El Nadal arriba a Barcelona: l'encesa de l'enllumenat serà la setmana vinent
Da catalunyadiari.com

Ciao, sono il Grinch. Vivo nel cuore del Barrio Gotico di Barcellona, e non capisco.

È dal ponte dell’Immacolata che ogni giorno, specie nel fine settimana, sotto casa mia arriva un esercito di cappotti scuri (di solito, piumini) che comincia a razziare i grandi magazzini del Portal de l’Àngel, a caccia di maglie di H&M o di ZARA (che so che in Italia passa per una marca raffinata, ma qui non lo è), o di calzini colorati per una cosa che si chiama l’amico invisibile, e consiste nel mettere una serie di regali scadenti in una cesta e assegnarli a caso. Seguitemi per altre avvincenti tradizioni natalizie! (Con la partecipazione straordinaria di Viggo Mortensen).

A ora di pranzo, questo esercito di piumini neri (che sospetto siano stati comprati in saldi negli stessi negozi razziati) è spesso munito di panino avvolto nella stagnola, un classico della cucina locale. Chi non dovesse portarselo da casa farà la fila al Pans & Co. (anche le nonne, specie le nonne: questa è l’unica cosa che mi piace di tutta la faccenda). Il fatto è che tutto intorno ci sono solo “ristoranti troppo cari” (qui, sopra i dieci euro passa tutto per rapina a mano armata), o ristoranti “esotici”, che servono cose che nessuno capisce (tipo dei tagliolini cotti al dente). Per misurare cosa sia esotico, tenete conto che il tipico menù locale è: insalata o verdure cotte, poi carne o pesce, e patate o riso per contorno.

Ve l’ho detto, sono il Grinch. Sarà che questo esercito è pervasivo e non accenna a diminuire. La mia domanda è: chi cavolo glielo fa fare, e perché non lo capisco?

Risposta immediata: come al solito, è il mio privilegio. La maglia di Zara che ha già i pelucchi sul retro (ce li ha, guardate bene) tampona almeno l’emergenza del regalo alla cognata, mentre l’amico invisibile, a fronte degli stipendi medi locali, è una soluzione ai regali in ufficio o nella comitiva del liceo.

Perfetto. Adesso, senza benaltrismo (vi piace vincere facile!) e spiegandomelo come se avessi sei anni, mi dite chi ce lo fa fare? Lo so: chi, al contrario di me, ha rapporti umani normali, scende a tanti compromessi, tra il battesimo alla bimba perché la nonna non abbia un infarto, alla vigilia passata a cucinare per venti invece di andare al ristorante, che almeno a Barcellona è una prassi consolidata per risparmiare tempo, soldi e manodopera. Però non mi tirate fuori i bambini!11!, perché, per la disperazione mediatica di qualche uomo che non li accudirebbe, se ne fanno sempre di meno.

Ribadisco: non sarebbe più semplice levare tutto di mezzo? Forse no. Se comincio a conoscere la mia specie (ricordate il mio nuovo master inutile in Psicologia?), smantellare tutta ‘sta macchina delle feste dev’essere più dispendioso, almeno emotivamente, che continuare per inerzia a spendere soldi e distruggersi ai fornelli per due settimane. O almeno, dev’essere percepito come più dispendioso.

Perché ormai ho capito che gli esseri umani non sono capaci di valutare la loro felicità sul medio e lungo termine. Beh, che dire: tra i propositi di anno nuovo, non sarebbe ora che decidessimo di imparare?

Perché vi assicuro, se Darwin si fa una passeggiata sotto casa mia, altro che iguane: quello corre ad accamparsi tra le salamandre del Parc Güell fino alla fine delle feste.

Speriamo che lasci un po’ di spazio in tenda anche a me.

I capelli delle donne negli anni 30 | saporidelsalento

Vi capita mai che la stessa storia, nel corso del tempo, assuma per voi significati diversi?

