Risultati immagini per vignette amore cinico Ok, siete in crisi.

Lo siete per una serie di ragioni che potete individuare facilmente, e per un’altra motivazione che non tanto avete il coraggio, invece, di dichiarare.

Vediamo prima le ragioni indicabili:

  1.  Uno dei due deve trasferirsi per lavoro.
  2. Uno vuole figli in tempi diversi rispetto a quelli preventivati dall’altro (che pensava di averne più o meno tra due reincarnazioni).
  3. Uno ha fatto qualche scelta di vita che all’inizio della relazione non era prevista (che so, è diventato raeliano), e che l’altro non tanto regge.
  4. Non vi dico, poi, quando si mettono in mezzo le famiglie.

Veniamo adesso a quella brutta da dichiarare: non siete più “presi” come una volta. Adesso dipende da cosa intendiate per “preso”, ovviamente. Il cocktail di ormoni ed emozioni soggettive che chiamiamo innamoramento, pare proprio che duri pochetto, e o si trasformi o sparisca insieme al presunto sentimento. Però, se è subentrato qualcosa di meno eccitante ma più costante e profondo, stiamo bene e banco. Vero?

No, non sempre.

Adesso che il quadro è completo, domandina facile facile: qual è la maniera più semplice di risolvere la questione?

Io un’idea ce l’avrei: quello che ha avanzato il problema “dichiarabile” ha la delicatezza di prendersi tutta la colpa. Di dire: “Sono io che ho cambiato rotta, preso un’altra via, sono incorreggibile, mi dispiace”. Capite? Lascia pure all’altro la consolazione di non entrarci niente, con la crisi! Così uno dei due se ne va, pronto a flagellarsi per essere “lo stronzo di turno”, e l’altro può leccarsi le ferite dicendo “Uh, che palle, possibile che nella vita mi capitino solo stronzi?”.

Tutti contenti, l’amore è salvo. Non quell‘amore, ma l’idea di amore romantico. Quello eterno che si può dare solo con una persona, quello che è  tendenzialmente eterosessuale, monogamo, e soprattutto indistruttibile. L’altro, in fin dei conti, non era la persona giusta.

Unica controindicazione: questo sistema, con rispetto parlando, fa cagare. E i suoi problemi tendono a essere pure ripetitivi. Si presenteranno in ogni relazione, non importa la durata.

Che fare, allora?

Un paio di idee ce le avrei.

Ma ho già scritto così tanto che ve le dico venerdì.

 

 

 

Risultati immagini per anna marchesini promessi sposi    E basta con la storia della tecnologia che isola le persone, invece di unirle. Ho capito che dobbiamo lamentarci di qualsiasi cosa non ci fosse quando avevamo 15 anni, e anche a me scoccia dovermi fare strada, mentre vado al lavoro, tra automi attaccati a uno smartphone. Ma noi che viviamo all’estero dovremmo erigere un monumento… no, non a Steve Jobs, ma a Jamal del negozio di telefonia all’angolo, che ci ha venduto la prima carta Lebara.

Sostituita solo più tardi con la Sim della Orange, almeno per noi che eravamo graziati da un passaporto europeo dalla vergognosa condizione di clandestini. Tariffa Canguro Ahorro e ci siamo fatti anche il wifi, con fibra ottica magari.

WhatsApp, poi, ci ha salvato la vita: è stata la prima barriera tra noi e nostra madre quando “ci deve proprio sentire”, e ci chiama proprio mentre stiamo ritirando la baguette dalle mani della panettiera, l’euro e venti già pronto nel palmo della mano. Adesso ci mandiamo messaggi vocali, o chiediamo “posso chiamarti?” senza doverci fare prima un mutuo per lo scatto alla risposta.

Quindi sì, che sono contenta di vivere in un mondo più tecnologico, benché consapevole delle ingiustizie che questa tecnologia comporta e di quello che possiamo fare per mitigarle.

