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La protagonista indiretta di tutta la faccenda

No, non del karma, ma di Karma, la mascotte filiforme dei video nella metro di Barcellona, che allungando le braccia snodate dà lezioni di educazione civica ai passeggeri. Il concetto gioca con la pronuncia identica, in catalano, della parola “karma” e del nome “Carme” (Carmela), e il messaggio è: comportati bene – anche in metro – e la vita ti premierà.

Ne parlavamo ieri, domenica, nel confronto finale del gruppo di scrittura, e la nuova venuta ci ascoltava perplessa.

Noi, per la verità, eravamo perplessi da lei. Si era presentata troppo presto per le due ore di scrittura silenziosa, e troppo tardi per l’ormai noto angolo dell’esercizio (aveva pure tentato di accaparrarsi il nostro guru, per “parlargli un momento”, ma quello le aveva chiesto di aspettare la fine della dettatura e mi aveva lanciato uno sguardo sorpreso).

Arrivato il suo turno di confrontarsi sulle due ore di scrittura, la signora dal portamento elegante e dal sorriso gentile, le rughe addolcite da una cascata di capelli tinti di biondo, aveva spiegato con accento misterioso che parlare in inglese non era il suo forte, e che non aveva capito bene la finalità del gruppo: era lì solo per chiederci se conoscessimo “an editor“, per il suo romanzo.

Al che io, fidandomi incauta dei suoi… false friends, mi ero offerta di fornirle un contatto.

Ricostruisco a beneficio vostro quello che è successo dopo.

Visto che stentiamo a capirci, e lei ha problemi di vista col cellulare, acconsento a seguirla nel bar più vicino – i tavolini all’aperto della snobissima Fábrica Moritz – per verificare bene cosa cerchi in realtà: un editore, con la “e” alla fine. E dire che la confusione tra editor e publisher (editore, appunto) era segnalata perfino nel manualetto d’istruzioni per la mia tesi di laurea! La signora a sua discolpa può dire di essere iraniana, di parlare un francese perfetto e di scrivere in ottimo spagnolo, tant’è vero che il suo mini-manoscritto, parte del lavoro finale della sua scuola d’arte, è stato distribuito in molte copie su richiesta della commissione. E si dice grata dell’incontro “miracoloso” con me: l’universo – o in questo caso, si diceva, il karma – le porta sempre cose incredibili!

Io non provo a contraddirla, anche se da un po’ riabbraccio un approccio scettico verso la sincronicità junghiana: le coincidenze sono davvero tali, ma se il cervello le nota, magari, è perché gli possono essere utili. Piuttosto mi permetto di dirle che, più di quel suo grazioso libercolo di undici pagine, mi sembra interessante la sua autobiografia, che pure ha scritto, di donna fuggita sia da Khomeini che, soprattutto, da un marito indesiderato: le consiglio quindi di contattare comunque l’editor che conosco, specificando che lavora per una casa editrice che non nomino anche a voi, ma che sarebbe l’equivalente spagnola della Mondadori.

A quel nome s’inchina perfino il karma, o Karma, o chi per loro, perché il nostro vicino di tavolo – un incrocio tra Sick Boy e Billy Idol, con davanti uno sciampagnino frizzante – ci interrompe. Il nome che ci offre non suona affatto familiare alle nostre orecchie straniere, così deve spiegarsi meglio: è un cadetto della famiglia che controlla la casa editrice. È come se fosse un figlio minore di Paolo Berlusconi, tanto per capirci. La mia accompagnatrice è ancora più sorpresa dei doni dell’universo.

Per la verità, il tipo ci ha prese per aspiranti venditrici di libri porta a porta, o qualcosa del genere, e vuole segnalarci che quel tipo d’impiego è un mezzo imbroglio – infatti ce lo descrive come una sorta di schema piramidale. Quando preciso che no, si parlava di manoscritti, l’altro s’informa sul nome del contatto che ho con la casa editrice: ah, sì, la conosce, una tipa molto in gamba, una vera scopritrice di talenti. Buon per me allora, aggiunge: se il mio libro “funziona”, la pubblicazione è certa! E io lì a precisare che ho incontrato quella persona in altri ambienti: magari pubblicassero me, gli squali di “casa” sua!

Ma il tipo non vuole sentire ragioni e, intanto che distribuisce tabacco e cartine a dei passanti che gliene chiedono, parla a manetta: per lui sono solo affari, i manoscritti manco se li fila, gli interessa solo quanto possa guadagnarci. Parla così tanto che dimentica anche di bere, e a un certo punto ci fa notare che gli è sparito il calice mezzo pieno che aveva davanti: io penso a uno dei numerosi passanti, mentre il cameriere sembra ricordare che gliel’ha sottratto un collega, e gliene porta un altro. Intanto il “derubato” fornisce dettagli curiosi sul processo di selezione dei manoscritti: storie di commissioni nazionali ed estere, percentuali di guadagno… La signora è scioccata, io so che le case editrici so’ così e quindi, dopo un’oretta di conversazione surreale, me ne vado per fatti miei: sono divertita dalle circostanze ma non mi piace parlare con quel tipo, e ho già spiegato tutto quello che dovevo alla mia nuova amica, che invece rimane lì a chiacchierare.