Ve lo chiedo perché sto scrivendo un nuovo romanzo, dunque sto vivendo tra due mondi, anzi tre: un passato che non ho mai conosciuto, ma di cui ho scoperto l’esistenza vent’anni fa; un futuro che non conoscerò mai, perché è quasi impossibile che si verifichi così come lo immagino; il presente che conosciamo.

Ok, un po’ vi ho ingannato: il romanzo non è nuovo. Sono vent’anni che la prozia di un mio amico, morta troppo presto, mi perseguita in ogni fase della mia vita, con nuove domande e risposte su quella fine precoce. Tanto che la cara estinta ha perso i connotati originali è diventata una me che non è mai esistita, e mai esisterà. Perché Angelina, come la chiamo da vent’anni, sarebbe morta “per amore”: un’evenienza sulla cui impossibilità mi avevano già istruito i Neri per caso, prima ancora di Lucio Battisti.

Adesso che decostruisco l’amore romantico, questa diagnosi così triste e poetica si intreccia con un altro tema a me carissimo: sopravvivere all’amore, quello “della vita”, una volta che hai scoperto che non dura una vita. Però me lo immagino lo stesso, questo amore mai morto né nato: si può trovare solo se ne dimentichiamo il volto, per poi ricomporlo in modo che ci assomigli. Forse si fa prima a morire, ma francamente è una sorte che lascio alla povera Angelina.

Io mi limito a dire che il passato e il futuro mi mulinano in testa in questi giorni di strade affollate e luci un po’ squallide. Pazienza se una vulgata orientale mi invita a concentrarmi su un presente che sarebbe l’unica realtà, e che però, date le circostanze, mi angoscia più di tutto il resto.

Martin Seligman sostiene, come ricordavo qui, che la nostra specie è fatta per sfruttare il passato a beneficio del futuro: ne va della nostra sopravvivenza.

A voi, chi vi insegna a sopravvivere? La mia maestra è Angelina: il suo coraggio e i suoi errori mi svelano a poco a poco una serenità senza tempo.

Spero che la impariate anche voi.

Lasciati andare - La leggerezza che aiuta a vivere - Centodieci
Da centodieci.it

Dal mio ritorno a Barcellona dopo la parentesi italiana, mi sono sciroppata due virus (uno intestinale e uno influenzale), un’altra dose di vaccino e svariate emergenze domestiche.

Quello che non mi sono sciroppata è l’ennesimo polemicozzo nel mio piccolo mondo di qua: Tizio che ha detto questo, Caia che si è candidata per “azzuppare” (scusate il tecnicismo catalano), eccetera.

Allontanarsi per un po’ dal posto in cui viviamo è salutare almeno in questo: viste da lontano, molte ambasce della nostra quotidianità appaiono francamente irrilevanti. Perché mai? Forse perché hanno perso l’importanza che avevano nella nostra vita quando abbiamo iniziato a preoccuparcene. La nostra non è stata per forza un’evoluzione: magari abbiamo preso un cammino diverso, e certe questioni sono diventate un rumore di fondo, che ci impedisce di fare ciò che conta davvero per noi, qui e ora.

Attenzione a un equivoco frequente: in una faccenda che non ci interessa più, distanza non è sinonimo di equidistanza. Riusciamo ancora a pensare che Tizio ha detto una cazzata, e che Caio, sbeffeggiandolo, non è passato per forza dalla parte del torto.

Però possiamo dire che ormai di Tizio e di Caio non ce ne frega una beneamata? Dai, fatelo anche voi. Prendete le vostre dispute condominiali, le faide al lavoro, le rivalità in famiglia, e confessatevi da uno a dieci il ca’ che ve ne frega. A quel punto, compatibilmente con le vostre necessità, chiamatevene fuori. In casi del genere, perfino sparire e basta non è sempre sconveniente.

Poi vedrete.

Queste scemenze funzionano così: quando ci sono (pre)occupano, quando spariscono… non succede nulla. Non ci sentiamo più felici. Ci sentiamo presenti, con il tempo e le energie per pensare davvero a ciò che ci pare.

Amen.

(Un’immagine della mia vita barcellonese fino a qualche tempo fa).