Certo mi rendo conto, e questo non mi fa piacere, che in metro tra un libro e il cellulare estraggo più facilmente il secondo, dalla mia borsa di Mary Poppins. Perché, pensavo all’inizio, il primo mi racconta una storia sola e il secondo mi racconta tutte le storie. Quelle della malattia innocua che cerco su Google, storcendo il naso tra sintomi assurdi e fotomontaggi, o dell’amico complottista convinto che Trump l’abbiano messo al potere i rettiliani (che almeno sarebbe una spiegazione plausibile).

Poi, però, mi sono accorta di fare un gran torto ai libri. Perché somigliano alla vita molto più di quanto io non voglia ammettere. Pensate a quel video in cui ci soffermiamo sulla storia principale (due adolescenti che si lasciano messaggini in biblioteca), ignorando l’inquietante sottotrama (che non vi spoilero). Quante volte succede nei libri, che ci soffermiamo sulla storia dei protagonisti ignorando quei personaggi secondari costruiti a volte meglio di loro?

Per dimostrarvi che è vero, prendo a esempio un libro che 9 su 10 odierete selvaggiamente: I promessi sposi. Ve la ricordate, Bettina? Eh, lo so, vattelapesca chi è questa, in quel guazzabuglio di personaggi. Quella morta che la madre ci mette un casino a caricare sul carro dei monatti? No, quella era Cecilia. Allora la novizia ammazzata dalla monaca di Monza, nella versione gotica thriller? Naaa, state parlando di Caterina. Fuochino per l’ “ina”.

Bettina è la ragazzetta che si apposta fuori casa di quella gattamorta di Lucia, solo per poter annunciare che è arrivato lo sposo. Poi viene addirittura incaricata di chiamare la sposa, perché sappia che per le prossime centinaia di pagine può anche depositare quella sobria pettinessa nuziale, che in testa alla Marchesini brillava a intermittenza.

Non è fantastico? Quante volte ci siamo trovati in circostanze simili, da bambini?

E da quella brevissima apparizione non possiamo derivare un mondo? I Promessi Sposi sono il romanzo di Bettina come le peripezie di Emma Bovary, nei momenti di cinismo, possono essere solo un pretesto per seguire quell’essere ignobile del farmacista, come si chiama… Homais!

Ok, lo ammetto, l’ho cercato su Google. Vedete la tecnologia? Non avrei potuto consultare la mia copia cartacea, chiusa nella biblioteca di un nonno che non c’è più, ma che mi ha lasciato tanti libri.

Non credo che si sarebbe arrabbiato troppo, nel vedermeli leggere da un ipad.

Basta che leggi, avrebbe detto.

Risultati immagini per barcelona es bona si la bossa sona Ok, ste dritte che vi scrivo qua sotto sono andate bene a me e/o a chi mi ha circondato in un momento o nell’altro della mia vita barcellonese. Come scoprirete leggendo, alcune mi sono simpatiche e altre no, alcune sono rischiosette su vari livelli e altre meno. Scegliete voi quali seguire!