Qualche ora dopo, mando un messaggio veloce all’aspirante scrittrice per assicurarmi che vada tutto bene, senza lanciarmi in osservazioni sullo sconosciuto per timore che sia ancora in sua compagnia: mi arriva in risposta un pippone dalla sintassi precaria, in cui lei mi annuncia che il giovane rampollo le presenterà mezzo mondo. Ok, rispondo, buon per lei: in quel momento l’ipotesi più probabile per me è che il tipo sia reduce da una sbronza o da un surplus di acidi, e che si dimenticherà di lei al momento stesso di lasciare il bar. Certo, se lui le ha dato il suo numero tentar non nuoce, dico alla signora quando mi chiama per scusarsi del messaggio (scopro che l’ha scritto per scherzo il ragazzo stesso): lei, al contrario di me, ha apprezzato la conversazione, dunque non vedo troppe controindicazioni se si presenta a un eventuale appuntamento in pieno giorno, e accompagnata, e dopo aver verificato che il luogo in questione sia davvero una sede della casa editrice. In fondo, la sua storia è molto più “vendibile” delle mie. Rifiuto però l’ipotesi di andare con lei.

Attenzione, perché i problemi arrivano adesso.

Io, nel bar più fighetto di Sant Antoni, posso incontrare anche Jason Momoa sbronzo che si vanta di essere Khal Drogo (ah ah ah). Posso perfino – e qui altro che karma, vado a piedi a Pompei – ottenere il suo numero, nella speranza che, chiamandolo, si ricordi di me.

Fin lì non è del tutto implausibile, ed è pure un buon aneddoto. Il problema sorge se dopo è Jason stesso a chiamarmi, anzi, a martellarmi senza ritegno.

In effetti, mentre mi appresto finalmente a cenare – in tutto quel casino non ho neanche pranzato – mi arriva un WhatsApp della signora che mi informa che il tizio l’ha contattata di nuovo, con messaggi insistenti: le sta chiedendo in tono sempre più aggressivo di dargli il mio numero.

A questo punto divento Super Saiyan, e faccio azzeccare gli spaghetti mentre, al telefono, cerco di convincere la mia gentile interlocutrice che: stando così le cose il tizio può essere un truffatore, o uno stalker; nella migliore delle ipotesi è chi dice di essere, ma ha evidenti problemi di varia natura, e non è comunque attendibile; siccome afferma di conoscere la mia amica editor, meglio chiedere riscontri a lei. In ogni caso, insisto, le conviene restare in contatto con uno zotico che quasi la minaccia? Per fortuna lei, che scrive per hobby e come la sottoscritta non vuole mica pubblicare “a qualunque costo”, si dichiara d’accordo con me.

Questa storia al momento finisce qui: l’amica editor è in vacanza, e quando la gente di qua va in vacanza butta più o meno il cellulare nel cesso. Non so se la signora abbia bloccato il numero del tipo o abbia almeno disattivato le notifiche, come le consigliavo.

Lungi da me penetrare i misteri del karma, o di Karma, ma continuo a sospettare che certe coincidenze abbiano spiegazioni molto chiare: a parte l’insondabilità dell’animo umano, questa è una città complicata, ve lo dico spesso.

E come tante città complicate, attira ogni tipo di disagio: da quello “acido” del milionario che si degna di conversare con due sconosciute al bar, ai mezzucci a cui ricorre un tipo che si vede aumentare l’affitto a dismisura mentre, magari, vive sul serio di lavoretti. Che possono essere precari quanto quello da cui, all’inizio della conversazione, il nostro “facoltoso amico” cercava di metterci in guardia: un impiego che sembrava conoscere benissimo, e magari ti consente l’accesso a informazioni reali su una casa editrice di cui puoi addirittura arrivare a fingerti erede.

Beh, almeno ringrazio per quel consiglio lì.

E ringrazio l’universo – o “la ciorta”, preferisco – per non aver bisogno né di soldi, né del numero di una sconosciuta, né di diversioni per sopravvivere a una vita da “bella e dannata”.

Insomma, a conti fatti, non so come mi comporto io col karma, ma almeno lui (o lei) si comporta bene con me.

 

(Aggiornamento: l’amica editor mi conferma via mail che non ha mai sentito parlare di questo individuo…)

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Viva i pompieri: fidatevi anche se non capite lo spagnolo!

 

Cantamañanas: è l’insulto più bello che abbia visto rivolgere a Pedro Sánchez. Persona irresponsabile, indegna di fiducia.

Ho scoperto il termine in un commento nella pagina barcellonese di Mediterranea, sotto a quest’articolo da cui, a beneficio di chi ha ancora bisogno di eroi in salsa brava, mi permetto di citare uno stralcio:

In altre parole, secondo [la vicepresidente spagnola] Calvo, Open Arms sta infrangendo la legge «a cui siamo tutti sottoposti» giacché la Spagna «è uno stato di diritto». Dimenticando che il codice della navigazione prevede espressamente l’obbligo di salvataggio dei naufraghi. La vicepresidente ha quindi confermato che all’arrivo in Spagna il governo, attraverso la Direzione generale della marina mercantile (che dipende dal ministero spagnolo dei trasporti), potrebbe multare la ong catalana per ben 900mila euro. Il che equivale a distruggere l’associazione, che vive di donazioni e aiuti. E di fatto, allineando completamente il governo spagnolo alla posizione di Toninelli e Salvini.

Il commento migliore a dichiarazioni del genere è stato quello di Oscar Camps di Open Arms: “Non so se parla lei, o Salvini è ventriloquo”. Che mi sembra una provocazione sublime, anche, e lo dico per chi ha dubbi sul mansplaining, se a dirla è un uomo a una donna.

Quello che non può dire un uomo a una donna è quanto questa debba far dimenticare all’elettorato di avere un bel corpo, anzi, di avercelo proprio, se vuole “giocare ad armi pari” (che poi, “donna” e “armi pari” nella stessa frase mi suscitano un sorriso che diventerebbe sghignazzo se fossi nera).

