Archivio degli articoli con tag: abnegazione

chipsIl pako del Parlament, oltre a essere il mio idolo assoluto di italiana a Barcellona, mi ha regalato un pacchetto di patatine.

Innanzitutto, lode a lui e a quei compaesani suoi che mi fanno sentire come a Napoli, perennemente convinti che sia troppo magra e dunque debba mangiare.

Poi, questa confezione ridotta fatta apposta per ingraziarsi clienti sparite da un po’, mi ha insegnato un… pacco di cose (no, continuate a leggere, non faccio più battutacce!).

Per esempio, mi ha insegnato che il mio altruismo segue strane simmetrie: uh, un pacchetto monodose omaggio. So già a chi darlo. Se mi avessero elargito, che so, un pacco di pasta, avrei saputo chi invitare a pranzo (non necessariamente la stessa persona del mese prossimo, dipende dallo stato d’animo dell’amico prescelto).

In secondo luogo, mi ha fatto realizzare che in quest’operazione tanto caruccia mi sfugge sempre un particolare: cosa voglia fare io. Il giorno dopo, fresca di scazzo col destinatario delle patatine rimaste intatte, mi sono infatti scoperta ad avere fame dopo una cena eccessivamente parca.

Che fai, mi chiede il buco nel pancino, ti pappi due patatine?

Macché, mi rispondo, quelle sono destinate a qualcun altro.

Ok, insiste il mio stomaco, ma chi l’ha deciso?

Io, devo ammettere.

Potrai ben cambiare una regola che hai stabilito tu, vero?, conclude il buco nero, speranzoso.

Sgranocchiando metà confezione, mi sono resa conto infine che sono di quelle che, quando subiscono un torto, si ritrovano a consolare la persona che gliel’ha fatto. Sono di quegli individui che hanno abituato gli altri a trovarli sempre disponibili e ragionevoli, pronti ad aprire il pacchetto di patatine a chi ha appena regalato loro una bella delusione.

E non lo dico per incensarmi, anzi, è questo il punto. Il punto è ammettere una volta per tutte che l’altruismo a oltranza NON è una cosa bella, una cosa che ci faccia onore. Che, se ci annulliamo sistematicamente o recitiamo il copione di quelli che non hanno bisogno di regali, attenzioni, sostegno, allora non c’è nessuno a condividerci, a dividere la gioia con noi. Perché sarà contento il destinatario delle nostre attenzioni, ma manchiamo noi, che ci trattiamo come se non fossimo nessuno.

Ok, adesso vi presentate sotto casa mia con una confezione famiglia di San Carlo.

Sarà contento il pako del Parlament, specie se l’avete comprata da lui.

Annunci

mani_bucateNon so se vi capita, ma l’altro giorno, appena sveglia, ho acceso il cellulare e ci ho trovato tre messaggi che possiamo riassumere così:

1) compagno delle medie che mi chiede la traduzione in spagnolo di una “brevissima” lettera (non un riassunto, proprio tutte e due le pagine, ed era una specie di truffa);

2) ex sparito da secoli che si fa sentire solo per una borsa di dottorato: conosci questa prof, dalle parti tue? Che tipa è? A proposito, come stai?

3) amica in preda a una crisi esistenziale che “sa che il mio parere niuegge non le servirà a niente”, ma lo vuole lo stesso.

Citiamo sempre la mia espressione catalana preferita: ‘na fetta de culo?

Non per niente ho sentito in tempi relativamente brevi la stessa frase ripetuta in italiano e in spagnolo: stai dando quello che non hai.

Perché, a conti fatti, tutte queste energie da regalare in giro non le ho. Ma mi creo sempre rapporti di dipendenza in cui tendo a essere quella che elargisce consigli, aiuto, energie, e le persone intorno a me, in cambio, mi fanno sentire tanto buona e santa. E tanto stanca.

Se lo fate anche voi, perché credete che succeda? Io credo che sia perché ci serve. Contribuisce a relegare le cose che ci interessano davvero in un rassicurante “se potessi…”, che ci impedisca sempre di provare a farle e rischiare il fallimento. E l’altruismo è la più nobile delle scuse.

Non per me, stavolta: li ho mandati tutti affanculo e sono andata a un seminario che m’interessava, su un argomento che non ho mai approfondito perché troppo impegnata a fare ciò che non mi piacesse (ma gli altri presenti non hanno avuto lo stesso accorgimento e alla mia età erano già degli esperti).

Avrei potuto fare tardi per rispondere ai messaggi, sarebbe stata una splendida scusa per non andarci. Mi sarei sentita bene, ma stanca. Avrei sentito il sollievo appagante di quando ci riposiamo dopo una corsa troppo faticosa.

Invece, optando per il seminario, sono stata un vulcano di idee. Già mi vedevo a prendermi due lauree e cinque specializzazioni, in quella materia, a recuperare il tempo perduto… Ovviamente, non farò manco un terzo di tutti questi progetti, tipici di chi passa da annullarsi per gli altri a occuparsi solo di sé: si crede che disperdere le energie in tremila direzioni significhi essere usciti dal tunnel.

Niente estremi, allora. Basta ricordare questo: se do quello che non ho, non faccio davvero un bene agli altri, che torneranno con nuovi bisogni e nuovi problemi da scaricare su di me (più “economico”, visto che io mi presto, che affrontarli loro).

Se canalizzo le mie energie in progetti che m’interessano, sono più utile a tutti. Anzi, c’è la minima speranza che, oltre all’aiuto effimero, regali pure la voglia di seguire il mio esempio e non scappare dalla propria vita.

La questione è: non fraintendiamo il concetto di altruismo e diamo solo quello che abbiamo. Diamo le energie che ci genera il fare esattamente quello che, date le circostanze, possiamo e vogliamo fare.

La felicità è l’unica cosa che si può elargire a piene mani, senza esaurirsi mai.