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Da terrablava.es

Il tipo del buffet take away all you can eat auannasgheps entra apposta dietro di noi, dimenticandosi di distribuire bigliettini ai turisti di altre nazionalità.

Prima che prendiamo i vassoi ci indica il disinfettante per le mani, che chiameremo Amuquinas: capisco che ci ha sentiti parlare italiano.

“Non sono offesa, avrei paura anch’io” dichiara mia madre.

Il signore che entra dopo di noi ha la pelle più scura della sua, e chiede con accento indiano se nell’insalata di pasta c’è del pesce. A lui non viene richiesto di lavarsi le mani.

Questa scena è di ieri sera: l’avevo presente insieme all’aneddoto della tizia lasciata a piedi da un tassista perché italiana, quando ho chiesto ai miei di parlare solo napoletano, davanti ai taxi in attesa a mezzanotte in Plaça Catalunya. Scrupolo inutile, magari, ma i contrattempi erano l’ultima cosa di cui avevano bisogno, alla vigilia di una partenza rimediata a stento. Il mio accento appreso da studentessa a Forcella faceva a pugni con quello loro di paese, che si erano sforzati di non “contagiarmi” (ah ah ah). Alla fine il tassista a stento capiva lo spagnolo, mentre gli chiedevo di condurli al porto.

Mentre scrivo, loro sono letteralmente in alto mare. Hanno preso la nave anche se partiva alle due e mezza di notte, invece che alla mezza come previsto. Oggi sarebbe partita all’una e mezza, invece che alle undici: mare mosso, a quanto pare. Dopo la cancellazione del volo, però, si sentivano intrappolati qua (il prossimo disponibile era previsto per il primo aprile, ma chissà che la Vueling non cancellasse pure quello). Combattuti fino all’ultimo, hanno preso la decisione quasi all’improvviso, dopo aver saputo che la compagnia di navigazione non chiude i battenti: l’avevano comunicato anche consolato e ambasciata. Le cabine a uso privato erano ancora libere. Basta pagare, e non sei costretto a mescolarti alla gente.

A quanto pare, è una questione di classe su tanti fronti. Per questo, a prescindere dagli aiuti spagnoli a chi deve restare in casa coi figli, e dalle misure che piano piano si adottano anche qua, traduco queste preoccupazioni del sindacato delle collaboratrici domestiche, Sindhogar Sindillar:

I padroni catalani, approfittando dell’epidemia del coronavirus, vogliono buttare per strada i lavoratori e le lavoratrici [suppongo si riferiscano a quelli indesiderati, che le leggi in materia di lavoro non permettevano di licenziare in uno schiocco].

Per le lavoratrici domestiche che sono in contatto diretto con le persone di cui si occupano non ci sono orientamenti chiari su come debbano proteggersi nella quotidianità.

Chi pagherà le lavoratrici domestiche, che guadagnano in base alle ore di lavoro svolte?

Che significa dover restare confinate in casa, quando condividi un appartamento con altre persone e con famiglie? [In alcune case, intere famiglie, perlopiù straniere, vivono in una stanza sola.] 

Che succederà ai lavoratori che non potranno realizzare il telelavoro?

Per non concludere solo con delle domande, faccio presenti le richieste del Sindicat de Llogater(e)s, che riunisce molte persone che vivono in affitto. Fino a tre ore fa, scrivevano qualcosa che in Italia forse sarebbe accolto, con qualche eccezione, come irresponsabile: “i rischi economici e sociali del Coronavirus sono in questo momento più grandi del rischio sanitario”. Questo è il loro “pla de xoc” (sic):

Intervenire sulla totalità delle risorse sanitarie private e metterle al servizio dell’interesse generale.

Apertura dei reparti degli ospedali pubblici chiusi per i tagli alla sanità.

Moratoria del pagamento degli affitti.

Moratoria dei mutui.

Paralisi degli sfratti.

Copertura del 100% dei salari.

Copertura economica delle cure.

Interrompere tutti gli ERE [procedura di sospensione o licenziamento del personale].

Piano di supporto a chi lavora con partita IVA.

Programma per un’informazione corretta della popolazione.

L’idea è quella di proteggere sia la salute, che i diritti.

(Non voglio affatto mettere a paragone, ma… Adda passa’ ‘a nuttata.)

