compiacere nessun altro sguardo che il proprio. Quando si vince la pressione estetica e si fanno le cose per “scelta” (qualunque cosa significhi) possiamo, si diceva, porci un obiettivo: quello che vediamo allo specchio deve rassomigliare davvero a quello che ci sentiamo di essere.

Specie se in realtà siamo Batman.

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Dicono di noi…

Io con l’Italia non mi trovo più. Non capisco bene cosa venga pubblicato lì, e perché debba essere rilevante per me.

Ne parlavo l’altro giorno con un vicino che sta traslocando, ed è salito da me a raccontarmi del suo nuovo appartamento (e a darmi dritte per aggiudicarmi eventualmente quello che lascia): come me il giuovane scrive, ha vissuto in più paesi e ha imparato a fare a meno di traduzioni per quasi tutte le lingue romanze, oltre a leggere senza problemi almeno in inglese.

Anche lui non legge quasi niente in italiano, come d’altronde succede a un ex compagno di scuola che ora vive nell’est europeo. Ci siamo detti, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, che vorremmo una casa editrice della diaspora italiana, visto che il mondo editoriale italiano ci genera perfino più alienazione di quanta ne susciti a chi rimane in Italia! In parole povere, quando leggiamo romanzi italiani ultrasponsorizzati, strombazzatissimmi, che abbiano guadagnato ventimila premi, finiamo quasi sempre per chiederci: “Eh?”.

(Ok, spesso ci chiediamo proprio “WTF”, ma so che lo scenario intellettuale italiano è in fase di autarchia linguistica e vorrei risparmiarmi la fucilazione.)

Non che manchino buoni testi, ovvio, ma la questione è: se volessimo leggere Marguerite Duras e Annie Ernaux, o una specie di Bukowski con la camicia stirata, in tutta franchezza ci compreremmo gli originali.

Ho smesso di seguire qualche scrittrice premiata quando ho visto che nella sua pagina alternava discorsi sull’importanza di trovare i sandali giusti (e di farsi la pedicure) alla sua personale cognizione del dolore, che condivideva con qualche compagna altrettanto sofferente. Dio santo, come vi capisco: sono nata anch’io in un Sud di padri padroni e donne oggetto (e il Nord non è che sia così diverso…), dove essere tristi e tormentati non solo è più che comprensibile, ma fa pure fico.

D’altronde a volte chi legge quello che scrivo io (e non mi riferisco allo stile, tutto da migliorare, ma ai contenuti) non sembra parlare la mia lingua, a meno che non abbia fatto un percorso simile al mio: mi piacerebbe pensare che ciò sia dovuto alla mia incapacità di formulare un pensiero lineare, ma una volta ho avuto l’onore di sottoporre a un’addetta ai lavori una scena del libro che poi ho pubblicato, e mi sono sentita dire che la mia Irene sembrava la solita Erasmus a Barcellona, con tanto tempo da perdere per dedicarsi alla politica: addirittura l’indipendentismo catalano!

Peccato che Irene, come specificavo anche nella scena che avevo inviato, sia una stagista già laureata, che guadagna meno di cinquecento euro al mese e ci si paga un affitto di settecento euro con il fidanzato che studia e lavora, per permettersi un appartamento che ha la doccia sul balcone. Irene non ha neanche trent’anni, età in cui alcune amiche mie rimaste in Italia chiedevano istruzioni da Facebook su come azionare una lavatrice (ma giusto perché erano in vacanza).

Ma che ve lo dico a fare: Barcellona (che comunque, sapevatelo, è nel Sud della Spagna!) è solo una meta Erasmus, l’indipendentismo è come la Lega e chi se ne occupa anche solo per criticarlo ha tempo da perdere, specie perché non è rimasta a “lottare per cambiare le cose” (tipo i pregiudizi su tutto ciò che non è italiano?).

La domanda a questo punto mi nasceva spontanea: com’è che avrei dovuto scrivere, allora, secondo agli addetti ai lavori italiani? Be’… ricordate la scheda tecnica su un altro manoscritto (uno incentrato proprio sull’Erasmus!) che avevo commissionato? L’autrice della valutazione mi dava consigli utilissimi, per carità, ma sembrava voler trasformare il mio romanzo, che sarà stato senz’altro banale e ritrito, nel Tempo delle Mele per ventenni, o in Cento colpi di spazzola. Tanto per migliorarlo, insomma! La mia protagonista, a quanto pare, sembrava un’eterna adolescente a cui bastava “alzare il dito” (sic) per chiamare sua madre e chiedere soldini per rimpolpare la magra borsa Erasmus. Ovvio che avevo scritto esplicitamente che la madre non voleva che la ragazza partisse, e che aveva giurato alla figlia che, a borsa esaurita, non le avrebbe passato neanche un centesimo.

