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Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!

Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.

No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.

In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.

“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.

A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).

Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.

Ma sì, “vita giovane” è una possibile descrizione: bar a poca distanza, discoteche o taxi a un tiro di schioppo, senza contare la dddroga (anche se gli spacciatori sulla Rambla con me si sono arresi). Ma fa la vita giovane, chi come me si ritrova in un’idea standard di gioventù che non cercava, né desiderava?

Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.

La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.

Perché, sì, discuto spesso e a volte litigo con gente allergica al concetto di settle down, asentarse, sistemarsi, comunque lo chiamiate: anche a me non è mai piaciuto, ma ho la sensazione che adesso faccia figo vivere piuttosto come se fosse l’ultimo giorno, come suggerisce un fortunato consiglio di Jim Morrison, mentre io andrei più per il concetto di truva’ pace, di Eduardo De Filippo. Che non significa fare la mia vita da nonna, che si ricorda che è sabato solo perché vede più gente in strada. Ma farsi un’idea di ciò che si vuole: se coincide con quello che vuole tanta altra gente, forse è meglio così, magari è un po” più facile. Altrimenti oh, va bene uguale!

Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).

Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.

Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.

Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.

Per citare la Treccani: ma anche no.

Ne riparleremo.

Ricapitolando: sabato i No-Vax erano fuori alla Cattedrale, i cantaores di flamenco erano fuori a un vascio, e io ero al TG.

Un sabato qualunque, un sabato catalano.

Soprattutto, c’era il Napoli al Camp Nou, ma giocava a porte chiuse.

Andiamo con ordine. No-Vax fuori alla Cattedrale: immaginatemi attraversare di pomeriggio questa folla di persone senza mascherina, azzeccate tra loro con la colla, che chiedevano a gran voce Libertad. Uh, indipendentisti a babordo, ho pensato lì per lì. Ma no, la piccola folla non esibiva bandiere, e invocare la libertà in spagnolo non è certo una consuetudine indepe. C’erano giusto due cartelli, e lì ho cominciato a capire: uno diceva “la salute è dentro di noi” (… solo che è sbagliata, mi sarebbe venuto da aggiungere con la penna che avevo in borsa) e “vogliono venderci il vaccino“. Quale? A questo stadio (chiedo sul serio) non ci staranno ancora morendo su centinaia di coniglietti?

Mi sono allontanata in fretta per non prendere nessuno a capate in bocca, e sono finita alla Barceloneta. Dio, no, il flamenco no, ho pensato mentre mi inoltravo in un vicolo e riconoscevo i primi, ehm, ululati tipici di quello stile canoro. È che nei quartieri turistici questa musica rischia di diventare una baracconata senza fine: uno spettacolo troppo caro, specie se scopriamo quanto del prezzo del biglietto vada davvero al complesso musicale. Una pantomima improvvisata a uso e consumo di gente di passaggio che, per qualche oscuro motivo, finisce per associarla al reggaeton e al sombrero messicano.

Macché, mi sono dovuta correggere subito: a suonare ci pensavano tre tizi seduti davanti a quello che a Napoli si chiamerebbe un vascio e che qui, più o meno, si pronuncia uguale. Un appartamento al piano terra, insomma. I due seduti ai lati erano più giovani, uno suonava il cajón. Quello al centro era più anziano e rantolava deliziosamente in versi cadenzati, raccontando non so che dramma a beneficio di due ragazze appostate a loro volta davanti al vascio di fronte (un amico che vive a Granada sostiene che i cantaores esperti ricaverebbero poesia anche da un paio di lacci rotti). Mi sono fermata ad ascoltare, sicura che le mie zampe di gallina tradissero il sorrisone che facevo sotto la mascherina di colore azzurro (ci torneremo). Poi ho cacciato tra i denti un pudico, pacato “olé”: si fa come in Italia, solo che la “l” è un po’ più gutturale, e la “e” finale, almeno in Catalogna, mi suona quasi come una schwa.

Bello vedere gente che si riunisca a cantare flamenco così, perché le gira, ed è bello non dover ribadire che il flamenco non è tipico di queste altitudini, che è roba di giù: spiegatelo all’immigrazione andalusa, e al popolo gitano che l’ha ballato a lungo in queste strade che sono terribilmente vicine al Somorrostro di Carme Amaya.

Ma dicevo della mascherina azzurra: sembrava fatto apposta, ma le mascherine me le hanno sempre passate inquilino e coinquilino. Tutte azzurre. E indossando una delle più fluo, quella mattina ero finita fuori al Camp Nou, a straparlare del Napoli a beneficio di un giornalista del TG2, in compagnia del proprietario del Bar Blau (letteralmente, il Bar Azzurro): Diego parlava davvero di calcio, io invece ricordavo il trofeo Gamper di nove anni fa, e il meraviglioso gol di Cavani che ci aveva fatti volare dalle sedie, pochi secondi prima che lo annullassero.

Allora avevo le idee confuse sulla mia identità: tifavo pure un po’ Barça (ma mi è passata) e mi stavo per prendere il D di catalano, ai tempi il certificato di livello più alto se non ti occupavi di Filologia. Adesso mi sto scordando qualsiasi lingua io abbia mai parlato, soprattutto il catalano (ma solo perché sono asociale) e ho capito finalmente cosa sono: panpolide, che suona come un piatto di tapas e invece è tipo apolide, ma in versione hipster. Alessandro Barbero sostiene qui che la Catalogna carolingia fosse già più europea del resto della penisola iberica. Da qualche altra parte ho letto invece che buona parte del Sud Italia avrebbe più cose in comune con il resto del Mediterraneo che con il Nord.  Sono subcontinenti a parte? Boh, comunque bene così. Io mi sento tutte queste terre nelle vene, nei ricordi, e anche nelle zampe di gallina di cui sopra, che mi sono fatta sorridendo “troppo” (secondo un vicino pakistano del Raval) in tutti i miei spostamenti, tra Inghilterra e Sicilia. E mi piace così.