 

 

 

 

L'immagine può contenere: 1 persona, barba e testo Ieri la manifestazione dell’8 marzo a Barcellona è stata indescrivibile come sempre, ma la maratona è stata posticipata a ottobre. E noi, pedoni bastardi che quel giorno vorremmo attraversare la strada, pensiamo pure: che peeeccaaato.

È un lusso che ci possiamo permettere, nella comunità italiana di Barcellona, in tanti che facciamo i supergiovani anche a quaranta: lamentarci perché, come conseguenza del vAirus, Tony Tammaro non viene a suonare qui il 17 marzo. Un amico a Valencia faceva notare che forse lo Stato spagnolo si preoccupa poco della questione virale, data la regolare affluenza a Las Fallas di quest’anno.

Però i miei, in visita a casa mia in questi giorni, stanno pensando di non tornare a Napoli, per il momento, e tutti, da casa, li stanno incoraggiando in tal senso. Io ho detto che, se devono stare tappati in casa, tanto vale che restino qua, così continuano a scegliere il “marciapiede meno affollato” per andare in giro, e selezionano il tavolo più isolato a cui sedersi nei bar: una serie di accorgimenti che all’inizio, non andando in Italia da gennaio, trovavo sorprendenti.

Una donna nel MeetUp di filosofia ha consigliato di restarcene tutti a casa, non prima di aver fatto scorte di cibo per sei mesi. L’intero gruppo sta pensando di fare le riunioni a distanza. Credetemi che, in questo momento, a tanti  che ancora passeggiano senza che nessuno dica loro di non farlo, tutto ciò sembra paranoia pura. Nella Spagna degli oltre 670 infetti, e dei 17 morti, oltre il 74% degli intervenuti a un sondaggio su La Vanguardia (in fondo a quest’articolo) ritiene che “hay exceso de alarmismo en el Coronavirus“.

Che poi, restare a casa è un privilegio, come scrive anche Nadia Terranova:

Magari è la volta buona che l’Italia scopre che esistono le classi sociali.
Che c’è chi può permettersi di rallentare e chi no, chi ha stipendio fisso e chi vive alla giornata, chi può essere felice per il tempo ritrovato e chi vivrà quel tempo come irrimediabilmente perduto, chi scoprirà il lusso di passare la mattina coi figli e chi collasserà economicamente per lo stesso motivo, chi può sostituire l’intrattenimento con quello che gli pare e chi con l’intrattenimento ci campa, chi può non uscire di casa fin quando si deve e chi invece quel tram strapieno la mattina deve prenderlo per forza.
Magari, eh.

Dopo la trentaseienne italiana che era risultata positiva al virus, un amico che era andato al pronto soccorso per altre ragioni – influenza tout court, per esempio – è stato isolato in una stanzetta a parte quando ha dichiarato che sì, era italiano, ma che non tornava in Italia da Natale. Su una pagina di italiani a Barcellona, una ragazza “appesa” dal tipo che le aveva offerto una stanza chiedeva tre giorni fa un posto letto immediato – e aveva un cagnolino dietro – mentre un’altra si lamentava perché il suo compagno aveva la febbre forte, ma al telefono le avevano raccomandato di farlo restare a casa, e presentarsi in ospedale solo quando gli fosse passata.

Vedete? Ignoravamo pure che fosse la procedura.

(Io seguo i consigli del Maestro.)

 

Image result for nursery meme Quando vivevo nel Raval, in un appartamento al primo piano del mio palazzo vedevo sempre sparire decine di “pakistanini” alla volta.

Ci ho ripensato adesso che le scuole in Italia sono chiuse, e c’è il problema di occuparsi dei bambini. Che non dovrebbero neanche stare troppo tutti insieme, ma vabbe’.

Quelle volte nel Raval, uno scorcio di porta semichiusa mi regalava una visione surreale: una fiumana di minori di 12 anni che si disputavano un divano e un paio di poltrone. Chiesi lumi ai miei vicini del terzo, che mi rimpinzavano di basmati al limone e mi facevano tatuaggi all’henné: era una sorta di doposcuola, per la prole degli immigrati di prima generazione. Leggevano il Corano, ma soprattutto avevano qualcuno che badasse a loro, mentre i genitori erano in tutt’altre faccende affaccendati – tipo, spaccarsi la schiena a lavorare quelle dodici ore al giorno in un magazzino, o nella casa di una persona anziana.