  1. Scartoffie in vista? Provate la PEC! Mi sono iscritta all’AIRE con la Posta Elettronica Certificata. Quella di Aruba, le Poste Italiane non mi lasciavano accedere. Circa 5 euro all’anno, non capisco chi voglia comunque sottoporsi alla sfibrante prova di nervi che sa essere il Consolato. Basta inviare i documenti richiesti scannerizzati, e amen. (Attenzione, per l’AIRE: i requisiti nel modulo non sono aggiornati, l’empadronamiento non è facoltativo).
  2. Andare in aeroporto col biglietto della metro? Si può! La L9 non sempre è conveniente, se date un’occhiata alla mappa. Per chi vive vicino al centro, spendere i 6 euro di aerobus risulterebbe poco più caro rispetto ai 4,50 della metro per l’aeroporto, magari senza lo sbattimento del cambio di terminale. Ma se il vostro aereo parte a un orario comodo, avete poco bagaglio e non vi dispiace anticiparvi, potete prendere il treno o l’autobus. Al costo di una corsa normale.
  3. Vi servono mobili? C’è il dia dels trastos! Un giorno alla settimana, in ogni quartiere si raccolgono i mobili da buttare. Un’idea comune anche agli autoctoni è munirsi di auto e andare a caccia nei “pijibarrios” (i quartieri ricchi: Sarrià, Sant Gervasi…). A volte, invece, non c’è bisogno di uscire dal vostro quartiere, per trovare. Attenzione a disinfettare bene, sul serio: le invasioni di cimici negli appartamenti sono pane quotidiano! È per questo che io preferisco evitare e rivolgermi ai negozi dell’usato che disinfettano e riparano trastos e scarti di trasloco. Ce n’è uno di un vecchio vicino in c. Riera Alta, ma mezzo Raval ha negozi così. E ne trovate un bel po’ anche altrove.
  4. Parles català? Qua imparare il catalano è gratis, o quasi. Con poco più di 10 euro (per il libro) fate il corso base (B1) al Consorzio. Potete anche studiare online nell’ottimo parla.cat. C’è inoltre il servizio di Volontariato linguistico, organizzato anche a livello universitario. Ma come italiani potremmo sfruttare l’affinità linguistica per studiare seriamente per conto nostro (e parlare molto!): io a due anni dal B1, superando un test del Consorci, sono finita direttamente in un intensivo del C (il livello richiesto negli impieghi pubblici), senza fare altri passaggi.
  5. Hablas castellano? Di corsi di spagnolo gratis o giù di lì si favoleggia a proposito del centro Pere Calders: mai capito come funzioni e immagino file apocalittiche. Prezzi ultramodici anche a CatNova e in altri centri. Io mi sono rivolta direttamente all’intercambio de idiomas, concordato con gente trovata tramite annunci privati. Attenzione a chi vuole solo rimorchiare: incontri in zone affollate a orari pomeridiani, e poi decidiamo se proseguire! Per gli italiani ci sono pure un paio di corsi fatti su misura: è bella, l’atmosfera di una classe multiculturale, ma per me è meglio imparare lo spagnolo con gente che sappia cosa sia un articolo. Fate vobis.
  6. Do you speak English? (E Français, Deutsch ecc.) Oltre alle ottime scuole e agli scambi linguistici gratuiti (pure l’urdu e l’hindi!), tra i mille modi di migliorare l’inglese c’è quello di fare volontariato per i senzatetto con quest’associazione, e andare agli incontri di lettura/conversazione di qualche bar tenuto da madrelingua. Ultima dritta sulle lingue: tenete sempre d’occhio la programmazione dei centri civici!
  7. Ricicliamo alimenti. Ok, io sta cosa l’ho fatta una sola volta, costretta da una decisione collettiva in un Comitato, e non la ripeterò mai più. Ma dietro la Boqueria aspettano in tanti quelle cassette di frutta in stato ancora decente, destinate ai bidoni solo perché l’aspetto non è più invitante. Qualcuno invece scopre gli orari in cui al supermercato sotto casa buttano certe derrate unicamente perché si avvicina la data di scadenza, e devono fare spazio a prodotti più freschi e appetibili. Se invece avanza cibo a voi o volete fare una buona azione, portatelo all’associazione Amásdes o chiamateli: vengono a domicilio!
  8. Mangiare bo i barat? Attenzione alle trappole turistiche. Quanto alla cucina locale, nel quartiere è facile individuare la trattoria che ancora cucina alla buona, persino in centro centro. Quanto alla cucina internazionale, mai capito perché si debba andare a un indiano pretenzioso in zona chic se nel Raval ci sono i migliori ristoranti pakistani che abbia provato (e ho vissuto in Inghilterra). Stesso discorso per i maghrebini di c. Hospital all’angolo con Riera Baixa, e il venerdì il couscous è fresco: con 7 euro circa mangiate in due! Infine, dimenticatevi degli involtini primavera, in zona Arc de Triomf ci sono ristoranti cinesi per cinesi. Il mio preferito, in c. Nàpols 97, è così “casereccio” da essere la casa della famiglia che ci lavora. Se infatti al cuoco non gira di lavorare quel giorno, più che a quello famoso di c. Ali Bei  riparerei in c. Roger de Flor. Occhio poi alle tante iniziative con “degustació gastronòmica” che organizzano i centri culturali. E ovviamente alle fiere e ai mercati! Mi sorpende sempre l’idea italiana che vegano significhi hipster. Alla popolarissima Feria vegana c’è la bancarella di un italiano che per pochi euro (3,50 la lasagna) vi farà leccare i baffi qualsiasi dieta seguiate!

