Breve storia triste.

Mi arriva l’SMS con le istruzioni per fare il vaccino. Compilo i dati sulla pagina apposita di CatSalut (la sanità pubblica catalana), e scopro che ho due opzioni: vaccinarmi al Cap (cioè l’Asl) di riferimento nella mia zona, oppure andare in un centro di vaccinazione di massa.

Seleziono la prima opzione, e mi si apre il seguente ventaglio di scelte:

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

Cap Raval Nord

(ripetere per venti volte).

Non ci crederete, ma scelgo Cap Raval Nord. A quel punto, un pop-up mi annuncia che non ci sono appuntamenti disponibili. Va bene, reinseriamo tutti i dati e proviamo il centro di vaccinazione di massa… Eccallà: tra i papabili, il più vicino si trova comunque fuori Barcellona, anche se è a portata di metro. Ma no, protesto con la mia sfiga: conosco due autoctone che si sono vaccinate a Plaça Espanya! E che facciamo, figli e figliastri? Ritenterò nei giorni successivi!

Risultato: è scomparsa anche l’opzione a portata di metro. Ora mi toccherebbe il treno, magari uno di quelli pieni di turisti che si scocciano di tenere su la mascherina… Ma le mie amiche si sono vaccinate a Plaça Espanyaaa! È una cospirazione contro di me. È evidente.

Poi, curiosando su Facebook, finisco su un post di “Tedeschi a Barcellona“, scritto in tedesco ovviamente. Dopo tre anni di studi seri e approfonditi (Duolingo), capisco solo “vaccino”, “fuori Barcellona” e “mannaggia la…” (qui non sono sicura di aver afferrato). Allora sono un po’ Kalimeren pure loro, con CatSalut! E io non sono speciale nemmeno nella sfiga.

Finisce che ieri vado a cena con due amici, a orari quasi tedeschi, ma scopriamo che nel locale c’è il piano bar in arabo: allora, quella che doveva essere una cenetta veloce al ristorante libanese si trasforma in un concertone con annessa fumatina di shisha (vedi foto sul mio Instagram), e cliente entusiasta che improvvisa la danza del ventre in jeans.

Torno a casa distrutta dalla shisha, desiderosa di esibire presto anche io il mio penoso shimmy, e incapace di dormire. Dunque, mi metto al pc e… sorpresa! Stavolta, tra le opzioni per il vaccino c’è Plaça Espanya! E l’unico appuntamento papabile è per martedì prossimo. Dov’è il tasto “Certo!”?

E niente, non imparo mai la lezione: pure la sfiga cronica è un lusso. Per accanirsi contro la stessa persona, la vita dovrebbe almeno avere un senso.

E invece si sta come d’estate, sul sito di CatSalut, i non vaccinati.

(In anteprima, la mia prossima coreografia al libanese.)

SandwiChez se une a la revolución barista - Good2b lifestyle Barcelona &  Madrid

Ieri ho deciso di passare una domenica diversa, sopra le righe, una botta di vita: sono andata a prendermi il caffè al bar.

Ovviamente, la domenica che decido io di uscire alle dieci del mattino, si svegliano tutti con la stessa idea. Sarà che i locali notturni, per ovvi motivi, non sono ancora a pieno regime…

Vabbè, a quel punto mi sono spinta un po’ più lontano, e sono tornata sul luogo del delitto. Sarà successo anche a voi, adesso che i vaccini avanzano, di tornare in un posto che amavate prima della pandemia, e non riconoscerlo più.

Il bar in cui trascorrevo le mie domeniche, tra bozze di romanzo ed esercizi psicologici, appartiene a una catena che riesce a farsi odiare più delle altre, pure se è stata la prima a offrirmi un vero e proprio panino vegano: segno che è qui per restare.

Senza il gruppo di scrittura, senza il guru che ci usava come cavie per vedere se gli conveniva studiare psicologia (e sì, ora è in Inghilterra proprio per questo), senza neanche le signore filippine che si incontravano lì con tremila bambini al seguito, il “solito bar” è diventato un locale qualsiasi. Davanti a me c’erano solo due giovanotti al primo appuntamento, uno dei quali chiedeva una cannuccia nel suo ice latte, e commentava qualcosa sui risvoltini dell’altro. Un qualunque bar hipster a Barcellona, insomma.

A quel punto, però, non ho resistito. Intanto che mi preparavano il panino, mi sono allungata nella sala interna, alla ricerca di Xavi.

Mi sa che è arrivato il momento di ricordarvi anche che, ahem, il compagno di quarantena l’ho conosciuto proprio in quel bar. Ma facesse poco lo splendido, perché all’inizio ero indecisa tra lui e questo tipo (Xavi, appunto), che per sua fortuna ignorava le mie mire e somigliava molto alla buonanima di Jarabe de Palo, codino incluso. Di Xavi mi colpiva la gentilezza che era in grado di profondere in quelle due parole che ci scambiavano in spagnolo (ricordate bene questo dettaglio!): per esempio, si accorgeva di quando al nostro gruppo mancavano sedie, e offriva quelle del suo tavolo. Una volta, al contrario dell’hipster di cui sopra, aveva rifiutato apposta la cannuccia in un succo, e io avevo voluto interpretarlo come un gesto ecologista, anche se la cannuccia era già nel bicchiere e alla cameriera non era rimasto che buttarla.