Non era una novità, per me: ai tempi del liceo, qualcuno di un’altra generazione mi aveva detto che, per qualche soldo, una signora nei pressi della succursale si era occupata dei bambini del circondario. Non appresi mai i particolari di quell’attività, ma molto tempo dopo l’avrei proposta con un certo entusiasmo nella sezione suggerimenti della riunione del Consell de barri di Sants-Montjuïc. Mi venne snobbata dagli anziani partecipanti, che a loro volta snobbavano la comunità straniera gentrificatrice per le loro havaneres e xocolatades.

D’altronde, il mio distretto preferito di Barcellona risente dello sradicamento comunitario che caratterizza le città moderne: popolazione isolata ed eternamente cangiante. Al di là dei problemi logistici, una rete di vicini – in senso lato – che si unisca per sopperire ai bisogni essenziali, come la cura dei bambini in caso di emergenza, si può creare solo in condizioni di estrema fiducia per le persone incaricate, meglio se fondate su una conoscenza decennale.

Nel caso dell’immigrazione nel Raval, si è fatto di necessità virtù: è gente col passaporto sbagliato, per gli standard europei. Considerata delinquente fino a prova contraria, si unisce nelle stesse strade, si scambia case e cede proprietà, e ha i propri referenti immobiliari, lavorativi, religiosi. “Siamo un paesone” ammise un amico del ragazzo che frequentavo allora (sempre uno del terzo piano, ci avrebbe poi separati la religione), “qui sappiamo tutto di tutti e la comunità non tollera certe cose”. Per esempio, non tollererebbe una persona che non sa badare come si deve ai bambini, ma anche, purtroppo, il fatto che il tizio del terzo piano, pallavolista di professione, fosse approdato nella squadra di pallavolo della comunità LGBTQIA della città: un “equipo todo maricón” (cito lui) in cui s’era imbattuto per intercessione mia, e che in ogni caso gli era andato benissimo, finché un amico presente agli allenamenti non aveva commentato sulle tendenze sessuali dei compagni di gioco. Allora, la situazione non andava più bene perché, cito di nuovo, “después gente pensar que yo también maricón”. Lapalissiano.

È per questo che non sarò io a fare la romantica sulle piccole comunità e sulla solidarietà reciproca, fondata anche su pettegolezzi e rivalità più o meno patenti: l’esempio dei femminielli è confortante, ma purtroppo l’apertura mentale verso i propri membri non sempre si estende a persone estranee alla comunità. A Forcella, dove le trans locali di un vascio erano rispettate, un potenziale coinquilino mio in foularino rosso e capelli tinti venne chiamato “Ricchiooo’!” al primo avvistamento. Quando quello se la diede a gambe e mi trovai un vietnamita, il proprietario mi disse che “non voleva cinesi a casa sua”.

Tornando a Barcellona, non ho mai amato la precisazione, pur comprendendola, che solo chi resta a lungo in un quartiere può creare una comunità: mi è sempre sembrata una sorta di protezionismo verso chi, mi sa, preferirà sempre le xocolatades (bone!) a un incontro con gente di tutto il mondo, come se si dovesse per forza scegliere.

Forse dobbiamo pensare a un altro modo di far comunità, non monolitico né omogeneo, non fondato sugli stessi passaporti o gusti sessuali. Dovremmo creare spazi più funzionali per le persone, luoghi d’incontro che incoraggino la socializzazione di chi sia lì, in quel momento, piuttosto che scoraggiarla a beneficio di chi ha i soldi per permettersi di occupare spazi a pagamento, come bar ed esercizi commerciali.

Bisogna lavorare con quello che si ha. Certo, se per rinnovarti un contratto d’affitto ti chiedono il 40% in più sul prezzo di prima, puoi anche trovarti benissimo nel quartiere, ma con uno stipendio medio di qua (dove baci a terra se hai più di 1000 euro) te ne devi andare per forza.

La questione è aperta: come possiamo fare rete di fronte alle nostre società frammentate? E senza rimpiangere “bei tempi andati” che per fortuna o purtroppo non torneranno più, ammesso che siano mai esistiti.

Avendo aperto con la comunità pakistana, per la serie “volemose bene” chiudo con quella indiana: una dottoressa residente in Inghilterra confessava a un’amica che sua madre, casalinga, preparava ogni giorno i chapati freschi al marito. Lei che ha scelto un altro mestiere, oh, li compra già fatti.

Però, ai pranzi di quartiere stile “io porto una cosa e tu un’altra”, dovreste vedere quante forme di pane escono fuori, di tutte le parti del mondo: alcune pure senza glutine.