Va da sé che, secondo l’autrice della scheda, non si capiva perché la protagonista pretendesse dal suo tutor italiano informazioni almeno corrette, se non addirittura complete, sui dettagli dell’Erasmus: evidentemente “era già tanto” che un professore si degnasse di coordinare lo scambio linguistico (leggi: fare il minimo, e farlo male). Pazienza che la protagonista si ritrovasse a frequentare un corso inutile ai fini della laurea perché il virtuoso tutor non era al corrente di quella clausola.

Ma il peggio, per l’autrice della scheda, doveva ancora venire: come poteva la protagonista trascurare questo corso inutile se poi, esplicitamente trascinata da altri, finiva a seguire una conferenza “del tutto irrilevante” sul GENDER!11! Ma lo sapeva, Papa Francesco? Non fa niente se l’argomento richiamava ciò che le stava accadendo in casa… Mary Nash, perdona loro! Nel mio paese, nonostante gli sforzi di tante, sono in molte di più a dichiararsi “né maschiliste né femministe”.

Inoltre, una editor italiana viene spesso pagata una miseria… A suo tempo mi stavo sfogando su tutta la questione proprio con un altro editor, e quello mi diceva scherzando che avevo ragione: il romanzo italiano oggi consta di quattrocento pagine di pippe mentali del protagonista, poi alla fine “succede qualcosa” (meglio tardi che mai!) e arrivederci.

Almeno, le autrici americane che adoro vengono tradotte, se non proprio lette in massa: Elizabeth Strout (anche se alla mia amata Olive Kitteridge viene preferita Lucy Barton, con la sua finta prosa working class) oppure Gillian Flynn. Ma in generale mi sembra che, con qualche eccezione, un romanzo italiano che si permetta di avere una trama corale o almeno un po’ più complessa si becchi subito un “quanti personaggi”! No, sono quasi sicura che oggi la mia antica professoressa di storia e filosofia si metterebbe in fila al Salone del libro per conoscere lo scrittore giovanile e affascinante, che scrive di tradimenti come di un fenomeno ancora pruriginoso (mentre, con un amico, stiamo per pubblicare un articolo sulla vasta diffusione del poliamore a Barcellona).

A proposito, cari scrittori italiani uomini: la piantiamo di ipersessualizzare le straniere? Cacchio, non linko esempi per pietà, e voi comunque non arrivereste mai a leggere questo post. Ma ripeto: pietà. Fatevi le seghe, mentali e non, lontano dallo scrittoio.

E ovvio, “non tutti gli autori”: ho adorato libri emozionanti e pieni di sfumature, così come ho dovuto cambiare idea sulla mia convinzione che la propria storia personale non costituisce di per sé un buon romanzo. (Per fortuna i miei connazionali sembravano già consapevoli del mio equivoco, con la loro passione per gli scrittori francesi egocentrici…)

Ma, come in Italia si fanno strada autrici, autori giovani e non che provano a fare il loro, e case editrici coraggiose che li sostengono, così fuori dall’Italia siamo in tante e tanti, in modi diversi e complicati, a seguire una nostra personale via ai libri, una sorta di sviluppo parallelo a quello che hanno compiuto i nostri amici più a contatto con quello che succedeva giorno per giorno in Italia: però a volte ci manca una nostra via italiana ai libri (che per esempio leggiamo sempre meno in cartaceo, le piccole librerie non hanno una sezione fornitissima in lingua straniera…), alle storie, alle vite che raccontano.

Un esempio lampante: le storie che ho amato ultimamente non avranno proprio un lieto fine, e a volte terminano in modo bizzarro, ma spesso c’è una speranza vera. Non un riso amaro. Gliene sono grata.

Io non so se sarei arrivata anche in Italia alla conclusione che la felicità è un finale possibile, che rientra almeno nel ventaglio delle possibilità senza che si sia deficienti, o ignoranti, o superficiali.

Però sono felice di leggere storie che non fanno dell’infelicità una protagonista di più, o non la danno come conclusione scontata di fondo, confondendo un lieto fine con un momento effimero di speranza.

Spero succeda sempre di più in italiano, senza che il romanzo venga considerato robetta da poco.

Adoro leggere in italiano qualcosa di ottimista (non stupido: ottimista) e scoprire che non è una traduzione.

(Recensioni di giovani autori promettenti… :p )

Qual è il processo chimico perché succeda questo?

Ieri ho avuto un’esperienza delle più allucinogene: mi sono lasciata fare la tintura ai capelli mentre leggevo Zadie Smith.

Solo che la quindicenne Irie, londinese di origini giamaicane, voleva stirarsi i capelli afro nei primi anni ’90 (un’operazione infernale) per piacere al suo amato Millat; io che in pratica ho i capelli cinesi (ma biondicci) volevo solo schiarire metà della criniera, per avere una tela bianca su cui giocare coi colori. Anche se mi si dice che non ho l’età.

Mentre leggevo di Irie con la testa in fiamme e i capelli che cadevano a ciuffi, riflettevo sulla pressione estetica: questo concetto che cerco di importare da un po’ in Italia, che Zadie Smith riassume in cifre. Le donne nere e di classe operaia sarebbero disposte a spendere anche nove volte di più delle bianche (già di per sé non proprio braccine corte) nella propria bellezza. Curioso, no?