Magari Xavi non voleva una cannuccia, e basta! È facile inventarsi storie su persone e situazioni che non conosciamo. E a volte si verifica l’effetto Sliding Doors: un dettaglio solo, una deviazione dalla storia, che finisce per cambiarci la vita.

Xavi ebbe un momento di fortuna sfacciata, di cui non sarà mai al corrente, quando lo depennai all’istante dalla mia personale lista “Apperò”. Lo incontrai per caso nella Plaça Universitat occupata da giovani studenti, nel solito autunno caldo indipendentista. Passava di lì, mi vide e si avvicinò apposta.

Ai em glad ai hev a cianz tu mit iu” esordì, in un inglese molto precario: felice di conoscerti, finalmente.

Tutt’a un tratto, ero io a non essere più tanto felice. Ma come? Dopo mesi a scambiarci convenevoli in spagnolo, mi parli inglese? Intuirete che, a Barcellona, l’idioma usato è una questione importante, e l’inglese di solito è la lingua delle distanze, del “tanto siamo diversi”. Forse lo eravamo davvero: vivere tra più posti ha il vizio di volerti far conoscere gente affine, un po’ sperduta come te, illusa di poter maneggiare le varie culture a cui è stata esposta. Non sempre è facile interagire con chi ha la fortuna di trovarsi a suo agio nella propria.

Quindi, a pelle, ho archiviato la pratica con un “NO” scritto sopra, e graziato così il povero Xavi, che magari ha vissuto in venti paesi e quella sera in strada, semplicemente, mi aveva associata agli altri del gruppo di scrittura, che di fatto parlavano tra loro in inglese: a ben vedere, dunque, non mi aveva neanche notata poi tanto, e avevo fatto tutto io!

Ve l’ho detto: la mente ama unire i punti quando non ha informazioni precise. I punti che ho tracciato quella sera mi hanno portato dritti al compagno di quarantena, e ai due romanzi (uno in bozza, un altro già inviato in giro) che ho scritto sulla nostra esperienza, ehm, allucinogena.

Questa domenica volevo sopperire almeno alla mancanza d’informazioni. Perché, in un momento in cui tutto ciò che avveniva prima sembra solenne e unico, lo diventa anche un nuovo incontro con Xavi.

E invece no: il tavolone centrale dove si riuniva il mio gruppo era sgombero, e lo era pure il tavolino accanto, senza nessuno disposto a offrirmi una sedia.

Adesso unisco i punti ancora una volta, e decido che Xavi sta bene.

Soprattutto: spero proprio che le mie attenzioni siano la minaccia più pericolosa a cui è scampato.

(Nel fermo immagine: Xavi e io, uguali sputati, in una ricostruzione attendibile di come sarebbe stata la nostra storia).

De Vinals – Trabajo propio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10213804

La mia fermata: scendo!

Ah, no. Cioè, sì: Tetuan è la mia fermata della metro, ma è quella di tredici anni fa. Ci sono cascata l’altra sera lungo il tragitto verso la Sagrada Familia, dove mi aspettava un amico.

Ci sono cascata per due motivi: il romanzo che sto risistemando ora è ambientato proprio in Plaça Tetuan, al numero 10; al numero 10 di Plaça Tetuan, non vi stupirà scoprirlo, ci abitavo anche io. Con la protagonista del romanzo ho poco da spartire, perché Veronica è timida e indecisa, riccia e tettona. Però ho vissuto nel suo stesso appartamento, in cui ai tempi si verificava lo stesso fenomeno che succede a lei: chiamavano al telefono fisso per ordinare da mangiare! C’era stato un refuso nel numero di un ristorante famoso, stampato su una guida turistica. Io rispondevo educatamente che non eravamo un ristorante, mentre Veronica, data la gggrossa crisi di quell’anno (il 2008), a un certo punto comincia sul serio a prendere le ordinazioni!

Insomma, Tetuan non è più la mia fermata, e il riflesso condizionato di scendere ve la dice lunga su quanto mi stia rincoglionendo con questo manoscritto. Però, quando la metro ha ripreso a muoversi, è sparita la scritta della fermata e sono apparsa io, nel vetro reso opaco dalla galleria in cui entravamo. Ci credereste che non mi riconoscevo? Cioè, un istante prima pensavo a Veronica, e anche alla me ventisettenne che viveva a Tetuan, e all’improvviso eccomi davanti quest’altra tizia, più vecchia, con una mascherina nera che le copre mezza faccia e delle occhiaie che suggeriscono che non si è truccata. Possibile? Cos’hanno fatto gli ultomi tredici anni alla vita di questa sfigata?

Mi sono risposta da sola ieri, su una bella pagina di Italiani all’estero che vi consiglio (e credetemi, è un miracolo che ve ne riesca a consigliare una). In realtà rispondevo alle domande di una tizia che viveva a Parigi, e spiegava di avere problemi con una vicina. Ben presto, però, le sue lamentazioni si estendevano all’intera popolazione “imbruttita” di quella città, e lei aveva paura di star diventando come loro. Allora ho commentato così:

Ciao! Al momento di trasferirmi a Barcellona sono stata colpita da quanto la gente provasse ad approfittarsi di me o mi ignorasse semplicemente, anche se si trattava di rispondere a una mail. Non ti dico i tentativi di truffa… Allora ho deciso che NON sarei diventata come loro, anche se era difficile, e ho preso a modello quelli che invece mi hanno aiutato. È un esercizio quotidiano, specie in grandi città caotiche e dispersive, dove la gente è incattivita da prezzi e lavori orrendi. Penso che si tratti di fare una cosa piccola ogni giorno: salutare una vicina, aiutare un turista che sembra essersi perso… Non ci avranno mai! 

