Da Design Mag

Finalmente ho un bel davanzale anch’io!

Lo so, sono spassosissima, ma sul serio, è bastata un’occhiata alla finestra del salottino, stamane, per visualizzare un concetto che esprimo spesso: la mancanza, intesa come un vuoto da riempire meglio.

Vedete, per mesi la visione del mio davanzale è stata occlusa da un elemento radioattivo: le scarpe da ginnastica del compagno di quarantena! Che ieri è venuto a riprendersele per portarle in una stanza dove c’è più sole, più riscaldamento, e più spazio. Sono contenta per lui: qui da me è ospite fisso comunque, solo che non ci sovrapponiamo più negli spazi vitali, come succedeva per forza di cose durante il lockdown.

Così la visione del davanzale nudo mi ha restituito in un istante tutta l’assenza: il grigio polveroso dello spazio sgombero; la composta malinconia dell’unica pianta di rosmarino, che mi sa che è andata; la visione che mi aspettava in cucina dei fornelli immacolati, con la caffettiera riposta sulla mensola in alto.

Allo stesso tempo mi sono detta: uh, finalmente ho di nuovo un davanzale! Potrò metterci un’altra pianta, più resistente alle stagioni di Barcellona. Oppure lo lascio così, con la sua promessa di affacciare su un mondo che sia degno di una sbirciata.

Fatelo anche voi. Celebrate il vuoto, poi riempitelo di ciò che volete.

Oppure lasciatelo lì, nudo, a riempire voi.

Ok, non dico di avere già il premio in tasca, però essere arrivata nella dozzina finalista mi lascia ben sperare…

E vabbè, però fingete di crederci almeno cinque secondi!

In realtà sarà anche il primo aprile, oggi, però arrivare in finale allo Strega (che ancora non è scaduto a ‘sti livelli, dai) è l’unica cosa che non mi sia ancora capitata negli ultimi due anni, a parte i soliti “due numeri al lotto” che non indovino.

Vedete, ieri pomeriggio mi sono distesa un po’ sul letto, con Archie nella posizione che osservate nella foto. Mi sono resa conto che stare sul letto a quell’ora, armata di ebook, era una mia abitudine durante il lockdown, e mi ha preso la voglia di ripescare la canzone che ascoltavo allora… Come si chiamava, Noumenon? Seh, e allora perché non Phaenomenon! (Scusate, ho fatto il classico).

Quando ho sgamato finalmente la canzone, il cui titolo apprezzerete qui sotto, mi sono resa conto che erano passati davvero due anni da quando la ascoltavo. Ricordavo quei pomeriggi tranquilli, trascorsi ad aspettare con la consapevolezza di non poter fare nient’altro. So che anche a voi sembra assurdo che siano passati già due anni, però evitate di pensare a “ciò che non avete fatto”: ai tempi era un traguardo anche passare un altro giorno senza fare capa e muro.

Io ho imparato quanto sia importante la salute mentale grazie a Sam, il manoscritto che avevo iniziato a scrivere proprio quella primavera, e che ieri se ne stava poggiato sul comodino in forma di libro. Ho imparato pure che le famiglie si scelgono, come quando ho aggiunto alla mia il componente felino che mi dormiva in grembo. E poi diciamocelo, questa storia di dover sempre “fare qualcosa” è sopravvalutata, e a volte è pure un privilegio.

Sono sicura che durante la pandemia avete fatto tantissimo anche voi, comunque vi sia andata.

Non rendersene conto sarebbe davvero un brutto scherzo.

Le mie occhiaie da “nido vuoto” dicono tutto!

Sentite, siccome oggi non si parlerà d’altro, vi “sblocco un ricordo”, come si dice ultimamente: la Juve (dico, la squadra al completo) che abbandona lo studio di Quelli che… il calcio, per una battuta sull’alopecia di Collina. Non trovo le prove su Google, ma ricordo: io c’ero! E la questione mi parve fantastica, perché ai tempi, se non sbaglio, la Juve era ai ferri corti proprio con quell’arbitro.

Invece, ecco un ricordo personale: ero seduta col mio ex in un parco di Barcellona, quando tre turiste italiane ci passarono accanto tutte impettite. Mormoravano tra loro: “La solita napoletana”, in riferimento a qualche tipa che avevano appena incontrato. Allora il mio ex, prima che io ci capissi niente, disse proprio in napoletano qualcosa contro i turisti razzisti che venivano a sguallariarci la uallera, o qualcosa del genere. L’accento per la verità suonava un po’ barese, ma mi colpì soprattutto il fatto che io non sarei intervenuta (vivo fuori Napoli, ‘sta roba purtroppo è normaluccia per me), e lui sì. Però, vedete come siamo fatti strani noi esseri umani? Sarei forse intervenuta se le tre perete avessero detto “la solita cinese”, per esempio. Quindi per me ci stava, che qualcun altro si sentisse ferito al posto mio. Quando provai io a difendere un’amica da un imbecille che la importunava in strada, mi beccai della “grassona”: il molestatore voleva scoparsi lei, mica me che ero grassa! Neanche l’amica fu molto contenta della mia difesa non richiesta: aveva subito uno stupro, e per lei la carta vincente era “non degnare i molestatori di uno sguardo”.