Intanto il compagno di quarantena mi scriveva cose tipo “I’m dying to see your hair!”, con la faccina rovesciata: atroce gioco di parole tra die, morire, e dye, tingere. Tanto a lui che gliene fregava? Lui era un po’ come i clienti maschi di quel salone per capelli afro in cui si svolgevano le imprese tricologiche di Irie: i clienti non spendevano più di otto sterline, per acconciature che tardavano al massimo un quarto d’ora, e il compagno di quarantena si libera del suo jewfro ogni volta che gli gira, per quattro o sei euro tipo.

La mia parrucchiera cinese si faceva aiutare nell’operazione da una ragazzina che, a dirla tutta, di solito fa la manicure alle clienti, e ha delle mèches molto poco rassicuranti, ottone su nero. Quando la ragazza mi ha srotolato le prime ciocche e ho visto qualcosa che non mi quadrava, non ho detto niente e sono tornata al mio libro. Aspettavo serena l’epilogo, sia per Irie che per me.

È stata la parrucchiera senior a farmi accomodare davanti al lavandino, per srotolare le ultime ciocche e infliggermi un ultimo ritocco al colore: lei non era in negozio quando la ragazza aveva cominciato a conciarmi per le feste, e al suo arrivo mi ha subito avvisato (non prima di aver litigato in cinese con l’avventata aiutante), che quello che volevo io non si ottiene in una sola seduta (e già lo sapevo, grazie mille Brad Mondo), ma avremmo provato a ottenere “il colore più chiaro possibile”.

Adesso la titolare si era fatta insolitamente festosa, mentre io attendevo l’inevitabile sentenza. Quella inflitta alle clienti nel salon di Zadie Smith era sempre la stessa, lapidaria: “Più lisci di così non li avrai mai”, che non significava mai esattamente “lisci”.

Il verdetto della mia parrucchiera cinese è stato fin troppo gentile:

“Hai i capelli bellissimi! Sono di colore verde!”

A quel punto non era proprio una sorpresa: era solo la conferma che, nelle mie sbirciate mentre l’aiutante mi toglieva la prima carta argentata, non ero divenuta del tutto daltonica.

“Molto bello per la gioventù” si è degnata di lusingarmi la signora “e molto di moda!”

A quel punto, sapete cosa ho fatto?

Ho riso. Assai. Ho riso e ringraziato: i capelli con riflessi verdastri mi mancavano.

E poi, in un contesto apparentemente opposto alla prosa esilarante di Zadie Smith (la mia home di Instagram, sempre infestata dal cast di Game of Thrones) avevo notato qualche giorno fa un certo fenomeno: una serie di foto impeccabili che ritraevano un esercito di biondone, tutte bellissime, tutte colorate, tutte avvolte in abiti favolosi, e… Kit Harington, in una qualche pubblicità in cui se ne stava pallido come un cencio, con un maglione nero a collo alto, su uno sfondo rosso.

Cento pavoni e un becchino. Anzi, chiedo scusa ai becchini: uno schiattamuorto, che ha connotazioni un po’ diverse.

Se fosse sceso giù un extraterrestre, avevo pensato, guardando quelle foto non avrebbe avuto dubbi sul colore della pelle di chi comandasse: già, ma chi comandava? I pavoni o lo schiattamuorto? Magari la creatura aliena si sarebbe fatta depistare dalla magnificenza dei pavoni, e da qualche simpatica battuta sulle mogli terrestri scovata sul Duolingo marziano. Però io, che non sono un extraterrestre, so quante ore di lavoro ci vogliano perché una donna diventi un pavone: oppure lo immagino, calcolando che io, per farmi i capelli verdognoli, di ore ne ho aspettate quasi tre.

E allora cosa voglio essere, pavone o schiattamuorto? Sarebbe facile rispondere “una via di mezzo”, ma non è così. Perché il mio movimento politico preferito, il femminismo, continua nelle sue sfere più visibili (che sono spesso bianche e di classe media), a credere che il corpo sia un impedimento, una cosa da accettare e prendere a benvolere, ma l’importante è altro, è la tua testa ecc. Sapete qual è il problema? Che rovesciando gli addendi il risultato non cambia.

Si passa dall’aspirare a cogliere lo sguardo maschile (come Irie vuole stirarsi i capelli per piacere a Millat) a cercare a tutti i costi di far dimenticare che siamo donne, a farvi perdonare perché lo siamo: non c’è questo, dietro le battutacce da ufficio, gli inviti a “mostrare la testa e non le tette”? Il messaggio che ci vedo è: “Che tu sia cessa o pisellabile per i miei gusti, fammi dimenticare che sei una donna, e solo allora mi concentrerò su quello che mi dici.”

Nossignore. Io rido. Mi diverto e mi godo uno sguardo che, quando ha smesso di scimmiottare quello altrui, si è rivelato curioso e attento, e anche divertente: il mio. E i capelli giallognoli con riflessi verdi gli mancavano.