Avrei due pensieri per il medico del 112 che l’altro ieri, dopo una lunga telefonata corale in quattro lingue diverse, ha raccomandato a un mio inquilino in stato confusionale di prendersi un taxi per arrivare al pronto soccorso più vicino.

  1. Mi dispiace. Voglio pensare che il dottore fosse sincero sulla mancanza di ambulanze, e magari costretto a stabilire delle priorità. Con una pandemia ancora in corso, un ragazzo non ancora trentenne che sia prosciugato da un virus intestinale deve essere tristemente messo da parte per altre emergenze, anche se non riesce quasi a muoversi, o a reggere un cellulare, o a dare risposte coerenti su cosa gli stia accadendo. La domanda, però, è la stessa che ci facciamo dall’inizio della pandemia: come abbiamo raggiunto questo stato di cose?
  2. Se la telefonata fosse stata fatta in un altro angolo di casa mia, cioè la dépendance appena occupata dai “successori” di Cri, i soldi per il taxi non ci sarebbero proprio stati. I nuovi ospiti, due ragazzi fantastici, sono arrivati direttamente dalla strada, con una tortilla precotta offerta come cena dai servizi sociali. Anche se mi dicono che non gli serve niente, quando vado a fare la spesa, sospetto che per loro anche i sette euro di taxi per raggiungere il pronto soccorso sarebbero stati un tabù.

Per fortuna è andata bene: il taxi è arrivato presto nonostante la folla dell’Immacolata. L’infermo è tornato a casa due ore dopo, più tranquillo e in forze. Io ripenso a ogni volta che noi dell'”Europa unita” sfoggiamo incredulità e sarcasmo sotto i post americani che parlano di quanto costi un’ambulanza. Già, perché noi ce le abbiamo gratis, le ambulanze. Noi ce le abbiamo.

Lemon Fantasy kombucha

Cri se ne va domani.

Cri è un omone catalano di un metro e novanta, di probabile origine gitana: i servizi sociali me l’hanno mandato al posto della rifugiata afgana che mi aspettavo da un programma che si chiamasse “città rifugio“. Poco male: Cri aveva figli, aveva perso il lavoro ed era rimasto in strada, e qui non si bada al passaporto (sperando però che chi non ha il “passaporto giusto” pure trovi l’assistenza adeguata).

Cri, a dirla tutta, mi stava un po’ sui nervi. C’era il problema di non potergli confessare che fosse ospite non pagante, nella mia dépendance, o l’entità che me lo mandava avrebbe avuto problemi con gli altri utenti. Così lui mi credeva la sua padrona di casa e non finiva di chiedermi cose, per quanto piccole. Una volta che era saltata la luce in tutta la strada (dunque, non potevamo farci nulla) mi aveva domandato se volessi parlare io con l’amministratore, o preferivo che ci andasse lui! In ogni caso, aveva aggiunto, che fine aveva fatto lo stendipanni in corridoio?

Va detto che Cri, oltre a chiedermi cose, me ne offriva altrettante. Dopo aver usato il mio secchio per i pavimenti (aveva snobbato quello “artigianale” ricavato da mezza tanica di plastica), mi offriva l’acqua sporca, che secondo lui si poteva riutilizzare. Ringraziavo e buttavo l’acqua nel mio water. Al momento di installarsi nella dépendance, mi aveva “restituito” una serie di cose degli ex occupanti che lui non avrebbe utilizzato, e che io non avevo mai visto in vita mia: qualche grammo di caffè solubile, misteriose vitamine in polvere… A un certo punto mi aveva messo in mano una bottiglietta ancora frizzante di kombucha, confessandomi con aria desolata: “Non so cos’è ‘sta roba”.

Mi era venuto da sorridere: a me cosa fosse il kombucha l’aveva spiegato uno scrittore finlandese di mezza età che viveva a Sitges, era sposato con un filippino ventenne e si produceva da sé quel “succo di funghi”, per usare la definizione di un comico che adoro.