Insomma, sono questioni complicate a cui non so voi, ma io oggi non ho tutta ‘sta voglia di pensare. Sarà che a 41 anni ho la sindrome del nido vuoto, ed è fantastico: a trasferirsi non è stato mio figlio, ma il compagno di quarantena, che per un tempo imprecisato sarà altrove a sbrigare certe faccende personali. Aggiungeteci il manoscritto già in revisione, e l’ultimo corso di psicologia ultimato in anticipo (sto già scrivendo la tesina, da consegnare tra un mese), e… Non mi sono data al rosé, come le quarantenni anglosassoni, ma sto facendo orari improponibili per andare a letto, e mi sento libera. Avete presente? Immagino la cura funzioni così, in qualunque tipo di relazione: a volte, mentre vi occupate dell’altra persona, lo fate senza riflettere, specie se è uno di quei rapporti in cui non ne avete il tempo, perché l’altra persona ha bisogno di attenzioni speciali. Poi, quando per qualche ragione vi trovate in “libera uscita” da tutto ciò, non sapete che fare con tutto quel tempo e quelle energie.

Guarda caso, succede qualcosa del genere (dopo l’angoscia iniziale) anche alla mia Serena, quando Sam torna nei boschi. Eh già, credevate che vi lasciassi andare senza postare la prima presentazione del mio romanzo?

Perché sì, in questi giorni sta succedendo anche questo.

E adesso ho pure il tempo di gioirne, quindi lo condivido con voi.

Prima le comunicazioni importanti: oggi pomeriggio, alle 17.30, vi presento Sam! Potete seguire la diretta da questo link e questo link.

Poi vi confesso una cosa: mi fate un po’ paura. Forse sapete anche perché. Vi è capitato che la pandemia vi portasse a vivere delle esperienze che, in condizioni normali, non avreste mai sperimentato? Sì, immagino.

Immagino pure che non ci abbiate pensato troppo, finché l’agognato ritorno alla normalità non si è fatto sempre più vicino, con tutti i limiti del caso. E magari vi sarà sembrato strano ricominciare a fare ciò che facevate prima, ma con un lavoro diverso, o coinquilini improbabili, o un senzatetto come vicino.

Ecco, io quell'”anomalia” ho imparato a chiamarla normalità. E quello che scrivo nel romanzo ne è un riflesso, seppure camuffato. Mi fa strano che questa esperienza passi da un ambiente privato come il salottino in cui passavo il lockdown ad ambienti pubblici come biblioteche, librerie, e il Salone del libro a Torino (come direbbe Sam: stei tiund!). Lo so, prima o poi doveva succedere, ed è bene che succeda così.

E voi, avete imparato a conciliare ciò che siete ora e quello che eravate, prima che cominciasse tutto?

Se è così, fatemi sapere come avete fatto!

Io ho imparato una volta per tutte che, oltre alla famiglia che ti tocca in sorte, c’è quella che si sceglie.

Secondo me, in questi due anni c’è arrivato perfino Sam.

A dopo!

Io già lo so, che Serena vi starà sul culo.

Innanzitutto, la co-protagonista di Sam è tornato nei boschi (che trovate qui e qui) è una privilegiata, specie in confronto a uno come Sam che, quanto a disgrazie, altro che tornare nei boschi: dovrebbe farsela a piedi a Lourdes!

Poi all’inizio del libro troviamo Serena un po’, ehm, alterata, e propensa a confessarsi cose che non oserebbe ammettere, in circostanze meno ansiogene.

Però Serena ha un grande problema, che individua lei stessa in un momento di illuminazione: è una Santippe. Con la sua orribile esperienza in strada, Sam si atteggia, se non a Socrate, almeno a Terzani di Collserola… E Serena come può competere? Lei è “quella che resta”, e ha due vizi capitali: sa quello che vuole, e vuole una vita tranquilla. Che nel suo caso passa anche per l’idea peregrina di creare una famiglia, magari con uno che non sia proprio Barbablù. Non so come vada a voi, fanciulle etero che desiderate lo stesso, ma lei si ritrova sempre uomini che se la squagliano sul più bello. Tanto che je frega, a loro? Per i figli possono aspettare decenni, e una donna con più soldi di loro può essere ancora presa maluccio, pure nell’Anno Domini 2020.