La parrucchiera era soddisfatta: ha convinto una cliente idiota che quella tinta sbagliata le stava bene.

Ero soddisfatta anch’io: sapevo a cosa andavo incontro a non rivolgermi alla mia Dea del capello, ma non avevo nessuna intenzione di spendere cento euro in qualcosa che avrei ricoperto di pigmenti rosa in ventiquattr’ore.

Così ci siamo salutate entrambe con soddisfazione, e io ci ho guadagnato pure l’omaggio di polverina verde (abbinata?) che dovrebbe trasformarmi in tre sorsi in uno di quei fantastici pavoni su Instagram, oltre a farmi dormire bene. Mi fido, perché le istruzioni sono scritte in cinese.

Intanto sfoggio con fierezza i miei capelli biondi con sfumature Hulk: sono la cosa più vicina a un pavone che abbia mai portato.

So’ capa ‘e lione…

Genio e regolatezza: le passioni matematiche di Salvador Dalí | Maddmaths!

Il mio problema con le esposizioni surrealiste come quella del CaixaForum è:

  1. Non amo musei ed esposizioni in generale, e non sono l’unica: c’è un dibattito quasi secolare su obsolescenze e arbitrarietà di questo modo di far cultura, e il tanto demonizzato selfie agli Uffizi mi sembra solo espressione di un turismo che consuma Dalí come lo farebbe con la crema catalana;
  2. a casa mia, una ruota di bicicletta fissata a uno sgabello è tutt’altro che surrealista: in effetti è la quotidianità (nel mio corridoio, ad esempio, espongo “bicicletta scozzese parcheggiata accanto a resti di sedia IKEA in finto legno”);
  3. dopo la visita all’esposizione, mentre ero seduta a una panchina, un tizio con un cartellino arancione appuntato alla maglia si è fermato accanto a me, ha posato lo zaino a terra, ha eseguito l’intera coreografia di Billie Jean (tra dominicani esultanti in monopattino), poi ha raccolto lo zaino ed è andato via.

Sull’ultimo punto il mio migliore amico, interpellato a distanza, ha trovato l’unica spiegazione possibile: il tizio in questione era parte integrante dell’esposizione, c’era rimasto male perché non l’avevo notato e mi aveva inseguito apposta per rimediare. Un servizio impeccabile, al CaixaForum!

Scherzi a parte, il termine surrealista, in spagnolo e ufficiosamente in catalano, è sinonimo di “surreale”, ed è stato un aggettivo che un’amica di Barcellona mi ha contagiato come un raffreddore. Secondo l’amica, tutto ciò che mi capitava era fortemente surrealista. Una volta, sulla Rambla del Raval che di per sé è surrealista forte, ci si accostò un tipo stranissimo che cominciò a vaneggiare in italiano. Allora l’amica dichiarò alla gente che ci accompagnava che era normale che ci stesse succedendo quella cosa: c’ero lì io, e a me succedevano sempre incidenti del genere.

Va detto che per un po’ il surrealismo mi ha divertito, ha fatto punteggio nel mio curriculum di “strana” (che, sia messo agli atti, non capisce perché lo sarebbe), e mi ha accompagnato in giornate di precariato o, al contrario, di noioso lavoro d’ufficio. Ma col tempo questo stile di vita ha cominciato a stancarmi. Lo ha fatto quando il termine “tossico“, peraltro molto in voga, ha cominciato a designare non tanto una persona dipendente dalle droghe (ed era ora che la smettessimo), ma qualsiasi fattore rovinasse la nostra aura, i nostri chakra, il nostro… [inserire fuffa orientalista a piacere]. Le persone tossiche, secondo la vulgata del momento, ce le attiravamo come calamite, e purtroppo la definizione di victim blaming non era diffusa tanto quanto quella di tossicità, quindi avete indovinato: se mi circondavo di surrealismo manco fossi un collezionista d’arte degli anni ’30 (con la differenza che però non ci guadagnavo un centesimo) era pure colpa mia!

La questione, come sappiamo oggi, è che non si tratta di “attirare” persone tossiche: quelle si attaccano a chiunque come cozze allo scoglio. C’è da chiedersi, piuttosto, perché i più si rendono subito conto del pericolo e alcuni di noi, invece, lasciano loro le porte aperte. Me lo sono chiesta in quelle due o tre occasioni in cui, a un incontro culturale nei miei giri, lo stesso tizio piuttosto brillante, ma evidentemente problematico, si accostava a parlare alla persona seduta al mio fianco: poi il tipo se ne andava, la persona al mio fianco mi osservava con un’aria tra il sorpreso e il divertito e faceva una battuta tipo “Seh, ma dove si avvia…”. Peccato che il tizio in questione fosse tipo un mio ex, “mai uscito dall’armadio” in quanto tale.