Ieri sera Cri mi ha fatto cercare apposta via telefono dall’assistente sociale, perché non riusciva a parlarmi. Sono accorsa nella dépendance che ero fresca di doccia, con i capelli avvolti in un telo fradicio, per sentirmi elencare i tesori che lui mi lasciava:

  1. tre dita d’olio (che comunque costava un euro al discount, mi ha assicurato);
  2. un rotolo di carta da cucina inutilizzato;
  3. quello che restava del detersivo per piatti;
  4. due o tre cosette che rimanevano in frigo.

Allora ho capito. Ho visualizzato l’abisso di privilegio che mi faceva sbuffare di fronte a un’altra convocazione, a ulteriori offerte di acqua sporca o di tè hipster, o a un’altra serie di domande sulla paccottiglia parcheggiata in corridoio, che per l’amico robivecchi di Cri avrebbe significato qualche euro in più di guadagno. A quel punto mi è dispiaciuto non aver fatto di più: che so, fargli la spesa più spesso, o almeno spiegargli cosa fosse il kombucha.

Dice che Cri si trasferisce in un’altra casa, con altri che vogliono ricominciare. A volte ricominciare insieme è un obbligo, e condividere una necessità. Ma lui sembra farlo benissimo, mentre io non ci riuscirei.

Insomma, lui speriamo che se la cava. Ma credo proprio di sì.

Villa San Michele: la panoramica più bella di Capri - Mappimondo
Da mappimondo.it

C’era una sfinge che non mi guardava.

Era in una bella casa, che visitavo ogni tanto. Per quanto mi arrampicassi al parapetto del suo balcone (e mamma già mi vedeva sfracellata giù), la sfinge ignorava me e guardava il mare. Mare Nostrum. Male Nostrum, scherzavano le pubblicità progresso in funicolare, mostrandoci tutti i rifiuti gettati dalle crociere. Ma era sempre il Mediterraneo.

L’altro giorno un’amica mi ha parlato di un summit mondiale su un bene primario, tipo l’acqua, e del fatto che la sua organizzazione, prima di andarci, si sarebbe riunita “con gli altri paesi del Mediterraneo”, per mettere sul piatto le questioni comuni. Ho ripensato all’amico meridionalista che sognava una lega dei paesi mediterranei, che forse, nella mia terra d’origine, sarebbe stata più “sentita” e vicina dell’Europa. Poi mi sono ricordata dei miei incontri col centro euro-arabo, dove l’ora della riunione è sempre indicativa e se arrivi con venti minuti di ritardo ti anticipi di molto. Allora, scherzando, mi sono detta no, meglio mescolarci, che ormai siamo molte cose insieme: Mediterraneo, Europa, mondo. E per quanto non ci piaccia siamo anche Google, che, trent’anni dopo le mie maldestre arrampicate su una ringhiera, mi ha permesso di guardare in faccia la sfinge che mi preferiva il mare.

È che la sfinge, adesso, sono io. Che vi aspetto. Che mi sono soltanto spostata su un’altra sponda del Mediterraneo, e non sento l’esigenza di essere in Italia per partecipare delle cose italiane. Per venirmi a trovare, voi dall’Italia, dovrete pure cambiare paese, per quello che vale, ma non avrete cambiato mare. O continente, nonostante tutto.

Mediterraneo, Europa. Concetti che sono cambiati nel tempo, ma aleggiano sulle acque più sfigate del mondo: le nostre. Che dovrebbero essere quelle di tutti, di tutte, di tutto.

Ecco. Facciamo che siano le acque di tutto.

Ricetta Pane pugliese

Ti voglio, per decidere ogni giorno della nostra vita se il pane lo compro io o ci pensi tu.

Oppure: vuoi passare il resto della tua vita a decidere con me chi deve pulire il bagno?

Queste erano le dichiarazioni d’amore che mi sono venute in mente dopo aver visto la serie di Zerocalcare. Purtroppo lui ha vissuto sulla propria pelle qualcosa che io ho solo descritto in un vecchio racconto: fanciulla viene a mancare (nel mio racconto era pura sfiga), amico va al funerale, amico scopre che lei lo ha sempre amato, o qualcosa del genere.