Sono ben accetti altri consigli di veterani e neoarrivati, uniti sopravviveremo!

Risultati immagini per stuck funny  Questo è lo spinoff di un post sugli ostacoli insormontabili, culinari e non. E che, gli spinoff li può fare solo la Rowling? Ah, già, lei sa scrivere.

In ogni caso, descrivendo le mie peripezie con una cheesecake sbagliata, osservavo che rimandando la pulizia dello stampo, e quindi del frigo e della casa, guadagnavo un pomeriggio a poltrire, ma con l’ansia delle faccende domestiche sospese. Materialmente, sarebbe stato uguale al pomeriggio che avrei passato a riposare dalla difficile operazione di pulizia. Ma che differenza.

Non tutta l’immobilità è uguale. Possiamo rimanere immobili per riposarci dopo aver vissuto, o farlo per paura di vivere. Tra le due opzioni si annidano tutte le nostre paure, in primis quella del fallimento.

In effetti a riposare dopo aver lavorato e a starcene con le mani in mano facciamo la stessa cosa. Solo che nel primo caso stiamo “in santa pace”, e nel secondo, per quanto cerchiamo di allontanarla, la signora ansia fa capolino ogni tanto a ricordarci che le cose rimandate ci aspettano sempre di là.

In questioni più importanti e urgenti ci succede un po’ lo stesso, no? Rimandare costantemente un importante colloquio familiare fino alla prima lite domestica. Oppure congelare per sempre la scopamicizia che ci è sfuggita di mano senza mai diventare una relazione. Peccato che a stare incollati a WhatsApp in attesa di un improbabile invito proveremmo un malessere simile a quello che sperimenteremmo a chiudere la storia. Ma senza il rischio di piantare in asso l’amica chiamata per una birra, perché a “qualcuno” è saltata la serata coi colleghi di lavoro.

Insomma, a me pare un sollievo illusorio, la calma apparente di chi non fa le cose.

Non è un caso che, se ci chiedono quale sia il peggiore esito possibile della situazione che ci blocca, in tanti rispondiamo solo: “Continuare così”.

Risposta esatta.

Risultati immagini per emoticon urlo di munch L’autrice del sottovalutato The Hunger Games dice di aver tratto ispirazione, per il suo reality all’ultimo sangue in una distopia postatomica, dallo zapping che faceva durante la Guerra del Golfo. Zap! Bombe. Zap! Quiz a premi. Zap! Femmine nude. Zap! Cocciolone con un occhio nero. No, scusate, quella era la mia infanzia.

Però è vero che tutto quanto accade al mondo, su uno schermo di qualsiasi dimensione, diventa un po’ il Cabaret di cui parlava Liza Minnelli.

Anche il post improvviso su facebook della mamma disperata per il figlio malato, o il messaggio della signora che ha perso i suoi averi nel terremoto e cerca urgentemente lavoro a Barcellona, “con tutta la famiglia”.

Ma quando il dolore è racchiuso tra le pareti strette di una chat, puoi sempre ridurlo a icona e tornare alle tue cose. Finché non toccherà a te lamentarti di una rottura sentimentale, un licenziamento, e qualcuno potrà ridurre a icona anche te.

Ricordate le chat simultanee di MSN? Io in una organizzavo una birretta per la sera dopo, in un’altra spiegavo a un ventenne idealista perché non potevamo proprio stare insieme, e in una terza chiedevo informazioni per lasciare l’Italia per sempre.