Allora ci si mettono le scuole di pensiero, anzi, le scuole di vita: le persone che vivono nel caos lo fanno perché sono state abituate a quello fin dall’infanzia. Siccome non cerchiamo ciò che ci fa bene, ma piuttosto ciò che ci è familiare… Sì, vabbè. Sarà per questo che a un certo punto, per cominciare a rendermi familiare ciò che mi faceva bene, ero diventata quello che un tempo si definiva, con una punta di snobismo, un’impiegata del catasto: convivenza tranquilla in zona tranquilla, lavoro rispettabile da cui mi riposavo con il sedere sul divano nel fine settimana… insomma, avevo l’eccesso di zelo dei neofiti privilegiati (avevo pur sempre lasciato a un inquilino la casa di proprietà per incompatibilità coi vicini, e così mi ci pagavo l’affitto) che scimmiottano “la gente comune”. E i Pulp da qualche parte sorridono.

Ma il problema degli eccessi di zelo è che quello che lasci fuori dalla porta ti entra dalla finestra: così eccomi qui, due anni dopo il mio ultimo tentativo di sfuggire al surrealismo, intenta a scrivere un articolo sul poliamore con il mio ex, che ne sa a pacchi (e che, si diceva, è tornato a stare da me per un po’) e alle prese con il ritorno del compagno di quarantena: che, dopo due mesi di vagabondaggio saccopelista in Galizia, si è presentato con una conchiglia per me, accompagnata a tre mini-liquori (che non bevo, e due liquori su tre non sono vegani), e con la dichiarazione di “avermi pensato tanto”. Seguita dall’annuncio che adesso se ne va a spaccare legna per qualche settimana in Aragona.

Allora adotto una strategia che ho perfezionato negli ultimi due anni: accetto, con riserva. Che non è l’accettazione zen, né il cristiano abbracciare la croce, ma una voglia di fluire con quello che la vita mi dà in questo momento.

Così incasso i “complimenti per l’articolo sulla monogamia” degli addetti ai lavori, più che propensi a pubblicarcelo, e mi ritaglio momenti per godermi la beata solitudine che ho ritrovato nella mia tranquilla estate di pandemia. Poi va da sé, sposto lo stenditoio piazzato giusto al centro del salotto (pieno di boxer, con un solo asciugamano mio), per fare strada al sacco a pelo in cui il compagno di quarantena ama dormire, a terra, anche in casa.

Se gli faccio una foto mentre dorme (“natura morta in salotto con stenditoio”) chissà quanti milioni tiro su.

Warrior of the Week: Baloo – LIBA Football and Leadership

Mi arrivano notizie dal paese.

“Sai, ho trovato un lavoro! Nella rivista per cui ho pubblicato gratis da studente. Ancora non possono pagarmi, ma hanno cambiato format e di sicuro i soldi arriveranno. Poi mi faccio contatti, mi hanno fatto intravedere un lavoretto…”

Intanto che leggo, il vicino del piano di sotto tiene una vera e propria conferenza sui suoi principi morali, e lo fa nel mio salotto: la sua connessione gli sta dando problemi e mi ha chiesto il favore di usare la mia per la terza parte del suo ultimo colloquio di lavoro. Per la verità non capisco bene di cosa parli agli esaminatori (tre uomini e una donna, l’assonanza col film non mi sembra un caso), ma ad aspirare a quel lavoro d’ufficio sono rimasti in quattro. Il vicino insegnava italiano fino a qualche mese fa, ora si è accorto che le scuole di lingue che non hanno chiuso per il virus non hanno certo troppe ore di italiano da offrire agli insegnanti: quando si deve tirare la cinghia, si imparano solo le lingue necessarie a produrre. Spoiler: l’italiano raramente si trova nel novero.

Il colloquio del vicino finisce in tempo per ora di pranzo, così apparecchio nella “sala colloqui”, ritornata salotto. Il vicino rifiuta l’invito a restare, non fidandosi forse della mia pasta ammescata, e mi confessa che non è soddisfatto di come lui abbia svolto la prova di lingue. Già perché, in queste selezioni che non finiscono più, è prevista pure quella, oltre a una prova di informatica. E meno male che non c’è il test psico-attitudinale, come quello che hanno dovuto sostenere svariati amici per Amazon!

Mi accorgo solo dopo mangiato di un altro messaggio, non dal paesello ma dal capoluogo: l’amica traduttrice. È su di giri: ha trovato una casa editrice che le fa addirittura il contratto! Cioè, il contratto, ho presente? Avevo ragione io, duecento euro per un part-time non si può sentire. Finora però ci si era sempre pagata l’affitto: certo, a patto di accettare tre o quattro lavori alla volta… Questo editore invece è uno onesto: addirittura si parla di seicento euro! Sempre part-time, ovvio. Certo, quando c’è qualche traduzione urgente da fare, lei non sta tanto a guardare l’ora…

Anche al vicino di giù (quello del colloquio nel mio salotto) era stata chiesta flessibilità. Su questo argomento spinoso, alcuni amici hanno avuto la bella pensata di essere onesti, col loro test psico-attitudinale di Amazon, e confessare che no, sulla flessibilità sono “poco d’accordo” (crocetta virtuale sulla casella apposita). Il vicino, invece, ha contattato tutti gli italiani che lavorano nell’azienda in cui vorrebbe entrare, ha scoperto che sono perlopiù milanesi imbruttiti stile figa-fatturato (lui è toscano, poteva andargli peggio…) e si è sentito dire: “Qui il lavoro finisce quando finisce il lavoro!”. Se insegnasse ancora italiano, assegnerebbe la frase agli alunni chiedendo di spiegargliela. Credo che la risposta non gli piacerebbe. Ma gli va bene lo stesso: lavorando da casa, si può almeno esercitare a suonare la chitarra, in previsione di quando potrà tornare a esibirsi col suo gruppo. Perché prima o poi succederà, vero?