Che si diceva? Bisogna fare di necessità virtù.

(Sognando di tornare a gentrificare il Poble-Sec! :p )

 

 

 

 

 

 

E così ho deciso di mandare a quel paese i progetti non riusciti, e organizzare una cena.

La prima tra amici, da quando mi sono trasferita a casa mia: a pensarci bene, la prima cena in casa da anni, se si eccettuano gli ospiti in visita dall’Italia e una cosetta con gli inquilini, prima che entrassimo davvero in rapporti. Chi viveva prima con me non amava “avere gente in casa”.

Io ancora devo decidere se mi piaccia o no: però, se popolo di voci umane ‘ste quattro mura di cartongesso, le rendo un po’ più casa, ecco.

Quello che mi è piaciuto di più non è stato scoprire che mi erano venuti al dente sia gli spaghetti che i fusilli, che ho condito con pesto fatto in casa, oppure rendermi conto che il famoso sjug era stato un successo con gli invitati. Mi ha inorgoglito il fatto di sentirmi dire dalla nuova arrivata, che di mestiere fa la guaritrice, che “non percepiva tensioni” tra i convitati, nonostante i casi della vita ci avessero messi gli uni contro gli altri più di una volta: come ex o come colleghi, e in qualche caso come “coinquilini per forza”.

Sono felice di aver stabilito relazioni in cui il dolore che ci si possa arrecare, che secondo qualche terapeuta Gestalt è inevitabile, non possa nulla contro il lavoro quotidiano per stabilire fiducia reciproca, sincerità, e la disposizione – per me così difficile – ad ascoltare, invece di parlare sempre io.

Il cammino non è esente da pericoli: per esempio, quello di intraprendere questa faticata solo per dirsi “quanto so’ bella, quanto so’ brava”. Ricordo a vent’anni qualche amica orgogliosa di organizzare uscite col proprio ragazzo, con l’ex, con la nuova dell’ex, con l’ex dell’ex… Per loro era tutto un aneddoto, da sciorinare a chi non le conoscesse: guarda, li perdono tutti, e tutti li raccolgo attorno a me. Così, però, ci soffermiamo su noi stessi e non sulla relazione, e questo diventa un problema. I rapporti d’amicizia, di amore o di lavoro si rompono perfino quando tutto fila liscio, figurarsi quando ci mettiamo a fare le primedonne.

Invece mi è piaciuto questo filo intessuto ieri tra gli elementi consolidati della mia vita, quelli che si vanno stabilizzando, e quelli che vi fanno la loro prima comparsa, per restare non si sa quanto.

Mi è capitato di chiedermi pure se questo concetto di armonia si possa estendere a un livello sociale più ampio, con le modifiche del caso.

L’altro giorno, infatti, andavo alla formazione di Mediterranea, costeggiando i ragazzetti di origine marocchina che si intrattengono fuori al Palau Alós, e mandavo un messaggio vocale ai miei. Ce l’ho ancora registrato: a un certo punto m’interrompevo, perché un tizio alle mie spalle – un adulto – aveva cominciato a gridare.”Non toccarmi, o chiamo la polizia!”. Era un cinquantenne che camminava con una busta della spesa, credo che un ragazzo gli si fosse avvicinato, o comunque avessero avuto una sorta di collisione. Non escludo che i monelli stessero sfottendo il tizio. Ma perché chiamare la polizia per un ragazzino che ti si avvicina, in una strada affollata, senza la reale possibilità di farti del male?

Adesso, a Barcellona una forte percentuale di ladri di telefonini – miei e altrui – è marocchina, che è come dire povera, senza speranze di un impiego o di una reale assimilazione al tessuto sociale. Come mi facevano notare, mesi fa, quelli del Centro euro-arabo, è l’1% della comunità a rubare, eppure le colpe ricadono su tutti. A suo tempo, se ricordate, ho replicato che non dovessero dirlo a me: sono napoletana.

Non pensavo però che dovessi ricordarmene così presto, quando ieri si sono avvicendate tre notizie: un tentativo di rapina, forse un eccesso di legittima difesa, di certo un quindicenne morto, e un pronto soccorso chiuso per la furia distruttrice dei parenti.

Ho chiesto a uno degli invitati alla cena – quello che il giorno dopo era ancora a casa mia – quale delle tre notizie, secondo lui, fosse finita in prima pagina, e lui con buonsenso britannico ha chiesto: “La morte del ragazzino?”.