Ma, intanto che si risolveva tutto il casino dell’Open Arms e continuava l’odissea dell’Ocean Viking, l’Italia se ne stava un po’ a misurare i centimetri del bikini di un’ex ministra e un po’ a fare meme divertenti sulla crisi di governo, mentre l’Open Arms, finalmente lontano dai riflettori, entrava indisturbata nel porto di Lampedusa.

Stamattina mi sono alzata con un’idea balzana, stropicciata dal sonno: e se non li cacassimo proprio più, i migranti? Se i giornali si dimenticassero di loro, se invece di pensarci andassimo da questi a dire: “Ciccio, e i bilanci da approvare? I 49 milioni?”, oppure “Guapo, e il ‘commissariamento‘ della Catalogna? E i tagli?”. All’improvviso salvare vite non diventerebbe uno strumento indegno di lotta politica per afferrarsi alle poltrone, e cominceremmo a capire che, stato di diritto o no, se fossimo noi in mezzo al mare vorremmo essere salvati, e, pensate un po’, avremmo pure la legge dalla nostra parte.

Un momento! Era una provogazzione, ok? Più che altro un brutto risveglio.

Sì che dobbiamo parlarne, del razzismo mosso dalla paura mossa dalla crisi (come se il razzismo avesse bisogno di moventi). Però se dicessimo, tipo, non è questo il punto?

Che cazzo, ci sono migliaia di leoni da tastiera che ogni giorno mettono bene in chiaro che quello dei migranti non è un problema nostro, di noi che ce ne stiamo a discutere all’asciutto, ma non abbiamo un lavoro fisso o dei figli che ce l’abbiano. E allora ascoltiamoli: perché non guardiamo ai problemi che ci riguardano davvero?

La domanda sia piuttosto: questi qui del Governo, in un anno, che diavolo hanno fatto? E non è una domanda retorica. Di tutto quello che hanno fatto, cosa ce ne viene in tasca a noi?

Brucio dalla curiosità di scoprirlo. E in questo momento, mi sa, non sono l’unica a bruciare.

(Ho sentito questa versione di Aquarela do Brasil, cioè “Brasil nanananananana”, dopo aver letto il capitolo sul Brasile di Inhuman Bondage, libro sulla storia della schiavitù. Da allora mi commuovo ogni volta che l’ascolto.)

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Foto di Francesco Gentico dalla pagina Facebook di Open Arms Italia

Ricordo quando ho rigirato a un amico sardo l’invito a una conferenza storica su Alghero (un pallino di certi indipendentisti di qua), ma ero anche la presidentessa di AltraItalia. Mezz’ora dopo ero taggata in un post su Facebook con la domanda: perché a parlare di Alghero invitano “gli altritaliani”, e non le associazioni sarde? In realtà l’invito mi era stato trasmesso dal mio gruppo di ricerca, l’associazione non c’entrava niente.

Ricordo anche quando, stavolta con AI, abbiamo organizzato una serata per il terremoto del centro-Italia (“e allora i terremotati???!1!!!”): un amministratore di una pagina molto seguita ha portato una bottiglia di liquore per contribuire al servizio bar. Commenti a manetta: possibile che una roba con migliaia di utenti se la sia cavata con una bottiglina? In realtà vari membri erano arrivati alla spicciolata con offerte diverse, anche pecuniarie, e il liquore era stato regalato a titolo personale.

Ma è più facile saltare a conclusioni. Lo so, lo faccio.

E lo vedo: è più gratificante, di fronte alla mancanza cronica d’informazioni che possiamo avere nella vita, vedere nessi che non ci sono, girarci in testa un film di cui siamo registi, comparse e spettatori, di solito passivi.

Sta capitando, a fronte della drammatica emergenza di queste ore, sulla pagina di Open Arms: gente che strilla da una tastiera. “Perché non li avete portati in Spagna?!”. “Perché il vostro medico diceva che stavano inguaiati e per l’equipe di Lampedusa hanno al massimo un’otite?”. Là non ci vuole niente a scavare un po’ e ricostruire: non si trattava del “loro medico”, cioè il primo referto non era di Open Arms, ma dei medici dell’Ordine di Malta; il medico responsabile del Poliambulatorio non era sull’isola e la polizia lo vuole sentire quando torna. Quanto alla Spagna: Sánchez non li vuole. Prima dell’articolo apologetico di oggi su Repubblica, quest’informazione su San Sánchez non tanto è passata nel nostro povero paese che ha bisogno di eroi, ma il compañero non è più quello che… “L’Aquarius ce lo teniamo noi“. Adesso ci sono il PP e i fasci di Vox, e la paura di perdere voti: per tre volte dal suo entourage è stato negato un abboccamento con Oscar Camps di Open Arms. Prima della svolta a Minorca, l’offerta di prendere “solo parte delle persone a bordo” era arrivata tipo quattro giorni fa, senza risolvere, come intuirete, la situazione.

Qualcuno mi dirà: ma che gliene frega a quelli che vomitano odio su Facebook. Sono rimasti fregati dalla crisi, dalla vita, condannati al precariato eterno per loro e/o i loro figli. Le promesse fatte loro dall’infanzia, che l’abbiano trascorsa ai tempi del boom o a quelli del pane e Nutella, sono state spazzate via da un sistema economico di merda. Allora è venuto uno, ha detto che la soluzione in tutto questo erano i migranti, e…

E, come si diceva, è facile saltare a conclusioni.