Così come ci vedrebbe il Dio dei social, dal suo software celeste come lo sfondo di Windows, diventiamo tanti pixel perduti nell’etere, tutti uguali e tutti diversi, nessuno più importante degli altri o particolarmente differente al momento di scrivere LOL, o mettere l’emoticon con la lacrimuccia.

Forse Facebook ci ha smascherato il segreto di Pulcinella: in due o tre cose ci assomigliamo così tanto. Una di queste è la paura. Di essere uguali a tutti gli altri.

Ebbene, per me questa paura è sollievo. Se qualcuno potrà ridurre la mia vita a icona, un giorno potrò farlo anch’io.

E pensare davvero, secondo un’elegante espressione preinformatica, ai cazzi necessari.

Risultati immagini per matcha latte … E che vi strapperete i capelli per non averci pensato prima! Sempre che ce li abbiate, i capelli. Altrimenti potete fare come Rockerduck, e mangiarvi il cappello! Magari ve lo procuro io, perché, tanto per cominciare…

1. Mi faccio i cappelli guardando Netflix! E li battezzo a seconda di ciò che vedo mentre lavoro a uncinetto. Sono orgogliosa del cappello Orange is the New Black, anche se in tutta sta macedonia di colori è venuto fuori blu! No, gente, non ci vuole davvero niente. Non dovete neanche staccare gli occhi dal video. Amazing Grace mi dà splendidi gomitoli infiniti a 2 euro, e invece di cucirci toppe e gingilli per abbellire faccio di meglio: ci attacco spillette! Al mio ragazzo ho comprato due “A” diverse alla libreria della CNT.  Così se la vede lui: con o senza risvolto, con o senza spilletta… Mi chiedo perché non abbia ancora sfoggiato la mia impareggiabile creazione: il cappello Norman Bates!

E a proposito di fare due cose insieme…

2. Preparo il pranzo sulla cyclette! Sì, lo so che è poco zen, e che Elsa Pataky, nel suo libro di esercizi, si arrabbia con le ragazze che leggono mentre fanno cardio. Ma siccome non aspiro a diventare né maestra zen né figa come Elsa (altrimenti ci riuscirei se-du-ta-stan-te), ho investito in una cyclette e uno step domestici (vedi qui), e li uso sistematicamente mentre faccio altro. Sullo step lavoro al pc e parlo su Skype; sulla cyclette accostata a un piano d’appoggio sgrano fagioli, pelo ortaggi, sguscio nocciole… Quando sto scrivendo scene particolarmente divertenti del mio fantastico nuovo romanzo (lo trovate nei migliori angoli di casa mia, scritto a penna), ho scoperto che una situazione del genere ben si presta a renderle ancora più ridicole. Insomma, come assicurarsi il Nobel e il Premio Fitness in una volta sola! Quando si dice ottimizzare.

E a proposito di ottimizzare…

3. Faccio un’OTTIMA maionese con l’avena! No, al contrario di quanto suggeriscano i miei denti non ho origini equine. Trovo solo che una maionese tutta vegetale sia particolarmente delicata, così l’ho scoperta alla mela (basta usare 5 cucchiaini di purè di frutta al posto dell’uovo nella ricetta) e soprattutto al latte d’avena (che faccio in casa con l’estrattore). Attenzione, perché non venga una brodaglia informe bisogna scaldare un po’ del liquido in un pentolino con la lecitina di soia. Comincio a sospettare che con questo principio si possa trasformare quasi tutto in maionese.

E a proposito di usi insoliti degli ingredienti da cucina…

4. Mi metto la farina sui capelli! O meglio, ogni tanto faccio uno shampoo di farina di ceci. Niente male! È poco pratico perché va fatto ex novo ogni volta, ma se consideriamo che si tratta davvero di mescolare farina, acqua e magari aceto o limone (o un olio essenziale)… La vera svolta c’è stata quando sui capelli mi sono schiaffata l’olio di cocco, in preparazione allo shampoo vero e proprio: mai venuti così morbidi! L’unica è sciogliere davvero un cucchiaino d’olio in una tazzina d’acqua, o vi tenete l’effetto ‘nzevato (unto) a vita.