Proprio quella, invece, è stata accolta dai social con commenti tipo: “Uno in meno”, “E che voleva, l’applauso?”. Ci si legge, sì, la frustrazione della cosiddetta gente perbene (espressione gettonatissima, dalle mie parti) di fronte alle rapine che la tengono sotto scacco, ne limitano gli spostamenti, e abbondano, in un posto in cui il lavoro non c’è, e pure la lingua che parli a casa determina spesso il tipo di vita che farai, il lavoro che sceglierai, l’età in cui avrai dei bambini.

Io, dalle bande di ragazzini nel centro storico di Napoli, ho avuto manrovesci sul mento nell’ilarità generale (il cappottino a pois denunciava la mia estraneità al quartiere), e mani tra le cosce, seguite dall’intimazione: “Fa’ ‘o cess’!”. Più o meno, “Taci”. Le madri di ragazzine di poco più grandi, bocciate al classico, dichiaravano orgogliose: “I servizi sociali non ci fanno paura, perché siamo una famiglia unita!”.

Io sulla mia famiglia ci scherzo spesso, lo sapete, ma so di aver avuto una fortuna sfacciata ad avercela unitissima, a prova di servizi sociali, e disposta a fare del suo meglio.

A volte non serve altro, a volte sì.

In entrambi i casi, si tratta di lavorare ogni giorno.

 

 

Tutto mi sarei aspettato dalla ragazza, tranne che mi parlasse del sjug.

Oppure zhoug, o סחוג, o anche سَحاوِق. Insomma, quella salsetta di coriandolo e peperoncini verdi che dieci giorni fa ho finito per comprare alla Fiera vegana, quella volta che ci facevo la commessa per caso. Aiutavo un amico, quando un tipo israeliano che conoscevo da un esperimento fallito di socializzazione si era fermato davanti a me, meravigliato di vedermi. Io, d’altronde, ero stupefatta: che ci faceva lui, in mezzo alla gente erbivora?

“Sono venuto a trovare il ragazzo della bancarella in fondo, lo vedi? Vende una salsa che mi piace molto”.

Era tornato da me, il tempo di farmi venire l’acquolina in bocca, col barattolo dal contenuto verde e la scritta “sjug”, che lui pronunciava senza la j.

“Come il sugo italiano!” avevo provato a dire.

Lui, che aveva vissuto molto tempo in Italia, mi aveva fatto un sorriso di commiserazione ed era sparito. In effetti quella sera, a casa, dopo aver intinto un pezzetto di pane in quel laghetto smeraldo, avevo cominciato a sputare fuoco e fiamme. Neanche certi sughi calabresi arrivano a quei livelli! (E poi, a dirla tutta, questa cremina piccante viene considerata il pesto mediorientale, mentre un cugino più evidente della salsa di pomodoro è il “tuco” argentino!)

L’altro ieri, dunque, alla cena egiziana di Abrazo Cultural, la donna della coppia di invitati californiani – lui bianco e allampanato, lei bassina e con la pelle ambrata, forse di origine indiana – mi ha chiesto proprio se alla fiera, che avevo appena nominato, avessi notato il tipo che vende il sjug. Anche lei, che su Netflix segue una roba che si chiama Taco Chronicles, all’evento ci va un po’ perché è vegano il marito, e un po’ per comprare l’ormai mitico sugo. Al che mi sono detta: vuoi vedere che sono l’unica che ne abbia ignorato l’esistenza fino ad ora? Sia del bancarellaro, che della salsa.

“Adesso sono confusa” ho confessato “di dov’è, ‘sto comesichiama?”.

Prima di rispondermi, la tipa si è consultata col marito su come si dicesse in spagnolo – la lingua che stavamo usando – quello che voleva esprimermi.

“È una domanda politica, la tua” ha replicato lui al posto suo.

“Qualcuno ti dirà che è palestinese” gli ha fatto eco lei “e qualcun altro, che è israeliano”.

Dunque, parallela alla guerra cruenta che già conosciamo, se ne stava sviluppando un’altra, sotterranea, sull’origine di vari piatti, tra cui il sjug. Avrei scoperto dopo che la pietanza è originaria dello Yemen, di cui ora conosciamo, o meglio ignoriamo, solo la recente guerra che condanna alla fame migliaia di bambini. Di tutto questo, io non sapevo un bel niente.