In televisione hanno tagliato la stragrande maggioranza delle minchiate che ho detto, in quello che potrebbe essere l’unico caso recente di donna messa a tacere perché davvero non capiva niente dell’argomento in questione: il calcio. Che volete. Prima di queste giocatrici, che ci hanno tolto gli schiaffi da faccia, ho trovato spesso divertente come le donne delle mie zone fossero in qualche modo escluse da una parte importante della propria cultura: tifose anche più sfrenate degli uomini, senza mai la possibilità di diventare “come Maradona” (oggi “come Messi”, se proprio ci tengono!) e a volte senza aver  mai dato un calcio al Super Santos. Con l’amico che mi aveva messo in contatto col giornalista del TG, e che era con noi al Camp Nou a registrare l’intervista, ci divertivamo della nostra incapacità di riconoscere i tre giocatori su cinque dei manifesti che sovrastavano gli ingressi: “però due sono boni”, commentava l’amico, che ha una bellissima bambina col compagno. Oh, a una certa si può scegliere cosa assimilare della propria cultura e cosa no.

Al ritorno in motorino con Diego del Blau, che andava piano perché avvertiva la mia presa angosciata alle sue spalle, riflettevamo sui locali che non aprivano più, messi in ginocchio dalla quarantena o troppo specializzati in turismo per sopravvivere a “incidenti di percorso” come una pandemia. Diego, che a quanto ho capito vive in un appartamentino al di sopra del suo bar, è stato bravo e lungimirante a diventare un abitante in più della zona: quello che parla catalano, propone piatti del giorno italo-catalani, e organizza in prima persona la festa del quartiere. Non è un obbligo fare così, e io, ribadisco, sono la prima asociale. Ma quella sera stessa, proprio nel Blau, mentre il Napoli portava a casa almeno un gol, Alessandro del Napoli Fan Club di Barcellona spiegava allo stesso giornalista che avevo incontrato quella mattina che a Barcellona e dintorni c’era un’incredibile presenza di gente di Napoli, e negozi napoletani. Aiuterebbe un sacco diventare una realtà del quartiere invece di un’enclave, di un negozio che vende pizzette lievitate male o arancini surgelati, e il giorno dopo magari ha già ceduto l’attività, come fanno sul serio alcuni sensali della comunità italiana.

Certo, questo non salva dalla bancarotta. Però aiuta assai, o almeno così mi sono detta sabato sera in un Bar Blau che era finanche affollato, nei limiti consentiti dalle misure di sicurezza.

E gli Squallor, subito messi su da Diego a partita finita, erano là a confermarmi che quella di mischiarci tra noi è proprio la strada giusta.

 

Qui il secondo servizio:

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4f62ad24-fafa-4634-a676-1ce558730d65.html?fbclid=IwAR0MfyZefjWBWEe4HvUgBJUzUDJIs8W8wujERUXOZ2grXaUi5GNxXuFCPy0

Qui, scusate, momento mandolino:

 

 

 

 

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La vita è un carcadè (mod. con VSCO)

Ho comprato delle verdure dalla parrucchiera cinese, per poterla pagare un po’ di più.

Verdure liofilizzate intendo, in una bustina da sciogliere in acqua bollente (e la mia imbonitrice cinese mi ha fatto vedere gli ideogrammi che indicavano l’acqua bollente). Servono a fare colazione e “avere una pelle come la sua” (quella della parrucchiera, dico, e se mai dovessi arrivare a cinquantacinque anni non mi dispiacerebbe proprio, avere l’incarnato così).

Devo anche capire perché io, in quanto donna, per tagliarmi i capelli paghi automaticamente di più di un tizio che magari ha la capa a samurai, come la chiamo io, con la chioma più fluente della mia. Mettessero un sovrapprezzo sulla lunghezza e non sul genere, magari. Qualcuno già lo fa.

In ogni caso, la parrucchiera cinese si prende l’esatta metà della mitica hair stylist ‘mericana, per fare comunque un ottimo lavoro e a soli dieci minuti da casa mia, senza necessità di prendere appuntamento come avviene per la collega del Far West californiano: certo, la stilista cinese non avrà un pc come la ‘mericana, da cui cercare su Google Images l’attrice a cui vorrei rassomigliare almeno nel taglio (campa cavallo!), ma “fa questo lavoro da venticinque anni”, come dichiara orgogliosa, e si vede. All’inizio della pandemia, quando si credeva che gli untori venissero dalla Cina, ogni volta che le veniva da tossire la poveretta correva sul retro del negozio. Poi la sua saracinesca restò abbassata all’improvviso, intorno al 12 marzo: comunque, lo stesso giorno di tutti gli altri locali cinesi in zona. Fu lì che capii che i miei, che erano in visita, avrebbero sudato sette camicie per ritornare in Italia.

Temevo che a non ritornare al lavoro sarebbe stata proprio lei, la parrucchiera cinese: e invece eccola lì tre mesi dopo, con le sue chiacchiere sulla figlia che studia all’università di Barcellona. Sono molti anni di sacrifici, signora mia.

In ogni caso, la signora è tra le poche persone che non sembrano preoccuparsi troppo di come andranno le cose. All’inizio della crisi ho dovuto tradurre in catalano,  a beneficio di un nuovo arrivato napoletano che non ci capiva niente, il messaggio con cui l’azienda lo spediva in cassa integrazione.