Ok, ve la dico tutta: il turista non lo aiuto. Semmai lo sorpasso a sinistra, e bestemmio tra me e me contro i turisti che avanzano a passo di lumaca. Dopo tredici anni, sono un po’ incattivita anche io. Ma a quanto pare non sta succedendo agli altri utenti della pagina: è da ieri che continuano a mettere “mi piace” al mio commento, con cuoricini assortiti. Una ragazza che vive a Londra ha risposto che proverà a fare lo stesso, e trattandosi di Londra le ho augurato in bocca al lupo di cuore.

Ehi, non vale solo per l’estero. E sì, basta una piccola azione al giorno, parola di scout. No, non ho mai fatto la scout.

Ma comunque non ci avranno mai.

Time to close the blinds.. or is it?

Prima notte passata con la finestra aperta per il caldo.

Ne ho trascorso la metà a determinare per prove ed errori quanto dovesse restare alzata la persiana. Di conseguenza ho dormito una schifezza, e al risveglio ho avuto le seguenti visioni:

  • me a 10 anni, che nella stessa situazione mi alzo fresca come una rosa, col pensiero del Giornale di Barbie, che sto centellinando, e il progetto di farmi dieci giri di bicicletta in cortile. Unica preoccupazione: l’agguato che potrebbe tendermi il nonno con le lezioni di latino;
  • me a 40, che stamane mi tolgo la mascherina (non quella per la bocca, l’altra) e mi scopro cieca. Ah, no, sono gli occhi cisposi: ho preso sonno alle quattro. Mi alzo col pensiero dei piatti che non lavo da due giorni (ieri c’era la fiera vegana!) e il progetto di cambiare una volta per tutte il finale del romanzo a cui lavoro da due anni, anche se chiunque lo legga si chiede perché mi ci accanisca tanto. Unica preoccupazione: sto buttando la mia vitaaa! Sapevo che sarebbe andata così!

Insomma, la finestra di camera mia ormai affaccia sulla mia vita, coi suoi sbalzi di tempo, più che di temperatura! Poi mi sono lavata la faccia e mi sono arripigliata, eh. Mi si dice che anche voi, al mattino, avete pensieri catastrofici mica male, specie dopo una notte quasi insonne. Però vorrei spezzare una lancia alla me quarantenne che ha la sensazione molto, ehm, cisposa di aver tradito la bimbetta di dieci anni, che era più o meno convinta che la vita fosse facile. Ua’, quella bambina ignorava un sacco di cose! Alcune le ho già scritte qui.

Una che non ho scritto è che quella bambina, un giorno, avrebbe incontrato per caso da adulta un parroco che era stato il suo influencer (e che lei aveva pure difeso da certe compagnelle che lo accusavano di “stringere un po’ troppo”), e si sarebbe sentita accarezzare con insistenza la schiena proprio all’altezza del reggiseno. A quel punto si sarebbe congedata in fretta, e in preda a più di un dubbio su chi pretendesse di insegnarle a campare quando era bambina!

Un’altra cosa è che, per come sarebbero state composte poi le coppie etero in paese (ma quelle gay non erano contemplate), la desiderata carriera di insegnante, con l’aggiunta di almeno due pargoli, avrebbe creato il rischio di dipendenza economica dal marito ingegnere, avvocato, medico. Specie dopo due crisi economiche a distanza ravvicinata. Nessuno dei compagnelli maschi di quella bambina (tutti di ceto medio, e finiti tutti insieme, chissà come, nelle stesse sezioni), avrebbe fatto l’insegnante.

Un’altra cosa è che di avere figli ci si può anche pentire, e allora ti stigmatizzeranno. Non perché tu abbia smesso di amare i figli (il che non succede), né perché tu abbia smesso di prenderti cura di loro. No, sei una caina per il solo fatto di ammettere che avresti evitato, se avessi avuto certe informazioni sulla questione (ci torneremo tra poco).

Un’ultima cosa che la bambina ignorava è che un giorno avrebbe letto come buona notizia il titolo:

I dati della settimana, decessi ridotti del 70% in un mese. Si torna ai livelli di settembre.

Quindi, se in questo giugno vi svegliate come me, insonni e non vedenti per cinque secondi, ricordate che certi obiettivi della nostra vita sono stati stabiliti da altri, o da una versione di noi che era ancora in una fase di transizione, e che non disponeva di un fattore importantissimo nel prendere decisioni: tante, tante, tante informazioni..

Adesso, però, abbiamo quelle, compresa la teoria, fin troppo ottimistica, che possiamo controllare almeno il 40% della nostra felicità.

Vabbè, oggi diamola per buona, che ancora sto sbadigliando per la nottata: vorrà dire che, almeno quel 40%, ce lo godremo come si deve.

Papale Papale/ L'università un po' Tafazzi

E sì, scusate, ormai sono fissata con la storia degli obiettivi e dei bisogni. A ‘sto punto, se permettete, chiudo il discorso.