Continuo a pensare che dare un messaggio positivo sia la chiave per sperare di vincere qualcosa, invece di fare leva su paure che, poi, cambiano spesso.

Intanto mi hanno consigliato questo gruppo: l’idea è sgamare bufale e confutarle. Da quel che leggo mi pare interessante, ed è un’operazione che si può fare anche senza hashtag.

Vi lascio con questo articolo di Miquel Molina su La Vanguardia, che vi traduco perché ha una proposta interessante sul concetto di buonismo:

Non fu prima del 2017 che la Real Academia Española accettò il termine buonismo, definito come “atteggiamento di chi davanti ai conflitti sminuisce la loro gravità, cede con benevolenza o agisce con eccessiva tolleranza”. Si certificava così l’uso dispregiativo di una parola coniata da colonnisti conservatori e destinata a riprendere la sinistra e le ONG.

Ha fatto allusione a quella il politico di destra Matteo Salvini, ministro italiano degli Interni, nel suo tweet di risposta alla “sindaca buonista di Barcellona”. La sindaca, Ada Colau, aveva tuittato poco prima su “la crudeltà” che comportava mantenere alla deriva per due settimane 134 migranti a bordo dell’Open Arms (ieri si è dato il permesso di sbarcare a 27 minori). Salvini si è affrettato a polemizzare con la sindaca barcellonese perché ha visto l’opportunità di accentuare il suo profilo autoritario. È lo stesso profilo che lo ha portato a vietare lo sbarco senza dare ascolto ai giudici né alla UE, e malgrado la situazione a bordo sia diventata insostenibile. Al di là di quello che pensi ciascuno sulla politica pro-immigrazione dei comuni di sinistra – accusati di creare aspettative infondate – persone di tutte le posizioni politiche esigono che si metta fine al tormento vissuto sulla nave. Il clamore non proviene solo dalla sinistra. Però Salvini cerca di fidelizzare soprattutto i suoi elettori più estremisti. 

Quelli che usano il termine buonista come arma brandiscono come antonimi le parole rigore, disciplina o fermezza. Ne hanno il diritto. Ma bisognerebbe pensare a un altro modo di dire il contrario di buonista: magari bisognerebbe iniziare a parlare del buonismo di Trump con i suprematisti bianchi, del buonismo dei mandanti dell’Est con gli omofobi, o del buonismo di Salvini con quelli che credono che chiudere gli occhi davanti al dramma dell’Open Arms aiuti a vivere in un paese migliore. 

 

MUCEM. La mia parte preferita di Marsiglia, dopo quella delle foto precedenti!

Per esempio paragono spesso le città a Napoli, per vedere quanto ci mettono ad arrivarci!

Tempo fa una ricevitoria di Barcellona proponeva: “Giocati il numero che hai sognato!”. Ci siamo quasi, ho pensato, adesso si tratta solo di capire che non è necessario sognarsi proprio il numero: basta ricavare un numero dal sogno!

A Marsiglia, invece, trovavo un sacco di gente seduta fuori alle scale del mio palazzo, e di quelli limitrofi: fantastico! Ora ripetete l’operazione, ma portandovi dietro una sedia e facendo capannello.

Scherzi a parte, il confronto dell’esercizio creativo di domenica scorsa non era tra città: già, perché durante il mio soggiorno a Marsiglia il club di scrittura ha continuato le operazioni, mentre io seguivo a distanza. Di cosa si trattava? Dopo tutta ‘sta premessa, forse avrete indovinato: di fare paragoni a cazzo di cane!

La consegna, in effetti, era di andare all’appuntamento domenicale con un oggetto importante per noi, che avesse un valore sentimentale notevole, o giù di lì (e io in valigia avevo giusto la camicia da notte estiva di mia nonna). Per i primi cinque minuti avremmo dovuto pensare al solito problema annoso che ci tormentava, e descriverlo per iscritto secondo le cinque W del giornalismo anglosassone, messe anche in ordine sparso: di che si tratta, chi coinvolge, quando, dove e perché. Poi dovevamo fare una lunga pausa, magari prendere un caffè, e tornando a scrivere dovevamo concentrarci sull’oggetto prescelto: per cinque minuti, avremmo dovuto fare una lista di “fatti” sull’oggetto. Cos’è, perché è importante per noi, che ne pensano altri ecc. Ehi, che fate lì impalati? Problema, oggetto e lista subito!

(NB: Uso il condizionale per le consegne sull’esercizio, perché come sapete io le sbaglio, ma mi viene bene lo stesso!)

Una volta ottenuti la descrizione del problema e la lista dell’oggetto, si procedeva al bello del gioco: la comparazione! Sì, con la solita metodologia René Ferretti: si trattava di riprendere gli appunti sul problema e paragonarli con ogni punto della lista relativa all’oggetto. Eeeh? Eh, lo so, come termini di paragone non hanno niente a che vedere! Ma questo è il bello. Si scopre ad esempio che la camicia da notte della nonna è antica ma tiene fresche, e l’idea di una famiglia… Pure è antica, ma fresche fresche proprio non tiene!

Insomma, per quanto siano improbabili i paragoni, vi portano qualcosa di nuovo alla visione del problema? No? Allora cambiate oggetto: per il creatore dell’esercizio si tratta di ripeterlo finché non serve a qualcosa. A me, però, è stato utile da subito, e infatti, nell’ultima parte dell’operazione (“Buttate giù in cinque minuti cosa avete imparato dal paragone di prima”), ho scritto: “In un certo momento della mia vita ho fatto determinati progetti a cui mi sono attaccata come una cozza allo scoglio. Adesso si tratta di vedere in questo momento se ce ne siano altri, più adeguati”. Non farò certo la volpe e l’uva, ma è vero che, quando ci fossilizziamo su un’idea di futuro, ci perdiamo tutti gli stimoli del presente che ci porterebbero altrove.