Più internazionale per antonomasia, la mia vecchia agenzia interinale per insegnanti ha mandato al suo personale una mail in due lingue: faremo tagli, preparatevi.

C’è questa sospensione generale da recessione, qui, che si riflette forse nell’aggressività che circola tra disoccupati presenti e/o futuri. Allora è rissa sfiorata tra il quarantenne locale che va a correre con i compagni d’azienda e l’immigrato africano stanziato al Parc de la Ciutadella (“La gente litiga per le scemenze” mi spiega serafico un collega di quest’ultimo). Ma è aumentata anche l’eterna tensione che percepisco in certe zone del quartiere di Sant Pere: parchetti dove, domenica scorsa, un papà catalano e una mamma latina insultavano la ciclista che sfrecciava troppo vicina ai loro figli (lei per tutta risposta aveva accelerato, mandando baci volanti ai due aggressori verbali). In questi campetti o spazi per giostrine, alcuni ragazzi di seconda generazione fanno gruppo, si squadrano tra capannelli, e a volte… “Non andate da quella parte” ci annunciava ieri un marocchino seduto tranquillo a una panchina individuale “si stanno picchiando”. Nel mio amato Raval vabbè, ci sono i narcopisos, quindi le risse fanno parte del passaggio.

Episodi isolati, magari, ma forse è vero che c’è un’elettricità nell’aria.

Le attese uccidono: specie se sono attese di una sentenza (sul nostro lavoro, sulla nostra vita) che non pronunceremo noi, e che non possiamo cambiare. Non nell’immediato.

Qualcosa si muove anche negli annunci di case in affitto: tra gli speculatori, c’è chi sta in modalità “prendi i soldi e scappa”, e tenta il colpaccio aumentando i prezzi invece di diminuirli (oppure la cifra è esagerata proprio perché si è già pronti a trattare). C’è invece l’amica che ancora non spiccica una parola di spagnolo e si è precipitata ad affittarsi un buco che all’improvviso vale meno di 1000 euro, rimanendo poi senza soldi per comprarsi i mobili (“Devo ancora restituirti la sedia!”): nel suo palazzo di loculi per turisti riconvertiti in tutta fretta sono tutti nelle stesse condizioni. Poi l’amica trasecola quando le spiego che gli appartamenti turistici del Poble-Sec si stanno riconvertendo in abitazioni per soggiorni a medio termine: prezzi “affabili” e contratti di massimo undici mesi, hai visto mai che si risolve il pasticcio e si possa lucrare come prima. “Solo novecento euro per due stanze?” l’amica quando lo sente fa gli occhi a cuoricino: al che mi devo chiedere quanto stia spendendo lei per quest’imperdibile offerta senza mobili per cui, tra l’agenzia immobiliare strozzina e una caparra ai limiti dell’illegalità, ha dovuto prendere in ostaggio la mia sedia, o avrebbe mangiato per terra.

Ah, ma se la può tenere, la sedia: io passo le mie giornate sul letto. Ho preso due vassoi IKEA di quelli per la colazione. Su uno sistemo il pc, che sto lavorando a tre manoscritti da sistemare, mentre sull’altro, quando davvero non me ne terrà di alzarmi, piazzerò una di quelle colazioni che, tra una sorsata di carcadè fatto in casa e un assaggino di cuzzetiello, mi durano tutta la giornata (e salutatemi la prova costume).

Qua aspettiamo. L’estate c’è, c’è il sole, e la possibilità di un mare da viversi senza mascherina. Ma cos’altro c’è all’orizzonte, oltre la linea di ombrelloni fittati da chiringuitos privati sulla spiaggia pubblica?

Mi sa che lo scopriremo insieme, gente. Mi ripeterò, ma solo insieme si combina qualcosa di buono.

Tipo resistere.

 

 

 

El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.

 

In qualche momento del lontano 1983, mia madre mi faceva assaggiare la mia prima pastina.

Ben trentasette anni dopo, in un’operazione cui mia madre reagirebbe con un minuto di silenzio e un sorriso rassegnato, ho realizzato una delle schifezze del secolo: la pasta alla frutta! Attenzione, però: gli spaghetti che ho condito con una salsa fredda di nettarine non erano neanche di grano. Erano fatti con farina di legumi.

E no, non c’entra la mia filosofia alimentare falzza. Vedete, io sono quella che con un termine tecnico si potrebbe considerare la schifezza dei vegani: per chi fosse bilingue, la scumma. Detesto la frutta, non mangio insalata, e provate a mettermi davanti una di quelle Buddha Bowl, ovvero dieci euro di erbette schiaffate in una scodella senza mischiare: provateci e, come diceva una mia illustre compaesana, ve faccio chiagnere senza mazzate.

Però inso’, potevo mai mangiare solo schifezze? Allora mi sono ricordata: 1) dell’amico chef che mi consigliava la maionese alla mela verde (nella versione vegetale, la mela è ottima da usare al posto dell’uovo!); 2) di quella volta che con la famigliola andammo a mangiare in un prestigioso hotel casertano, e ci vedemmo presentare un conto stratosferico per delle pennette alla mela (mi sa che questa se la ricorda pure mio padre…). Dunque, ho preso la più classica delle componenti della mia vita, il mio matrimonio eterno e incondizionato con la pastasciutta, e l’ho decostruita giuuusto un pochetto. Mangerò più spesso roba del genere, così come mi faccio “il pesto” (un saluto per chi mi segue da Genova!) sostituendo il basilico con rucola, spinaci e perfino cetrioli, sempre che l’ex compagno di quarantena non ci aggiunga più la cannella: questo è troppo anche per me.

