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Fora piloteres (Sense data) (35x59,50cm)Le nuvole restano il mio posto preferito per pensare. Segno che penso molto poco, giusto quell’ora e mezza di cielo che attraverso ogni morte di papa (anche se il proverbio andrebbe aggiornato) per passare Pasqua con chi voglio. Cioè, con i miei.

Oggi, guardando il soffice letto di nuvole ai miei piedi (ne ignoravo volutamente le temperature ultraglaciali) mi sono detta che è passato un anno.

Un anno fa ero a Plaça Universitat, di ritorno dallo sciopero generale del 29 marzo, e mi veniva sparato un proiettile ad aria compressa senza motivo apparente. Si schiantava a un metro d’altezza da me, rimbalzando contro il portone laterale all’incrocio tra la piazza e il c. Balmes e finendo per strada.

Io, è il caso di dirlo, ero caduta dalle nuvole e avevo pensato a un petardo. Chi era con me dice di aver visto il cecchino sparare nella nostra direzione.

Due mesi dopo fu chiesto a Nicola Tanno, alla presentazione del suo libro: perché colpiscono sempre gli italiani?
Su 8 vittime in 3 anni in Catalogna, la percentuale d’italiani è alta. C’è chi ci ha ricamato sopra complotti anarcoitaliani.

Io ormai sapevo. Non c’entra niente, la nazionalità. E nemmeno cosa stessi facendo in quel momento. Probabilmente aspettavi, come me, che finisse il casino per tornartene a casa.

La sera del 29 marzo i social network erano un rincorrersi di richiami: a te che è successo? Ti hanno caricato? Qualcuno se l’era portato a casa, il proiettile che non avevo avuto il coraggio di raccogliere. E nella foto ravvicinata mi sembrava grande come un uovo. Brividi.

Da allora ne è passata, di acqua sotto i ponti. C’è stato un altro sciopero generale, costato un altro occhio. Non a un’anarcoitaliana, a una catalana attiva nel sociale. E le cose, per fortuna, hanno cominciato a muoversi. A Stop bales de goma si è affiancato Ojo con tu ojo. Hanno imputato due poliziotti per Esther, e due pure per Nicola, tre anni dopo. Finalmente.

È rimasta la paura, che mi ha fatto messaggiare dal paese all’ultima grande manifestazione. Ero tornata per le elezioni ed ero paradossalmente bloccata in casa al paese da un temporale, mentre i miei amici sfilavano per le strade di Barcellona con lo striscione di Stop bales, e cominciavano i disturbi a Madrid…

Sulle nuvole pensavo a tutto questo. Senza sapere che, una volta atterrata, RaiNews mi avrebbe restituito la faccia martoriata di Federico Aldrovandi al sit-in dei poliziotti fuori al comune in cui lavora sua madre. E quella della sorella di Giuseppe Uva, indagata per diffamazione. E allora avrei ricordato pure la paura che mi presi ad Aversa, anni fa, per quel tipo morto di overdose proprio mentre la guardia penitenziaria gli metteva un piede sulla gola. Attento, dicevamo all’amico che voleva seguire il caso. Il ragazzo era uno sbandato, figlio di un mezzo camorrista, licenza di uccidere, insomma. Non lo trovo manco su google. Ne uscì un articolo sull’Unità, credo, l’amico fu contattato solo dopo Aldrovandi.

Sì, le nuvole tra Barcellona e Napoli non sanno di portare ben altro che mozzarelle e vacanze omaggio con Groupon.

Quello che sanno è che in quest’anno è cambiato tanto anche per me. Che in certe cose, ok, sto uguale o quasi, e devo ricordare con Scrubs che crescere è una scelta, non viene spontaneo. Puoi solo decidere di crescere tu, quando sei pronta.

E a un anno di distanza devo dire che il proiettile ha aiutato. Come il mattone che distrugge il claustrofobico vetro di The Dreamers, portando le strade del ’68 nei drammi personali dei sognatori. Perché ha centrato, solo metaforicamente per fortuna, quella parte del mio mondo che se ne stava rintanata ad aspettare che qualcuno si muovesse anche per lei. Prima di scoprire che se non ti muovi tu, fija mia, non lo fa nessuno per te.

Questo le nuvole lo sanno eccome.