E come scaturiscono certe riflessioni, direte voi, dal confronto con una camicia da notte?

Beh, proprio perché il confronto è improbabile, ci costringiamo a vedere le cose da una prospettiva del tutto inedita, a cui non saremmo mai arrivati seguendo le vie della logica comune. Ahò, non guardate me: relata refero.

E poi ho trovato l’esercizio uno dei pochi momenti costruttivi in una settimana che mi ha dato un’unica, utilissima informazione: Marsiglia non fa per me. Mi piace sotto molti aspetti, ma, parlando di progetti iniziali che si modificano, la persona che sono diventata ha bisogno sì di un ambiente variegato, ma vuole anche la parvenza di ordine di Barcellona, del suo simulacro di efficienza in salsa mediterranea.

I paragoni a volte sono un mezzo ingrato per accorgerci di certe cose: ad esempio, ci rendiamo conto dell’importanza di una casa, di un lavoro, di una persona, quando i nuovi progetti più glamour che li hanno rimpiazzati non si rivelano altrettanto accoglienti.

È anche vero che tendiamo a idealizzare quello che non abbiamo più, dimenticandoci dei motivi per cui non ce l’abbiamo. Ma tutto è relativo, e dalla comparazione nasce tutto.

A questo punto, darei una chance anche a una vecchia camicia da notte.

 

Giuro che non è la stessa foto dell’altro post!

“Semplice, no?”.

L’idea non mi faceva troppa impressione finché lo dicevo scherzando e senza troppi rimorsi, pensando a un onesto do ut des (vedi coparenting).

Poi ieri un ragazzo caruccio, nel quartiere marsigliese che mi ospita, mi ha prima chiesto una sigaretta, poi una moneta, poi dieci minuti per prendersi un caffè insieme. Allora il pensiero è rimasto lì troppo a lungo perché fingessi di non accorgermene: “Semplice, no?”. Il mio famoso problema come-divento-madre-a-38-anni-da-single, risolto così. Ovvio che mi sono allontanata senza accettare il caffè, ma mi sono fatta schifo da sola comunque, per due motivi: l’immenso potere che aveva lui, quello ancora maggiore che avevo io. Lui aveva quel solo, grande potere: seguirmi senza che sembrasse troppo strano, “Che cosa romantica, anzi!”. E poi farla franca se mi violentava, visto che non credo che la mia resistenza vada al di là della sola vista di un temperino, o del primo cazzotto. Dopo vai a spiegare alla polizia “che ci facevi da sola”, come sei sopravvissuta e perché non hai venduto caro l’onore.

Anzi, sapete che? Se una cosa poteva lasciarmi ben sperare, sul fatto che l’avrebbero creduto colpevole, era quella sbagliata: il ragazzo era arabo. Se sono loro, rubano le nostre donne. Se no… “Esistono anche le denunce falzzze”.

E niente, me ne sono andata verso il porto meditando su tutti i poteri che invece avevo io, che ero quella bianca, di classe media, ancora per un po’ sotto i quaranta, che conosceva le lingue “che contavano” e poteva permettersi di decidere a chi fare l’elemosina e a chi no.

Una volta sul molo ho risposto fiduciosa al saluto di un altro ragazzo, nerissimo, che mi si è seduto accanto: come immaginavo, dopo quella gentilezza si è immerso nella sua musica e si è fatto i fatti suoi. Nella mia esperienza francese, “assediare donne” è un privilegio per uomini bianchi, o appena un po’ scuri.

La cosa sarebbe andata liscia se non fosse stato per Nonna Abelarda, qui coi capelli velati, che cercava la foto perfetta in cui immortalare un Soldino armato di spada al neon blu. Per riprendere bene il porto, l’indomita signora prima ha fatto spostare me, poi mi ha fatto chiedere lo stesso al ragazzo che ascoltava musica, infine mi ha sbolognato il cellulare e si è messa in posa col nipote, salvo poi obbligarmi a ripetere lo scatto: il tempo che l’importuno battello si allontanasse sullo sfondo, lasciandola al suo Pulitzer per la fotografia.

Risultato: io e l’altro poveretto importunato ci siamo messi a scherzare in inglese (lui non riteneva il mio francese abbastanza buono…) sul surrealismo di tutta quella scena, e tra una chiacchiera e l’altra siamo passati a parlare di Marsiglia e Barcellona, della mia famiglia, e della sua: tre sorelle, che per vivere intrecciano i capelli delle turiste al porto di Marsiglia. Di fronte alla necessità, si diceva, l’appropriazione culturale passa in secondo piano.

Il ragazzo si lamentava del fatto che avesse degli amici ipocriti, anche con le fidanzate: sparavano un sacco di palle e andavano con chi volevano. Lui cercava una persona seria, a Dio piacendo, e non gli piaceva mentire. Vi confesso una mia colpa tremenda: decido spesso di concedermi il lusso della fiducia nell’umanità. Con tutte le diffidenze e precauzioni del caso, ma me lo concedo. Gli ho dunque spiegato che, per quanto mi riguarda, sto benissimo da sola, e al massimo lascerei la solitudine per una prospettiva di famiglia. Qualsiasi “via di mezzo” non m’interessa, per quanto amici più o meno filo-femministi o comunisti mi diano il consiglio, comune in realtà ai peggio maschi alfa, di non rivelarlo subito a eventuali uomini che mi piacciano. Il “Se no scappano” è il messaggio sottinteso di questi benintenzionati, che non capiscono una cosa: è proprio dagli uomini che scappano – che scappano dai miei desideri, almeno – che preservo la mia sacra solitudine.