Non vi ho ancora dato il voltastomaco? Complimenti! È che sono così stanca della “procedura corretta”, del modo corretto di fare le cose, che sono sul punto di fare una follia: provare la pizza stile newyorchese (aprite il link solo lontano dai pasti)! In fondo, una volta che avrò lasciato sulla soglia del ristorante il mio concetto di pizza, cosa ci sarà di male ad avere opzioni vegane al di là della marinara? Ssst, non dite niente, vi prego: sto provando a convincermene io per prima!

È che tutta ‘sta correttezza mi ha stufato sia nelle scemenze, che nelle questioni importanti: mi stufano le crociate antiasterisco per la grammatica italiana, condotte da gente che magari scrive pultroppo, propio e qual’è. Mi stufa che si difenda l‘italianità solo quando si tratta di unirsi contro chi approda adesso, oppure di non considerare connazionale chi lo è da sempre. Dico io, se si arriva a intralciare pure una robetta minima come lo jus culturae

E non vi preoccupate, che mi stufa pure l’idea di politicamente corretto: ma solo perché è uno spauracchio usato da gente della mia età che a vent’anni si credeva kattivissima e kontrokorrente perché diceva ricchione e handicappato, e adesso teme “di essere fraintesa” (leggi: “di essere capita benissimo”). Mi dispiace, raga’, è che non faceva ridere neanche allora: ho provato pure a dirvelo più volte, ma confesso che alla fine non mi andava di morire vergine ed eremita (peccato). E se cominciamo da adesso a metterci sulla difensiva perché stiamo invecchiando, date un po’ un’occhiata alla galassia boomer e desiderate di non finire così.

Lo so, mi potreste far notare che oggi va di moda “rompere” le regole e divorziare dalla correttezza ufficiale, in un tripudio poliamoroso di derive pop: ma avete notato che questo si verifica solo quando non fa male, quando non cambia davvero le cose?

Ieri, nella Barceloneta dei pochi, sparuti turisti, una ragazza francese abbinava all’afro e agli occhiali da sole una mascherina indipendentista, e il telo del Barça, ma io non avevo occhi che per un milanese seduto a un tavolino all’aperto, che teneva banco tra amici in visita. Argomento: Barcellona. Se io, da napoletana, ho la sensazione di vivere in una sorta di Milano col mare, il milanese mi rendeva pan per focaccia spiegando: “Barcellona è come Napoli, ma una Napoli diversa…”. E abbassando la voce si portava l’indice sotto l’occhio destro, in quel gesto che Jerry Calà avrebbe accompagnato con un “Ocio!”.

Mi sono rifiutata di ascoltare oltre, poi ho deciso che il ragazzo fosse in fondo intelligente. Dunque, avrà proseguito nell’unico modo possibile: “Barcellona è come Napoli, solo che qui ti scippano tre volte tanto”.

Corretto!

 

(Va da sé che, per la salsetta alle pesche, ho usato latte di cocco.)

Mescladis - Picture of Espai Mescladis, Barcelona - Tripadvisor

Scorcio del Mescladís

Che fossero chiusi i locali, l’ho saputo solo una volta sul tetto.

O meglio, sul terrazzo condominiale: ci sono finita sabato scorso, in una bella serata con la brezza giusta, e con la gradita presenza dell’ex compagno di quarantena. “Hai visto?” mi ha fatto “i bar de copas e le discoteche resteranno chiusi per quindici giorni“.

Male, ma pensavamo peggio: non era la paventata quarantena bis che ci doveva tenere di nuovo reclusi come a marzo, ma col caldo di agosto. Non lo era ancora, almeno.

Così era meglio restarcene lì sul terrazzo: vinello lui, bibita gassata io, tanto per accompagnare. Rimpiangevo il tè all’ibiscus (o carcadè), con retrogusto menta, che avevo scoperto due ore prima al Mescladís: un bar gestito, tra gli altri, da giovanissimi migranti marocchini. Non sarebbe stato l’unico rimpianto della serata: non avrei dovuto accogliere l’invito del mio accompagnatore a utilizzare le sedie spaiate dimenticate lì in terrazzo. Avrei dovuto fidarmi del principio insegnatomi da mammà: “Quello che non è tuo, non si tocca” (… a meno che non ti sia precluso per i motivi sbagliati, aggiungo adesso come postilla).

Insomma, neanche il tempo di dire “Come si sta bene”, che la poltroncina di tela su cui sedevo è crollata sotto il mio culo post-quarantena, che a sua volta è piombato a terra, trasformandomi in una specie di lumaca rovesciata. Per completare lo sketch, nell’operazione mi è pure crollata addosso l’acqua piovana accumulata tra sedile e schienale: seduta com’ero sul bordo, non l’avevo notata nell’oscurità, e checché ne diciate scommetto che ha contribuito un po’ al collasso. Va da sé che quello è stato lo spettacolo principale della serata, anche se la voce che intonava canzoni di Manu Chao (che cliché!) da un balcone vicino pure aveva il suo perché, con tanto di chitarrina di accompagnamento.

Si sa, con i bar chiusi bisogna arrangiarsi, intanto che Sánchez tratta con l’Inghilterra per scongiurare la quarantena da ritorno all’esercito di ubriaconi che gentrifica Ibiza e distrugge Benidorm. Perché non mi sono accorta di niente, io? Perché non ho notato che le strade erano più cupe e meno incasinate, a parte qualche botellón?