Torniamo al paese. Mesi fa avevo applaudito la scelta di un amico, fresco di esame di abilitazione nel suo campo, di lasciare la piccola azienda a conduzione familiare in cui si faceva sfruttare con un patto non scritto: al momento mi sobbarco, per uno stipendio medio-basso, turni che vanno ben al di là delle otto ore. Poi, una volta abilitato, non rompete e mi date quello che mi spetta. A me sembrava un pozzo senza fondo. Anni di ore regalate, e stress, per un salto nel vuoto che, a dirla tutta, si fonda su un assioma interessante: puntare le speranze di fare carriera su datori di lavoro che, finora, ti hanno schiavizzato. Il problema, come sapete, è che da noi è la prassi.

Ultimo viaggio nel magico mondo del lavoro a Barcellona: ricordate il mio compagno di quarantena? Era a vagabondare per la Galizia, è tornato ieri. Comunque, prima del lockdown, al ritorno dal colloquio per il call center di Disney+, era tutto rammaricato perché non aveva saputo imitare Baloo. Sì, proprio quello del Libro della giungla. Ve lo giuro. Lì i colloqui d’ingresso erano più “dinamici” e “proattivi”, come amavano ripetere gli esaminatori, e tra le prove c’era “Imita il tuo personaggio Disney preferito”.

Lui era convinto di non essere passato. Quando gli è arrivata la telefonata, io c’ero. O meglio, ero in un’altra stanza. Gli sentivo balbettare, ancora assonnato, che “dell’azienda gli erano piaciuti i valori, lo spirito…”. Imparavo così la versione inglese della fuffa che si racconta a chi decide se assumerti, per non dire: “Mi è piaciuto l’ammontare dello stipendio”. Tanto, il suo piano diabolico era portarsi il taccuino al lavoro, e scrivere i suoi appunti per il blog personale, mentre rispondeva a genitori disperati perché non sapevano come proiettare i contenuti dell’app sulla smart TV (e la parola app gli era sconosciuta quasi quanto smart TV).

Insomma, da questo magico excursus nei “mondi del lavoro” (quelli delle mie due terre) potremmo ricavare due questioni e una premessa. La premessa: si parla di gente laureata tra i trenta e i quarant’anni, che viene da un contesto familiare più o meno simile. Non oso neanche immaginare cosa succeda a chi debba fare la fila per gli alimenti fuori alla parrocchia di Santa Ana: anche se le Sindy rebels, le lavoratrici sessuali e Top Manta mi tengono aggiornata.

Il problema che vedo di più in questa mia capitale del Mediterraneo settentrionale (come la chiamano dei conoscenti marocchini) è: la fuffa, a Barcellona, regna sovrana. Avete presente la casa sulla sabbia di biblica memoria? Ecco, chiamerei così un posto che fonda la propria economia sulla fama che ha tra i turisti e sulle multinazionali che vengono a risparmiare in forza lavoro, con stipendi un po’ al di sopra dei mille euro: stipendi niente male a queste latitudini, che una persona straniera si può aggiudicare per il solo fatto di parlare la lingua che parla, e di mettere piede nell’ufficio al momento giusto. Ho già parlato dei risultati della gentrificazione, qui mi limito a ricordare: Barcellona dà, Barcellona toglie.

Un mese e vivi in un appartamentino piccolo ma grazioso in zona “centrale ma non troppo”, mentre lavori in un call center con un contratto a servizio (o anche a tempo indeterminato, per quello che vale qui), e il mese dopo perdi il lavoro, o la padrona di casa ti spiega che le serve urgentemente l’appartamento per la figlia (scorciatoia per rompere contratti d’affitto molto vincolanti). Allora viene da chiedersi se la figlia della signora non sia in realtà una turista svedese che le pagherà in una settimana quello che le dai tu in un mese: tanto gli altri del condominio sono immigrati o a loro volta turisti di passaggio, che non si mettono a chiamare la polizia, e la Marieta del primo andava a scuola con la madre della padrona di casa! Quindi c’è l’illusione di stabilità: che “è già qualcosa” (ci torneremo tra poco), ma diventa pericolosa quando smetti di avere un’età appetibile per le aziende che cercano, e gli agenti immobiliari a cui ti rivolgi per un appartamento cominciano a dirti che il proprietario vorrebbe solo spagnoli, e a giudicare dal tuo cognome non sembra essere il caso…