E già che ci siamo…

5. Non bevo più acqua! No, scherzo, ma per problemi di ritenzione idrica, a cui attribuisco disonestamente anche la trippazza da “me piace ‘o magna’ “, ho preso una sorta di sciroppo alle erbe nella mia erboristeria preferita, che sciolgo in una bottiglia d’acqua liscia da un litro e mezzo. Così quando sono in casa bevo solo quello, e fuori tendo a ordinare l’acqua gassata come se fosse chissà che lusso. Il pancino ringrazia.

E per chiudere con le bevande…

6. Distruggo cerimonie millenarie! È che mia zia mi ha rovinata portando dal Giappone del tè fantastico, che ho scoperto essere matcha. Sì, quello della cerimonia del tè. So che in Italia sia arrivato in una versione cafona che piace anche a me: il matcha latte. D’altronde, a ordinarlo nelle catene hipster, lo mescoleranno pure col pennello d’ordinanza (che a Las Arenas vendono per 15 euro…), ma sono 4 euro a tazzina. Sapete che c’è di nuovo? Investite 13 euro per 100 grammi da una signora a Sant Antoni: ne basta una punta di cucchiaino in 200 ml d’acqua. Vi fate 100 tè in santa pace ed è fantastico. E qui arriva il sacrilegio! In barba alle ricette online rispettose del cerimoniale nipponico, la mia versione è: scaldo un po’ la tazza (vuota) nel microonde, ci verso la punta di cucchiaino di matcha, aggiungo l’acqua quasi bollente, giro e via. Mazinga nun te temo! Consideralo una vendetta per la pizza delle parti tue. Anzi, vuoi una tazza?

 

 

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Da nonsoloshoppingsesto.blogspot.com.es

Quando scesi dall’aereo Napoli-Manchester avevo 22 anni, e non sapevo come arrivare allo studentato in cui avrei trascorso l’Erasmus.

Agli Arrivi trovai un piccolo comitato di benvenuto per studenti: mi scambiarono per una della loro università. Così rimediai un passaggio senza capire cosa stesse succedendo.

Quando uscii dall’Aeroport del Prat di Barcellona, di anni ne avevo 27 e avevo fatto credere ai miei di avere già l’ostello prenotato. Invece presi un taxi (ignoravo l’esistenza dell’Aerobus) e mi feci portare alla stazione di Sants, da cui mi dedicai alla ricerca di ostelli.

Scrivo questo per dire che si parte sempre un po’ alla ventura, ma prima di farlo, secondo me, è meglio disporre di almeno uno dei seguenti requisiti:

  • un gruzzoletto per permettersi di non dormire sotto i ponti intanto che si cerca casa e lavoro (e non scattate col “grazie ar c…”, che non sapete in quanti si vantino di essere partiti con 150 euro);
  • la consapevolezza che, a partire senza progetti precisi, si potrebbe tornare a casa dopo pochi mesi (e la capacità di sopportarlo);
  • facoltativo ma importante: non essere troppo arrabbiati con l’Italia. L’incazzatura ci sta, l’odio profondo porta con sé un problema: scoprire che la rabbia è costante, sono i suoi bersagli a cambiare. Per chi ne è affetto, passare dal detestare gli italiani a fare lo stesso coi catalani è un attimo.

La questione è che, nel confronto Italia-estero, la prima gioca in svantaggio per un unico, fondamentale dettaglio: è una sola, o così crede qualcuno. Mentre l’estero, come idea astratta, ha l’unico grande vantaggio di non essere Italia.

È quindi quel luogo paradisiaco, vagamente mitologico, in cui finalmente potremo realizzarci, dire addio a raccomandazioni e familismo amorale e trovare la felicità. Lo dicono i giornali, parlandoci delle “nostre eccellenze” e sorvolando spesso su chi a 10 anni dalla partenza fa ancora lavori poco specializzati, e vive in stanze in affitto (che ci sta, se i suoi obiettivi erano quelli, ma erano quelli?).