Insomma, lasciatemi spezzare una lancia per una tizia che, semplicemente, si faceva i fatti suoi, e all’improbabile relazione con Sam si presenta già “risolta” sul piano psicologico. O così crede.

Invece ha anche lei molta strada da fare, e la deve fare tutta nello spazio di una notte.

Magari seguiamola, e vediamo dove arriva.

Ok, quella di Sam non è proprio una storia vera.

Nel senso: di base lo è, ma non volevo che fosse la storia mia, o di colui che chiamo “il muso ispiratore” del romanzo.

È vero che la prima bozza mi ha fatto da salvagente quando “Sam” non sapevo neanche dove fosse, altro che boschi! Sapevo solo che lui sarebbe stato via per mesi interi, e che trovava normale non riuscire a prevedere quando sarebbe tornato: nel suo mondo fatto di assenze, era strano anche solo che ci fosse qualcuno ad aspettarlo.

Però ho questa teoria: quando si tratta di raccontare una storia nostra, il punto non siamo noi. Lo siamo quando si tratta di noi, della nostra felicità, delle priorità che dobbiamo tenere in mente.

Quando invece si tratta di condividere una storia con qualcun altro, a me piace parlare non solo di me, ma di tutto.

Sapete che i militari afflitti da stress post-traumatico rischiano di strangolare la moglie nel sonno, se quella li sfiora per sbaglio? Io l’ho scoperto con Homeland, insieme alle difficoltà sessuali che possono perdurare molto dopo il ritorno dalla guerra.

Sapete che la maggior parte delle allucinazioni è uditiva? Questo mica ce l’avevo chiaro: quando è capitato a me, di accudire qualcuno che “sentisse una voce”, ho dato subito per scontato che l’allucinato potesse anche… vedere la persona che gli stava urlando in testa.

Infine, come dicevo altrove, c’è una parola per designare i senzatetto, ma non esiste il contrario: come si definisce chi un tetto ce l’ha? Forse ho cercato male io, ma il dizionario dei sinonimi e contrari non mi aiuta.

La storia vera che ha ispirato Sam è tornato nei boschi mi ha insegnato quante cose, dopo anni di lavoro su di me e sul mondo, davo ancora per scontate.

Spero che vogliate scoprirle anche voi.

(La colonna sonora della prima bozza di Sam, imposta dal cantante di strada fuori al portone!)

No, questo post non è una becera pubblicità per informarvi che Sam è tornato nei boschi è ora acquistabile sul sito di Alieno e su Amazon.

In realtà volevo parlarvi di Jean-Baptiste Del Amo, scrittore che sto adorando, che è vegetariano, e che ha scritto un romanzo molto crudo sul regno animale. Gli hanno chiesto: lo hai fatto perché sei vegetariano? E lui: “No, io racconto storie, non trasmetto messaggi”.

E invece io trasmetto messaggi. O meglio, lo fa Sam, che un bel giorno se ne va “nei boschi” in barba al lockdown, e all’infarto che rischia di dare alla fidanzata, Serena. Poveraccia pure lei, che sperava di aver trovato un compagno e si è ritrovata un senzatetto filosofo, che ha un problemino con le case… Vabbè, non vi spoilero più niente.

Qual è il messaggio, quindi? Io ve ne butto lì un po’, poi mi dite voi.

  • La salute mentale dev’essere un diritto, non un privilegio.
  • Come la casa, d’altronde.
  • E le famiglie si scelgono.
  • E le piantine trovate in strada si innaffiano, cavolo.

È ciò che ci racconta Sam in questa storia vera, piena di sofferenza e di scoperte.

E sì, vabbè, è anche una storia d’amore.

La gente rimasta in Italia a portare avanti le mie cause mi dice: manchi da troppo.

Se fossi lì, capirei i compromessi “che si devono fare”. Compromessi che vanno, per intenderci, nella direzione di chi proponeva una statua di Destà accanto a quella del suo padrone, e adesso si muovono nella direzione di citare autori ucraini accanto a quelli russi.

Dalle pubblicazioni che lasciano spazio proprio a tutte, ai richiami continui al dialogo (con chiunque?), l’idea sembra essere: meglio far sentire comunque la nostra voce, se no vincono loro.