Il mio interlocutore, in ogni caso, non aveva nessuna intenzione di squagliarsela: ascoltato tutto questo, si è offerto come aspirante compagno di vita, posto che la nostra conoscenza ci avesse portato a scoprire di “andare d’accordo” e, soprattutto, “trattarci bene”, che era un po’ la sua massima aspirazione: mi sono ricordata quando, a vent’anni, prendevo in giro i testi scarni di certa musica nera del ‘900, che si risolvevano in una trafila di “He treats me kind“, “I’ll treat you right“. E che era, il “buonasera” come fine ultimo nella vita?!

Scherzi a parte, con Romeo lì già cominciavo a cadere in preda al nervosismo, e a pensare a un modo di tagliare la corda io, stavolta! Per la verità temevo l’inseguimento, visto che sulla strada per il porto avevo incrociato per ben tre volte un garzone di fruttivendolo che mi aveva provato a parlare fuori al suo negozio, qualche incrocio più su. Confidando ancora in un commiato tranquillo, ho spiegato al ragazzo del porto che in tre giorni me ne sarei andata pure, e non m’interessavano i rapporti a distanza.

Ci credereste? Aveva la soluzione anche per questo: veniva a vivere a casa mia a Barcellona! Si spostava lui, “per me”, perché chi non risica… E lui era disposto a “rischiare la vita”. In che senso, ho chiesto. Mi è sembrato esitare un po’: nel senso, ovviamente, che lasciava la sua vita marsigliese per vedere se con me avrebbe funzionato… Lo ammetto: da borghese cinica e dotata del passaporto “giusto” ho cominciato a chiedermi come stesse messo lui a documenti, memore com’ero dell’unica, ormai celebre, dichiarazione di matrimonio che abbia mai avuto: “Vuoi sposarmi? Ti do cinquemila euro” (era il mio ex pako, sempre in difficoltà con il visto spagnolo). Il marsigliese, comunque, era disposto a portarmi in quello stesso istante dalla sorella “parrucchiera” – quella delle trecce – perché mi sincerassi delle sue intenzioni.

No, mi spiace, l’inizio di una relazione non lo vedo così, gli ho risposto, e mi sono alzata. Dopo il legittimo sospetto sulla disperazione di chi facesse una proposta simile, mi sono chiesta quanta ne dovessero avere quelle che accettavano, e se corressi mai il rischio di raggiungere quel livello, man mano che la prospettiva di una famiglia da libro Cuore si allontanasse sempre di più.

Come temevo, l’aspirante compagno di vita mi ha seguita, ma solo per dirmi “un’ultima cosa”: magari, a parlarci su Instagram avremmo almeno approfondito la conoscenza… Ok, ho pensato, se il mio Instagram mi salva da questa situazione sgradevole, e sia.

Adesso, credetemi, la spiegazione cinica non basta. Siamo d’accordo sul fatto che attrazione e desiderio c’entrassero poco con le profferte che ho ricevuto, ma ho letto abbastanza sul rapporto tra amore e cultura, e soprattutto ho conosciuto abbastanza persone di mezzo mondo, da sapere che il mero calcolo non spiega tutto tutto. In Crítica del pensamiento amoroso, Mari Luz Esteban parla di una coppia mista che, a quanto pare, si è messa insieme per motivi pratici, e l’amore era solo un accessorio che è spuntato dopo, con criteri molto diversi da quelli che vediamo in un film di Hollywood. Esteban cita anche l’autrice  di noir Ingrid Noll: parlando con un’europea, una donna cinese di umilissime origini spiega che è sul punto di sposare un tedesco “per amore della sua vasca da bagno”. Traduco la fine della lunga citazione:

E tu parli d’amore! Di noi due, una ama un uomo, e un’altra, una vasca da bagno. In Cina, i matrimoni sono sempre stati unioni di convenienza. Nel mio caso, lui ottiene sesso esotico e io, la vasca da bagno: è uno scambio equo. Però tu poni la questione al tuo compagno in modo molto diverso: tu ottieni tutto il sesso che vuoi… E lui, per giunta, ti pulisce la vasca da bagno.

Adesso, come intuirete se seguite il blog da un po’, scatta l’aneddoto personale. Un ragazzo ivoriano che ho conosciuto secoli fa, e mi voleva semplicemente portare a letto, mi ha sgamata sui social anni dopo, a documenti ottenuti, in preda a non so che crisi nostalgica che gli portava a rimpiangere quando, a comportarsi meglio, avrebbe potuto avermi (cioè, mai?). Così, senza promesse di raggiungermi né niente. No, il cinismo non sempre spiega tutto.

Resta da chiedersi chi, tra me e questo ragazzo del porto, sia più malato di romanticismo: lui, che trova che “lasciare tutto per seguire una tizia conosciuta una sera” sia un’ipotesi possibile, e magari in realtà non aveva niente da perdere. Oppure io, che penso ancora che per “costruire qualcosa” ci voglia chissà che slancio, che premessa solida, rispetto a un semplice accordo estemporaneo tra individui senzienti.

Ma, come sospettavo fin dall’incontro iniziale col mendicante-provolone – quello che voleva prima una sigaretta, poi un caffè da prendere insieme – l’idealizzazione amorosa è costruita apposta per edulcorare uno scambio d’interessi, che Virginie Despentes, nel consigliatissimo King Kong Théorie, smaschera e rinnega in due righe che pure traduco: “Ho sempre saputo che avrei lavorato, che non sarei stata obbligata a sopportare la compagnia di un uomo che pagasse il mio affitto”.