Veniamo alla mia terra d’origine: qui il problema principale, oltre alla cronica mancanza di lavoro, sembra essere una questione di percezione, proprio. L’idea che lo sfruttamento è un male necessario, ed “è già tanto” che si lavora. La mia amica traduttrice è una bomba, risolve problemi semantici che io non vedo nemmeno. Per lei, una volta accantonato il progetto di trasferirsi all’estero era scontato che il mondo del lavoro fosse questa merda, e si credeva pragmatica nel dirmi: “L’importante è che io riesca a pagarmi l’affitto”. Finché il padrone di casa ha fatto la stessa pensata della “collega” catalana che aveva bisogno dell’appartamento per la figlia: dunque, nel caos totale che al momento governa AirBnb in Italia, ha cacciato studenti e lavoratori precari per mettersi in casa i turisti.

Adesso si pongono domande interessanti: il lavoro a distanza aiuterà a colmare questo gap, una volta epurato dei suoi incredibili problemi? C’è gente che ha risolto con la workation (oh yeah!), cioè la “vacanza di lavoro”: guadagni 900 euro al mese con le piattaforme interinali, ma per camparci ti trasferisci tipo in Thailandia. Pratico, no?

Intanto io, che ho avuto il privilegio di potermi dedicare a quello che voglio nonostante lo sfruttamento del settore, continuo a pensare la stessa cosa di sempre: facciamo ponti.

Sì, noi che viviamo tra mondi diversi. Mettiamo in contatto persone con problemi simili, raccontiamo esperienze di questa terra e di quell’altra, e soprattutto facciamo il nostro, che sia prestare il salotto a un vicino con la connessione che non va, o ricordare a un’amica precaria quanto valga il suo lavoro, visto che chi dovrebbe pagarglielo “si dimentica”, o caccia solo spiccioli.

E sì, sto per concludere come faccio da un po’ a questa parte: ne usciremo fuori soltanto insieme. All’inizio non sembra, ma è così. I diritti altrui non tolgono nulla ai nostri, e migliorano il quadro della situazione.

E un posto al sole non scalda poi tanto, se tutt’intorno si gela.

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Se lavori di meno, lavori di più.

Questo ho scoperto da quando ho smesso di ostinarmi a scrivere a partire dal mio risveglio (che, grazie a Megafona, avviene anche prima delle sette) fino a quando mangio (le due passate, come da consuetudine iberica). Ha ragione chi predica che la produttività non è legata alle otto ore giornaliere: se non mi impongo orari d’ufficio, corredati di abbondanti pause caffè e momenti di minor concentrazione, scrivo di più e meglio. Magari scrivo anche per lo stesso numero di ore, solo con più gioia.

Prendete ieri. Ho attaccato alle 7.30 e per le 12.30 avevo già riscritto cinque capitoli (sono brevi) del manoscritto iniziato durante la quarantena. Va da sé che ero fritta, quindi sono uscita “a prendere un po’ d’aria”.

Seh, aria. Tempo cinque minuti ed ero già nel Corte Inglés, ad arrendermi. Sì, perhé le terroriste della protezione solare (un paio di esperte di epidermide su YouTube) mi hanno convinto con la storia di mettersi la crema protezione 50 tutto l’anno, e pure in casa. Con buona pace del Body Shop, che fa pagare la sua trentacinque euro, mi è bastata una rapida spedizione al Corte Inglés per individuare un esemplare vegano: uno della marca fin troppo economica che però, durante la quarantena, mi ha salvato le gambe da un’apocalittica siccità. Quelle creme un po’ unte erano l’unico prodotto papabile nel minimarket che razziavo quando ancora potevamo uscire solo a fare la spesa.

Come? Costava nove e cinquanta? “Ma è una truffa!” volevo gridare alla cassiera: se ‘sta marca a stento sfiorava i quattro euro a prodotto! Vabbè, ho pensato, è la famosa tassa rosa dei prodotti destinati alle donne… Che a ben vedere è un po’ una truffa pure quella. O magari significava che questa crema era più buona rispetto alle altre della linea: anzi, uscendo dal Corte Inglés ho pensato bene di applicarne un po’ sotto la mascherina. Giusto sulla curva del naso, senza scendere trop… Oddio, ma perché quella consistenza pastosa? Mi sono guardata il palmo della mano: all’improvviso era abbronzato. Merda.

Ho ripescato la confezione dalla borsa: un rettangolino rosso conteneva, ripetuta, la seconda lettera dell’alfabeto: maro’, avevo comprato una BB cream. Che a me, a dirla tutta, sembra la sorella scema del fondotinta. Avevo ragione, era una truffa! Ok, non lo era, ma adesso non cominciate a chiedermi perché non abbia guardato meglio la confezione: a parte che sono cecata, le probabilità di trovare un prodotto per il trucco tra deodoranti e creme corpo sono pari a trovare una confezione di spaghetti che non scuociano tra gli scaffali della pasta Gallo. (Non conoscete la Gallo? Vi invidio!) Miii, adesso si spiegava la rapina di quasi dieci euro alla cassa: mi ero appena spalmata in faccia una roba color “rosa mosqueta” (che ovviamente, letto sul momento, avevo scambiato per un olio essenziale, magari presente nella confezione in dosi omeopatiche).