Una scelta argomentata, che ha senso. Noto che a non condividerla sono spesso quelle che, come me, hanno trovato fuori dall’Italia altri ambienti di lotta, che in contesti non troppo dissimili da un paese cattolico con l’economia precaria hanno scoperto che più pretendi e più ottieni. Di solito pretendi mille per ottenere cento. Per dirne una: il sindacato che in Catalogna si batte per il diritto alla casa iniziò richiedendo, tra le altre cose, che le spese di agenzia fossero condivise tra chi possedeva la casa e chi la prendeva in affitto. Un anno dopo, già chiedevano che l’onere di quelle spese toccasse solo alla prima categoria. Ce l’hanno fatta? Nah, e non sarei neanche stata d’accordo. Però ‘ste capetoste hanno contribuito all’istituzione di un indice ufficiale per gli affitti, che diverse agenzie stanno rispettando. Dice, ottimo, ma un po’ poco per la rivoluzione che si prefissavano.

Pensate se non chiedevano neanche quello, e si lasciavano abbindolare da chi fingeva di ascoltare tutte le campane.

Perché loro fingono, non illudetevi. E forse, piuttosto che tornare in Italia a rischiare il “meglio che niente”, la cosa migliore che possiamo fare noi espatriate è dimostrare, ricordare, ripetere, che un altro mo(n)do è possibile.

Perché altrove, con tutti i limiti, esiste già.

Io: “Non so se ho capito bene la consegna”.

Prof.: mi mette zero.

Doveva succedere, altrimenti mi rifiutavo di concludere la mia trafila di titoli inutili! A parte il prof. “mucho español” che mi bocciò un saggio sull’antibellicismo in Virginia Woolf e Käte Kollwitz, di solito mi appioppano insufficienze lievi, perché io sono una leggenda nel non seguire la traccia.

In questo caso, l’intera classe virtuale del master sembrava insoddisfatta dell’ultimo corso, per questo non partecipava più alle attività virtuali “non vincolanti”, come questa rassegna succinta di tre abstract per cui ho preso zero: tanto il voto (è il caso che lo specifichi) non avrebbe influito sulla valutazione finale. A questo punto, io avevo svolto il compitino (posso dirlo?) per pietà, ma non avevo capito bene quale fosse il numero limite di parole, e se fai una cosa simile in un’università inglese non solo prendi zero, ma ti chiama la Regina in persona per cazziarti male, e condannarti a morte.

La questione, però, è un’altra: guardate come mi sbagliavo nel pensare di fare una “buona azione”! Mi sono detta che non ci voleva niente a buttar giù le mini-rassegne, e in realtà ci sono volute due o tre ore, che non riavrò mai indietro. Inoltre, scusate eh, dopo quasi due decenni di ricerche accademiche, saprò anche riconoscere un articolo utile a partire dall’abstract, che era l’obiettivo del compitino.

Quindi, per accontentare un’assistente annoiata, che magari sperava di non avere compiti da correggere, ho sprecato tempo che avrei potuto dedicare al nuovo romanzo, e per ricavarne cosa? La soddisfazione di chiudere la mia carriera accademica con uno zero!

Perché deviamo dal nostro cammino preferito, anche se non è necessario?

Su questo piano, sono io a mettermi un bello zero! Voi, invece, aggiudicatevi un bel dieci nella materia più importante: le vostre priorità.

(Ecco, adesso voglio anche questo zero qua!)

Sentite, magari il mio migliore amico se l’è inventato, ma una volta se ne uscì che, a Pearl Harbor, i cuochi che meno soffrirono di stress post-traumatico furono quelli che lanciarono patate agli aerei giapponesi.

Fedeli a questa leggenda, in casa mia stiamo “lanciando patate”, cioè stiamo facendo cose che non contano granché nell’economia del cosmo, ma ci aiutano a sentirci utili. Per esempio, ci stiamo occupando delle visite al veterinario di questa gattina. Lascia che, quando discutiamo i dettagli col suo umano preferito, ci sentiamo rispondere che non ci sta con la testa, facessimo noi: al contrario di lui, noi non abbiamo mai avuto “i russi in città”, non in quel senso lì.

Sì, nel mio paese d’origine ci sono tante di quelle migranti che la Pasqua ortodossa si festeggia nella piazza principale, e la prole di queste signore mi fa sentire una nanerottola fin da quando va al ginnasio!

Nella mia città d’adozione, invece, stanno cancellando le prenotazioni in un ristorante che offre sottaceti fantastici: ma niente, prenotazioni cancellate anche se il tipo che serve ai tavoli (sospetto sia il co-proprietario) parla catalano e ha un figlioletto che si chiama Oriol. Ok.

Noi, intanto, lanciamo patate. Portiamo la gattina al veterinario, mangiamo i fantastici sottaceti. Per chi potesse fare di più, le iniziative si moltiplicano: portare generi di prima necessità, o anche ospitare mamme ucraine con prole al seguito (e nel vostro caso verranno proprio loro, non un senzatetto un po’ despota di nome Cri).

Poi, adesso che Sam arriva in libreria, scoprirete quanto quel rompipalle ami Dostoevskij.

(Make pasta e patane, not war!)