Lo faccio nel più classico dei modi: non dormendo.

Oddio, non è che l’insonnia mi capiti spesso, ormai: la melatonina fa miracoli! Però ci sono ancora due problemi che possono rompermi il ritmo circadiano, e pure le gonadi: l’apparecchio notturno per i denti, e il ciclo.

Per fare il botto, i due ostacoli devono combinarsi in qualche modo creativo, e deleterio per la mia salute mentale.

Quanto all’apparecchio per i denti: ricordate quando lo andai a ritirare in pieno lockdown, dopo trentadue giorni che me ne restavo tappata in casa? Avevo lasciato il compito di fare la spesa al compagno di quarantena, che al contrario di me aveva sempre l’urgenza di uscire. Quindi, dopo un mese passato ad attaccarmi come una cozza ai miei manoscritti (e al Kobo), me n’ero uscita vestita da marziana, con tanto di guanti di plastica e mascherina regalata da un vicino: mi aspettavo scenari da 28 giorni dopo! Invece mi ero ritrovata davanti stormi di uccelli installati in pianta stabile in plaça Urquinaona, e certi palazzi che, da vuoti, sembravano ancora più grandi.

“Mi raccomando” mi aveva poi ordinato il dentista da sotto la mascherina “il primo anno ti metti l’apparecchio ogni notte. Dal secondo in poi, l’importante è la costanza“.

Ricordatevi bene ‘sto fatto della costanza, perché io l’altra notte me l’ero scordato. Perché? Avevo un piccolo problema a fare da interferenza: certi crampi mestruali che, sul serio, sembrava che stessi per partorire in una notte sola tutto il mio odio. Verso chi? Beh, verso:

  • la ricerca: se fossero gli uomini la maggioranza mestruante, sarebbe già in commercio un’anestesia locale portatile che ti addormenta la zona per due settimane, premestruo compreso;
  • la ginecologia, che ancora nel 2021 consiglia il magnesio o l’impacco caldo (rimedi che, per usare un tecnicismo, me chiavo ‘n faccia); oppure la pillola, che oltre a gonfiarmi come un pallone idrostatico ha il curioso effetto di farmi guardare anche Kim Rossi Stuart (che come sapete è mio marito) con la stessa libido con cui osserverei un piatto di broccoli scaldati.

Insomma, intanto che covavo odio, e fissavo il vuoto con la panza in mano (quando le spinte allo stomaco non mi costringevano a trascinarmi in bagno), mi dicevo: “Oddio, mi sono dimenticata l’apparecchio notturno!”. Che, in quelle circostanze, sarebbe diventato una tortura che neanche i colleghi del buon diavolo Geppo, quando Satana è in forma.

Ma io stavo seguendo un regime scrupolosissimo: come da prescrizione, avevo indossato l’apparecchio ogni notte per tutto il primo anno, e da qualche mese lo facevo a notti alterne. Dunque, quella notte che stavo letteralmente con la panza in mano, stavo trasgredendo alla grande regola imposta da… Da chi? Da me.

Vi ricordate la costanza di cui parlava il dentista? Vi risulta che in qualche lingua si traduca in “una sera sì e una no”? Anche nelle riviste mediche online, gli articoli in inglese ‘mericano, che chissà perché ci risultano più autorevoli degli altri, parlano di portare l’apparecchio notturno circa tre volte a settimana. Ergo, magari due giorni di fila te li puoi anche saltare! Specie se ti ritrovi come unica invitata al grande festival dell’insonnia, che si tiene giusto in camera tua. Anzi, già che ci siamo: se l’apparecchio, piuttosto scomodo, è già efficace tre volte a settimana, perché devo aggiungerci io quella volta in più?

Ma niente, ero intrappolata nelle mie stesse regole, segno che per crearci dei bisogni inutili non serve desiderare una Mini Cooper, come scherzavo l’altra volta. Spesso vantiamo anche l’abilità di confondere il sacrificio col lavoro, e il solo fatto di consacrarci alla gettonatissima professione di Tafazzi (vedi sotto) equivale per noi a lavorare per il nostro bene.

“Eh, questo trenta me lo sono proprio meritato: ho fatto le nottate sui libri!”. Sì, ma era necessario? Nel senso, di mattina lavoravi? Se è così, massimo rispetto. Altrimenti, studiando due o tre ore al giorno per un mese, magari beccavi lo stesso voto. “Se bella vuoi apparire, un po’ devi soffrire”. A parte che la pressione estetica ha un po’ rotto, forse chi come come me odia i tacchi farebbe meglio a mettersi scarpe rasoterra e guadagnarci in sicurezza, piuttosto che camminare come se andasse sulle uova e rischiare anche di rompersi il muso.

Cosa voglio dire con tutta questa pippa mentale? Che soffrire non è un bisogno, né tantomeno un rimedio. Al massimo, in alcune circostanze, può essere un mezzo per raggiungere un fine: quello di raddrizzarmi i denti era uno sfizio che volevo togliermi da un po’, dunque l’apparecchio notturno è più che sopportabile, se ci manteniamo sulla formula “minimo sforzo, massimo risultato”. Quello che proprio non mi serve è seguire alla lettera una routine a giorni alterni che mi sono inventata io, quando un dentista vero e svariati articoli ‘mericani mi hanno fatto capire che non è necessario.