Ed eccoci al momento indovinello.

Secondo voi che maschera avevo addosso? Ovviamente, la ffp2! Quella che costa mezzo rene, ma, una volta che l’hai provata, indietro non si torna, non se hai il naso otturato tutto l’anno. Oddio oddio oddio. Mi sono isolata un momento per dare un’occhiata: ebbene sì, avevo truccato la mascherina! E sì, il colore pareva davvero quello di una rosa appassita. Mannaggialasbomballatasverenatasbullonata (cit.).

Tra i metri di Walhalla che facevo piovere giù un po’ a caso, mi sono chiesta in napoletano: chi m’ha cecato? A parte le cinque-sei ore quotidiane davanti al pc, dico. Cosa mi aveva fatto entrare nel Corte Inglés nel corso di un’uscita “per prendere una boccata d’aria”?

A spingermi sono state due motivazioni che ci riguardano in paranza, credo.

Una è che “uscire” e “fare spese” rischiano di diventare un tutt’uno, ora che non è normalissimo uscire ed è normale, invece, fare spese. Per tutte le tasche, eh, non importa la crisi: ci sono accessori per il cellulare a cinquanta centesimi l’uno. Ho poi apprezzato la strategia del prodotto più kitsch e inutile, dunque bellissimo, che mi abbia presentato Internet di recente: una serie di vestaglioni rétro di tulle e pizzo, dai colori più assurdi. Lo slogan era perfetto perché giocava a negare l’evidenza: “Ho la sensazione che tu abbia bisogno di questo nella tua vita”. Non è affatto vero, e proprio per questo ora li voglio tutti. Regalatemeli!

A questo punto mi direte: sì, ma tu non hai sedici anni. Dovresti conoscere ormai la differenza tra ciò che vuoi e ciò che ti serve. Beh, diciamo che avete ragione almeno sulla questione di non avere sedici anni…

Però c’è anche un’altra questione che noi residenti a Barcellona fatichiamo a spiegare a chi rimane in Italia: quando gli spazi pubblici diventano a pagamento, l’unico modo di restarsene in tranquillità fuori casa diventa pagare.

Che, a pensarci bene, è una piccola truffa in sé: perpetrata se non altro dalle istituzioni che non riescono a garantirci spazi gratuiti.

Pensate che mi sono resa conto solo con la quarantena che il Portal de l’Àngel avesse dei cubi di marmo su cui sedersi. Prima i miei occhi li registravano appena, affollatissimi com’erano. A meno che non riuscivi ad aggiudicarti quelli, le opzioni per “una boccata d’aria” erano:

1. farsi strada a stento tra turisti e gente in monopattino votata a ucciderti;

2. entrare da Fnac, tanto la fila per i libri si fa solo a Sant Jordi;

3. sedersi a un tavolino nei dintorni e pagare tre euro per un caffè;

4. ricordarsi di qualcosa di urgentissimo da comprare, e fare almeno quello.

E l’abitudine è una brutta bestia anche adesso che mi si sono liberati i cubi-panchina.

Ma è quando resto a casa che corro il rischio di finire vittima delle truffe vere, che neanche Totò con la fontana di Trevi: lunedì mi è arrivato un messaggio al mio numero privato, da parte di un'”azienda di trasporti” che aveva il nome più generico mai letto. Una cosa tipo “Trasporti express”. Per consegnarmi “il pacco” volevano un euro e ottantacinque di spese, a patto ovviamente che inserissi tutti i miei dati sulla loro strana pagina, che sembrava un videogioco. Intanto, però, un pacco lo aspettavo davvero, ed era intercontinentale: per cui l’impresa di spedizioni mi mandava una sfilza di email in cui mi chiedeva di stampare e scannerizzare documenti di cui, a dirla tutta, non ci si capiva quasi niente. Dovevo pagare dei dazi sulla merce, dicevano. A un certo punto mi hanno chiamata e mi hanno chiesto se accettavo la sovrattassa: l’avrei pagata all’arrivo del corriere. Ma quest’ultimo, una volta arrivato con lo scatolone per me, ha dichiarato che era tutto già pagato. Io devo ancora capire chi volesse consegnarmi un pacco e chi volesse solo, ehm, farmi il pacco.

Tutto questo è spia di qualcosa: il ritorno al consumismo di massa (se mai era stato abbandonato) avviene in maniera disordinata, con un’abbondanza di gente disperata che prende a fare truffe sempre più complicate. Fortuna che finisci per sgamarle quasi subito, proprio perché sono complicate.

Insomma, aridatece Totò: siccome un suo ritorno non avrebbe prezzo, mi limito a scambiarlo con un pacco da un euro e ottantacinque, da pagare alla consegna.

Contiene una BB cream, e una maschera ffp2 color rosa mosqueta.