Il problema principale di questa non-Italia? Quando finalmente diventa un posto, un indirizzo a cui bussare per una stanza, una fila in un Commissariato sempre difficile da contattare, si scopre che, contrariamente ai pronostici, viverci non è facile.

Specie se il posto che abbiamo scelto ha più del 30% di disoccupazione giovanile, e magari è una città dove l’affitto medio costa ormai intorno agli 800 euro mensili.

Io non so se chiamarlo selezione naturale, espressione positivista che non amo, il fenomeno per cui gente arrivata a settembre a Barcellona approfitta delle vacanze natalizie per tornarsene in Italia senza far troppo rumore. Credo sia una triste realtà che possa toccare a tutti. Ma soprattutto alle seguenti categorie:

  • ventenne indeciso se partire per Londra, Berlino o Barcellona, che scrive su pagine d’italiani all’estero per chiedere “se c’è lavoro anche per lui, che non parla la lingua locale”;
  • trentenne deluso da Londra e a caccia di sole, ma non di stipendi bassi a fronte di affitti sempre più alti. Si meraviglierà di tre fenomeni per lui inspiegabili: l’inglese qui non compensa l’assoluta ignoranza dello spagnolo; lo spagnolo non è l’italiano con le “s” alla fine; il catalano non è un dialetto;
  • coppia giovane che s’informa sulla vita all’estero solo dopo la partenza. Fuitina 2.0? No, “voglia di mettersi in gioco”. In un posto in cui solo per prendere il NIE ci metti due settimane quando ti va bene. Per fortuna quelli con figli al seguito tendono a informarsi prima un po’;
  • coppia matura che pensa di cambiar vita, ma invece d’investire il gruzzoletto accumulato in anni di lavoro malpagato viene con gli stessi piani del ventenne di cui sopra, e trent’anni di differenza: lavoretto malpagato per “imparare la lingua”. Tra i due profili, indovinate quale assumano;
  • professionista della gastronomia: quando gli spieghi che il prodotto ultralocale che vorrebbe esportare viene già servito almeno in due forni e tre pasticcerie, spiega che però il suo è “artigianale”. Sicuramente gli italiani in loco aspetteranno di assaggiarlo, per cambiare negozio, e gli autoctoni noteranno la differenza;
  • arrabbiato col mondo (vedi sopra): ci sarà sempre un paese migliore di quello in cui si trova ora. Se è in Italia anela alla Spagna, se è in Spagna alla Germania. Però, quando si rivolge a un avvocato per farsi dare una buonuscita più congrua (chissà perché lo licenziano così frequentemente) scopre che, guarda un po’, gli avvocati si pagano. Anche alla prima consulenza. Paese di parassiti, dirà sperperando il sussidio di disoccupazione, quella volta che sia riuscito a resistere abbastanza nello stesso posto per ottenerlo.

Menzione a parte per chi risponde a distanza a un annuncio per cameriere o lavapiatti, senza ancora aver fatto neanche il biglietto aereo. E spiega pure che “Se gli fanno una buona offerta lascia l’Italia e parte”. Non si capisce se quest’offerta gli debba venire prima o dopo che si faccia la fila davanti all’annuncio “cercasi”, esposto cinque minuti fa fuori al locale.

Quindi il mio non è, come può sembrare, un invito a non partire. È un invito ad accompagnare lo “Stay hungry, stay foolish” a frasi un po’ più utili per evitare pure lo “Stay sotto un ponte”.

Partite pure, se volete “mettervi in gioco”, sapendo da prima quali difficoltà troverete e giungendo alla conclusione che non vi fermeranno.

Altrimenti succede sempre la stessa storia:

Così ognuno fugge se stesso, ma a questi di certo, come accade,

non riesce a sfuggire e, suo malgrado, vi resta attaccato e lo odia,

poiché malato non afferra la causa del male.

E se proprio dovete fuggire da voi stessi, almeno fatelo in un posto in cui una stanza stia sotto i 400 euro!