Ripetiamo insieme: il dolore innecessario non serve a un ca’. E sì che abbiamo bisogno di ribadircelo, con le nostre relazioni tossiche (davvero, cliccate sul link: è una pagina stupenda!), e le sciarpette che portiamo anche a maggio per ripararci da quella famosa malattia che esiste solo in Italia: il colpo di freddo.

Ah, le vette sublimi del sacrificio inutile: facciamone a meno, una buona volta. Lasciamole pure all’idolo qui sotto.

Tarantella calabrese, le origini del ballo tipico - Ntacalabria.it

E c’è anche il sequel!

Dopo il successo della Mini Cooper e degli ideali irraggiungibili (che in realtà, si diceva, sono soprattutto inutili), vi racconto cosa mi è successo ieri, con l’ottava piaga dell’universo: la festa a sorpresa per quarantenni.

A ben vedere questo è un sequel a tutti gli effetti, perché l’invito mi era arrivato mentre ero nel ristorante con l’amica della Mini Cooper. Il festino si sarebbe tenuto domenica, in culo ai lupi, in un orario di quelli che ti fanno intuire che, se spacchi il secondo, aspetti un’ora solo tu davanti al locale ancora chiuso.

Insomma, anche se lì per lì avevo mezzo aderito, in realtà ero incerta su se andare o no: tanto più che il festeggiato, secondo il tizio che organizzava la festa, avrebbe “preferito restare a casa ad aspettare la morte”, il che la diceva lunga su quanto avrebbe gradito la sorpresona! Intanto che osservavo il cielo, e adottavo il mio metodo risolutivo con decisioni del genere (cioè, pregavo che piovesse), mi è arrivato un altro invito.

Era tornato il nostro maestro di tarantelle! Dopo oltre un anno senza tambureddi, eccolo lì che proponeva quel giorno stesso una specie di laboratorio per l’infanzia (ma aperto a chiunque), in collaborazione con un’istituzione locale. L’evento mi giungeva con grave ritardo, ma con tanto di manifestino e indicazioni per prenotare.

Solo che il manifestino racchiudeva in poche righe tutto ciò che amo e che non amo troppo degli eventi del posto.

Ciò che amo: l’attenzione all’infanzia. Questo è un posto fantastico per crescere ed educare la vostra prole! Sempre che troviate il modo di sbarcare il lunario…

Ciò che non amo troppo: il sentore che sarebbe stato un evento per forza di cose morigerato, con una partecipazione scandita più da sobri battimani che da danze indiavolate. Sulla, diciamo, sobrietà del pubblico locale scherzava anche uno spassosissimo autoctono, che in altri spettacoli del maestro di tarantelle si era inventato uno sketch: raccontava come lui, catalano, affrontasse l’inquietante movimento di fianchi richiesto dalla salsa. Oh, se si sfottono da soli, chi sono io per sindacare?

Insomma, stavo lì a tormentarmi come una tarantolata, a dirmi “Che diavolo, non dovevo aderire alla festa!”, e subito dopo “Sì, vabbè, ma pure essere l’unica che balla come una scema, in mezzo a una folla impassibile che sta per chiamare un esorcista…”. Ero completamente immersa in questi miei problemi da primo mondo, quando mi sono resa conto di un piccolo particolare.

Senza la festa a sorpresa, avrei mai valutato sul serio questo invito last-minute?

No. Avrei aspettato senza esitare che il maestro organizzasse una bella serata tutta terrona, e amen.

Adesso, invece, cosa mi faceva rammaricare dell’impossibilità di partecipare? Il fatto che avessi un altro impegno! Che tra l’altro, fino a cinque secondi prima, consideravo seriamente di boicottare.

Ecco il delirante paradosso, signore e signori. La “tarantella sobria” diventava un evento imperdibile solo perché non potevo parteciparvi. E l’eventuale festa a sorpresa si trasformava in un patto di sangue, firmato contro la volontà del festeggiato stesso!

E quindi? Quindi, gli ideali non sono solo inutili, più che irraggiungibili, ma ci sembrano così appetibili proprio perché non li possiamo raggiungere.

E sì, sono cose che sappiamo da sempre, ma che non impariamo mai. Quanto siamo scemi, come specie animale? Ok, parlo per me. Che non imparo mai la lezione più importante: spesso e volentieri, in queste sciocchezze come in questioni più importanti, ci pensa la vita a decidere per noi.

Io, per esempio, non mi sono resa conto del più grande errore di tutti: fidarmi degli organizzatori della festa a sorpresa! Di lì a poco, infatti, mi è arrivato un ultimo, sconcertante messaggio: contrordine, l’appuntamento in realtà era per il giorno prima. Si erano un po’ confusi con le date…

E meno male che si sono ricordati di avvisarmi, se no altro che tarantolata: questo sequel della storia della Mini Cooper diventava l’intera saga di Fast & Furious!

Finalmente ho provato il Green Spot! Ormai avevo perso ogni speranza di farlo in compagnia.