Non c’è niente da fare, il privato è pubblico. Quando succedono “i fatti”, leggi sciopero generale o manifestazione viuuulenta, a me succede sempre qualche altra cosa. Mentre Barcellona si mobilitava per la vaga general, io ero alle prese con un cuore spezzato (il mio) fresco di giornata, anzi, di nottata in bianco.

Fortuna che gli amici compaiono sempre nel momento del bisogno: mentre mi trascinavo sul balcone alle 9 del mattino, con occhiaie delle dimensioni di un condor, ecco il rombo familiare dell’elicottero della polizia. Quello che salutavamo da Via Laietana nelle manifestazioni di massa del 15-M, quello che ci assordò tutto il giorno quando sgombrarono plaça Catalunya “per ripulirla”, in vista dello scontro al vertice tra indignados e tifosi del Barça (che ovviamente non ci fu).

In questo tripudio di occhiaie e timpani rotti, ecco arrivare anche lui, l’altoparlante dei centri sociali. Ora, non saprò mai la provenienza dei manifestanti che alle 10.30 percorrevano Joaquim Costa, sotto casa mia, incitando i negozianti paki ad abbassare le saracinesche (cosa che i pochi aperti facevano prontamente, per evitare danni). Ma dalla qualità dell’audio e dalla scarsa folla sospetto venissero da qualche casa Okupa, magari quella che aveva respinto un’italiana invalida “perché non la conoscevano”, facendomi rimpiangere i 510 euro d’affitto per ospitare solo gente che conosco.

E non è che l’inizio.

Alla manifestazione arrivo dunque assonnata, “somatizzante” e in ritardo. Per fortuna Xisca e Marie, le mie compagne di sventura, mi aspettano con calma fuori da Louis Vuitton (!), sul Passeig de Gràcia, e con me seguono l’imprevedibile rotta dei gruppetti Altraitalia, associazione italiana di sinistra. Dopo vari cambi di direzione e diverse foto alla fiumana di “scioperati” (che tra Manu Chao e Inti Illimani rock si divertono non poco), riusciamo ad accodarci ai nostri prodi, armati di due striscioni e di Santa Pazienza: da lontano, all’altezza di Plaça Urquinaona e poi di Plaça Universitat, arrivano “segnali di fumo” non proprio amichevoli. E dire che è una bella mani, come la chiamano qua, l’unica che finisca con un inno nazionale, quello catalano, cantato a squarciagola (incerta sulle parole mi limito a sussurrarlo, mentre un ambulante mi dichiara troppo snob per partecipare allo sciopero…).

Ma niente, i bollettini degli italiani che arrivano alla spicciolata sono da guerriglia urbana. Alessandra se la squaglia: “essendo io più coraggiosa”, scherza, mi chiamerà più tardi per ascoltare il seguito.

Ancora lo deve fare, ma le dirò che porta sfiga. Ingannata dalla calma apparente mi allontano verso Plaça Universitat, per ritrovarmi tra due fuochi: cassonetti bruciati e camionette della polizia a profusione. Una fricchettona spalmata contro il muro sorride e spiega: “Siamo circondati, verranno da qua e da là, tanto vale aspettare”.

I pochi che cercano di mantenere la calma fanno gruppo contro stipiti e cancelli. La maggioranza scappa a ogni scoppio. Petardi o…?, mi chiedo allarmata, mentre con due del gruppo di prima entro in simbiosi col muro di cinta dell’università. Mi risponde un tonfo vicinissimo, orrendo. Io non lo riconosco, Paolo sì: la “pelota”. Il proiettile ad aria compressa. Sparato ad altezza d’uomo. Me la indica pure, perché è rimbalzata in strada. Mi sembra di vedere una pallina nera, ma non capisco più nulla, sono stanca e non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa senza buchi “supplementari”.

Ah, capisco un’altra cosa: dopo un tentativo fallito di circumnavigare i cassonetti in fiamme, e l’attraversamento finale della Gran Via, mi rendo conto che il corazón espinado che mi aveva causato tante noie, di fronte a un proiettile tace. Grazie al cazzo, lo so. Ma in questi momenti la vita sembra curiosa assai.

La pucundria diventa sfinimento quando ormai raggiungo casa, e mi dico che da lì non esco fino all’ora di andare al lavoro. Sperando che un lavoro ancora ce l’abbia.

Ora, “quoro” permettendo, io una cosina la mangerei.