Semplice: perché io, il sabato sera, non esco. Non capisco bene che sfizio ci sia a sopportare la folla, i cocktail annacquati, le pizze fatte presto e male. Anche quando ho avuto un lavoro d’ufficio, oppure ho insegnato italiano in quattro posti diversi, ho preferito sempre uscire a metà settimana e tornare a casa presto. Sarà la mia tolleranza all’alcol degna di una bambina alle elementari, ma ho già spiegato altrove quanto abbia trovato squallide, dopo un po’, le serate di bisboccia barcellonese, con “amici” che si facevano vivi solo al momento di bere e studentelli che avevano una ragazza diversa per ogni locale, quindi ti offrivano al compagno di bevute dopo una breve trattativa nel cesso del bar (campa cavallo).

Adesso, so che una cosa è accodarsi all’esercito degli ubriaconi del Gótico, e un’altra è la scena mezza hipster mezza impegnata del Makinavaja: ma sul serio, gente, mai come in questi giorni ho avuto due conferme.

Una è che gli allarmismi stile “O tempora! O mores!” (ma va bene pure “Mala tempora currunt”) lasciano il tempo che trovano, perché sul serio non capisco neanche coi disegnini come la “seratina Netflix” sia peggio di vomitare in Plaça Reial, o rischiare di andarci vicino. Già che ci siamo, confesso che trovo un po’ triste il commento “Sei economica!”, che mi fanno in diverse lingue quando spiego che mi ubriaco subito. Se vi piace bere, perfetto, ma davvero la gente ha bisogno di birre su birre per sfrenarsi un po’? Sono sicura di no.

L’altra conferma che ho avuto è: la nostalgia di casa che sperimenta chi vive “fuori contesto” è un po’ esagerata. Ok, parlo per me, e sì, magari a forzare la mano avrei potuto ottenere una libertà simile anche nel mio luogo di nascita. Ma sarebbe stato più complicato sfidare dinamiche familiari e sociali consolidate da decenni di esistenza. Mi riferisco alla suprema libertà di crearsi un proprio stile di vita, abitudini proprie, un uso meno condizionato del proprio tempo, senza rischiare per forza di passare per “l’amica asociale”, oppure quella eccentrica, oppure la pecora nera che non chiama zio Guidobaldo per il graffietto da potatura e zia Marozia per l’onomastico (e, in tal caso, avrebbe un alibi di ferro!). Che le si accetti o meno, si tratta di fare i conti con le regole non scritte che sembrano sempre “cosa ‘e niente“, ma quando si accumulano tutte insieme rompono assai: i tacchi ai matrimoni, le tinture pastello “permesse” soltanto sotto i trenta, il cappuccino solo a colazione, la TV che “comunque ci vuole”, e l’eterno “mi devo comprare qualcosa da mettere” che ricorre più o meno ogni estate.

Le piccole cose sono quelle che più fanno la differenza, perché sono il migliore indicatore dell’aria che tira.

Quindi, che dirvi? Voglio tutto! Quest’estate la quarantena mi tiene lontana dalla mia famiglia “per la prima volta in dodici anni”, come si lamenta mio padre al telefono. Ma passerà anche questo, e prenderò ancora un aereo (anche per presentare il libro!). Allora mi godrò il lungomare, gli aperitivi, le passeggiate per una Napoli che cambia a vista d’occhio. Mi godrò la certezza di trovare sempre qualcosa che mi piaccia in un bar, invece del tristo cola fanta tónica zumo de naranja piña melocotón che tocca da queste parti a chi non tanto apprezza il concetto di Estrella Damm. Allora finisco a lottare con le neo-coppiette Tinder in fila al Mescladis per sedermi a prendere un succo d’ibiscus. Anche dopo tutti questi anni a Barcellona, quello marocchino resta un Mediterraneo che riconosco, specie nella versione trapiantata: fatto di sorrisi fin troppo rapidi e favori reciproci, e donne disposte come la zia Marozia di cui sopra a sbuffare per ore davanti ai vapori di una pentola, alle feste comandate (ma sta cambiando e cambierà ancora, e sì, per me è meglio così). Certo, quello che sorseggio al Mescladís rimane un Mediterraneo senza troppo basilico, ma perlomeno fa un uso smodato di menta!

E quella, assaporata (mettiamo) un sabato sera, mentre avvisti tra le antenne l’occasionale cometa, vale tutte le sedie sfondate del mondo.

 

 

 

Amazon.com: L'hora violeta (Catalan Edition) eBook: Roig ...

Prima ho visto il pane. Giallorosso, basso e schiacciato: una coca. La coca de Sant Jordi, esposta nella vetrina di un brutto panificio: di quelli che non si concedono variazioni sul tema di ciò che potrebbe vendere di più, in un determinato giorno.

Poi ho intravisto le bancarelle fuori alla cartoleria fighetta.

Dio, ieri era Sant Jordi e sono uscita di casa in allegria.

Ovvio che non era davvero Sant Jordi, che San Giorgio si festeggia ancora in aprile: ma, per ovvi motivi, avevano posticipato la festa di tre mesi. In ogni caso lo so, l’ansia da bancarelle affollate e ambulanti di rose non me la prescrive il dottore. Sarà che il mio primo Sant Jordi lo passai immersa in un elaborato trasloco che prevedeva un paio di attraversamenti della Rambla… Avevo poi imparato ad amare la festa del libro, il San Valentino di qua: a bancarelle smontate, ridevo perfino un po’ delle famiglie catalane che attraversavano terrorizzate la Rambla del Raval, tra hippie di ritorno e passanti in kaffetano, alla ricerca della maledetta metro Paral·lel!