Il problema di questo genere di storie è che non ci rendiamo conto di una cosa: se si fossero realizzate, sarebbe stato bellissimo, emozionante, meraviglioso, e… quotidiano. Nel senso che, come direbbe Zero, poi ce le dobbiamo accolla’.

Me lo ricordo soprattutto adesso che pubblicherò Sam. Rispetto a un romanzo, la vita va avanti. E la vita è fatta di sbalzi, litigi, o anche di momenti bellissimi, ma tutti più prosaici di un addio.

Non ci può essere paragone tra le storie d’amore come le immaginiamo oggi (spoiler: sono perlopiù storie d’innamoramento), e quello che succede in caso quell’amore non corrisposto o taciuto a lungo si dovesse realizzare. Non a caso le favole finiscono lì, perché è lì che inizia il lavoro.

Forse, se con quella persona le cose fossero andate bene, avremmo trovato un modo fantastico di dividerci l’acquisto del pane e la pulizia del bagno, meglio di quanto avremmo fatto con altre. Ma il lieto fine, anche con quella persona lì, sarebbe stato solo l’inizio. Poi sarebbe venuto il bello, o il brutto. O il “così così”.

Quindi, vi auguro di comprare il pane insieme alla persona che avevate desiderato da sempre.

Altrimenti, pazienza. Sarà bello croccante lo stesso, basta aspettare la nuova infornata.

Amazon.com: The final page in a childrens fairy tale book Illustration from  the childrens book Stories that Never Grow Old by Piper Watty with art by  George Hauman (died 1961) and Doris

Intendevo questo.

Questo è ciò che volevo dire quando parlavo di trarre il miglior finale possibile da una storia demmerda: nel romanzo che pubblicherò l’anno prossimo, ho mischiato vicende mie con fatti altrui o di pura fantasia. Le vicende mie erano state pesanti: colpi di scena, litigi, attese. Soprattutto le attese, lunghe giorni, mentre una persona a me cara, con problemi gravi, finiva nelle grinfie di chi la voleva curare con i “rituali indigeni” (sic). “E che sono indigeno, io?” direbbe Totò.

Io invece mi sono curata così, dopo l’esperienza: ho scritto tutto. Avrei potuto dire “amen” e tirare avanti, se lo sapete fare vi invidio e approvo. Intanto che mi svelate la vostra tecnica, la mia è quella di trarre il miglior finale possibile da una brutta storia. E vale per tutto, eh, compreso il panino “vegetale al tonno“, ossimoro che infesta le vetrinette dei bar iberici: la prima volta leggiamo solo “vegetale”, diamo un morso… Poi decidiamo se ingaggiare una lotta con l’ignara cameriera, o cedere il panino alla collega che non ha pranzato, né ha tempo per comprarsi qualcosa.

Io se becco la, ehm, “curandera indigena” (che poi era italianissima) le farò comunque uno strascino che non si dimenticherà. Ma ho deciso che questa brutta storia finisce qua: due anni dopo quelle antiche attese, e qualche istante prima del soiotutto che ora mi dice che in Italia non si legge, che se non pubblichi con la casa editrice Stocazzo non sei nessuno, ecc.

Se vi convinco che la salute mentale è patrimonio pubblico, che per ottenerla non basta scimmiottare i riti altrui, la mia è una storia a lieto fine.

(Non so voi, ma io voglio vedere questo finale!)


BUONO SOCIALE 
MIRATO AL SOSTEGNO DEL LAVORO DI CURA
 PRESTATO DA ASSISTENTI FAMILIARI (badanti)

E volevo aggiungere un’altra cosa.

Dopo il discorsetto sul privilegio di scrivere, sono tornata in paese a… scrivere, per l’appunto. C’erano le bozze da correggere, prima di mandarle in casa editrice. Ho lavorato benissimo, sapete perché?