Eppure era politica l’intera cena egizia, pure vegana tra l’altro. Il giovanissimo cuoco, che vi ho già presentato qui, ci ha spiegato prima cosa significasse essere gay in Egitto – tra i nomi che ha fatto ne valga uno: Zaky –  poi si è esibito in un assortimento di legumi cucinati in vario modo: lenticchie stufate con carote, fave nel loro sughetto, e certe foglie che ricordavano gli spinaci, ma erano più saporite. Il tutto accompagnato da riso in bianco e succhi di frutta. Infine ci ha servito una sorta di budino con l’amido di mais, un dolcetto farinoso con disseminati sopra dei pistacchi, e del molto forte, che non mi avrebbe fatto dormire la notte successiva.

“Dovresti mettere anche tu una bancarella alla Fiera vegana!” ho proposto a Mahmood.

Ha detto che ci pensa, tanto il tempo non gli manca. Sta aspettando che lo Stato spagnolo gli conceda il diritto d’asilo nonostante gli accordi di Dublino, sulla base di una doppia discriminazione: in Egitto come omosessuale, e nel primo paese europeo d’accoglienza (la Romania) come “terrorista”. Proprio così. Gliel’hanno urlato un vecchietto in bus, e una professoressa di francese, mentre i primi amici che era riuscito a conoscere avevano deciso più diplomaticamente di evitarlo. Qui a Barcellona deve andare ogni sei mesi in commissariato, per vedere se è arrivato il sospirato vistiplau. Tra una visita e l’altra, manco a dirlo, vive una vita un po’ sospesa, come la sua richiesta d’accoglienza.

Degli aneddoti che mi ha raccontato, mi è piaciuto tanto quello della zia che durante il Ramadan, mentre lui pregava più per abitudine che per convinzione, si era messa a urlare perché gli aveva sgamato i WhatsApp del fidanzato: Rouhi, c’era scritto. Chi era quel ragazzo che chiamava suo nipote “Anima mia”?

Allora, visto che a quanto pare non puoi rivolgere la parola a uno che sta pregando, lui aveva cacciato una devozione infinita, e per un tempo spropositato! Dopodiché si era rassegnato a dare spiegazioni, e a casa l’avevano presa più o meno bene. Più o meno.

Dell’Egitto gli manca il dialetto, e le cene post-digiuno con piatti propri, diversi da quelli mediorientali: il sjug, per esempio, non è contemplato.

Devo abbinare questa salsa contesa a piatti miei, in una vera e propria cena “anema e sugo”, magari con quel pane buonissimo che Mahmood ha servito a tavola: quello che con nome greco chiamiamo pita, ma alla fine la mangiano in mezzo Mediterraneo. Per raccogliere il cibo ne stacchi un pezzetto e lo apri “a orecchio di gatto” (sic), così ti diventa una via di mezzo tra un cucchiaio e una vera e propria scarpetta di pane.

Vorrei essere più brava, in operazioni così.

A volte ci sono tante di quelle cose da raccogliere, che ne lasci sempre qualcuna dietro.

 

 

 

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“You what, mate?” (dichiarazioni a caldo del leader della band)

Del laboratorio di scrittura di ieri non vi dirò le cose belle, tante: gli esercizi a sorpresa, i confronti sulla struttura dei personaggi, gli abbracci finali e l’aperitivo improvvisato.

Vi dirò di quando a corso finito sono andata a fare pipì, e ho ricordato. Un annetto fa ero nella stessa posizione poco nobile, ma necessaria, e sempre nel bagno della Libreria italiana Le Nuvole. Solo che allora ero alla presentazione di un libro, ed ero scocciata perché avevo anche un altro impegno: gente che stimavo poco, nota anche al mio ex che già era in marcia, aveva organizzato un evento di beneficenza a cui avrebbero partecipato anche… chi avrebbe partecipato all’evento a cui ero condannata ad assistere?

“Il mio ex e le teste di cazzo!” riassunsi all’improvviso, alzando la voce come se fossi su uno scenario.

In quel momento capii che avevo creato il nome perfetto per una band. Immaginatevi, che so, Pippo Baudo – ormai a Sanremo sono tornati tutti – che dal palco dell’Ariston fa un grazioso preambolo su questo gruppo formatosi a Barcellona, dal nome italiano ma dallo spirito… boh, Pippo Baudo s’inventerà qualcosa di sicuro, e poi concluderà: “Un bell’applauso per… Il mio ex e le teste di cazzooo!”. In inglese poi suona benissimo, fa quasi rima: “My Ex and the Dickheads!”.