Ieri invece toccava fare il mio dovere: sono andata alla vicina libreria delle donne, specializzata in autrici. È un posto bellissimo, con una caratteristica che non cambia mai: la cassiera di turno è troppo occupata a sconfiggere il patriarcato per ricordarsi anche di farti pagare i tuoi libri. In fondo, le donne hanno meno accesso al capitale economico, no? Cioè, la commessa può anche cercarti il prezzo su quella specie di Atari vintage, mentre chiacchiera con una cliente che ha già pagato, ma ci metterà comunque quel paio di minuti a dirti quanto le devi: a rivelartelo, più che altro, perché ‘sta cosa di mettere il cartellino del prezzo ai libri è sopravvalutata.

Risultato: pago venti euro per Montserrat Roig. L’hora violeta: l’ora “viola” in cui le sue protagoniste trasformano i loro fallimenti con gli uomini in un momento di risveglio, di libertà. Bene così, le librerie hanno bisogno di sostegno e la copertina è stupenda, come lo è Montse Roig. Non capisco perché non approdi in Italia, terra che, quando si ricorda di leggere, apprezza le autrici francesi tutte introspezione e niente trama: al massimo qualche rimembranza di glorie passate e traumi giovanili, perché “la vita è una trama sufficiente”.

Eppure stavolta ha vinto lei, Montse: questo Sant Jordi è coinciso davvero con Il tempo delle ciliegie. Un suo… discendente (ma è morta prestissimo) mi mandava cartoline scritte con una grafia un po’ infantile, in frasi disposte a forma di chiocciola: “Se ti va, quando torno…”. Aveva una casa, a Barcellona: una villa proprio, come il ragazzetto che per un po’ mi aveva fatto da amigo con derechos aveva, grazie al padre facoltoso, non so più quante opere di Dalí. È una borghesia catalana che ho sempre, solo sfiorato (a parte l’amigo con derechos!), in un periodo della mia vita in cui finivo per uscire con vicini immigrati e musicisti terroni (o figli di).

Ma Montse Roig valeva tanto oro quanto pesava. Le devo tanto: la mia Pepita di Una via dritta si è ritrovata nella stessa carica sulla Rambla di sua maestà Natàlia Miralpeix: la protagonista di varie opere di Roig, nonché uno dei personaggi dal cognome più sconcertante per una lettrice napoletana (provate a dividerlo un po’). È stato bello scoprire poi che il romanzo appena acquistato si apriva proprio con una lettera di Natàlia all’autrice, quando ho aperto il libro al Parc de la Ciutadella: sullo sfondo, la lite tra un immigrato strafatto e un quarantenne locale in tenuta da jogging (“Sono quelli come te, che…”). E i compagni di entrambi a separare, parlare fitto e bassa voce, cercare di “far ragionare” l’amico: un rito internazionale, perlopiù maschile, che ci dovrebbe rendere meno razzisti e più consapevoli dell’umana idiozia.

Per contrasto ho ripensato ancora alla fila di donne alla cassa della libreria, ai loro capelli bianchi o al caschetto di prammatica che subentra con la mezza età: si conoscevano per nome, forse frequentavano gli stessi collettivi femministi. Avevano le stesse pretese di eleganza un po’ ironica che ho provato a convogliare nelle mise di Mariona (la figlia della Pepita di cui sopra). Confesso che in loro presenza provavo una soggezione di straniera che non è mai entrata “nei giri” (ma quando mai l’ho fatto, e dove?). Allora, mettendomi sulla difensiva, ho finito per pensare: “Maro’, saranno tutte terf!”.

Pregiudizi a parte (ma gli ambienti quelli sono) va bene anche così: il “dovete essere compatte” mi fa tanto raccomandazione dei professori al liceo. Perché mai avremmo dovuto unirci tra studenti, se c’era chi passava il compito e chi faceva assenze strategiche inguaiando gli altri? Non si tratta neanche dell’ognun per sé, ma quest’idea di unirsi a tutti i costi, anche a costo di diventare stronzi uguale, stronze uguale, mi sembra una sciocchezza volta a un fine sbagliato: quello di prevalere, invece di far prevalere la causa in cui si crede.

Ma ho riflettuto abbastanza, per questo Sant Jordi estivo. Speriamo che il prossimo tocchi festeggiarlo prima della raccolta delle ciliegie: tanto, ansia a parte, è già di per sé una delizia.

L'immagine può contenere: 4 persone, tra cui Norma Falconi, persone in piedi e spazio all'aperto

Dalla pagina Facebook di Sindihogar

Quando me lo metto, io, il vestitino simil-seta con motivi indiani? Quel pomeriggio che mi viene il ticchio di passare alla manifestazione Papeles para todas!

Era tardi, ci ho trovato poca gente: latina, africana e asiatica, stufa di dover lottare per un documento legale che permetta di restare a Barcellona senza subire i soprusi di una burocrazia confusionaria, dei datori di lavoro, delle forze dell’ordine. Per la verità, le due guardie urbane in mascherina presenti sul posto se ne stavano in disparte come me mentre gli ultimi rimasti ripiegavano striscioni, si facevano foto, ballavano in modo sublime qualcosa che identificherei come Bangla, ma chissà.