Quando uno schema così semplice si rompe, quando, tra crisi economiche e non, diventa poco chiaro chi paghi l’affitto di chi, non sai neanche tu qual è la vittima, e quale il carnefice, e in quali momenti siamo entrambe le cose.

Il capitolo da cui ho preso la citazione di Despentes s’intitola: “Je t’encule ou tu m’encules?”.

Coincidenza? A questo punto, io non credo proprio.

 

 “Stessa spiaggia, stesso mare”!

Solo che in spiaggia non ci vado, e no, ancora non ho visto i calanchi. Le città le visito con la metodologia René Ferretti, come sa bene chi mi rincorreva disperato con una cartina in mano, la prima volta che mi sono persa tra i vicoli di Barcellona.

Marsiglia è il secondo anno che la vedo da sola, stavolta in una vacanza fine a se stessa, senza altre tappe né motivi diversi da quello di conoscerla un po’ meglio. Ho già scoperto che – spoiler – non farebbe per me neanche se mi venisse sul serio l’idea di lasciare Barcellona, in cui resto non per passione, ma per inerzia: alla fine sto bene, perché andar via.

Tante cose vanno avanti così, e non capisco tanto chi preferisce la passione alla tranquillità, non in questo momento della mia vita. Se si possono conciliare, bene, se no tranquillità for ever.

Però Marsiglia ha un altro vantaggio: ero qui esattamente un anno fa, nel momento più fatidico della mia vita adulta, zeppo di tutti i cambiamenti possibili, nel bene e nel male.

Quelle vacanze dovevano essere eclettiche e affollate, e si sono rivelate solitarie a metà percorso. Dovevano essere una sorta di quiete prima della tempesta, e invece ecco arrivare fin dall’inizio i primi tuoni: anche in senso letterale, durante il mio piovoso soggiorno a Roma!

Un anno dopo sono qui a raccontarlo, e posso raccontare un’altra cosa: niente di quello che prevedevo per me “da lì a un anno” è successo, nel bene e nel male. Almeno, non è successo come me lo immaginavo. Le svolte risolutive non si sono confermate tali, gli errori commessi non si sono rivelati madornali…

Questo sì: resta in piedi il progetto. La rotta che avevo intrapreso era quella giusta, l’unico problema quando si fanno progetti è accettare che non si possono mai prevedere tutti i fattori in gioco, neanche a essere proprio Mago Mariano.

Nell’acquisto di una casa non si possono prevedere certi intoppi burocratici che, come si dice a Napoli, “ciaccano e ammierecano”, cioè ti complicano questioni che credevi semplicissime, mentre ne risolvono altre che ti assillavano.

In un lavoro complicato come quello di scrivere, non si può fare una diagnosi sulla salute mentale di chi si muove in quel mondo, anche se è facile prevedere che non sarà altissima.

Infine, nelle relazioni di qualsiasi tipo, la fregatura è che, quando c’è una crisi, ogni minima decisione (incontrarsi o meno, parlare prima o dopo, chiedere quei soldi o scordarseli) può avere conseguenze irrevocabili, e allora i piani lasciano il tempo che trovano e si procede sempre un po’ a tentoni. Anche quando si hanno ben chiari i propri desideri, e le cose che siamo disposti o meno a tollerare (che in questi casi, però, slittano sempre verso soglie inaspettate).

Tra eccessi di analisi e banalità assortite, forse l’unica grande soluzione è anche la più ovvia: se abbiamo in testa un percorso che ci convince, seguiamo quello, ma prepariamoci a sorprenderci, nel bene e nel male. Anche i viaggi organizzati al millimetro avranno sempre qualche fattore che sfugga al controllo.

Ma questi sono consigli miei, anche un po’ banali: seguiteli solo se vi “risuonano” nei corpi già abbronzati (come vi schifo!) e sudati almeno quanto il mio.

Altrimenti, se c’è una cosa che ho imparato in quest’anno, è: non seguire i consigli. Non fraintendetemi, ascoltarli è importante, specie se ci fidiamo di chi ce li dà, che magari ha anche assistito da vicino al problema che vuole aiutarci a risolvere. Però una cosa è osservare, e un’altra sentire, anche quando sembra che da soli non riusciamo a cavare un ragno dal buco (e povero ragnetto, meno male!). In questioni personali, la soluzione meno idiota che viene in mente a noi è quasi sempre meglio di una super-intelligente, escogitata da chi non è nei nostri panni.

Non so voi ma d’ora in avanti, almeno gli errori, li voglio fare da sola.

 

Image result for desert island L’altra volta spiegavo che un esercizio del gruppo di scrittura mi aveva cambiato la vita.

Lo facciamo insieme? E dai!

Prendete un problema che vi sta assillando da un po’. (Non barate: uno solo!)

Immaginate di avere tutte le risorse possibili, cioè di essere Dio coi soldi di Amancio Ortega, e scrivete tutte tutte le soluzioni che vi possano venire in mente, anche le più dispendiose, o strampalate, o decisamente impossibili.

Fatto? E sbrigatevi, avete quattro minuti! Ok, adesso, della bella lista che avete, scremate le idee, ma da una prospettiva possibilista: cioè, questa parte l’ho capita poco (tra breve scoprirete il perché), ma si tratta di prendere la lista e analizzarla dal punto di vista di chi ha risorse e possibilità, ma non proprio quelle dei due personaggi di cui sopra. Ok, avete scremato un po’ le opzioni?