Vedete, il Green Spot è il classico ristorante su cui i gruppi vegani a Barcellona dissentono “con molto namastè”. Avete capito? No? Intendo dire che a proporre di andarci sono le Karen anglosassoni, che di solito stanno bene a soldi e vivono in un paesello immerso nella natura. Allora le Montse, che prendono sui 1000 euro e valutano per mezz’ora anche l’acquisto di un arancino, non sono disposte a spendere 25 euro in una botta sola, e rilanciano proponendo un picnic al parco. A quel punto sono le Karen a non volersi mettere in treno solo per trovarsi davanti dieci tupperware di hummus “fatto in casa”, una terrina di guacamole del discount, e qualche salatino. Saranno anche vegane, ma conoscono i loro polli…

Insomma, intanto che Karen e Montse si mettono d’accordo, la vostra Maria è andata al Green Spot con l’amica che mangia pure i trichechi ‘mbuttunati, ma apprezza comunque questo ristorante. Ci voleva: era un po’ che non ci facevamo una chiacchierata solo noi due, dopo tanti mesi senza vederci!

Sì, perché l’amica è impegnatissima in mille progetti, come me d’altronde. Così, mentre sgranocchiavamo le chips di kale (le Karen approverebbero, anche se io di solito le faccio al forno!), ci siamo immerse in una conversazione sul perfezionismo: una malattia a cui è difficile sfuggire.

“Che inseguiamo a fare degli ideali irraggiungibili?” mugugnava l’amica davanti alla sua insalata con formaggio di anacardi (la prima volta nel locale le era sembrato un’idea aberrante, ma adesso aveva ordinato l’insalata solo per quello!).

A quel punto io, che intanto apprezzavo il tempeh della casa, ho ripensato a tutti gli esempi di pressione estetica che ho trovato sul mio cammino, o all’immensa ammirazione di certi amici ingegneri per Elon Musk. In questi casi è ricorrente la parola “irraggiungibile”, ma a me non ha mai convinto. Così ho annunciato all’amica:

“Sai? Credo proprio che, con i tuoi risparmi, tu non ti possa comprare una Mini Cooper!”.

Ho usato quest’esempio perché non capisco un cacchio di macchine, e la Mini mi è sempre piaciuta. L’amica ha fatto una faccia allibita. Non guida da secoli, come me: Barcellona non è una città per automobili.

“Eh, no” ho continuato. “Non so quanto costino adesso le Mini Cooper, ma mi sa che, sia per me che per te, sarebbero un’aspirazione irraggiungibile. Adesso, dimmi pure: te ne frega qualcosa?”.

“Una ceppa di niente” ha ammesso l’amica.

“Brava! Magari te ne fregherebbe se, a un certo punto della tua vita, ti avessero fatto credere che per te la Mini Cooper fosse una necessità. Così come stanno le cose, invece, puoi constatare da te che l’irraggiungibilità dell’articolo non è l’informazione più rilevante!”

L’amica si è fatta versare un altro bicchiere di vinello.

“Insomma” ha soppesato l’idea insieme al calice “certi ideali che ci inculcano non sono irraggiungibili: sono inutili”.

“Sono entrambe le cose” ho precisato io, finendo la limonata. “Irraggiungibili e inutili. La questione è: perché ci soffermiamo sulla prima caratteristica, se la seconda ci dovrebbe interessare molto di più?”.

“Già. Come la storia di avere la stessa pelle a 15 e a 30 anni, o di fare i salti mortali per comprare la seconda casa. Ci sembrano ideali, e irraggiungibili, solo perché ce li hanno venduti così.”

Ecco: venduti è la parola giusta.

Dopo ho controllato, eh. La Mini Cooper che piaceva a me costa 23.100 euro come prezzo di base. Ricordavo peggio!

Invece, i miei spiedini in compagnia dell’amica sono costati circa 15 euro. Eccoli.

Nessuna descrizione disponibile.

Se permettete, il mio ideale irraggiungibile è questo qua, nel senso che non riuscirò mai a fare altrettanto bene il tempeh in casa. Ma a questo punto ve la dico tutta: non ci provo nemmeno!

E se siete della serie: “Ma non era meglio una bella pizza cu’ ‘a pummarola ‘n coppa?”, meglio per voi! Costa ancora meno, e pensate a quante pizze potete divorarvi con i soldi di una Mini Cooper.

(No, vabbè, ho scoperto questa canzone punjabi e all’improvviso la Mini Cooper è diventata un’ideale imprescindibile! In un’altra versione, lei viaggia in trattore senza scompigliarsi il velo sul petto. Respect!)

Le mie Collaborazioni

Stamattina, ancora in preda al sonno, cercavo l’occorrente per la colazione nella penombra della cucina, e mi sono ritrovata a pensare che mi conviene vivere con un uomo almeno per questo: mi serve qualcuno che lavi i piatti.

Alt. Stop. Avevo un sonno di pazzi. Odio lavare i piatti. In realtà odio lavare, e basta. Quando c’è il compagno di quarantena, io cucino e lui lava: il delitto perfetto, anche perché lui al massimo scalda al microonde certe pastine istantanee su cui schiaffa una scatoletta di sardine. Il bello è che lui odia lavare quanto me, e diciamo che non è attentissimo ai dettagli… Quindi la gente che ci viene a trovare, se è fissata con la pulizia, se ne va con tanti di quei numeri da giocare che potrebbe fare tombola piena.

Ma tant’è: avrete intuito che il compagno di quarantena è partito di nuovo. Si è pure anticipato, rispetto all’anno scorso: ogni tanto, quello lì prende lo zaino e se ne va, senza sapere neanche lui dove (lo so io: si farà per la trentesima volta il cammino di Santiago). Soprattutto, non sa quando tornerà, e non ritiene che ciò sia un grande problema, in una relazione, così come per lui non è un problema spegnere il cellulare e riaccenderlo solo al ritorno.