Certo, la mani era finita e, a quanto vedevo, ci si stava un po’ rilassando con la questione distanze di sicurezza: è che a dirla tutta ci sembra un po’ una presa in giro, sudare goccioloni in una mascherina a mezzo metro da un tavolino occupato da turisti americani che mangiano e bevono…

In casa si fanno premonizioni funeste sul sistema che escogiteranno per lasciare a casa noi non turisti (che quindi non consumiamo granché) e permettere alle nuove orde di cacciatori di sangria di proseguire indisturbate la fiesta. Insomma, in quest’immagine distopica ci diamo il cambio: maggio e giugno erano state una dolce stagione in cui i turisti non si vedevano, e i bambini si erano messi a fare il bagno nella fontana della Plaça Reial, davanti a genitori che brindavano tra loro col vermut portato da casa.

Adesso, magari, i bambini finiranno di nuovo dentro e ricominceranno le grida dei genitori per farli uscire ecc. ecc. in un cerchio senza fine degno di Dark.

Rispetto a marzo sappiamo cosa ci aspetta, e sappiamo (lo sapevamo già) che non era detto che arginasse la situazione: continuiamo a chiederci perché si debba far ricadere sulla popolazione la “responsabilità” di una nuova diffusione del virus quando, dico tra il serio e il faceto, mezzo Stato spagnolo ha perso il lavoro e l’altra metà è in cassa integrazione, e questo virus, a osservare i tavolini all’aperto, sembra contagiare solo chi non consuma.

So che stiamo cercando una difficile quadratura del cerchio tra salute ed economia, ma le manifestanti di ieri erano colf che per sopravvivere alla primavera hanno dovuto fare cassa comune e vendere borsette e bamboline: si sono ritrovate senza né clienti né sussidi statali, visto che per lo stato non esistono (e vorrebbero esistere, ma la strada è tortuosa ai limiti del surreale…).

Allora che si fa? I miei amici partono: vacanze catalane in case affittate a conoscenti, senza sapere quando potranno tornare. Oppure si arrischiano ad andare in Italia, con la Vueling che è tornata a cancellare voli tre settimane prima. Nel caso ventilato di cordone sanitario intorno a Barcellona, l’ex compagno di quarantena mi prospetta scenari che vanno dal rifugiarsi da un’amica a Huesca al farsela a piedi fino alla Francia.

Insomma, qui siamo in una situazione strana: ci prepariamo, non sappiamo ancora a cosa o lo sappiamo benissimo. Ed è più un godersi, in mascherina e a distanza, e con le mani spellate di disinfettante, gli ultimi momenti di sole, di mare, di libertà, un chi vuol esser lieto sia.

Ma lo capisco benissimo.

Quando non c’è nessuna certezza, né del domani né del dopodomani, ciascuno reagisce a modo suo.

 

 

Ho passato tutta la notte a leggere.

Lo scrivo perché fa figo e perché è la verità: in questi giorni di clima incerto e possibili nuovi confinamientos, sentivo prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. Tanto valeva.

Mi sta piacendo molto Jonathan Bazzi, che mi ha fatto scoprire, ahimè tardissimo, Cristina Campo: sto adorando quest’ultima nonostante nel libro che linko ci sia uno sconcertante prologo, il cui autore fa una distinzione tra “scrittrici scrittrici” e “scrittrici scrittori” (ok).

Poi, verso le cinque del mattino, ho attaccato a leggere Gone Girl, con tutti i pregiudizi del caso su un romanzone che temevo fosse un po’ leccato, scritto a uso e consumo del film che non avrebbe tardato a farvi seguito: e invece no, niente, non c’è stata storia. L’autrice plasma in descrizioni spicce ed efficaci una lingua che per me è una seconda pelle, riesce a tenermi incollata alle pagine con una storia sorprendente e allo stesso tempo complessa, piena di risvolti profondi.

Spesso invece, quando leggo in italiano, mi devo sparare un pippone di quattrocento pagine sulle nevrosi del(la) protagonista, in attesa dell’evento esterno (magari una morte) che risolva il romanzo. O mi devo affidare a un giallo scritto bene, pregando di non trovarci troppi cliché su donne e personaggi di altre nazionalità. Datemi il tempo di smentirmi: dopo anni di anglofilia ho ricominciato da poco a leggere nella mia lingua. So che mi sono persa anche belle storie, da sempre. Il fatto è che mi chiedo quante altre storie non approdino neanche in libreria, respinte dalle case editrici per motivi molto diversi dalla loro qualità.

Non sarà anche per il mondo dell’editoria in sé? Se lo chiedeva ieri Roberta Marasco:

Il problema è che non c’è la voglia di leggere. E se è così, la colpa è anche di chi di quella voglia ci campa, che dovrebbe suscitarla, risvegliarla o crearla dal nulla e invece spesso si limita a darla per scontata e a pretendere che ci sia, che esista a priori. Ergo, la colpa è nostra, non dei lettori. Gli ignoranti, se proprio vogliamo trovarne uno, siamo noi che lavoriamo nell’editoria e che ignoriamo come farla nascere e proliferare quella voglia. La voglia di una delle cose più belle e gratificanti del mondo, quasi magica, per il modo in cui ti arricchisce e ti cura, e noi invece di farla venire la facciamo passare.

D’altronde quella editoriale è un’industria che si fonda sulle passioni di chi ci lavora, come ricorda quest’articolo, e che con questa scusa sottopaga la schiera di dipendenti che la mandano avanti: editor, correttori di bozze, lettori professionisti… Più parlo con voi che lavorate nel campo, più mi sento quasi fortunata, nei pur surreali screzi con parte della piccola editoria: quella che ti chiede soldi per i firmacopie ai festival e ti dice bugie sulla quantità di copie vendute.