Adesso demolitele! Cioè analizzate le proposte ancora in piedi come se foste Brontolo dei Sette Nani, o il Leopardi “pessimista cosmico” che ci vendevano a scuola. Finito?

In teoria, da una gamma enorme di soluzioni, vi sono rimaste giusto le più solide e fattibili. Grandioso, eh?

Ebbene, io quest’esercizio l’ho sbagliato: l’ho fatto al contrario. Ho invertito la parte possibilista con quella scettica, e non ci stavo capendo più niente. Di buono c’è che mi è servita lo stesso.

La prima parte, soprattutto, è stata esilarante, proprio perché avevo già scandagliato da tempo le opzioni “logiche” per essere madre, una volta rimasta single a 38 anni. Così, nella nuova veste “onnipotente”, non mi restava che tirar fuori ipotesi tipo:

  • Partenogenesi (sì, arrivo tardi, anche se non è detta l’ultima parola!).
  • Andare su un’isola deserta dove la priorità sia sopravvivere a base di noci di cocco, e radici dal curioso colore giallo fluo.
  • Diventare la zia del barrio come certe pakistane del Raval, e offrire babysitteraggio (gratis) a quaranta bambini alla volta: così mi passa la voglia.
  • Pubblicare un best-seller (ci sto lavorando!) su quanto la società ci faccia pressione fin da piccole perché ci identifichiamo come madri, e farmi tanti di quei soldi da avere la stessa via privilegiata all’adozione di Madonna.

Il commento del prof. a tutto questo è stato serafico: “A volte devi pensare a qualcosa di stupido, per pensare a qualcosa d’intelligente”.

E comunque alla fine è andata bene lo stesso, perché sono giunta alla seguente conclusione: potrei dedicarmi alla ricerca di una vita così completa e soddisfacente, che mi permetta di essere felice anche se i progetti a cui tengo non si dovessero realizzare. Una vita così sarebbe un gioiello in sé.

“E ci voleva ‘sta scemenza per grafomani?”, chiederete. A me sì, vabbuo’?

E poi l’esercizio è valido per tante cose! Prendete la tizia che a quanto pare ha ricevuto un pugno dal suo capo di movimento: o meglio, prendete i commenti all’episodio. Un tizio su Facebook sosteneva che non si trattava per forza di violenza di genere, ma di una litigata “tra amici”, e visto che i rapporti umani sono fatti prima di tutto “di persone” bisognava capire cosa effettivamente si fossero detti i due contendenti. Tutto questo mi fa pensare che in Italia più che altrove (ed è una bella gara!) ci perdiamo un dettaglio: non siamo “tutti uguali”, o “prima di tutto persone”, come amano scrivere tanti. Ed è pericoloso formulare giudizi a partire da un mondo perfetto, invece che farlo dal mondo che abbiamo.

Forse è un effetto collaterale di aver fatto passare tutti i diritti civili attraverso un discorso marxista del tipo “una volta risolta la lotta di classe si risolvono anche i problemi di donne, minoranze etniche ecc.” (e il fatto che l’omosessualità sia stata a lungo un “ecc.” pure la dice lunga). Fatto sta che mio padre settantenne e un certo ventiquattrenne dei movimenti torinesi hanno la stessa idea del “piropo callejero“, cioè dei fischi e dei commenti alle donne in strada: episodi di “maleducazione”. Forse perché sono situazioni che ai due personaggi in questione non limitano la mobilità e la percezione di sicurezza, e non lo faranno mai nella vita.

Per colmare il gap, ho proposto almeno a mio padre di guardare la terza stagione di Dear White People (allerta spoiler!): nel secondo episodio, un’alunna dalla pelle di latte porta all’aitante professore nero un muffin, dolcetto dal nome molto simile al suo, e specifica che è “bello caldo”, che lui ha la “giusta prestanza” per consumarlo, e che può fare “quello che vuole” dell’offerta. E le battute alla Pierino lasciano il tempo che trovano, perché non si tratta di farti la tua alunna, è la tua alunna a credersi “in diritto” di farsi te.

Io dieci anni fa sfottevo l’amico gay che non voleva entrare da Nennella ai Quartieri, timoroso del classico “applauso a ‘stu ricchione!” proposto spesso nella trattoria. Sì, ogni tanto sfottevano pure le donne: ma se per me il leggendario Ciro poteva dirmi quello che voleva, non avevo il diritto d’imporre la mia posizione privilegiata di eterosessuale ad altri.

E cosa c’entra con tutto questo il mio supergioco, vi chiederete. Beh, lo sto applicando a questo problema della cecità ai privilegi e sono alla prima parte, quella “onnipotente”. Mi aiutare a escludere ipotesi?

“Per risolvere la cecità ai rapporti di potere in Italia si può:

  • Diventare tutti Platinette, ma nera e senza soldi.
  • Trasferire il papa in un posto non meglio identificato in Lapponia.
  • Trasferire il fan club di Salvini sulla zattera della Medusa, e vedere come se la cavano con i banchi di sabbia al largo della Mauritania.
  • Renderci conto che la società in cui viviamo non ci rende individui neutrali, che i privilegi che abbiamo o non abbiamo sono influenzati da genere, classe e provenienza geografica.
  • Affondare l’Italia e farci un Acquapark“.

Ancora devo decidere qual è l’ipotesi più assurda, ma ricordate cosa dice il guru degli esercizi: a volte bisogna pensare a qualcosa di stupido, per uscircene con un’idea intelligente.

A giudicare da quanto leggo sui social, a ‘sto giro potrebbero pure darci il Nobel.