Intuirete che l’anno scorso ero piuttosto incazzata perfino io, che non sono nota per la mia convenzionalità nelle interazioni umane. Quest’anno, invece, non so come spiegarvelo, ma sono piena di speranze: come vi ho già detto, la quarantena mi ha fatto rivedere le mie priorità, ma saprete meglio di me che anche la più bella e tranquilla delle relazioni comporta un bel po’ di lavoro, che si tratti di decidere chi lava i piatti o di affrontare lo scoglio della comunicazione efficace. Quindi, diciamo che finora ho avuto poco tempo per esplorare come avrei voluto le seguenti questioni:

  • Flessibilità nei progetti: a 35 anni avevo una relazione un po’ più, ehm, convenzionale, e volevo essere madre. Adesso ho 40 anni, il sospetto di essere lithromantica, e una fertilità che, stando a certi test pure datati, potrebbe essere battuta pure da Maga Magò al decimo anno di menopausa. Cos’altro potrei fare della mia vita, senza la croce e delizia di mettere al mondo un altro essere umano? Come metto a frutto le risorse che l’altra opzione mi avrebbe succhiato via, benché per una giusta causa?
  • Metamorfosi: sfumato il progetto delle tette a fiori, mi sto trattando le occhiaie e sto considerando la possibilità di farmi i capelli lavanda. Mi ha divertito il fatto che la dottoressa del trattamento alle occhiaie girasse come un’anima in pena per la sala d’aspetto, alla ricerca della sua nuova paziente quarantenne, e non la trovasse da nessuna parte, perché lì c’ero seduta solo io. E non si tratta di assecondare la pressione estetica che ci vuole giovani per sempre. Si tratta di non assecondare i pregiudizi, duri a morire, su come si debba essere a quarant’anni.

Io, per esempio, sono contenta. Contenta che il compagno di quarantena sia andato a cercare sé stesso, anche perché, rispetto all’anno scorso, ho molte più informazioni. So per esempio che da sola, nonostante le circostanze dell’anno scorso, ho passato un’estate incredibile: un giorno al mare e uno al parco, con letture importanti, e amici costretti dalla pandemia a scoprire com’è Barcellona, quando la abita solo chi le vuole bene per davvero.

Ormai so che la conoscenza è l’anticamera della soluzione, e il resto è esperienza: il modo migliore per assimilare ciò che crediamo di conoscere, è arrivare a “sentirlo”.

Io sento una noia infinita al pensiero di dover lavare tutti quei piatti di là.

Ma vabbè, si tratta solo di cambiare la spugnetta, rimpiangere Mastro Lindo, e darci dentro.

Polyamory Is Growing—And We Need To Get Serious About It – Quillette

Ah, ma non vi ho detto tutto, di quella volta.

Quando vi ho raccontato della prima fiera vegana dall’inizio della pandemia, sono stata imprecisa: il gruppo che mi aspettava lì non era esattamente una comitiva.

C’era il mio ex, e fin qui tutto bene. Andare d’accordo con l’ex comincia a non essere una rarità perfino in Italia.

C’era anche una nuova compagna del mio ex, e anche qui, andare d’accordo con l’ex passa pure per accettare le sue nuove relazioni.

Con loro c’era, però, la convivente della compagna del mio ex. Non la coinquilina: la convivente. Questa convivente e il mio ex non sono gli unici vincoli affettivi della compagna del mio ex. D’altronde, il mio ex non ha solo quella compagna. Se state pensando a scenari da harem e ammucchiate senza fine, ricredetevi: i vincoli in questione sono in rapporto 1:1, così come ve li ho descritti, e da monogama di fatto trovo pure che sia una faticaccia mantenerli, come spiego in questa serie di post sul poliamore.

Perché vi dico tutto questo, adesso? Perché, in quel momento, non capivo che quella situazione (un gruppo di persone adulte che scherzavano tra loro a una fiera), sarebbe stata quantomeno curiosa nel posto in cui sono nata. Anche se le cose stanno cambiando perfino lì.

Che tutto ciò potesse essere “strano”, me ne sono ricordata solo quando è arrivata l’ora di salutarci per andare a casa: a quel punto, mentre il mio ex e la compagna erano tutti picci picci, e occhi a cuoricino, la timidezza della convivente nel chiacchierare con me mi ha ricordato quelle festicciole al liceo, in cui io e un’altra malcapitata reggevamo il moccolo a una qualche coppietta formatasi da poco. Quella situazione così familiare e aneddotica mi aveva ricordato, per contrasto, la singolarità di quest’altra situazione.

In realtà, all’inizio ero scettica anch’io sui risvolti del poliamore. Poi li ho visti coi miei occhi, e sembrano la cosa più tranquilla del mondo.

Ecco, ho la sensazione che succeda con tutto. Perfino l’italica ostilità per i vegani diventa più ragionevole quando, invece di pensare a un fantomatico tizio che mangia erba e “impone agli altri le sue scelte” (ma dove?) i miei amici ricordano me che, da ‘O cerriglio a Piazza Dante, chiedo se la pizza fritta me la possono fare solo con le scarole. E allora il pizzaiolo scopre che si sottovalutava, perché il risultato è divino, e il resto della comitiva si mette pure ad assaggiare!