Se questo è il quadro, afferma un’amica editor che ha il vizio di pagarsi l’affitto con regolarità, si finisce spesso per lavorare male: tu come editore mi dai due, tre euro l’ora? E io ti devo dedicare per forza meno tempo, meno attenzione. Poi vatti a lamentare perché i giovani rifiutano il lavoro. Ci sono “giovani” di quarant’anni che, a furia di accettare lavori pagati una miseria, hanno davanti un futuro che definire incerto è un eufemismo, oltre che un cliché.

Allora che si fa? Ci si organizza. Come questi giovani qui.

Ieri, con un amico, discutevamo dell’idea (un po’ controversa) per cui, se non troviamo la felicità dentro di noi, non la troveremo da nessuna parte. Per me, l’unico modo per non trasformare lo slogan in una trappola per dipendenti da sfruttare è prenderlo come una sfida: sapere chi siamo, sapere che siamo noi a prescindere da quanto possediamo o siamo riusciti a “fare” nella vita. Nella mia esperienza, una volta raggiunta questa consapevolezza siamo anche meno propensi ad accettare che ci trattino come bassa manovalanza, come sa bene chi si mobilita per ribellarsi a condizioni molto peggiori delle nostre.

Ecco, da privilegiata senza un affitto da pagare posso solo immaginare quanta disperazione ci sia dietro le mobilitazioni, i dibattiti interni, i “no” detti a fatica e con la paura del licenziamento: ma prevale il pensiero delle spese, della rata del mutuo, dei tanti anni persi in stage quasi gratuiti.

Non è tutto, però: come ci si aspetta che gente che legge, gente che ai libri si dedica per mestiere perché ha letto tanto, se ne stia anche con le mani in mano mentre la sfruttano?

A questo proposito, e per agganciarmi ad altre lotte a cui tengo, vi lascio con un meme che mi è piaciuto molto:

Poi dice che i libri non migliorano la vita.

 

IMG_20200710_140905_382Cascate male: oggi sono più scema del solito.

Ho un manoscritto da rivedere, a cui tengo: è la storia di un certo signore che conosco, che a un certo punto ha deciso che, se la società prescrive una vita tutta casa e lavoro, lui preferisce la strada.

Ce l’ha fatta almeno in questo, e va avanti e indietro nella società e fuori, con un’irresolutezza che Foucault aveva in qualche modo previsto: non possiamo semplicemente uscire da un sistema che ci prescrive gli stessi termini in cui pensiamo. Perfino la nostra lingua, con i suoi costrutti, ci fa vedere le cose in un certo modo e non in un altro.

È che in questi giorni mi sono interrogata a lungo su cosa determini le nostre decisioni: lo so, domanda oziosa e irrisolvibile. Cosa ci fa volere ciò che vogliamo? Se siete entrati come me nel… tunnel di Dark (ah ah ah) ricorderete la frase di Schopenhauer che prova a dare un senso a quella roba che comprenderò forse giusto nel 2052 (ok, la pianto).

È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.

Questo dove ci lascia? Forse, nel bel mezzo di una pandemia in cui non sappiamo cosa ci toccherà a ottobre? Forse.

Tanto le nostre speranze, quelle che finora ci avevano presentato come la nostra massima aspirazione, erano già state spazzate da una prima crisi economica, insieme a carriere promettenti e cattedre umanistiche. Allora avevamo aggiustato le nostre pretese, avevamo deciso che non fossero indispensabili tutte le cose che i nostri genitori avevano ottenuto più facilmente di noi. In fondo, un posto fisso “era noioso” (sentita davvero da un alunno irlandese), e una famiglia che du’ palle: noi vogliamo essere liberi di girare il mondo, no? Thailandia in sacco a pelo, evviva! C’eravamo fatti andare bene quello che c’era: le tariffe aeree economiche e la manodopera a basso costo, che poi eravamo noi.

Quelli di noi che avevano privilegi economici, o sociali, o di qualsiasi tipo, se ne sono serviti per salvarsi da soli almeno per un po’: entrare nel circolo chiuso grazie alle “conoscenze”; beneficiarsi dei suoceri in loco per figliare anche all’estero, mentre le altre espatriate incinte ripartivano in massa; procurarsi (esempio a caso…) una rendita che consenta di accantonare le ore d’insegnamento a 15 euro lordi per i propri manoscritti da correggere (e onore a chi scrive così bene, svolgendo anche un altro lavoro fondamentale in società).

Insomma, sembravamo avviati a un mondo in cui c’era pure la moratoria sull’età: i quaranta sono i nuovi trenta (occhiolino). E poi?

Poi la pandemia e il nuovo capitombolo.

Un mondo fragile si accartoccia su se stesso, con conseguenze imprevedibili. Perché questo è l’aggettivo giusto: imprevedibile. Non sappiamo cosa succederà. Non so voi ma, con la mia ansia certificata, non sapere è più angosciante che prepararsi al peggio.

Così aspetto con voi, contenta e triste insieme: qualsiasi cosa accada, il mio mondo non ne verrà troppo scosso. I libri restano lì. Quelli letti, quelli scritti, quelli da scrivere.

Ma lo dico sempre: ci salviamo solo insieme.

E allora capiamo una cosa: che questo nostro mondo è interconnesso sul serio. Che se cado io cadi tu, cantava una ai tempi miei.

E allora vediamo di trovare soluzioni, di cambiare stile di vita, di trovare una risposta a ciò che dovremmo sul serio cominciare a chiederci: come ci conviene vivere? Chiediamocelo al di là di ciò che vogliamo, o al di là di ciò che ci è stato insegnato a volere.

Chiediamocelo e a quel punto sì, che cadremo insieme.

Solo che, per fortuna, cadremo in piedi.