(In caso voleste formare davvero la band, non sottovalutate nei testi l’assonanza con xiquets, “ragazzuoli” in catalano…)

Tutta questa… minchiata per dirvi che la rabbia, ogni tanto, non genera mostri. E vi perdono se non siete entusiasti quanto me, dell’esito di quella visitina al bagno de Le Nuvole di un anno fa. Però, oh, almeno su questo mettiamoci d’accordo: capisco l’aspirazione a moderare i toni (ma sempre?), a rispettare le opinioni altrui (ma tutte?), tuttavia nel nostro paese, “piagato” in tutti i sensi, sottovalutiamo il potenziale della rabbia.

Qua in Catalogna, alle manifestazioni, cantano: “Chi semina miseria, raccoglie rabbia!”.

E a me sembra più che legittimo. Qualche giorno fa ho offerto tarallucci e vino agli inquilini, perché mi avevano aiutato a spostare un divano, e alla fine, visto che a ubriacarmi basta anche solo un ditale di rosso, ero talmente ciucca che ho fatto una cosa davvero blasfema, nel senso laico del termine: parlando di un libro che leggevo sull’inqualificabile SS Irma Grese, ne ho anagrammato per sbaglio il cognome e ne è venuto fuori “Irma Segre”! Roba che Fraulein Grese, ovviamente indegna di questo onore, non avrebbe aspettato il tribunale militare inglese e si sarebbe impiccata da sola, senza che il mondo piangesse troppo per questo.

Allora ho pensato a questo bellissimo intervento di Liliana Segre al Parlamento Europeo, che mi scuserete se non guardo di nuovo con voi, ma mi viene da piangere. Senza un reale “volemose bene”, e con il solo scopo di fare il suo perché non accada mai più, la senatrice della repubblica parla dell’unica cosa importante: non certo i suoi aguzzini, ma la voglia di vivere “nonostante tutto” che dobbiamo avere anche oggi, in questi tempi di mortificazioni e lavori umilianti.

Mi sembra perfetto. Ma trovo legittima anche un’altra reazione all’orrore: quella del superstite francese assunto da un giornalista per intervistare proprio Irma Grese, che invece di starsene buono a tradurre le spiegò per filo e per segno quello che pensava di lei, per poi chiederle “Perché l’hai fatto?”. E lei: “Perché era nostro dovere”. A questa personcina così ligia e compita, la sopravvissuta Batsheva Dagan dedicò poi una lettera aperta, pubblicata il 29 ottobre del 1945 su The Palestine Post (lassamme sta’). La missiva aveva poco a che vedere con inni alla vita nonostante tutto, e ne traduco un pezzettino:

Invochi le attenuanti ora che sei a giudizio. Gli occhi del mondo sono fissi su Lüneburg, in attesa della sentenza. Ma le tue vittime ti hanno già giudicata. Ti condanniamo a vivere e soffrire come noi, e non rivedere mai la luce della libertà.

Amen.

Concludo con una signora messicana che vi sfido a guardare negli occhi, prima di dirle che deve perdonare e rassegnarsi perché il Vangelo cos’. Anche a lei ingiungono di moderare i toni e non distruggere arredamento urbano per protestare, cosa che in linea di massima mi troverebbe anche d’accordo. Però, vedete, ha perso sua figlia, uccisa come altre, e sa che altre ne uccideranno: sarebbe auspicabile, dunque, unire la rabbia e canalizzarla in iniziative valide, per evitare che succeda di nuovo.

Se non tanto capite lo spagnolo messicano, sostituite “pinche” con “cazzo”, e più o meno vi fate un’idea.

 

(Questo è un bonus.)

 

Un altro regalo di compleanno

Dio, come odiavo la domanda: “E per il resto, come va?”.

“Il resto” era tutto quello che esulava dal mio problema del momento. Per giunta, intorno ai vent’anni, la domanda mi era rivolta proprio da ragazzi che erano, appunto, parte del problema. Ok, lo ammetto, spesso erano l’intero problema.

Io rimanevo sempre un po’ stupita: non concepivo altra vita al di là della preoccupazione di turno, che il più delle volte concerneva la mia situazione sentimentale. Lo so, questo particolare era di un femminismo inaudito.