Perché mia madre pensava a tutto il resto. Non parlo solo di cucinare, rassettare prima ancora che me ne accorgessi, o pianificare le spedizioni puLitive della colf (come diceva Marco Balzano alla cerimonia, l’emancipazione di molte famiglie avviene sulle spalle di donne che lasciano i loro figli per curare quelli altrui). Parlo proprio delle piccole cose, i biscotti per la colazione, la coperta in più ai piedi del letto, il filo interdentale, che mi ritrovavo davanti prima ancora di accorgermi di averne bisogno.

Niente di che, direbbe mia madre, come lo dicevamo noi dopo aver imparato ad andare in bicicletta. Dimentichiamo in fretta il tempo che ci vuole a imparare qualcosa così bene, che poi la fai in automatico.

La cura si impara. Quando sono tornata a Barcellona sono stata una giornata intera a vomitare (labirintite da viaggio aereo?). Ebbene, il compagno di quarantena non ha conosciuto grandi esempi di lavoro di cura, così ci ha messo qualche ora a passare da “Ti serve qualcosa ora che esco?” (mi serve che tu non esca, avrebbe detto mia madre), a “Ti leggo un capitolo di quel romanzo sdolcinato che piace solo a me?”, fino ad assestarsi su un più efficace: “Uh, ti manca il bicchiere d’acqua sul comodino”.

A dirla tutta me ne sarei uscita pure io, con lui allettato, a meno che non mi chiedesse di restare, e non avrei mai ammesso di aver bisogno di assistenza h24. Dico solo che ci vuole allenamento: pensare al posto di qualcun altro non è qualcosa che si impara subito. Dare per scontato che sia solo una categoria a farlo non è esaltare l’istinto materno, ma ignorare la pressione sociale che lo spaccia per spontaneo.

Adesso avviso mamma che sono ancora viva, prima che mi mandi un’ambulanza.

Per esempio, ‘sta canzone non mi ha mai convinto. Ma come diceva quello a Masterchef, “so che a voi piace”.

Sì, il discorso l’avevo ripassato a casa. Più volte, mentre lavavo i piatti o mi sottraevo agli artigli di Archie.

Non perché pensassi di vincere, giuro. Il manoscritto che presentavo al Premio Clara Sereni era un esperimento, lontano dai miei soliti scritti incasinati.

Il mio piano diabolico era quello di approfittare del primo microfono che mi passasse davanti: ma che fosse un passaggio spontaneo, eh. Data la mia modesta altezza, per sottrarre il microfono alla brava presentatrice mi ci sarebbe voluta una scala!

Per fortuna, un microfono mi è stato offerto senza capitolazioni: allora, com’è ovvio, mi sono incartata. Ci ho messo un po’ a tornare in carreggiata. Se non avete capito bene le mie parole confuse, ribadisco qui ciò che volevo dire:

  1. Ho avuto il privilegio di essere una donna bianca, di classe media, con una famiglia comprensiva alle spalle. Così ho potuto dedicarmi alla scrittura. Ci sono scrittrici migliori di me che non possono fare altrettanto, perché troppo impegnate a farsi sfruttare per due soldi, o intente in un lavoro fondamentale e disprezzato, come quello di cura.
  2. La persona che mi ha ispirato il protagonista del romanzo si sta curando grazie alla generosità di chi gli offre una psicoterapia gratuita (ben due persone). Dunque, il mio Sam ha avuto fortuna. La salute mentale non dev’essere questione di fortuna. Dev’essere accessibile a prescindere dal reddito, dal passaporto, dalla lingua parlata. Per chi non può permettersi il (legittimo) onorario del/la terapeuta, un “pigliate ‘sta pastiglia” non può essere l’unica soluzione.

Tutto qua. Se volete sentirmelo dire a voce, cliccate qui sotto, a vostro rischio e pericolo. Io sembro la rana dalla bocca larga, con una scopa di saggina in testa. Ma la cerimonia merita tutta.

Un concorso in cui la gente si commuove dopo averti consegnato un premio, in cui una perfetta sconosciuta viene messa davanti a un microfono, è qualcosa di prezioso, da coltivare sempre.