E non finisce qui! Questo video spiega che il “matrimonio gay”, negli USA, era considerato un tabù finché non si era passati dal discutere un’idea astratta al vedere in TV, e in giro, sempre più coppie LGBTQIA+. Così la sensibilità delle persone era cambiata in tempi record.

Quando un’idea che ci sembra campata in aria assume fattezze umane, e anzi, adotta un volto familiare, ci è tutto più chiaro. Non importa se quel tipo di relazione, quella filosofia di vita ci riguardi o meno in prima persona: ci è molto più difficile respingerla a priori come se fosse una stronzata megagalattica. Viene meno l’elemento più importante perché il pregiudizio resti in piedi: l’ignoranza dei fatti.

Scongiurata quella, il resto è una passeggiata alla fiera.

(Questa canzone è strepitosa!)

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Nate Postlethwait @nate_postlethwait "You've changed" is the greatest @nate_postlethwait compliment you can receive from someone who used to have control over you and has lost their grip, especially when it's clear they haven't changed at all."
Il tweet che mi ha ispirato il pippone qui sotto

No, ma io ‘sta storia di pensare al futuro la devo spiegare meglio.

Ribadisco: pensare al futuro è la strategia più impopolare di tutte. O stiamo lì a decostruire il passato, o ci soffermiamo tutto il tempo nel presente. E infatti io, a suo tempo, mica lo chiamavo “pensare al futuro”.

L’espressione che usavo era “fare spazio”.

Pensateci: una persona che non ci azzecca più niente nella vostra vita, perché ce la tenete ancora? In virtù di quello che è stata nel passato, quando ci azzeccava eccome. E poi, sì, un po’ per il presente: per le volte in cui vi “riconoscete” un’altra volta, cioè intravedete nella vostra interazione quelle caratteristiche che vi hanno unito all’inizio. Capita anche con un lavoro indegno, una situazione che non ci fa più bene…

Mi è capitato con amici conosciuti in diversi momenti, qui a Barcellona, che per l’estrema mobilità delle persone è più emblematica, in tal senso, rispetto al mio paesone d’origine. Mi è capitato con tutor universitarie, o con fidanzati che, a ben vedere, non c’entravano più niente con me. E io mi affannavo a soprassedere, a salvare la relazione (tutte le relazioni) in nome di quello che era stata un tempo, mentre messaggi arrabbiati, o assenze ingiustificate, o inviti a eventi a cui avrei preferito la morte, infestavano il mio presente come sacchi della spazzatura che non mi decidevo mai a buttare.

Sul serio, non sapevo immaginarmi senza tutta quella monnezza: era come se quell’eventualità non fosse un futuro possibile. Perché pensare al futuro come a qualcosa di positivo, o almeno di non inquietante, è considerato una sciocchezza. Sarà una reazione a tutto quel pensiero positivo, che pure ha sfracellato le gonadi, ma nella cara vecchia Europa se non vedi tutto in chiave funesta non sei abbastanza intellettuale esistenzialista. Anche se, come dicevamo qui, piuttosto che pensare allo scenario peggiore dovremmo farci furbi e concentrarci su quello più probabile. Che poi, passi pure il pessimismo della ragione, ma dove abbiamo messo l’ottimismo della volontà? Vabbè, adesso non voglio neanche scomodare Gramsci per questo post cretino! Mi preme soltanto sottolineare che si può pensare senza troppe remore almeno a migliorare il futuro prossimo, la nostra giornata: esiste una versione della nostra giornata in cui, invece di sacrificare mezz’ora a chattare col Supercompagno che organizza eventi a casaccio… non so, ditemi voi cosa preferireste fare!

Io, quando mi capitava, sarei andata a passeggiare. Oppure avrei fatto il cambio di stagione. Oppure mi sarei spinta fino al fantomatico negozio vegano sulla Diagonal, per vedere se esisteva davvero. Qualsiasi delle tre opzioni sarebbe stata meglio di convincere il Supercompagno che investire mezzo fondo cassa in potenziali chupitos era un passo azzardato, per un evento di cui non potevamo prevedere il tasso di partecipazione (vedete? Nella vita proviamo a prevedere le cose sbagliate!).

Anzi, sapete che c’è? Il Supercompagno lo dilapidasse pure, ‘sto fondo cassa. Possibilmente, senza disturbarmi la passeggiata.

Questo, per me, significa fare spazio. Concepire una vita in cui quella persona o quella situazione siano considerate a tutti gli effetti la palla al piede che sono diventate, così che, una volta avvistato l’elefante nella stanza, ci sia dato di fare altro. E immaginatevelo bene, questo “altro” che potreste fare: nove su dieci, vi sarà difficile almeno all’inizio, perché non vi volete “illudere”. Beh, smettere di vederla come un’illusione è il primo passo per far sì che succeda.

Perché qua non si tratta di visualizzarci con in mano il biglietto vincitore dell’Euro Million, in modo da vincere davvero (principio reale del pensiero positivo!). Si tratta di immaginare cinque minuti per noi, senza interferenze del passato, in attesa che diventino dieci minuti, poi mezz’ora, poi una vita.

Se non ci riconoscono più, buon segno. Noi lo sforzo di cambiare l’abbiamo fatto.

Un intellettuale esistenzialista in azione!