Posso dire a mia discolpa che, in seguito, non mi è successo solo con questioni amorose: se qualcosa andava storto nella mia vita, non riuscivo a godermi nient’altro. Furbissima! Invece, oggi sono una fan di Bertrand Russell, o almeno del suo segreto per non invecchiare (una questione che ultimamente mi sta a cuore):

Più sono le cose alle quali un uomo si interessa, e maggiori occasioni di felicità egli ha, e tanto meno è in balia del destino, poiché se perde una cosa può ripiegare su di un’altra.

Yes, sir! Allora, fedele al proposito di coltivare più interessi, tre giorni fa sono andata a vedere questo documentario: riguarda le donne che ci puliscono le case e si occupano dei nostri anziani, e che per farlo hanno lasciato “metà del loro cuore” nei paesi di origine. Nel caso catalano, intuirete che si tratta spesso di donne latine. Una di loro, nel dibattito seguito alla proiezione, ha sfottuto un po’ la classica femminista bianca che alza la mano e sostiene che siamo tutte uguali: “Cosa sono queste differenziazioni per classe sociale o per origine?”. La risposta è stata semplice: “Se non capisci che non siamo uguali, che tu hai maggiore accessibilità al lavoro, alla burocrazia, all’approvazione sociale, abbiamo un problema”. E se c’è un problema che non voglio avere, è quello di non riconoscere i miei privilegi, o di non… condividerli (nozione che ho appreso da un’altra intervenuta alla conferenza).

Il giorno dopo, invece, sono andata a sentire un ragazzo egiziano che ha chiesto lo status di rifugiato perché gay – viene subito in mente una triste notizia di cronaca – che si muoveva in direzione opposta a quella delle collaboratrici domestiche. “Avete un amico come me?” ha esordito, con la domanda che dava il titolo alla conferenza. In che senso, mi sono chiesta a mia volta. Un egiziano gay ventiduenne mi mancava, specie con quell’inglese americano che mi faceva sospettare che non venisse proprio da una famiglia di mendicanti. Il suo obiettivo, però, era di farsi vedere da noi solo “come una persona”, operazione che io provo a decostruire da quasi vent’anni: a ben vedere, quelli che separano la mia età dalla sua. A un certo punto ho provato a suggerirgli che noi emigranti per scelta potevamo dare un aiuto ai rifugiati a partire dalle difficoltà condivise (senso di estraniamento, problemi burocratici e di alloggio…), ma per individuare i punti in comune dobbiamo essere consapevoli delle differenze, tra cui il privilegio di non essere dovuti fuggire dal nostro paese per una questione, letteralmente, di vita o di morte. Lui allora ha replicato gentile:

“Ho notato che sei molto attenta a non fare commenti o domande offensive nei miei confronti. Purtroppo, quest’atteggiamento è controproducente, e ci allontana, invece di aiutarci a vedere le nostre similitudini”.

A quel punto, la presidentessa dell’associazione che organizzava l’evento è intervenuta sugli stessi toni: ha colto l’occasione del mio intervento per sottolineare che la condiscendenza verso i rifugiati non è un buon punto di partenza per un dialogo reale, che ci faccia vedere “quanto siamo simili”. Allora ho riportato le conclusioni della conferenza del giorno prima, su quanto sia pericoloso ritenere di essere tutti uguali, se non lo si è. Soprattutto, ho chiesto al conferenziere: “Cosa ti fa pensare che io abbia paura di offenderti?”.

Il ragazzo mi ha risposto: “Mentre parlavi, a un certo punto sei stata reticente a chiedermi se avessi bisogno del Nie“.

Ok, tutto chiaro allora: era stato un equivoco bello e buono! La mia “domanda” non era reticente, ma dettata da pura ignoranza. Avevo detto testuali parole: “Non so se tu, come rifugiato, abbia bisogno del Nie o del Tie“. La lettera iniziale cambia tutto: il primo è l’unico documento richiesto ai membri dell’Unione Europea. Il Tie è generalmente per extracomunitari. Dunque, la mia esitazione era dettata dalla confusione generale in materia burocratica, non certo dalla paura di fare domande scomode!

Quindi, chi faceva supposizioni azzardate su chi?

Ha ragione Bertrand Russell, dobbiamo avere tanti interessi. Tra le conseguenze di questa sana abitudine, c’è quella di scoprire una volta di più:

  • quanto poco conosciamo delle persone, e delle intenzioni dietro i loro gesti;
  • quanto siamo disposti a rimediare a tale lacuna con la nostra fantasia.

Per il resto, però, va tutto bene.